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Il capo della comunicazione vaticana a Palermo per il festival delle letterature migranti

Ogni sedia del salone della curia arcivescovile di Palermo, è occupata dagli studenti dell’Istituto tecnico superiore Ferrara e del liceo Einstein. C’è grande attesa per l’inizio dell’incontro, organizzato da direttore artistico del Festival delle Letterature Migranti, il giornalista della Rai Davide Camarrone. I suoi ospiti sono il prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede, Monsignor Dario Edoardo Viganò, e il rappresentate della comunità di Sant’Egidio di Palermo Emiliano Abramo. Il tema scelto per questa importante giornata è “Il Papa migrante”. Fra le persone più titolate in assoluto a livello internazionale è proprio Viganò, prima di tutto perché segue il santo padre ovunque e organizza tutte le dirette in mondo visione essendo il direttore del centro televisivo vaticano e poi perché si può a pieno titolo considerare il biografo della comunicazione di Francesco. Si presenta agli studenti tenendo fra le mani uno dei suoi libri: “Fedeltà e cambiamento. La svolta di Francesco raccontata da vicino”. Durante il suo intervento, in circa un’ora e mezza di incontro, cita diversi passaggi frutto dei viaggi all’estero. Esordisce dicendo che ama tornare a Palermo, ha insegnato alla Facoltà teologica; “mi piace la passione di uomini e donne di questa città che sanno sempre essere cosi disponibili a creare ponti fra culture”; di fatto centra in pieno la mission di questa seconda edizione del “Festival delle letterature migranti” che, in questi giorni, sta animando il centro storico della città con la presenza di centinaia di ospiti e oltre 60 tra incontri letterari e artistici. “L’evento è dedicato a letterature e migrazioni che – secondo Camarrone “in un certo senso sono sinonimi” perché “le letterature migrano con i popoli, accogliendoli e accompagnandoli nelle loro storie: facendo storia delle loro vite”. E’ lui a introdurre Viganò che esordisce dicendo: “l’emigrazione assume oggi un livello emergenziale. L’uomo è sempre stato un viandante, ha sempre cercato nuovi luoghi, nuovi modi di vita, più consoni ai suoi desideri. Le emergenze di oggi pongono interrogativi rapaci sulla quiescenza di una cultura occidentale vecchia e stanca. Io posso accogliere l’altro solo quando applico una dinamica del decentramento. Mi sposto dal centro e lascio spazio all’altro. Dopo la seconda guerra c’è stato un grande sviluppo economico ma oggi tutto è cambiato. I figli non possono più dire: “io riuscirò a fare quello che non ha fatto mio padre”. Viganò affonda sui media. “Non possiamo permettere di ripetere degli stereotipi. Oggi assistiamo alla narrazione dell’emigrazione, frutto proprio di una retorica dei tg, dei talk show. Ci sono modalità comunicative in cui gli immigrati vengono descritti come un peso economico per il paese che li accoglie. Voglio qui ricordare che soltanto in Italia il loro lavoro copre 650 mila pensioni degli italiani. Bisogna dunque avere la forza e il coraggio di squarciare le retoriche di una narrazione che non corrisponde alla realtà perchè si tratta di una narrazione ideologica”. Viganò ha parlato anche del servizio pubblico. “La Rai, come servizio pubblico, deve promuovere la lingua italiana come luogo di incontro. Rivolgendosi agli studenti ha poi detto che i media sono finiti per la convergenza digitale. Se chiedete ai vostri padri, vi diranno che un tempo la tv era sistemata in un angolo. Oggi è dominante lo smartphone non si parla più in casa.

Il massimo rappresentante della comunicazione vaticana parla anche di identità europea. “L’altro per me è fonte di paura, dice Viganò, e quando la mia identità è precaria ho bisogno di regole. “L’accoglienza deve prescindere da ogni forma di inglobamento rispetto alla cultura. Bisogna avere la capacità di apprendere una identità plurima. Molti italiani negli anni 50 hanno lasciato l’Italia per emigrare; era il periodo del grande boom economico, in cui c’era la ricerca di un benessere maggiore”. E qui cita il viaggio del Papa negli Usa. Figlio di una famiglia di emigrati. Mentre prima si emigrava e non si rischiava la vita, questa migrazione è carica di ferite di morte. Questa povera gente che fugge dalla guerra, dalla fame è consapevole di morire in mare. Ma è solo la punta di un iceberg. Al centro ci deve essere la persona e non il dio denaro”.

La parola passa poi al rappresentante della comunità di Sant’Egidio che evidenzia alcuni passaggi dei discorsi all’estero del papa. Davide Camarrone ricorda l’enciclica della “Laudato si’” trovare nell’ecologia la chiave di interpretazione dei grandi fenomeni incluso quello migratorio. “Oggi dice la Sicilia, è al centro di un incontro fra culture differenti. Nel dna di questa isola c’è sempre stata la parola convivenza; fino a 400 anni si parlavano 7/8 lingue e vivevano in pace cristiani, musulmani ed ebrei”. Chissà se questa terra potrà mai ritornare alla luce di un tempo che fu.

 

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Di Ivan Scinardo

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