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Dal Noma di Richard Whately alla Laudato si del Papa

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Il Papa lo conosciamo tutti. Richard Whately no, a meno di essere esperti di Scienze economiche. I loro pensieri hanno punti in comune per lo meno interessanti se non drammaticamente attuali. Professore di economia dell’Università di Oxford, Whately è stato arcivescovo anglicano, ma anche logico e teologo. E doveva pure godere di buona salute, per avere vissuto, per ben 76 anni, quando nel suo tempo l’aspettativa di vita era di gran lunga inferiore.

Accade che nel 1829 egli introduce il principio del Noma (Non overlapping magisteria, “I magisteri che non si sovrappongono”): l’economia se vuole diventare una scienza rigorosa deve separarsi sia dall’etica, sia dalla politica, secondo una precisa divisione di compiti: la politica è il regno dei fini che la società intende perseguire; l’etica è il regno dei valori che devono guidare il comportamento umano; l’economia è il regno dei mezzi più efficaci per conseguire quei fini nel rispetto di quei valori. In quanto tale, l’economia non ha bisogno di intrattenere rapporti con le altre due sfere. Tutto il pensiero economico successivo – con qualche rara seppure notevole eccezione – ha accolto il principio del Noma. Tuttavia, a partire dall’avvento della globalizzazione (fine anni Settanta del secolo scorso) si realizza, gradualmente, un’inversione radicale di ruoli: l’economia diviene il regno dei fini e la politica il regno dei mezzi. L’economia, in altre parole, assume un valore assoluto e non più relativo al sostegno della politica e dei valori ad essa sottesi.

Si impiantano così tutte quelle azioni, da parte di chi sta nelle stanze dei bottoni, che portano, di fatto, allo scollamento dell’economia dalla persona, con le conseguenze, sul piano sociale, agli occhi di tutti.

La democrazia diventa, in questo modo, serva del mercato e non dello sviluppo condiviso delle persone e dei popoli. L’aveva capito il presidente della Bundesbank, Hans Tietmayer, quando nel 1996 scrive: «A volte ho l’impressione che la maggior parte dei politici non abbia ancora capito quanto essi siano già oggi sotto il controllo dei mercati finanziari e siano persino dominati da questi».

E’ una sorta di tilt celebrale di politici ed economisti, che utilizzano i mercati ad uso esclusivo del profitto, che, immancabilmente, va a vantaggio dell’oligopolio economico e finanziario.

E i  mercati – ce lo ricorda il prof. Zamagni –  non sono tutti eguali, perché sono il precipitato di progetti culturali e politici. C’è un mercato che riduce le diseguaglianze e uno che invece le fa lievitare. Il primo si chiama civile, perché dilata gli spazi della civitas mirando a includere virtualmente tutti; il secondo è il mercato incivile, perché tende a escludere e a rigenerare le “periferie esistenziali”.

Nella Laudato si vi è un’analisi rigorosa dei fenomeni descritti e una serie di proposte perché ci si possa affrancare da questa epoca, attraverso una visione semplice ed oggettiva della realtà e l’indicazione di soluzioni rivolte a chi ha titolo per agire. Impossibile esaurire in poche righe neanche le parole chiave della lettera del Pontefice. Cito solo alcuni passaggi, che, magari, possano servire da stimolo per una lettura attenta.

Papa Francesco invita a riconsiderare i fondamenti del modello di economia di mercato oggi in auge. È  un invito a uscire dalla “notte del pensiero” nella quale l’attuale passaggio d’epoca ci forza a rimanere.

Sottolinea anche che la politica deve tornare ad essere il regno dei fini e tra le tre sfere anzidette deve instaurarsi un rapporto cooperativo e di mutuo rispetto. Deve bensì esserci autonomia, ma non separazione tra di esse.

E auspica la trasformazione della finanza. La finanza è uno strumento con potenzialità formidabili per il corretto funzionamento dei sistemi economici. La buona finanza consente di aggregare risparmi per utilizzarli in modo efficiente e destinarli agli impieghi più redditizi; trasferisce nello spazio e nel tempo il valore delle attività; realizza meccanismi assicurativi che riducono l’esposizione ai rischi; consente l’incontro tra chi ha disponibilità economiche ma non idee produttive e chi, viceversa, ha idee produttive ma non disponibilità economiche. Senza questo incontro la creazione di valore economico di una comunità resterebbe allo stato potenziale. Al contrario gli effetti sarebbero evidenti sia sul piano economico e, con pari valenza, che sul piano della coesione sociale.

In questo solco trovano il loro habitat ideale  le iniziative di economia civile come, a titolo di  esempio, l’esperienza della Management Technologies, già citata in un precedente articolo, l’Economia di Comunione, associazioni di categoria come l’Aipec e  tutto il movimento imprenditoriale cooperativo legato al Terzo settore.

Sono esempi che non possono più essere considerati come fenomeni da ammirare ed applaudire ma come medicina al male economico e sociale che investe  e drammaticamente ogni Sud e ogni Nord della Terra.

Di Marco Milazzo – Per Hand in cap – Scinardo.it

ass.vita21enna@gmail.com

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