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Dare lavoro ai giovani e pagarli bene, per il futuro

“La sfida del lavoro per i giovani è la sfida del futuro stesso dell’impresa; dare lavoro e pagarli bene non è generosità, ma la condizione per far crescere l’impresa stessa e darle futuro. Se non c’è soddisfazione non c’è stabilità sociale e se non c’è stabilità sociale non ci sono neppure sviluppo e crescita”. Mi ha molto colpito la dichiarazione di Mauro Parolini, ex assessore allo sviluppo economico della Regione Lombardia, resa a una testata giornalistica locale. Due i grandi temi affrontati: la mancanza del lavoro e stipendi sottopagati. Gli economisti lo chiamano ascensore sociale; metaforicamente lo guardiamo scendere sempre più ai piani bassi, per la cristallizzazione di una società immobile. Rileggendo i dati Istat, viene davvero difficile credere agli auspici del politico lombardo. Il 68% dei giovani sotto i 34 anni di età – quasi nove milioni – vive ancora coi genitori. Tra loro, probabilmente, ci sono ancora quei sei milioni di ragazzi e ragazze – giovani blue collar, li chiama l’Istat – alle prese con contratti atipici e lavori sottopagati, che probabilmente, vivono sulle spalle dei quasi altrettanti pensionati d’argento – i retributivi, li chiamerebbe qualcuno – cui spesso tocca mantenere due famiglie. Di sicuro pure quel 24,3% dei giovani tra i 14 e i 29 anni – dieci punti sopra la media europea – che non studiano né lavorano. Un’emergenza, peraltro, che nel Mezzogiorno diventa da codice rosso. Il gruppo giovani blue-collar (i cosiddetti “colletti blu”) riunisce famiglie in cui nella stragrande maggioranza dei casi il principale percettore di reddito ha in media 45 anni è un operaio assunto a tempo indeterminato e possiede un diploma di scuola media o superiore. Nel gruppo rientrano 2,9 milioni di famiglie (l’11,3% di tutte quelle residenti in Italia), nel 35,6% dei casi costituite da coppie senza figli, per un totale di circa 6,2 milioni di individui (il 10,2% della popolazione). Ma c’è anche il gruppo delle famiglie degli operai in pensione è il più numeroso: comprende 5,8 milioni di famiglie (il 22,7% del totale) e oltre 10,5 milioni di individui. Nel 76,8% dei casi si tratta di nuclei costituiti da una persona o da coppie senza figli. La persona di riferimento ha in media 72 anni e possiede al massimo la licenza media. In oltre il 75% dei casi queste famiglie vivono in un’abitazione di proprietà. Anche in questo gruppo il rischio di povertà (16,4%) è inferiore alla media nazionale, mentre è piuttosto alto il rischio di esclusione sociale (26,9%). Esso è anche il primo per comportamenti a rischio per la salute: eccesso di peso, sedentarietà e consumo eccedentario di alcol.

 

 

 

 

Di Ivan Scinardo

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