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Giovani, rompete lo specchio, siate meno narcisisti!

Il Papa nei giorni scorsi ha incontrato a Roma la comunità cattolica Shalom. Numerosi i temi affrontati: la misericordia in un mondo di indifferenza, il ruolo dei giovani nella vita e nella missione della Chiesa, il narcisismo, la droga che affligge i ragazzi di tutto il mondo. All’evento c’erano moltissimi  giovani e soprattutto tanti genitori. Mi ha colpito in particolare la domanda che ha fatto Justin: Qual è il ruolo dei giovani nella vita e nella missione della Chiesa? Il Papa ha così risposto: “Una delle caratteristiche della gioventù è la gioia. La gioia è contraria alla tristezza. Un giovane triste è colui che vive solo per se stesso”. Francesco si riferiva al narcisismo. “La tristezza – continua il Papa – è quella di contemplare se stessi e ignorare gli altri. Il narcisismo ti provoca tristezza, perché ti preoccupi di comporre ogni giorno la tua anima, apparendo meglio di te, guardandoti solo per vedere se hai una bellezza migliore degli altri. È la malattia dello specchio. Giovani: rompete lo specchio, non guardate allo specchio, perché lo specchio inganna! Guardate fuori, guardate gli altri”. Le parole del pontefice mi hanno spinto a fare alcune ricerche sul narcisismo, rispetto alle quali emerge nella persona un senso di inadeguatezza, di vuoto e di solitudine. Caratteristica peculiare del narcisista è la mancanza di empatia. Gli studi recenti hanno utilizzato due questionari: il “Narcissistic Personality Inventory (NPI)” per misurare i livelli di narcisismo e l’“Interpersonal Reactivity Index” per stimare il livello di empatia di una persona. E’ emerso che circa il 70% dei giovani risulta possedere un indice elevato di narcisismo e uno basso di empatia. Fino ad alcuni decenni fa, questa percentuale era notevolmente più bassa. Lo psicologo Peter Gray del Boston College che si è occupato di tale ricerca ha sottolineato che l’area maggiormente compromessa nel narcisismo è quella delle relazioni interpersonali in quanto “impedisce di rapportarsi con gli altri e di stringere delle relazioni profonde ed emotivamente stabili”. Lo stesso Gray considera responsabili i genitori di questi ragazzi tesi soprattutto a sottolineare quanto i loro figli siano speciali e “superiori” rispetto agli altri. Chiaramente, riconoscere le doti dei propri figli non comporta di per sé grossi danni. Ciò che può diventare deleterio avviene quando questi complimenti servono per colmare una mancanza di intimità nel legame tra genitori e figli. In questi casi, infatti, i complimenti servono a colmare una distanza emotiva alle volte molto profonda. Un giovane che non riesce ad essere empatico è stato un bambino a cui, a sua volta, non sono stati visti né riconosciuti i propri bisogni fondamentali. Non rimane che chiudere con una considerazione di Carl Rogers, tra i primi psicologi ad interessarsi di empatia: “una comprensione profonda è il dono più prezioso che uno possa fare ad un altro”.

Di Ivan Scinardo

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