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Il “Tronchetto – Salemme” in scena Al Massimo con “Sogni e bisogni”

dominante lo manda l’organo maschile di un uomo, Rocco Pellecchia, una vita mediocre da impiegato delle manifattura tabacchi, in un giorno di agosto preso dai conti delle bollette della luce e del gas. Il “Tronchetto della felicità”, alias il “pene” è protagonista della scena nei panni di uno strepitoso Vincenzo Salemme che con questa commedia brillante tratta l’argomento della virilità maschile con grande leggerezza. Pubblico divertito con un crescendo di esilaranti battute scritte in realtà nel 1995, per Giobbe Covatta e Francesco Paolantoni; la stesura originale si chiamava “Il signor colpo   Il segnale di genio”, ma già dieci anni prima Salemme scrisse per la prima volta un atto unico ispirato al ritrovamento di un gattino, nel quartiere Gianicolo a Roma. Lui e la moglie Valeria lo chiamarono Fortunato ma in realtà non lo fu, perché a causa dei suoi “schizzi” fu operato ai testicoli. Nacque così questa esilarante commedia dove il “Tronchetto della felicità” si autodefinisce così Salemme, fa esprimere a Rocco Pellecchia tre desideri: il primo quello di diventare gatto, il secondo un’avventura erotica con la signora del piano di sopra, il terzo vivere tranquillo con la propria famiglia. Nella suggestione/illusione Rocco diventa gatto e gli tagliano i testicoli, (entrano in scena due uomini dentro enormi sacchi di iuta); non può fare sesso con la signora perché non essendoci i testicoli il “tronchetto” cade, e quindi non può farsi una famiglia perché i figli non sono suoi. Il “membro” decide quindi di staccarsi dal corpo di Rocco perché stanco della sua vita squallida, fatta di gesti e azioni insignificanti vuoti di piacere. C’è anche un monologo sulla donna (oggi è la giornata mondiale contro la violenza). Il tronchetto rimprovera al suo proprietario di non essere mai stato gentile, di non averla mai amata, di non essersi lavato tutti i giorni e di indossare mutande dozzinali comprate a buon mercato. Salemme ha la grande capacità di solleticare l’immaginazione quando Rocco tradisce “il tronchetto” e decide di andare con il suo “fegato”, un organo dispotico e dittatore che decide lui cosa mangiare. Ma con il fegato non può fare la pipì e allora ritorna l’amore iniziale. Nel finale scende un velo bianco sul palco e isola l’attore dal resto della scenografia. Sul palco Nicola Acunzo, Domenico Aria, Andrea Di Maria, Antonio Guerriero e Biancamaria Lelli. Salemme è solo con il pubblico, fa un monologo sulla figura del padre che chiede scusa a un figlio distratto dalla tecnologia per i tanti errori commessi. Ognuno si rivede nella descrizione e il ringraziamento finale va alle centinaia di abbonati del teatro Al Massimo diretto da Aldo Morgante, per essere usciti da casa, stare insieme, vincendo così la paura, nonostante i fatti di Parigi. 11045494_10207125041358508_5196291897228096559_n12311194_10207125041398509_6167942689644141998_n12308443_10207125041438510_7102432293974993220_n

Di Ivan Scinardo

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