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Ingiustizia sociale

Sono i giovani i grandi sconfitti della crisi. E’ quanto si può leggere nel rapporto della Fondazione Bertelsmann Stiftung di Bruxelles che ogni hanno pubblica il “Social justice index”. Sarebe davvero bello potere annunciare notizie diverse dalle colonne di questa rubrica, eppure  a scorrere le posizioni della classifica per nazioni non c’è da stare molto allegri: l’Italia si trova in 25esima posizione tra i 28 stati Ue, in coda assieme agli altri paesi del sud Europa. Non a caso i più colpiti dalla recessione economica. E quelli che fanno più difficoltà a recuperare le posizioni perdute. All’interno dell’Unione europea ci sono 26 milioni di ragazzi e giovani a rischio povertà o esclusione sociale. Di questi, il 27,9 per cento sono minorenni. Non si tratta solo di mancanza di risorse economiche. A peggiorare la situazione c’è la mancanza di una prospettiva per il futuro, che porta molti ragazzi alla rassegnazione: ci sono 5,4 milioni di giovani che non lavorano nè si stanno formando o studiando. Ce ene siamo occupati diverse volte; è la generazione “Neet”, acronimo che sta per  “Not (engaged) in Education, Employment or Training”. Le conclusioni di questa analisi portano ad affermare che i giovani sono i grandi perdenti della crisi europea economica e del debito. Ecco i numeri: tra i giovani “Neet” italiani, il 40% ha abbandonato la scuola prima del diploma secondario superiore, il 49,87% si è fermato dopo il diploma e il 10,13% ha un titolo di studi universitario. La percentuale di “Neet” è più elevata tra le femmine (27,99%) che tra i maschi. Peggio di noi solo la Spagna. L’ingiustizia sociale colpisce solo da una parte, dimostrando una volta di più come l’Unione Europea sia per lo più un paese per vecchi, o, per lo meno, ci sono nazioni che non si possono di certo definire paesi dove ai giovani conviene crescere. Dal 2007, si legge nello studio Bertelsmann Stiftung, in Spagna, Grecia, Italia e Portogallo il numero dei giovani a rischio povertà ed esclusione sociale è aumentato di 1,2 milioni.  La riduzione delle rendite e delle pensioni di anzianità è stata meno marcata di quella subita dai redditi della popolazione più giovane o non si è verificata affatto. Tradotto: la politica ha garantito che il potere di acquisto delle pensioni potesse reggere nonostante la recessione, sacrificando i giovani che sono rimasti con minori tutele sociali. Nonostante l’introduzione del Jobs Act il rapporto sottolinea come ci siano ancora carenze “ancora gravi” del mercato del lavoro.  Per i giovani italiani la situazione si presenta particolarmente drammatica: dal 2008 al 2014 la disoccupazione giovanile è infatti più che raddoppiata. Ci si chiede, da genitori,  quale futuro per i nostri figli?

Di Ivan Scinardo

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