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Insegnare=educare!

La rubrica dei lettori che viene ospitata nei maggiori quotidiani a volta si rivela più interessante di una serie di articoli banali dove spesso il giornalista perde di vista la cronaca dei fatti e si lascia andare a opinioni e commenti personali. Il tema della scuola si sa è al centro di numerosi dibattiti, ne parla tantissimo il presidente del consiglio, vuoi perché ha la moglie è nelle fila dei precari della scuola vuoi perché si è capito che la più importante centrale educativa deve mettersi al passo con i tempi. Se i propositi del governo sono buoni appaiono invece deludenti quelli degli insegnanti e degli alunni che si preparano come vuole la tradizione ad un autunno caldo fatto di scioperi e di proteste. Nella scuola di mio figlio hanno iniziato a fare le assemblee, per affrontare i soliti atavici problemi strutturali (edifici fatiscenti) e di organici degli inseganti. Ma tornando alla rubrica dei lettori, leggendo Repubblica mi ha colpito la lettera di Maurizio Muraglia. Lui sicuramente è un insegnante, conclude la sua nota con la frase: “Nessuno può più appellarsi al rispetto sociale per una professione, la stima bisogna guadagnarsela con l’impegno quotidiano in cattedra”. Cita Recalcati dal suo “L’ora di lezione”, edito Einaudi: «Quando un insegnante entra in aula, deve ogni volta guadagnare il silenzio che onora la sua parola, non potendosi più appoggiare sulla forza della tradizione — che nel frattempo si è sbriciolata — ma facendo appello alla sola forza dei suoi atti». Secondo il lettore è saltato l’antico patto tra genitori e insegnanti, ovvero tra società e scuola, per il quale il solo fatto di stare in cattedra equivaleva a potersi garantire il rispetto assoluto degli studenti. Ma perché è saltato questo patto? E’ vero, è saltato perché la vita sociale è andata imbarbarendosi. E’ vero, è saltato perché la maleducazione cresce, perché le famiglie non sono più quelle di una volta. E tutto questo avrebbe investito la povera scuola. Nessuno oggi può pensare di andare in classe e per il solo fatto di chiamarsi prof garantirsi silenzio, attenzione e rispetto. Nessun avvocato, architetto, medico o sacerdote potrebbe pensare di garantirsi la stima e il prestigio sociale a prescindere dalla sua competenza. Ci sono due elementi che contraddistinguono l’insegnante perfetto: la preparazione professionale e il rispetto profondo per gli studenti in ogni momento della vita scolastica. L’insegnante deve anche correre il rischio di essere impopolare per il rigore e la schiena dritta che dimostra ai suoi alunni. Anche questo significa educare. Quindi ci sono i bulli fra gli studenti ma anche fra gli insegnanti. Quelli cioè che devono imporsi a tutti i costi e che pretendono una platea – pubblico supina, incapace di ribellarsi o di aprire una dialettica assertiva e costruttiva. Molti insegnanti continuano a lavorare e soprattutto a valutare in modo autoreferenziale e in non pochi casi manifestano insofferenza verso studenti e genitori quando fanno troppe domande. Forse bisognerebbe ripartire dall’ascolto e magari scendere dalla pedana della cattedra per rendersi conto che c’è un mondo che vuole solo imparare davvero.

 

Di Ivan Scinardo

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