Home / Editoriali / La paura di diventare poveri

La paura di diventare poveri

C’è una vulnerabilità diffusa nell’immaginario degli italiani e dei siciliani in particolare; il 60% della popolazione ritiene che possa capitare a chiunque di finire in povertà, quota che sale al 67% tra gli operai e al 64% tra i 45-64enni.  E’ quanto emerge dal 48esimo rapporto del Censis sulla situazione del Paese. Pensando al futuro, il 29,2% degli italiani è inquieto perché ha un retroterra fragile, il 29% in ansia perché non ha una rete di copertura, il 24% dice di non avere le idee chiare perché tutto è molto incerto e solo poco più del 17% dichiara di sentirsi abbastanza sicuro e con le spalle coperte. La parola d’ordine è: tenere i soldi vicini per ogni evenienza. Secondo le stime del Censis, inoltre, 6,5 milioni di persone negli ultimi 12 mesi, per la prima volta nella loro vita, hanno dovuto integrare il reddito familiare mensile con risparmi, prestiti, anticipi di conto corrente o in altro modo, magari per affrontare una spesa imprevista. Ci sono 8 milioni di italiani «inutilizzati»: tre milioni sono i disoccupati, 1 milione e ottocentomila gli «inattivi» perché scoraggiati dalle infinite ricerche, e altri tre milioni i cittadini che vorrebbero lavorare se solo si presentasse l’opportunità. E’ quasi superfluo ricordare che più della metà di questo insieme è costituito da giovani (50,9%) sotto i 34 anni.  E poi c’è il capitolo dei «meno». In un paese che arranca c’è meno fiducia nell’istruzione come investimento: tra il 2008 e il ’13 gli iscritti all’università sono diminuiti del 7,2% e le immatricolazione del 13,6%. Meno figli: minimo storico lo scorso anno 514 mila, 62 mila in meno di 5 anni fa. Meno investimenti: 23% in meno in 5 anni. Meno imprese: 47 mila in 5 anni. E meno cibo per tutti: i consumi alimentari sono crollati del 12,9%. Fin qui la spietata analisi del rapporto Censis che non lascia spazi e margini di commento, i dati si spiegano da soli. Provando però a sottolineare alcuni frammenti di questa indagine, ne esce fuori un quadro apocalittico e ci si chiede davvero con quale stato d’animo ci si può affacciare all’anno che sta per arrivare? C’è una parola bellissima nel gergo aziendale “Risorse umane”, il lavoratore visto come una risorsa e non come un individuo che ha un costo per l’azienda, quasi a fondo perduto. Eppure un esercito di giovani laureati ormai da parecchi anni è sempre lì in attesa di un colloquio o di una selezione per potere dimostrare di essere una risorsa e non un peso. Un’attesa infinita, una telefonata che non arriverà mai e una mail con sempre la stessa odiosissima frase “le faremo sapere”. Ma allora questa generazione x deve continuare a mantenersi con la pensione dei familiari, come hanno abilmente raccontato sarcasticamente Ficarra e Picone con il film “Andiamo a quel paese” ? Difficile rispondere, viene da aggiungere: meno male che rimangono questi soldi, pochi, maledetti e subito!

 

 

Di Ivan Scinardo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *