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Il pensiero unico nel giornalismo

La libera professione del giornalista è dominata da una forza al contempo sconosciuta e familiare: il pensiero unico del giornalismo. E’ un dittatore implacabile che cresce nel chiuso di grandi e piccole redazioni. Prospera in quei luoghi dove si stabilisce “cosa interessa alla gente”: là, dove si ignora quanto, su quelle certezze, pesino mode, interessi pubblicitari, pigrizia, suggerimenti politici. Negli anni, il pensiero unico del giornalismo evolve e si modifica, per esercitare un ruolo in fondo subalterno: essere il custode dei “dogmi” che via via prevalgono nel mondo moderno. Esempi: il dogma del consumo fine a se stesso e incessante (anche delle notizie, le quali devono essere una gran massa che scorre continua e veloce, senza che il giornalista debba più preoccuparsi di fare ordine). Il mercato che si autoregola. La politica in cui destra e sinistra non devono distinguersi (altrimenti toccherebbe scendere nel dettaglio dei valori). La sicurezza che va perseguita sempre, previa un’accurata selezione. Il pensiero unico del giornalismo ha cura di mostrare la saggezza di un adulto che sa stare sempre al passo coi tempi. Per questo si preoccupa molto di capire i giovani. Così facendo genera qualcosa di più raffinato del semplice conformismo. Come tutti i grandi pensieri, esso opera secondo alcuni canoni. Il canone estetico, per il quale si è considerati in base a come e in che contesto si appare. Il canone di potere: si vale per quanto si comanda, o almeno per quanto (e quanti) si rappresenta. Il canone di stima sociale (più o meno meritata): nell’informazione si conta finché è attivo il corto circuito della visibilità, del rimbalzo delle citazioni dentro circoli ben definiti. E infine il canone di relazione, per cui sei tanto più apprezzato quanto più conosci persone (valutate secondo i tre canoni precedenti). Sono usati quasi sempre in simultanea e appaiono più evidenti quando si tratta di individui che, in base a quei canoni, entrano con prepotenza, o entrano male, o non entrano affatto nel flusso di ciò che si considera “notiziabile”. Da queste provocazioni, il quattordicesimo seminario di Capodarco muove per svelare i veri tratti di questo sfuggente dittatore del pensiero. E per verificare la praticabilità della sfida più urgente: quella di tornare a pensare.

Di Ivan Scinardo

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