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Precari per professione

Ci sarebbero (il condizionale è d’obbligo) buone notizie sul fronte del lavoro: la nuova legge di stabilità prevede l’azzeramento triennale dei contributi per i neoassunti a tempo indeterminato; vale solo per le assunzioni effettuate tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2015. L’esonero è previsto per un limite massimo di 6.200 euro su base annua. I neoassunti non devono aver lavorato a tempo indeterminato nei sei mesi precedenti presso qualsiasi datore di lavoro. Questa importante novità potrebbe riguardare migliaia di giovani siciliani ormai scettici e delusi da promesse di lavoro che li hanno resi sempre più precari. A conclusione della “Leopolda”, Matteo Renzi, presidente del Consiglio, ha detto chiaramente che le politiche sociali devono mirare alla tutela del contratto a tempo indeterminato, ma non a quelle del posto fisso, che è stato superato non dalle politiche ma dalle rivoluzioni tecnologiche avvenute nel mondo reale. I dati fino adesso però vanno in controtendenza; dimostrano che, posto fisso o no, la situazione è ancora più drammatica di quanto la discussione sul Jobs Act, incentrata negli ultimi giorni sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, lasci trasparire. I dati arrivano impietosi e non lasciano margini di commento; li pubblica la Stampa: su 100 nuovi contratti di lavoro che vengono attivati, appena 15,2 sono a tempo indeterminato, ovvero appena uno su sei. Tutto il resto è precario, flessibile, a termine”, scrive il quotidiano torinese. Quasi il 70% dei contratti firmati sono a tempo determinato, intendendo con questa dicitura “la sommatoria di contratti di formazione, interinali, intermittenti e contratti di agenzia”. Il restante 15% se lo dividono i contratti di collaborazione, l’apprendistato, e la vasta selva di altre tipologie, sempre precarie e non certo tutelate. Per i giovani il lavoro più comune è il bracciante agricolo o il cameriere. Non mancano i contratti “che durano appena un giorno”, e parliamo di 403mila posti di lavoro nel solo secondo trimestre 2014. Insomma, altro che posto fisso. Secondo la London School of Economics, se non si aggiorna, il 56% dei lavoratori italiani è destinato a scomparire entro 20 anni. Il 51% dei giovani è pronto ad espatriare o almeno (64%) a cambiare città. E il futuro è ancora più fosco, se è vero che per l’indagine “Career Cast” spariranno le figure professionali dei taglialegna, i tornitori, i giornalisti, i tipografi e le hostess. I dati per il 2014 sono sorprendenti: ad occupare le prime posizioni sono tutti lavori legati ai numeri. C’è il matematico, lo studioso di statistica e una ‘misteriosa’ figura, “l’attuario”, colui che fa indagini campionarie e riesce a fare previsioni. A non riuscire a mantenere il giusto equilibrio tra retribuzione e stress sono, invece, i giornalisti, che continuano a precipitare sempre più in basso nella classifica.

 

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Di Ivan Scinardo

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