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Quale futuro dopo la laurea

Chissà quante volte i giovani universitari frequentando i diversi corsi di studi si sono ripetuti questa frase. E chissà quante volte avranno chiesto ai loro docenti un orientamento concreto per trovare subitolavoro. L’incubo disoccupazione assilla la generazione dei 20 – trentenni che non riescono a vedere prospettive di crescita e di occupazione. L’Italia si riconferma  uno dei paesi che non riesce a stare in linea con l’Europa e il suo tasso di occupazione. Colpisce anche il dato secondo il quale l’incidenza delle assunzioni con contratto a tempo indeterminato è solo del 19%. Se si parla di giovani laureati che riescono a trovare lavoro dopo la laurea, la situazione è ancora più sconfortante; basti pensare che in tutto il territorio nazionale solo il 5% dei laureati riesce a trovare lavoro contro una media dell’80,5% dell’Unione Europea. Una parabola discendente che si riverbera sulle iscrizioni all’università. Solo il 30% dei giovani appena diplomati si iscrive ad un corso di laurea e solo 3 ragazzi su 10 lo fanno nei tempi previsti, vale a dire appena conseguito il diploma. Questo dato è la diretta conseguenza del calo dell’occupazione, che preoccupa i giovani studenti e scatena una reazione di rifiuto allo studio. In realtà un numero sempre più alto di aziende richiedono, tra i vari requisiti per un’assunzione, il possesso di una laurea. Entrando nello specifico della richiesta, la maggior parte delle volte il titolo di studio richiesto non è la laurea triennale ma la laurea specialistica. Quest’ultima garantisce l’acquisizione di competenze più specifiche e di conoscenze più approfondite rispetto alla triennale. Recentemente ho letto le ultime dichiarazioni del governatore della Federal Reserve, ossia la banca centrale degli Stati Uniti. Il termometro dell’economia mondiale fa registrare temperature da febbre da cavallo; spesso si è rischiato il  tracollo delle borse mondiali. L’Italia, da sempre fanalino di coda in tutte le classifiche, registra un calo dopo l’altro. Le banche vanno in affanno, i rubinetti del credito si chiudono, le aziende faticano a ripagare i debiti e il popolo dei consumatori, presagendo una nuova crisi, inizia a tagliare i consumi. Scenari davvero inquietanti alla luce  del vergognoso risultato della settimana scorsa relativo al referendum sulle trivelle. In un solo giorno lo stato ha bruciato 330 milioni di euro. Tanto è costata la macchina elettorale per tenere i seggi aperti in una calda domenica di metà aprile con presidenti, scrutatori e forze dell’ordine a presidiare scatoloni inutili, contenenti schede da barrare Si o No  che comunque hanno dato un risultato plebiscitario nullo.  Ma con oltre 600 miliardi di vecchie lire quanti disoccupati si sarebbero potuti impiegare un tempo?

Di Vincenzo Aronica

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