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Quel debito speciale! Ascoltiamo di più

“Abbiamo un debito speciale con voi giovani: dobbiamo stare con voi, ascoltarvi, condividere con voi riflessioni e impegno di vita, autenticamente umana ed esemplarmente cristiana… noi adulti dobbiamo essere validi e credibili punti di riferimento per voi ragazzi nell’onestà personale e familiare, nel fedele compimento del nostro dovere, nell’impegno a favore del bene comune nella Chiesa e nella società”. A questo monito, pronunciato dall’arcivescovo di Catania, monsignor Salvatore Gristina, nel suo messaggio alla città, in occasione della festa della patrona di Catania Sant’Agata, citando uno dei punti del comunicato finale dell’ultima sessione della Conferenza episcopale siciliana, nessun adulto e genitore può sottrarsi. Mi hanno molto colpito queste parole soprattutto perché a volte mi interrogo sul ruolo di padre che, distratto dalla quotidianità, non ascolta e non condivide il malessere dei propri figli.  Una inquietudine generazionale legata soprattutto alla mancanza di prospettive lavorative e di scelte difficili. E quando il presule si riferisce ai giovani come ricchezza di un paese e di una comunità, non si può non essere d’accordo con lui nel non accettare che siano costretti ad andare altrove. “È questa una priorità, ha detto Gristina, che dal punto di vista educativo e formativo, dal punto di vista sociale e da quello ecclesiale deve stare a cuore a tutti, ciascuno per le proprie competenze, ma tutti uniti in un impegno corale”. E se da un lato è stato annunciato un convegno-incontro con e per i giovani a Catania nel contesto del Sinodo dei vescovi a Roma, dall’altro gli adulti, i genitori, hanno l’obbligo di attivarsi subito nell’ascolto e nell’ assertività nei confronti dei figli per evitare il disorientamento e il nichilismo. Nel trattare l’argomento dell’ascolto, mi è venuta in mente la storia di un medico, raccontata dalla testata Huffington post, quando, entrato nel suo studio ad attenderlo c’erano un padre e il figlio di due anni entrambi con gli occhi incollati allo schermo dei loro smartphone. Il medico chiese quale fosse il motivo della loro visita e il bambino indicò le sue orecchie: aveva male. Erano rosse e infiammate. “Indovina un pò?”, disse il medico al piccolo paziente. “Hai male perché hai un’infezione alle orecchie, ma non ti preoccupare, con le medicine passerà tutto”. Il bambino lo guardò, tirò fuori nuovamente il telefonino e tenendo premuto lo schermo, pronunciò: “Siri, cos’è infezione alle orecchie?”. Non lo chiese a suo padre, che gli stava accanto, ma allo smartphone. Ecco gli scenari che mi inquietano di più!

 

Di Ivan Scinardo

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