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Riflessioni sull’Unità d’Italia

Il nostro tricolore, nei giorni in cui imperversano i festeggiamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia, non sempre è quella bellissima bandiera accompagnata come da un carillon dall’inno di Mameli. Che bella parola “Unità d’Italia” ma quanta ipocrisia nel sentirci tutti fratelli, tuffandoci in parate e feste. Spesso questo drappo dai colori dell’arcobaleno viene coperto da teli neri ogni volta che si celebrano i funerali di stato per i tanti militari italiani uccisi all’estero. Dolore e rabbia spesso si mescolano ai festeggiamenti, mentre la rivoluzione in Libia e più in generale il clima di rovente tensione in Nord Africa fanno temere ancora parecchi sbarchi, attraverso quella, che viene definita, la porta d’Europa, Lampedusa. Ma quante divisioni ci sono ancora in questo paese? Divisioni che offendono l’onore delle vittime e che poco hanno a che fare con i principi e i valori di una patria unita che celebriamo in pompa magna il 17 marzo. Perché il traguardo dei 150 anni di una Nazione che si definisce adulta e democratica non può consumarsi solo in un giorno di riposo sottratto lavorativo, né consumarsi in raduni militari dove il folklore è più evidente della storia che quelle divise hanno incarnato nei momenti più bui di questo secolo e mezzo. Se siamo uniti e rispettati nella nostra indipendenza forse è merito di generazioni di giovani che si sono offerti al sacrificio. In misura minore ma non meno preoccupante il nostro pensiero va a quei tanti giovani che ancora oggi lasciano la famiglia per andare all’estero a studiare o a lavorare. E questa la chiamiamo Italia Unità? Proviamo a leggere insieme i dati delle dichiarazioni dei redditi del 2010, relative ai redditi 2009, diffuse nei giorni scorsi dal Dipartimento delle Finanze. Sono diminuiti del 10% nel 2010 i contribuenti di età compresa tra 15 e 24 anni, circa 200 mila giovani che non denunciano di più un reddito al fisco. I contribuenti minori di 25 anni, una fascia particolarmente debole sul mercato del lavoro, con un tasso di disoccupazione che ha raggiunto il 29,4%, sono passati dalle 2.004.624 unità delle dichiarazioni 2009 alle 1.802.860 del 2010. Il calo degli under 25 incide in maniera considerevole sul totale dei contribuenti, che è passato dai 41.802.902 del 2009 ai 41.523.054 (per il 52,68% uomini e per il 47,32% donne) del 2010. Insomma: dei circa 280.000 italiani che non denunciano più un reddito, ben 201.000 hanno meno di 25 anni. Al tempo stesso sono leggermente aumentati (+0,7%) i contribuenti più anziani, con più di 64 anni di età, fino a raggiungere il 30,07% del totale, una conseguenza anche del progressivo invecchiamento della popolazione. E allora i dati si commentano da soli. Probabilmente saranno più gli anziani a sentire forte il bisogno di unità ma ai giovani cerchiamo di non fare dimenticare la memoria storica tenendo vivo il ricordo del sacrificio.

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Di Ivan Scinardo

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