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Stagnazione permanente

“In un mondo che cresce con tecnologie sempre più tali da risparmiare lavoro, con sempre più automazione nell’elettronica e nell’informatica, il rischio è che la ripresa non si possa più sostenere e si finisca in un mondo in cui i salari sono bassi, i redditi della gente – soprattutto la grande massa delle persone che hanno un lavoro dipendente non di alta qualificazione – sono bassi, non si spende più e alla fine la ripresa muore”. E’ in queste cinque righe il pensiero di molti economisti che parlano appunto di “stagnazione permanente”. Il problema è che, con le tecnologie moderne, si può immaginare che si possa crescere risparmiando continuamente lavoro e questo richiede un’attenzione molto particolare. Nei giorni scorsi ho ascoltato alla radio vaticana una intervista al professor Franco Bruni, docente di Politica monetaria all’Università Bocconi; alla domanda: “cosa fare di fronte alla crescita della disoccupazione? Ha risposto: “innanzitutto, bisogna collocare la gente nel posto giusto: c’è molta disoccupazione anche perché in molti Paesi c’è rigidità nel mercato del lavoro; quindi, bisogna fare in modo che la gente abbandoni i lavori non produttivi e sia assorbita in settori più produttivi. Questo vuol dire spendere molti soldi per mantenere i disoccupati in modo utile, indirizzandoli e formandoli. Ciò richiede una grandissima quantità di risorse che devono essere tolte da altre parti. Dobbiamo rinunciare ad altre cose per poter ricollocare molta della mano d’opera – sia a livello nazionale, che internazionale – in occupazioni che abbiano un futuro migliore. In secondo luogo, bisogna puntare sui settori in cui il lavoro è più prezioso, più utile, ad alta intensità di lavoro – come i servizi – evitando di concentrare tutto lo sviluppo in quei settori – come certi comparti dell’industria più avanzata – dove ormai con la robotica, con l’elettronica e le tecnologie moderne l’assorbimento di lavoro è molto basso”. L’intervista all’economista scaturisce dagli ultimi allarmanti dati forniti dal direttore generale del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde che ricorda che sono quasi 20 milioni i disoccupati nel Vecchio Continente. Quasi un quarto dei giovani europei under-25 non riesce a trovare un lavoro. Ma guardando, in particolare, ai vari Paesi si scopre che in Italia e Portogallo i giovani disoccupati sono più di un terzo e che in Spagna e Grecia sono più della metà. L’Europa in particolare ha lanciato programmi per la disoccupazione giovanile che sono sulla carta e sono discussi concretamente con i singoli Paesi; sono disponibili anche fondi europei per mettere in azione politiche che aiutino a combattere la disoccupazione giovanile. “Quindi, la consapevolezza c’è, le idee anche, ha commentato il docente della Bocconi; si tratta di avere la forza politica per realizzarle e questo spesso è più difficile perché, purtroppo, all’interno dei nostri Paesi siamo divisi e non abbiamo la forza di fare grossi passi, politicamente difficili, che servano a fare riforme incisive”.

 

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Di Ivan Scinardo

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