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Il tatuaggio come feticcio rassicurante

Tempo fa lessi un articolo di Pierluigi Panza, dal titolo: Il potere rassicurante del feticcio. Mi colpì molto la chiusura del pezzo, che cito testualmente: Viviamo in una totale bulimia esistenziale, dove si rifiuta il cibo quotidiano e si ingurgitano vitelli (i feticci) che ci appaiono rassicuranti. L’autore partiva dalla recensione di un libro uscito negli Stati Uniti della psicoanalista Louise J. Kaplan dal titolo Falsi idoli. In questa rubrica ci siamo spesso occupati di disagio giovanile e abbiamo sempre cercato una strada che possa dare spiragli di luce alle tante famiglie che ci leggono. Per la Kaplan oggi viviamo in una società feticista nella quale ogni individuo tende ad ancorarsi a oggetti e fenomeni ai quali attribuisce poteri rassicuranti. Si sta diffondendo fra gli adolescenti e i giovanissimi la pratica del tatuaggio. Per molti è una moda ma secondo la psicoanalista newyorkese il tatuaggio è per il giovane che deve entrare in società, pur avendone timore, un feticcio difensivo. In poche parole bucarsi la pelle, (il piercing) e farsi un tatuaggio, rappresentano una sorta di biglietto da visita per i giovani che vogliono evitare un brusco ingresso nella società. Sovraccarichi di valore simbolico sono anche le ultime versioni della Playstation o dell’iPpod, messi in commercio a costi altissimi rispetto al valore di produzione. Anche questi possono considerarsi feticci. Il feticcio, per molti psicoanalisti, è un simbolo vero e proprio, il rappresentante cioè di un oggetto interno. Diventando parte integrante della propria identità personale, il tatuaggio porta fuori qualcosa di noi che in genere viene tenuto nascosto o non espresso. Occorre ricordare che nelle società primitive il tatuaggio permetteva di distinguere i vari gruppi sociali e per certi aspetti aveva anche una funzione terapeutica e curativa. Quanta curiosità c’è in chi osserva un tatuaggio e molto spesso è portato a chiedere a chi lo porta il suo significato? Chi decide di rendere visibile una figura sul corpo, vuole sicuramente trasmettere un messaggio a differenza di chi vuole nasconderla e mostrarla solo a chi vuole. Dietro i disegni indelebili di questa tecnica si cela insomma il bisogno di uscire fuori dall’omologazione della propria immagine, così come viene dettata da moda e mass media. Concludiamo con un suggerimento ai genitori: se vostro figlio o vostra figlia vi chiedono di fare il tatuaggio, non rispondente subito di no; provate a chiedere la motivazione e soprattutto fatevi raccontare l’immagine che vogliono scolpire sulla loro pelle. Probabilmente vi trasmetteranno una serie di messaggi, apparentemente incomprensibili, ma che comunque hanno una spiegazione di natura psicologica.

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Di Ivan Scinardo

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