Connect with us

Cinema

A House of Dynamite

Published

on

Viviamo in un’epoca di grandi crisi mondiali, tanto sociali quanto geopolitiche. Le stabilità di un tempo – sempre che siano state reali – adesso si muovono tra animi sempre più distorti, e le legittime rivendicazioni della società civile contro le atrocità del mondo rendono ancora più lampante la spaccatura tra politica e realtà. Non può che essere quindi rinfrescante ritrovare una cineasta come Kathryn Bigelow, tra i volti più politici e forse per questo sottovalutati del cinema americano, oltre che prima donna a vincere l’Oscar per la miglior regia con quel ritratto crudo e inquietante della guerra che era The Hurt Locker (2010).

Kathryn Bigelow

Otto anni dopo l’ultimo film, Detroit del 2017, la Bigelow ha calcato il palco dell’appena passata Mostra del Cinema di Venezia con A House of Dynamite, un’opera mai come ora attuale, ma che si muove intelligentemente nel suo raccontare una storia spaventosamente vicina e verosimile senza sporcare la sua narrazione di dettami politici. E lo fa in una delle maniere più semplici eppure antitetiche possibili: raccontare attraverso tre punti di vista differenti le procedure di reazione degli Stati Uniti ad un imminente (e presunto) attacco missilistico, che in 20 minuti colpirà il suolo americano.

Scenari di guerra

Normalmente un incipit come questo sarebbe una gallina dalle uova d’oro per il cinema più becero e propagandistico che solo gli USA sanno fare, ma ci troviamo davanti alla Bigelow, che non è una regista sprovveduta né tantomeno piena di simpatie per gli americani, e quindi imbastisce una pellicola dal realismo strabiliante, colma di procedure, protocolli, acronimi, il tutto svolto all’interno dei complessi apparati istituzionali atti a rispondere a situazioni del genere. Perché è bene ricordare che, per quanto ci piace pensare che i peggiori scenari siano soltanto nella nostra fantasia, le nazioni sono estremamente preparate per momenti del genere.

E non stiamo parlando di fantapolitica o distopia in stile Fallout, perché le informazioni geopolitiche che ci vengono date qua e là sono più che verosimili, anzi, stupisce come tutto questo accada, almeno nelle fasi iniziali, nell’indifferenza generale, un fulmine a ciel sereno che cala nella normalità del quotidiano e che col passare dei minuti si fa sempre più spazio nelle persone. Ma i primi stessi a gestire con stupore un momento del genere sono gli apparati stessi, dimostrandoci che anche le più avanguardistiche misure di difesa possono fare relativamente poco nei confronti dell’emotività umana.

Effetti speciali

Anche i più esperti membri di questi apparati non possono che farsi prendere dalle emozioni in un momento così catartico e rapidamente in discesa, e ciò viene fatto con un’attenta direzione registica che si rifà molto a quella della serie televisiva capolavoro Succession: camera quasi sempre a mano, movimenti nervosi con un taglio quasi documentaristico, da reporter d’assalto, e soprattutto un uso continuo di claustrofobici crash zooms, che marcano stretti i protagonisti per mostrarli nella loro vulnerabilità, che attenzione non è sintomo di incompetenza, ma di umana reazione a qualcosa che mai avremmo voluto accadesse, mentre delle musiche di Volker Bertelmann acuiscono ulteriormente questa tensione.

Che sia il capitano Olivia Walker nella Situation Room della Casa Bianca, o il comando di Fort Greely, o il Segretario della Difesa fino ad arrivare al Presidente degli Stati Uniti, quello che non cambia è la propensione alle emozioni, a quel fardello di dover prendere delle decisioni precise in un momento di così alta tensione, il tutto senza nessuna epica: non ci sono generali guerrafondai e reazionari, pronti a difendere l’onore della nazione, né tantomeno ci sono eroi che si ergono a salvatori. Ci sono solo persone tutto sommato “comuni” che svolgono le loro prassi, e che si ritrovano a coordinarsi insieme per trovare una risposta univoca prima di dare la decisione finale al Presidente.

Le decisioni del Presidente

Da notare quindi come venga dato spazio a tutto un personale specifico e raramente raccontato nelle filmografie del genere, ricostruendo una gerarchia di esperti che va poi a riferire in ultimo al Presidente, interpretato da un ottimo Idris Elba e a cui viene dedicato solo l’ultimo segmento dei tre in cui è diviso il film. Se da un lato è il segmento più traballante a livello narrativo, in cui ci sono delle scelte un pochino strane, questo è anche il punto più interessante di tutta la pellicola, dove innanzitutto viene rimarcata una cosa che spesso sfugge: il Presidente, e questo penso accade per tutti i Capi di Stato, è una persona idealmente competente, ma che per decidere è affiancato da un numero spropositato di esperti e consiglieri specializzati nei campi di loro competenza.

Compito del Presidente è prendere atto delle valutazioni dei propri consiglieri e in base a queste decidere cosa sia meglio nell’interesse della nazione. Ciò significa quindi che il Presidente è allo stesso bivio umano di tutti coloro che lo affiancano, con la differenza che porta il fardello più grande di tutti, non è diverso da nessuno nel ritrovarsi ad affrontare ciò che fino a pochi minuti prima sembrava impensabile. Questo innesca una dinamica che forse può sembrare anche assurda, ma che rientra in quello che è un approccio umano, e quindi per sua natura fallace.

Il cast

In mezzo a tutto questo trambusto si eleva un cast fatto di interpreti di grande qualità ma scelti con una grande cura, senza considerare particolarmente il divismo: Elba, Rebecca Ferguson, Tracy Letts (solidissima presenza fissa in ruoli secondari), Anthony Ramos, Greta Lee, Gabriel Basso, Jared Harris, Moses Ingram e Jason Clarke per un film fatto, di dialoghi, di supposizioni, di scelte da compiere velocemente in mezzo al panico, dove ogni parola fuori posto, ogni frase strozzata dall’emozione può cambiare totalmente la scelta di una o l’altra soluzione.

La Bigelow umanizzando questi eventi vuole farci comprendere che forse la cosa di cui dobbiamo avere più paura, più delle guerre, più delle tecnologie e degli armamenti, siamo noi umani, che ci armiamo allo sproposito per una guerra che ci raccontiamo non arriverà mai, ma per cui siamo sempre spaventosamente pronti militarmente ma umanamente ancora no e probabilmente mai lo saremo – forse non dovremmo proprio esserlo, mentre il mondo diventa una casa piena di dinamite, pronta ad esplodere come una polveriera. E il finale, nel suo essere anticlimatico, non è frustrante come si sta dicendo in rete, è inquietante: non vuole dare risposte proprio perché vuol chiedere a noi qual è finale che abbiamo da scrivere per l’umanità, quella vera.

Conclusioni

È il film migliore di Kathryn Bigelow? Probabilmente no, ma un tassello fondamentale nell’attualità di oggi per fermarci e spingerci a riflettere su cosa stiamo facendo del nostro mondo, ipotizzando con estremo realismo uno scenario verosimile, intrinsecamente e pericolosamente umano, che esula dalle ideologie lasciando solo la nostra nuda vulnerabilità.

 

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cinema

 C’era una volta l’Odissea

Published

on

L’ Odissea  di Omero è uno dei grandi capolavori della letteratura occidentale e un testo fondamentale. Il poema epico, tradizionalmente attribuito a Omero e composto probabilmente tra il IX e l’VIII secolo a.C., racconta il lungo viaggio di Ulisse, o Odisseo, verso Itaca dopo la guerra di Troia.

A differenza dell’Iliade, centrata sulla guerra e sul valore degli eroi in battaglia, l’Odissea è il poema dell’intelligenza, dell’astuzia, della curiosità e della capacità di sopravvivere alle prove.

Il regista

Il noto regista britannico Christopher Nolan ha girato 13 lungometraggi nel corso della sua carriera tra cui Inception, Oppenheimer  e Odissea che è un film epico d’azione, girato in diverse parti del mondo, che utilizza una nuovissima tecnologia di ripresa IMAX 70 mm, che si può apprezzare completamente soltanto in 20 cinema sparsi in tutto il mondo, nessuno in Italia.

Le difficoltà logistiche

Colpisce sapere che per le riprese del film è stato approntato un ponte aereo nell’isola di Favignana per il trasporto di una pesantissima attrezzatura cinematografica. E’ stata allestita una nave capace di navigare, realizzata secondo una tecnica antica con materiali originalissimi; gli attori hanno dovuto imparare a usare i remi e le vele.

Il parere dei critici

I critici nei confronti di questo film si sono sbizzarriti e divisi alla ricerca di originali chiavi di lettura nell’opera di Omero. Alcuni concordano nell’affermare che questo kolossal è da considerare un traguardo del cinema moderno,  dotato di un grande senso di concretezza.

Il suono

Il suono è curatissimo, qualcosa di straordinario con gli effetti della pioggia battente, lo scafo che si scricchiola, lo schiocco delle vele e la tempesta improvvisa con il cambio dei venti. Lo spettatore viene catapultato in mare quasi in un sogno improvviso. Il regista Cristopher Nolan con questo film intende raccontare un’epoca in cui gli uomini sono incapaci di dominare la natura,  e riprende un grande e profondo messaggio di Omero.

La scena delle sirene e Polifemo

Splendida la scena delle sirene che stregano i naviganti, poco convincente il gigante Polifemo che è rappresentato come un vecchio pastore abbruttito. Più di un critico ha accostato Polifemo a un film giapponese sulla sia di Godzilla, con creature enormi e distruttive. Manca nel film la classica frase a cui siamo tutti abituati:  “Come ti chiami chiede Polifemo ad Ulisse ed egli risponde Nessuno!”

Il ritorno a casa di Ulisse

Alla fine nel racconto di tutti i racconti, Nolan non è riuscito a cogliere la poesia e gli spunti colti da Omero. Secondo il giornalista Corrado Augias nella lacerata coscienza di Ulisse c’è un cruccio, lo scrupolo, il pentimento di avere distrutto la civiltà troiana, una grande civiltà, se pensiamo che Virgilio fa discendere Roma dalla civiltà di Enea.  Il ritorno a casa di Ulisse, dopo lo sfiancante assedio di Troia, non è dei più facili, tra sirene, Polifemo e Circe…

Il successo di Nolan

Prodigioso figlio del cinema british (non solo regista ma anche attore,  produttore esecutivo, scrittore, sceneggiatore, fotografo, montatore), Nolan ha cavalcato gli ultimi 26 anni con una serie di successi planetari (Memento, The Prestige, Batman Begins, Il Cavaliere oscuro – il ritorno, Inception, Interstellar, Oppenheimer), legando il suo stile ad una personalissima gestione del tempo e dell’inquadratura.

La legge degli dei

Odissea si rivela uno specchio brutale e consolatorio dei nostri tempi, ricordandoci che nessuno torna mai davvero uguale dai propri viaggi. In Odissea è molto presente il tema della colpa, in questo modo Nolan reinterpreta il mito di Omero. Per Nolan la legge degli dei è infranta dal Cavallo. Il regista con quest’opera cinematografica ci regala un pezzo della nostra epoca.

Gli achei (i greci) dell’Iliade, dell’Odissea, tutta la civiltà greca si basava su ospitalità, viaggio, nostoi (ritorno a casa), struggente nostalgia su lunghe navi con giorni e giorni di navigazione…

Il film è  stato definito un’opera tragica e necessaria: l’Odissea è il film del nostro tempo!

Ecco una delle domande che ci pone il regista:

“Come sono diventati gli uomini del nostro tempo, cosa stanno cercando… Le cose perdute non ritornano, è un messaggio contro le guerre che stanno distruggendo la nostra civiltà. Occorre la pace  è urgente e necessaria”… Tre ore di cinema, di sangue e polvere  che fanno riflettere e sognare lo spettatore. Noi che viviamo immersi nelle grandi tecnologie iperconnesi giorno e notte  abbiamo perduto l’umanità, ci siamo abituati alle guerre e alla morte di bambini innocenti…  

Nolan modernizza Omero è lo rinterpreta?

Alcune variazioni narrative sorprendono e funzionano, altre ribaltano aspettative consolidate. Il film è stato girato in Islanda, in Grecia, in Marocco e in Scozia. I luoghi che hanno stregato il pubblico di ogni parte del mondo sono Favignana, Lipari, e le isole Eolie. Il film è così immenso che lo voglio rivedere  un’altra volta, allo Science Museum Imax  Theatre di Waterloo. Solo qui potrò provare l’emozione del fim visto con la tecnologia  IMAX 70 mm…

Odissey, USA – Grand Bretagna; 2026 (Con: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya (172’)

Giuseppe Maurizio Piscopo

   

Continue Reading

Cinema

La tragedia di Lampedusa; rip Cristiano Giamporcaro

Published

on

Lampedusa, muore sub falciato dalle eliche di un gommone con a bordo due turisti milanesi

Tornava ogni anno a Lampedusa con le sue macchine da presa per un film costruito nel tempo. Ma ogni volta non rinunciava alle immersioni, com’è accaduto sabato pomeriggio nelle acque cristallite dell’isola, fra Punta Sottile e Cala Francese, a poche decine di metri dalla riva, dove un gommone nelle mani di due turisti milanesi lo ha falciato uccidendolo sotto gli occhi della fidanzata. Finisce così la vita di un regista di 29 anni, Cristiano Giamporcaro, esperto con gli obiettivi anche sott’acqua, ligio alle regole, il pallone dei sub bene in evidenza, come ha ripetuto la sua ragazza che aveva nuotato con lui fino a pochi minuti prima della tragedia. Stanca, appena sulla spiaggia, ha intravisto l’arrivo del gommone a tutta velocità. A bordo un uomo e una donna, due turisti sessantenni da anni con casa a Lampedusa, proprietari del mezzo, adesso distrutti anche loro dal dolore, pentiti di quella che viene considerata da tanti una bravata. 

Come dubita l’assessore alla Salute, Aldo di Piazza, medico del Poliambulatorio: «È certo che le misure di sicurezza impongono di procedere a passo d’uomo sotto i 200 metri dalla riva, senza sfrecciare planando…». L’isola che ha vissuto tante tragedie del mare legate all’emigrazione e all’assalto dei disperati su barconi fatiscenti piange adesso un ragazzo che va via con i suoi sogni, lasciando nella disperazione la madre, Marina Castiglione, professoressa all’università di Palermo, linguista e filologa con radici e affetti a Caltanissetta. Partita appena avvertita con il marito Ruben Giamporcaro per abbracciare il figlio frattanto trasferito all’obitorio di Porto Empedocle. Il corpo sabato è stato recuperato dalla Capitaneria di porto, mentre i carabinieri hanno sequestrato il gommone intimando alla coppia di non lasciare l’isola.  Le indagini in corso per omicidio nautico, coordinate dalla Procura di Agrigento, dovranno chiarire se il filmaker è morto sul colpo, anche se si ventila l’ipotesi che l’elica del gommone gli abbia tranciato un braccio con un disastroso dissanguamento. Ma questo dovrà chiarirlo l’autopsia. Addolorato anche il sindaco Filippo Mannino che raccomanda cautela ai turisti presenti sull’isola: «Occorre prestare massima prudenza, sia in mare che sulla terraferma. Le vacanze devono essere fatte all’insegna della sicurezza, solo così ci si può divertire e rilassare». 

Si aumentano adesso i controlli delle motovedette in una domenica intristita dalla notizia, mentre la fidanzata e i genitori della vittima seguono il corpo anche loro verso Porto Empedocle. Increduli, ripensando alla festa di pochi giorni fa. Un modo per brindare ai 60 anni della professoressa, che in passato è stata vicesindaco di Caltanissetta e che per l’occasione ha donato ad amici e parenti un libretto sui suoi «dodici lustri» dedicata anche allo studio dello zolfo. Un verso riemerge dagli scatti e dai filmati che anche Cristiano inquadrava: «C’è qualcosa che ci avvolge e ci stritola dentro i nostri sogni». Un’amara osservazione che inquieta anche gli amici della Strada degli Scrittori, l’associazione con cui la professoressa collabora da tanti anni e con cui Cristiano ha realizzato un video sulla casa di Andrea Camilleri a Serradifalco, il paesino dove nel 1943 era sfollato con la famiglia.
 
Flash richiamati anche da Ivan Scinardo, direttore della sede siciliana del Centro sperimentale di cinematografia dove Cristiano si era diplomato nel 2022: «Era tanto bravo che un mese fa lo avevano richiamato per seguire i nuovi allievi come tutor». Una bravura indiscussa soprattutto per il saggio del diploma, il documentario dal titolo pasoliniano «La ricomparsa delle lucciole». Presentato al «Festival dei Popoli 2023» e successivamente inserito fuori concorso al «Sole Luna Doc Film Festival 2024». Un racconto sul paesaggio dell’entroterra siciliano attraverso lo sguardo di un bambino di dieci anni e di un anziano pastore intrecciando memoria, territorio e vita quotidiana. Un po’ seguendo le tracce materne nelle ricerche sulla lingua e sul dialetto. Impegno e sogni stritolati in acque cristalline di botto colorate di rosso. 

(Fonte: Corriere della Sera. Articolo di Felice Cavallaro)

Guarda il servizio della TGR Sicilia a cura di Ernesto Oliva

 

Continue Reading

Cinema

Stefano Coco e il mare di Capo Zafferano

Published

on

Un lavoro per la salvaguardia ambientale

Che cosa significa oggi spendersi per il bene dell’ambiente? Per Stefano Coco vuol dire studiare, documentare, ma più di tutto divulgare.

Stefano Coco

Stefano Coco è un documentarista originario di Ustica, isola che sin da subito lo ha messo a contatto con il patrimonio ambientale del Mediterraneo, dove l’istituzione di un’area marina protetta ha contribuito alla tutela di una biodiversità oggi apprezzata e riconosciuta a livello internazionale.

È da questo legame con il territorio e con il mare che prende forma il percorso professionale di Stefano, che negli anni ha trasformato la sua passione in un lavoro, affermandosi come regista, filmmaker e operatore subacqueo. Ha collaborato con realtà come National Geographic, la RAI e diverse produzioni internazionali.

Il rapporto tra uomo e ambiente

Il suo lavoro si concentra soprattutto sul rapporto tra uomo e ambiente, raccontando attraverso le immagini le trasformazioni che stanno interessando il nostro pianeta. Dal cambiamento climatico alla pressione esercitata sulle risorse naturali, fino alle sfide affrontate dalle comunità per trovare un nuovo equilibrio con l’ambiente, i suoi progetti cercano di portare alla luce questioni spesso lontane dagli occhi del grande pubblico. Le immagini diventano così non soltanto un mezzo per raccontare ciò che accade, ma anche uno strumento per comprendere il presente e stimolare una maggiore consapevolezza e un maggiore senso di responsabilità verso l’ambiente.

Il progetto

Il progetto che Stefano ha iniziato è un’iniziativa completamente indipendente. Alle sue spalle non c’è nessun finanziamento esterno: si tratta di un’autoproduzione che porta avanti da circa un anno.

«Non avendo una committenza o dei finanziatori – ci racconta – ho molta libertà nel modo in cui racconto questa storia. È un progetto che mi appassiona molto e che considero una battaglia importante, anche dal punto di vista sociale.»

Il documentario

Il documentario è finalizzato all’istituzione dell’Area Marina Protetta nella zona di costa corrispondente a Capo Zafferano, area di forte valore naturalistico che si trova al centro del lavoro che sta portando avanti il comitato promotore che si è formato nel 2021. L’obiettivo di Stefano è quello di sostenere questo percorso grazie a un documentario. Non soltanto per mostrare a tutti la bellezza di questo posto, ma anche per raccontarne le fragilità e il patrimonio biologico. Per assemblare questo racconto, Stefano ha raccolto una moltitudine di testimonianze e interviste, affiancando le sue immagini alle voci di chi quel territorio lo vive e lo protegge ogni giorno: ricercatori, associazioni ambientaliste, pescatori e diving center.

Diving e realtà locali

«Da circa un anno sto realizzando riprese e interviste con tutte le persone che si stanno battendo per questo obiettivo. La cosa che mi ha colpito di più è stata la disponibilità di tutti: associazioni, diving e realtà locali hanno scelto di sostenere il progetto mettendosi a disposizione anche dal punto di vista logistico.»

 

 

La biodiversità

«Chi vive il mare ogni giorno si rende conto che un mare protetto si rigenera, aumenta la biodiversità, i fondali rimangono in salute e tutto questo rende il territorio ancora più attrattivo anche dal punto di vista turistico.»

La convinzione che emerge dalle sue parole è che la tutela dell’ambiente non può essere imposta, bensì ha origine dalla partecipazione di chi quei luoghi li vive e li abita.

L’area marina protetta   

«Un’Area Marina Protetta funziona soltanto se è condivisa dalla popolazione. Deve nascere un legame con quel mare, un vero e proprio senso di appartenenza. Solo così si genera il desiderio di proteggerlo.»

È forse questo il messaggio più emblematico che emerge dalla conversazione con Stefano Coco. Le immagini, da sole, non bastano a cambiare il mondo, ma possono sostenere le persone a osservarlo con occhi diversi. Dal momento in cui un territorio viene conosciuto così per come è, diventa più difficile voltarsi dall’altra parte.

Continue Reading

In Tendenza