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Cinema

Attori in gabbia, quando il ruolo diventa una prigione

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Nel fertile terreno della commedia, vi sono attori che sopravvivono ai decenni indossando sempre la stessa maschera, poiché essa ne costituisce la cifra stilistica; tuttavia, quando si cambia genere, le cose si complicano. Alcuni interpreti, dopo aver prestato il volto a ruoli iconici, non sempre riescono a sottrarsi al personaggio che registi e sceneggiatori hanno cucito loro addosso.

L’elenco di chi ha faticato a trovare strade alternative è lungo: da Sean Connery, primo e insuperabile agente 007 cinematografico, a Robert Pattinson che, in tempi più recenti, ha legato il proprio debutto alla saga di Twilight. Entrambi, partendo da personaggi tratti da opere letterarie di immenso successo che hanno regalato loro la notorietà internazionale, sono riusciti — non senza difficoltà — a ritagliarsi uno spazio attoriale altrettanto autorevole e diversificato.

Il typecasting

Ma non è di questa schiera attori che vogliamo parlare, bensì di coloro che non ce l’hanno fatta, dando vita a quello che viene definito typecasting, rimanendo ingabbiati nella parte più ingombrante della loro vita.

Il primo nome che balza alla mente è quello di Anthony Perkins. L’attore statunitense, dopo alcune prove di rilievo sia al cinema che a Broadway, interpretò Norman Bates in Psyco (1960) di Alfred Hitchcock: quel ruolo, insieme ai numerosi sequel, finì per ipotecare il resto della sua carriera. Nonostante i tentativi di affrancarsi da un’eredità così pesante, e sebbene abbia recitato in altre pellicole di successo, per il pubblico mondiale la sua figura restò per sempre incagliata in quella dell’assassino psicopatico della pellicola hitchcockiana.

Ph realizzata da IA

Se Perkins è rimasto intrappolato nell’ombra di un motel, un altro attore ha trovato la sua “cella” nel blu del cielo e nel rosso di un mantello e cioè Christopher Reeve.

Quando nel 1978 Richard Donner lo scelse per interpretare Superman, Reeve non divenne semplicemente un protagonista, ma l’incarnazione definitiva del mito. La sua interpretazione nella pellicola di Donner e nei successivi tre seguiti, era così simbiotica con l’ideale di perfezione e aderenza all’eroe kryptoniano che il confine tra l’uomo e l’icona si dissolse istantaneamente.

Nonostante le sue doti d’attore di formazione classica (proveniva dalla prestigiosa Juilliard), ogni suo tentativo di diversificare il repertorio — come nei raffinati I bostoniani o Quel che resta del giorno — veniva accolto con una sorta di scetticismo inconscio da parte della critica e del pubblico. Era come se lo spettatore non riuscisse a smettere di cercare i segni della “S” sotto la camicia dei suoi nuovi personaggi.

La sua tragica caduta da cavallo nel 1995 e la successiva scomparsa prematura hanno poi sigillato questo destino: la sua immagine è rimasta cristallizzata in quel volo eterno, rendendolo prigioniero non solo di un ruolo, ma di un ideale di invulnerabilità che la vita reale, beffardamente, gli aveva sottratto.

Richard Donner

Un lustro prima che Richard Donner inaugurasse ufficialmente la stagione gloriosa dei cinecomics, un altro regista statunitense, William Friedkin, terrorizzò gli spettatori di tutto il mondo con il suo cult L’esorcista (1973). Ad interpretare l’adolescente Regan MacNeil, posseduta dal demonio, fu scelta l’allora quattordicenne Linda Blair, che diede consistenza alle paure più ancestrali del pubblico regalando un’interpretazione di totale immersione nella parte. Questo ruolo le garantì una fama planetaria, ma segnò anche l’epicedio di una carriera appena iniziata. Dopo il capolavoro di Friedkin, l’attrice faticò a trovare ingaggi che potessero consacrarla come interprete di spessore, rimanendo confinata in una lunga serie di B-movie e horror di seconda fascia. Il peso di quel successo precoce e demoniaco si rifletté anche sulla sua vita privata, segnata dall’uso di droghe e da diversi guai con la giustizia, trasformando il sogno del cinema in un incubo da cui è stato impossibile svegliarsi del tutto.

 Mark Hamill di guerre stellari

Se gli attori citati hanno legato il loro nome a produzioni divenute dei cult immortali, vi sono altri interpreti che hanno subito questa immedesimazione totale con personaggi in celluloide da cui non hanno saputo prendere le distanze. Pensiamo a Mark Hamill il quale, dopo Guerre Stellari di George Lucas vide il proprio volto così indissolubilmente legato a Luke Skywalker, che Hollywood smise di considerarlo per altri ruoli o a Robert Englund, diventato un tutt’uno con l’inquietante maschera di Freddy Krueger, nella saga iniziata nel 1984 da Wes Craven con Nightmare. E infine Macaulay Culkin, il quale per il mondo intero è e sarà sempre il piccolo Kevin McCallister di Mamma, ho perso l’aereo (1990 diretto da Chris Columbus, cristallizzato in un’eterna infanzia che ha reso quasi impossibile la sua accettazione come attore adulto.

Ma non è solo una questione a stelle e strisce, anche in Europa è possibile rintracciare esempi archetipi sul tema, e il più eclatante di tutti è anche quello più datato: nel 1928 il maestro svedese Carl Theodor Dreyer consegnò alla storia del cinema La passione di Giovanna d’Arco, opera che vive visceralmente dell’interpretazione della sua protagonista, Renée Falconetti. Il suo volto, scavato dal dolore e catturato in primi piani che hanno fatto scuola, divenne l’icona stessa del martirio. Dopo quel debutto folgorante, l’attrice tornò al teatro e fuggì infine in Sudamerica, morendo a Buenos Aires nel 1946 senza aver mai più solcato un set cinematografico: per il mondo intero, il suo nome è rimasto per sempre inciso nel rogo della Pulzella d’Orleans.

Restringendo le coordinate geografiche di questa ricerca, nel nostro Paese diversi attori hanno raggiunto la notorietà grazie alle serie tv — o ai grandi sceneggiati di un tempo — per poi rimanere intrappolati nello stesso tubo catodico. Fra questi il Sandokan televisivo degli anni settanta, firmato da Sergio Sollima, da tutti identificato con l’attore indiano Kabir Bedi, che ha cercato di replicare il successo anche al cinema internazionale, finendo però spesso relegato a ruoli che ricalcavano l’esotismo del pirata della Malesia.

O ancora, in tempi più recenti, il personaggio nato dalla penna di Andrea Camilleri, il commissario Montalbano, che per tutti ha il corpo e il volto di Luca Zingaretti. Nonostante una carriera cinematografica solida e diversificata, per il grande pubblico la sua immagine sembra non poter prescindere dai paesaggi di Vigata e dalla mimica del celebre poliziotto siciliano. Alcuni decenni prima, lo stesso destino di “identificazione forzata” era toccato a Nino Castelnuovo che, nel 1967, diede vita a un indimenticabile Renzo Tramaglino nei Promessi Sposi di Sandro Bolchi. Quel ruolo lo rese un idolo delle folle, ma divenne col tempo un ingombrante termine di paragone che lo costrinse a muoversi fra cinema e televisione in produzioni che non riuscirono mai a eguagliare quell’apice manzoniano.

Questi attori, dotati di carisma, fisicità e talento, dopo le rispettive esperienze televisive hanno faticato a scardinare le sbarre di una gabbia dorata, costruita dal pubblico intorno al loro ruolo più iconico.

In questa breve e incompleta rassegna di interpreti che hanno subito una sorta di maledizione iconografica risiede uno dei tanti misteri che rendono magica la settima arte: il paradosso di un attore che, per vocazione, vorrebbe essere chiunque, ma che per destino non riesce più a evadere da se stesso.

Carmelo Franco

 

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Cinema

Cinema, il bilancio dei primi 6 mesi

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Il primo semestre del 2026 ha dimostrato che il cinema in sala è vivo, ma il pubblico non concede più fiducia preventiva: ogni film deve conquistarsela.

Il primo semestre del 2026 è stato, per il cinema, un periodo di crescita e consolidamento, caratterizzato da dinamismo e varietà. Da gennaio a oggi sono emersi segnali importanti sulla direzione che sta prendendo l’industria cinematografica, soprattutto in Europa. Dopo anni complessi si iniziano finalmente a registrare dati incoraggianti rispetto al recente passato, accompagnati da un progressivo ritorno del pubblico nelle sale. Il vero tema di questi primi sei mesi, però, è un altro: la crescente selettività degli spettatori.

Il pubblico

sembra aver cambiato atteggiamento, scegliendo con maggiore attenzione cosa vedere e premiando soprattutto quei film che possiedono una forte identità autoriale e un concept capace di incuriosire. Questo semestre è stato segnato da diversi titoli che hanno monopolizzato il dibattito per settimane e catalizzato l’interesse degli spettatori. Tra i film più popolari e discussi spicca sicuramente Project Hail Mary di Phil Lord e Christopher Miller, capace di rilanciare la fantascienza “high concept” e, allo stesso tempo, di mettere d’accordo critica e pubblico, diventando uno dei fenomeni cinematografici della primavera. Il film ha riportato al centro una fantascienza costruita sul racconto e sui personaggi, dimostrando che gli effetti speciali, da soli, non bastano.

Michael

Tra i titoli che hanno attirato maggiormente l’attenzione c’è anche Michael, il biopic dedicato a Michael Jackson e diretto da Antoine Fuqua. Attesissimo già prima dell’uscita, il film ha continuato a far parlare di sé grazie agli straordinari risultati ottenuti al botteghino, affermandosi come uno dei grandi eventi cinematografici dell’anno e andando ben oltre il pubblico dei fan dell’artista.

Obsession

Infine, merita una menzione Obsession, probabilmente la sorpresa più significativa dell’intero semestre. Diretto dal giovanissimo Curry Barker, questo horror originale, realizzato con un budget estremamente contenuto, è riuscito in poco tempo a trasformarsi in un fenomeno mondiale. Il suo successo dimostra come il pubblico continui a premiare le idee originali quando vengono sviluppate con convinzione.

La grazia

Sul fronte italiano spicca senza dubbio La grazia di Paolo Sorrentino, vero film-evento del semestre. Il regista ha nuovamente catalizzato l’attenzione della critica, alimentando un acceso confronto sul suo stile e sul significato dell’opera. Il film si è imposto come uno dei principali riferimenti del cinema italiano di questi primi sei mesi.

Cena di classe

Tra i titoli italiani che hanno trovato forza soprattutto grazie al passaparola va ricordato anche Cena di classe, diretto da Francesco Mandelli. I temi affrontati e il modo in cui racconta una generazione hanno contribuito a mantenerlo al centro del dibattito per diverse settimane. Infine, Le cose non dette di Gabriele Muccino ha attirato fin da subito l’attenzione per il suo sguardo sulle dinamiche familiari ed emotive, suscitando reazioni contrastanti tra critica e pubblico.

Nel complesso, da questo primo semestre emergono due tendenze piuttosto evidenti. La prima riguarda la rinnovata attenzione verso film capaci di distinguersi per identità e originalità, indipendentemente dal genere. Che si tratti di opere d’autore, horror, drammi o fantascienza, i titoli che hanno lasciato il segno sono quelli che hanno saputo offrire qualcosa di riconoscibile e personale. La seconda riguarda il ruolo dei festival, che continuano a orientare il dibattito culturale, mentre è il pubblico a decretare il vero successo commerciale di un film. Critica e botteghino sembrano dialogare più di quanto accadesse negli ultimi anni, pur continuando a seguire logiche non sempre coincidenti.

Cosa aspettarsi?

Cosa aspettarsi dal prossimo semestre? Molto dipenderà dalla capacità dell’industria di dare continuità ai segnali positivi emersi in questi primi sei mesi. La sfida non riguarda soltanto gli incassi, ma anche la capacità del cinema di continuare a sorprendere il pubblico. Se il primo semestre ha insegnato qualcosa, è che oggi gli spettatori premiano sempre di più la qualità percepita, l’originalità e il valore dell’esperienza in sala. Chi saprà intercettare queste aspettative avrà maggiori possibilità di trasformare un’uscita in un vero evento, indipendentemente dal budget o dalla forza del marchio. Ed è probabilmente questa la chiave di lettura più interessante, anche in vista della seconda metà del 2026.

Andrea Arnone

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Cinema

“Avemmaria”

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“Avemmaria” è il film d’esordio alla regia dell’attore napoletano Fortunato Cerlino. Uscito nei cinema italiani il 25 giugno, è tratto dal suo romanzo autobiografico Se vuoi vivere felice. Il film racconta con sguardo intimo e poetico la Napoli degli anni ’80 vista attraverso gli occhi di un bambino.

La storia

Felice vive in due stanze buie col padre Raffaele, che ha appena perso il lavoro, sua madre Antonietta, con pochi anni, troppi figli e un lutto da elaborare, nonna Filomena, una donna perennemente vestita di nero e soffocata dal rancore, tre fratelli e un quinto in arrivo. A Pianura, come in tutte le province del mondo, soprattutto quando sei povero, essere bambini o sognatori è uno stigma. Da quelle parti, “Chi è nato tondo nun pò murí quadrato”. Con queste premesse un ragazzino dell’età di Felice ha due destini possibili: essere sopraffatto dalle logiche della miseria e la violenza o avere fede nei suoi sogni

. Come afferma lo stesso regista: «Esiste un’uscita dall’inferno, ma quella porta la si può vedere solo ad occhi chiusi». Realistico e poetico, lontano da Gomorra, il film ci dice che il passato può essere illuminato e che il destino non è mai già scritto.

Nel 2018 scrive “Se vuoi vivere felice”, il suo primo romanzo edito da Einaudi

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Cinema

Il regista Edoardo De Angelis si racconta

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Ha tenuto una masterclass al Baaria film festival era uno degli ospiti più attesi, il regista Edoardo de Angelis, nel decennale della sua uscita, ha presentato a Villa Cattolica il suo film Indivisibili. Gli organizzatori del BAAFF hanno celebrato così, insieme al regista, uno dei film più significativi e premiati del cinema italiano contemporaneo, un’opera che conserva intatta la sua forza narrativa e la sua capacità di interrogare il pubblico sui temi dell’identità, dell’appartenenza e della libertà. Nell’intervista si parla anche del film Comandante con Pierfrancesco Favino che ha aperto in prima mondiale il festival di Venezia 2023

 

 

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