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Cinema

“Il cinema fuorilegge. Storie di banditi, briganti e brigantesse”

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Sabato 12 aprile 2025, presso lo spazio culturale ed espositivo Elenk’art di Via Vincenzo Di Marco n. 27/b, Palermo.  si è svolta  la presentazione del libro di Carmelo Franco e Paolo Di Fresco “Il cinema fuorilegge. Storie di banditi, briganti e brigantesse” ed. Frascati & Serradifalco, Palermo. Gli autori hanno dialogato  con Ivan Scinardo, Direttore della sede Sicilia del Centro Sperimentale di Cinematografia. All’incontro è interveuto anche  il Magistrato Leonardo Agueci, già Procuratore Aggiunto della Repubblica di Palermo e Lia Sava, Procuratore generale presso la corte d’appello.

Il Cinema Fuorilegge

è un libro appassionato, che racconta ai lettori la figura di banditi, briganti e brigantesse, attraverso l’analisi dei film sul grande schermo dove più efficacemente sono stati descritti questi personaggi “…liberi e minacciosi, spettrali ed eroici, che hanno popolato sogni e incubi degli spettatori…”. La collaborazione fra i due avvocati è nata nel 2009  quando scrisssero il libro “Cinema di mafia”. 16 anni dopo spostano “l’inquadratura” e mettono a fuoco su: “Il cinema fuorilegge”.  Il “mafia – movie”, quel genere cinematografico che negli anni ha avuto la capacità di esplorare strutture e sovra-strutture delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, in particolare della mafia siciliana (Cosa Nostra), della ‘Ndrangheta calabrese, della Camorra campana, ha inevitabilmente avuto un impatto ispiratore in decine di registi e sceneggiatori.  In questo prezioso volume si trovano tanti punti di contatto, fatti di coincidenze e sovrapposizioni.

Il brigantaggio

Nell’immaginario collettivo, si è nutrito negli anni  di miti e leggende attraverso alcuni elementi tipici, come il controllo del territorio, l’uso della violenza e i legami con il potere, ripresi e sviluppati successivamente dalla mafia. Franco e Di Fresco, mettono in evidenza, attraverso lo studio di film dedicati, la figura ambigua del brigante, metà eroe popolare e metà criminale, colui che incarna una serie di contraddizioni e di elementi che ne determineranno il suo fascino. Nel racconto Renato Vallanzasca è come se diventasse la versione moderna del bandito Giuliano, spiriti liberi, raccontanti magistralmente dal cinema, l’unico strumento capace di esercitare un forte richiamo sull’immaginario.

Carmelo Franco e Paolo Di Fresco, quando immaginano la figura del brigante puntano dritti a Robin Hood, esempio archetipico di brigante buono, che ruba ai ricchi per dare ai poveri, a Zorro, a Carmine Crocco, personaggio di spicco del brigantaggio post-unitario italiano, leader carismatico e abile stratega. Un cenno a parte merita Fra Diavolo, brigante attivo nel Regno di Napoli tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, la cui figura è stata oggetto di diverse rappresentazioni artistiche. I critici del tempo hanno evidenziato la forte componente propagandistica, tipica del cinema dell’epoca, nel film di Luigi Zampa del 1942.

Le drude

Uno dei punti di forza di questo prezioso saggio critico è il capitolo dedicato alle brigantesse, dal titolo azzeccato: “Il brigantaggio è donna, l’epopea delle drude”. Gli autori fanno velatamente riferimento al film del 1950 di Mario Soldati: “Donne e briganti”, ma la figura femminile delle drude è approfondita nel film “Il mio corpo vi seppellirà” del 2021, del regista palermitano Giovanni La Parola con Rita Abela nel ruolo di  Ciccilla, Margaret Madè, Miriam Dalmazio, Antonia Truppo.  Non esisteva organizzazione di briganti, piccola o grande, in cui il “capo” non avesse al suo fianco una donna. Con lui condivideva marce estenuanti, notti all’addiaccio, assalti e ritiri, fatti di scontri a fuoco e coltelli. La moglie del boss era sempre rispettata e ossequiata, e quindi temuta. Le brigantesse hanno dimostrato sul campo di essere più risolute e determinate dei loro compagni, dando prova di possedere una tempra che destava ammirazione e paura, nello stesso tempo.

Carmelo Franco

Avvocato penalista, è nato, vive ed esercita la professione a Palermo. Negli ultimi decenni ha patrocinato in alcuni dei più importanti processi celebrati nel capoluogo siciliano ed ha fondato la camera penale “Conca d’oro”, di cui è stato il primo Presidente. Ha fatto parte della giunta nazionale dell’unione delle camere penali italiane e del Consiglio Distrettuale di Disciplina di Palermo. È autore di diverse pubblicazioni sul cinema e la sua storia, tra cui si segnalano: “Il cinema di mafia” (Serradifalco editore), “Giovanni Falcone e il cinema. Una vita da giudice, senza le parti noiose” (Torri del vento edizioni) e “A scuola da Dino Risi. Il Sorpasso e i suoi epigoni” (Morlacchi editore). Nel 2010 ha curato, per il Centro Internazionale di Documentazione sulle Mafie e del Movimento Antimafia, la rassegna “Il cinema di mafia. Un percorso italiano”.

Paolo Di Fresco

Avvocato penalista, è nato ed ha iniziato l’attività professionale a Palermo, ma esercita e vive a Milano. Ha maturato una significativa esperienza nel diritto penale dell’economia, seguendo diversi procedimenti in materia di reati societari, fallimentari, finanziari, fiscali e contro la Pubblica Amministrazione. È autore di diverse pubblicazioni in materia penale, processuale ed interviene regolarmente in seminari e convegni come relatore. Appassionato di cinema e letteratura, nel 2009 ha scritto con Carmelo Franco “Il Cinema di Mafia” (Serradifalco editore) e nel 2010 ha curato, per il Centro Internazionale di Documentazione sulle Mafie e del Movimento Antimafia, la rassegna “Il cinema di mafia. Un percorso italiano”.

Elenk’art – Pinakothek’a

dove si è svolta  la presentazione del libro, è il nuovo centro culturale, sala lettura e spazio espositivo della Città di Palermo, che unitamente al dirimpettaio Laboratorio Creativo Don Nino – Mind Food, concretizza progetti interdisciplinari per poter vivere l’arte in ogni sua forma ed espressione.

L’evento culturale è stato curato dall’Arch. Rossella Giletto e organizzato dallo Staff Elenk’art e Don Nino S.r.l. (Presidente Arch. Silvia Mercurio).

Immagini a cura di Sergio Ruffino

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Guarda l’intervista del 15/4/25 agli autori realizzata da Alessia Anselmo e Ivan Scinardo per il programma “Open day cinema”

 

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Cinema

L’attore Salvo Ficarra nella serie Zorro

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Paramount+   e France Télévisions, insieme a France Tv distribution presentano la loro nuova e attesissima serie Zorro un remake moderno di uno dei titoli più famosi e amati dal pubblico di tutto il mondo. Torna, sul piccolo schermo, la storia dell’affascinante bandito mascherato Don Diego de la Vega che nei panni di Zorro, sua doppia identità, combatte le ingiustizie. Oltre a un cast internazionale, nella serie ci sarà anche l’attore italiano del duo Ficarra e Picone, Salvatore Ficarra. Creata da Benjamin Charbit (Sous Contrôle, Gagarine, Notre Dame, Les Sauvages, En Liberté) e Noé Debré (Parlement, Stillwater, Dheepan), la serie in 8 episodi è co-prodotta da Paramount+, France Télévisions, Le Collectif 64 (Marc Dujardin) e Bien Sûr Productions (Julien Seul). Scritta da Benjamin Charbit, Noé Debré e Emmanuel Poulain-Arnaud (Le Test), la serie è diretta da Jean-Baptiste Saurel (Parallèles) e Emilie Noblet (Bis Repetita, Parlement, Les 7 vies de Léa).

Zorro: la trama

Nel 1821, Don Diego de la Vega diventa sindaco di Los Angeles per migliorare la sua amata città. Tuttavia, la città sta affrontando problemi finanziari a causa di un uomo d’affari locale, l’avido Don Emmanuel, e i suoi poteri come sindaco non sono sufficienti per combattere l’ingiustizia. Per 20 anni Diego non ha usato la sua identità da Zorro, ma sembra che non abbia altra scelta che riportarla indietro per il bene comune. Ma Diego fatica a bilanciare la sua doppia identità sia come Zorro, sia come sindaco, causando tensione al suo matrimonio con Gabriella, che non è a conoscenza del suo segreto. Diego riuscirà a salvare il suo matrimonio e la sua sanità mentale nel caos?

Zorro: chi c’è nel cast internazionale 

Protagonisti della serie Zorro sono: Jean Dujardin, Audrey Dana, André Dussolier, Eric Elmosnino e Grégory Gadebois. Nel cast internazionale anche l’attore italiano Salvatore Ficarra.

Zorro:  su Paramount+

Zorro è uscito  su Paramount+ il 6 dicembre 2024.

Guarda l’intervista a Salvo Ficarra

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Cinema

No Other Choice di Park Chan-Wook 

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No Other Choice di Park Chan-Wook 

C’è un momento preciso della propria vita in cui il lavoro termine di essere distinto nelle sue dimensioni, quella di passione e dedizione e quella di sopravvivenza. Quel sottile muro crolla e i due confini si confondono, amalgamano in una melma che non ha più origine né orizzonte, inglobata da un mondo sempre più legato a logiche economiche e turbocapitalistiche, sia da un punto di vista pratico che su un versante sociale, dove la quantità di lavoro è direttamente proporzionale a quello che ottieni, a quello che la società ti dà.

L’individuo come pezzo di un ingranaggio

Ad un certo punto però c’è una discrepanza, una rottura di questo ciclo minuziosamente composto in decenni di cultura del lavoro, dove il sacrificio e la dedizione messa nel proprio lavoro perdono improvvisamente e maliziosamente il proprio valore intrinseco. L’individuo che si cela dietro a quella mansione, spogliato da essa, si manifesta come un semplice pezzo di un ingranaggio ben oleato che però necessita di adattarsi ai cambiamenti esterni, e sacrificare chi è superfluo. È così che quindi Man-su si ritrova licenziato in tronco dopo 25 anni di carriera nel settore della carta.

La caduta segue un percorso ben preciso, come un domino ordinato in tutte le sue sfaccettature, che qui diventano gli agi di una vita che vengono posti al patibolo: le auto vendute, i cani dati ai suoceri, i corsi annullati, gli abbonamenti disdetti. Tutto ciò che componeva l’esistenza idilliaca di Man-su è perduto, tranne due cose: la sua famiglia e soprattutto la casa. Di fronte ad un evento così drammatico, che butta nel cesso anni di duro lavoro, e la propria dignità che viene calpestata davanti alle difficoltà a trovare una nuova occupazione, cosa si può fare?

Park Chan-wook

Park Chan-Wook (regista)

Park Chan-wook, regista che non ha bisogno di presentazione diverse dai titoli presenti nella sua filmografia (Oldboy, JSA, Decision To Leave, solo per citarne alcuni), risponde in un modo con un livello di cinismo che solo il cinema coreano può contemplare: uccidere tutti i rivali che cercando di ottenere quel posto di lavoro, che rappresenta l’architrave definitiva di questo No Other Choice, presentato a Venezia lo scorso settembre con il (prevedibile) plauso della critica.

Rispetto al precedente Decision To Leave, che era un thriller esistenziale capace di elevare la formula hitchcockiana a dei livelli toccati pochissime altre volte, No Other Choice sembra voler ribaltare completamente quei toni proponendosi come una sofisticata satira dalla spiccata comicità nera, nera come la pece, in cui talvolta sembra quasi che il film voglia prendersi gioco di sé stesso, degli stravolgimenti dalla solita forma thriller per lasciare spazio a digressioni grottesche, bizzarre e a tratti surreali.

Critica alle disuguaglianze sociali

Dietro ciò c’è una critica alle disuguaglianze sociali e al tema del lavoro, argomenti, va detto, onnipresenti nel cinema coreano e pertanto non particolarmente innovativi, ma ciò non impedisce a No Other Choice di avere tantissimi spunti interessanti, grazie alla profondità narrativa che Park Chan-wook riesce a dare in ogni sua opera, e rendendo il racconto molto più sfaccettato di quello che potrebbe sembrare una semplice opposizione tra ex-lavoratore reinventatosi assassino vs aziende corporative “brutte e cattive”.

Perché una cosa che viene resa subito chiara è che Man-su è proprio l’uomo medio, e in un’accezione più negativa di quanto sembri: la perdita del lavoro fa cadere il fragile castello di carte di un nucleo familiare tutt’altro che idilliaco, che veniva mascherato dalla sovrabbondanza di beni materiali. Man-su è un uomo misero, un padre assente, con un passato turbolento fatto di abusi e alcolismo, e che trovava nel lavoro una sorta di sintesi che lasciava però irrisolto e alle spalle tutto il resto. Quando il castello crolla, entra in crisi anche l’uomo stesso, scevro del suo status.

Al contempo vediamo un lavoro che si manifesta in tutta la sua performatività, con gli individui che vengono definiti soltanto in base alle loro prestazioni, tra curriculum, premi aziendali, referenze, tutto un insieme di dati che potenzialmente potrebbero comunque essere effimeri. E attenzione, questa è una dinamica perpetrata anche da Man-su nello studiare i propri avversari da eliminare: analizza le loro carriere, sottolinea dati e ne enfatizza altri, gli dà un voto, e si classifica tra di loro, come in una scala, tra chi è più portato e chi lo è “meno”.

La sceneggiatura

La sceneggiatura però si dimostra intelligente anche nel costruire tali avversari come persone non molto diverse da Man-su, gente che come lui ha perso il proprio posto, uomini imperfetti e con delle debolezze evidenti, ma che a differenza di Man-su cercando di rialzarsi e di riadattarsi nell’affrontare un mondo che gli rema contro, mentre Man-su opta per un’opzione drastica, immorale, ma più “immediata” nel riottenere ciò che lui ritiene che gli spetti. Fondamentale anche il ruolo della moglie Mi-ri, in un gioco di fiducia-sfiducia che riflette bene i sottili fili su cui si basano i rapporti umani.

Questo fattore porta ad una convergenza identificabile nel mantra che dà il titolo al film: “Non c’è altra scelta”. Nel rispondere se è davvero così possiamo dividerci tra le due parti: da un lato l’azienda per il quale non c’è altra scelta se non licenziare, non c’è altra via se non quella dell’evoluzione della struttura lavorativa che prevede quindi un cambio nell’asset generale dei dipendenti, e che non dà nemmeno il tempo di valutare la fattibilità di soluzioni alternative o di compromesso. In altre parole, spietato.

La scelta di Man-su

Ma c’è anche la scelta di Man-su. Ritenendosi indissolubilmente legato a quell’impiego nel settore della carta, Man-su rinnega la propria identità e moralità in quanto uomo pur di ottenere quel posto, perché è come se lui non esistesse al di fuori del proprio lavoro, in una circolarità manifestata molto intelligentemente anche dalla sua passione per le piante, la materia prima da cui si estrae la carta. Man-su cura la sua serra, cura le piante nella sua sfera privata, e in quella pubblica lavora la carta con un’abilità estrema, che da fuori sembra quasi inutile.

Non è un caso che sia la carta l’oggetto del lavoro dei nostri protagonisti. La carta è il simbolo del lavoro che viene minimizzato e ignorato nel suo valore intrinseco, in quanto oggetto talmente diffuso e talmente versatile nelle sue applicazioni che semplicemente passa inosservato nel contesto della vita di tutti i giorni. Nessuno pensa al processo che da un albero porta a creare fazzoletti, assorbenti, cartoncini, fogli, lettere e chi ne ha più ne metta.

Una visione che chiaramente viene amplificata dalla costante presenza della tecnologia nelle nostre vite.

Lee Byung-h

Nonostante il tono sia molto particolare e non sia sempre super a fuoco, è innegabile che ci sono delle riflessioni estremamente affascinanti in No Other Choice, che si avvale di un protagonista in grandissima parte come Lee Byung-hun, mentre Park Chan-wook continua ad avere una delle migliori mani di tutto il cinema attuale, capace di una regia dinamica e creativa nelle inquadrature a mettere in scena i fattori psicologici dei protagonisti, insieme a delle transizioni curatissime (altro elemento hitchcockiano) dove i fotogrammi si sovrappongono gli uni con le altre creando degli effetti stranianti.

Forse non il capolavoro che tutti descrivono, ma capace di grandissime critiche alla società moderna, No Other Choice non cerca di dissacrare il dramma del mondo del lavoro, ma guarda ad esso con una lente di assurdità che altro non fa che amplificare ed estremizzare delle dinamiche che sono più reali che mai nella nostra contemporaneità, grazie ad una scrittura intelligente e una mano sempre sapiente.

Giovanni La Gattuta

 

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Cinema

Un semplice incidente

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Essere un regista o un qualsivoglia artista che rappresenti uno Stato soggiogato da un regime o una dittatura porta con sé molte responsabilità, la prima delle quali è sicuramente quella di denunciare le condizioni di oppressione di determinate fasce della popolazione, attaccando l’operato delle istituzioni politiche esponendole all’opinione pubblica, anche e soprattutto internazionale. È evidente quindi che tali attività possono “innervosire” i governi al centro di queste pellicole, e chi le realizza potrebbe diventare un soggetto in pericolo poiché ritenuto a sua volta pericoloso.  è uno di questi.

Alfiere della Nouvelle vague iraniana degli anni settanta e assistente di un altro grande regista iraniano, Abbas Kiarostami, negli ultimi decenni (dagli anni novanta in poi circa) il lavoro di Panahi ha ricevuto un enorme plauso internazionale, diventando uno dei pochissimi registi ad aver vinto il primo premio dei tre maggiori festival cinematografici internazionali: Leono d’Oro a Venezia per Lo specchio (2000), Orso d’oro a Berlino per Taxi Teheran (2015) e infine la Palma d’oro al Festival di Cannes 2025 proprio con Un semplice incidente.

Una filmografia da clandestino

A fare da contraltare agli elogi internazionali, c’è la costante conflittualità con il regime iraniano per i contenuti di profonda denuncia sociale delle sue pellicole, con numerose censure negli anni che sono culminate nel 2010 con l’arresto e la condanna di Panahi per presunta attività di protesta contro il governo, sentenza che pone tra le altre cose il divieto di realizzare film, rilasciare interviste coi media ma soprattutto gli vieta di lasciare il Paese. Da quel momento l’attività di Panahi si svolge in totale clandestinità, senza impedirgli ma addirittura amplificando la forza del suo cinema, tant’è che quest’anno a Cannes si è presentato dopo essere fuggito dall’Iran con mezzi di fortuna.

Rischiare la vita

Già solo questo contesto dovrebbe farci riflettere sul coraggio necessario a rischiare la propria vita personale e quella dei propri cari per poter continuare a svolgere la funzione politica e sociale della propria arte. Spesso ci diciamo che il lavoro di attori e registi è un privilegio, rispetto a chi svolge compiti diametralmente più importanti e rischiosi nel mondo, ed è vero. Ma ciò non deve farci dimenticare quella funzione politica e sociale di cui molto cinema è portatore fondamentale, per esporre a livello internazionale le situazioni drammatiche di certi territori, aumentare la consapevolezza e stimolare dibattiti e confronti.

E questo va specialmente sottolineato perché noi, inteso come Occidente, non dobbiamo voltare le spalle verso quello che accade nel Medio Oriente, soprattutto considerando che i nostri capi di governi, attuali e del secolo scorso, sono stati spesso complici se non addirittura fautori dei regimi dittatoriali presenti in alcuni stati del Medio Oriente, in cambia di risorse e vantaggi economici. Ma questa è un’altra storia, seppur fondamentale per avere un contesto adatto di ciò che andiamo a vedere.

Un incontro destabilizzante

La pellicola parte da uno spunto semplice ma totalizzante: un uomo, Vahid, incontra casualmente colui che anni addietro l’aveva torturato per mesi in una prigione per chi si ribellava al regime, rovinandogli la vita e segnandola indelebilmente anche sul suo corpo. Alla vista di costui, mette in atto l’azione più impulsivamente estrema possibile: lo rapisce con l’intento di ucciderlo. Ma quando è sull’orlo di finire ciò che ha iniziato, ha un dubbio. Non sa se è veramente lui quello che sta cercando, anche perché durante la sua detenzione è sempre stato bendato, quindi non sa che volto aveva. Ciò che riconosce, come un rumore ossessivo e ripetuto, è il cigolio della sua protesi alla gamba. Ma non basta.

Per espiare questo dubbio Vahid viene condotta da Shiva, una ex fotoreporter anch’essa prigioniera del torturatore anni prima. A sua volta con lei c’è Gholi, giovane ragazza in procinto di sposarsi col compagno, e anch’essa vittima delle sevizie del torturatore. Insieme ad un’ultima vittima, Amid, cercheranno di scoprire la verità e decidere cosa fare di quell’uomo che non hanno mai visto in volto ma che sembrano porter riconoscere da un miglio, quanto è profonda la ferita che ha lasciato dentro di loro.

L’analisi morale e sociale

L’opera di Panahi lavora ad un livello molto più profondo e stratificato rispetto alla semplice vendetta: sarebbe stato troppo facile limitarsi a quello, ma il regista ci tiene a costruire un racconto innanzitutto collettivo, che unisce persone legate tutte tramite un filo spinato a questo torturatore, ma che vivono questo trauma in maniere totalmente differenti tra loro, seppur nessuno lo abbia effettivamente elaborato. Ma ciò non impedisce loro di riflettere sulle implicazioni morali che potrebbe avere quello che è stato fatto e stanno per fare. C’è chi come Hamid pensa che arrivati al punto di rapire una persona non si possa più parlare di etica e di morale, ma è davvero così?

La cosa affascinante di Un semplice incidente è il fatto che il racconto si allarga, devia da quella che è la direzione più plausibile dando più spazio al confronto, alla narrazione di un trauma che affligge un gruppo di persone, che altro non è che un campione, quasi statistico: per come esistono Vahid, Shiva, Golrokh e Hamid legati a Eghbal, ci saranno altrettanti civili iraniani legati ad altrettanti torturatori sparsi in tutto il Paese, imprigionati, torturati se non addirittura uccisi per aver semplicemente protestato per i loro diritti (Vahid era un operaio che chiedeva un salario equo, “banalmente”).

Prove tecnico-etiche di redenzione

Ma proprio qui si inserisce un altro elemento fondamentale e che approfondisce ancora di più l’analisi di Panahi: è più colpevole un singolo torturatore o l’intero sistema oppressivo che ha reso quella persona quello che è? Siamo sicuri che la nostra ira debba essere indirizzata necessariamente su un volto e un corpo che forse è solo il pezzo di un ingranaggio più grande? Quella persona è altro oltre le sue azioni? Panahi non giustifica nulla, ma non si piega neanche a sentenziare. Non è un giudice, ma ci mostra uno spaccato pieno di denuncia ma che apre a nuove possibilità, all’opportunità di riflettere, più che avere speranza.

La regia di Panahi

Perché sarebbe troppo buonista riporre delle speranze, ma ritirarsi nella negatività non manderà un messaggio così potente, sarà soltanto dolore. Un semplice incidente si muove quindi in una zona grigia, tra elementi neri e sprazzi di luce, inserendo anche dei momenti sinceramente divertenti che in realtà esaltano in maniera caustica e satirica un paese estremamente corrotto, ma in cui si deve partire dalla riflessione, dal confronto che probabilmente divide, come divide i nostri protagonisti – e come biasimarli – ma che è fondamentale in quanto motore del cambiamento.

Jafar Panahi

La regia di Panahi è semplice ma capace di inquadrature di grande effetto, preferendo l’enfasi sui protagonisti che sul torturatore, a cui viene dato spazio in momenti brevi ma intensissimi. La fotografia si muove tra le affollate strade dell’Iran e i deserti sconfinati, mentre il finale del film, raggelante per messa in scena, gioca proprio sul bilanciamento etico-morale di cui parlavamo prima: il viscerale desiderio di vendetta e sopraffazione contro il dolore che si trasforma in una nuova consapevolezza.

Conclusioni

Un semplice incidente è una grandissima visione e un ulteriore aggiunta alla filmografia di Panahi e alla sua attività artistica, politica e sociale, che meritatamente si è presa la Palma d’Oro a Cannes. Un film dal linguaggio universale, che si fa forza tramite il racconto della condizione umana prima ancora che politica, sul trauma, sul dolore e su cosa si può fare con esso.

Giovanni La Gattuta

 

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