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Cinema

Inaugurate le Giornate nazionali Cinema per la scuola

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 104 milioni di euro investiti, 2mila progetti educativi finanziati, oltre 1,7 milioni di studenti e 115mila docenti coinvolti: sono questi i numeri delle prime quattro edizioni del Piano Nazionale Cinema e Immagine per la Scuola, che trova a Palermo il suo evento cruciale. 

“Un’iniziativa del Ministero della Cultura in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito che va coccolata e fatta crescere – esordisce il Sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni – Un’iniziativa fondamentale, lo era già quando era nata nel 2018, ma lo è ancora di più oggi, in un mondo dove la comunicazione è fatta di immagini. Credo che sia un dovere di chi governa dare ai ragazzi gli strumenti per comprendere i rischi e la potenza delle immagini e fare della scuola un luogo sicuro. Le parole possono ferire, ma le immagino possono fare ancora peggio, perché rimangono per sempre” aggiunge il Sottosegretario in riferimento alla pratica del bullismo.

“La più grande vittoria è la sala di oggi e i numeri che sono stati raggiunti, piano piano stiamo arrivano in tutti i territori – continua Borgonzoni sottolineando l’aumento delle iscrizioni di docenti alle Giornate Nazionali del Cinema per la Scuola, triplicate nel corso delle varie edizioni – Si stanno formando sempre più docenti e la sensibilità su queste tematiche è sempre più grande. Come dico sempre, vorrei che il cinema diventasse materia di studio in generale, non legata a un singolo progetto. L’educazione all’immagine non serve solo per chi vuole diventare regista o attore, ma serve per affrontare qualunque aspetto della vita. Ho letto lettere di bambini che volevano tornare in classe grazie al cinema per la scuola. Questa è una cosa grandissima, perché vuol dire che riusciamo a parlare un linguaggio che arriva alle nuove generazioni. Questi grandi risultati devono essere solo l’inizio di questa lunga camminata che dobbiamo fare insieme”.

“Queste giornate erano un pezzo che mancava, perché rispondono all’esigenza di incontrare il mondo del cinema e dialogare. – aggiunge Giuseppe Pierro, Direttore Generale della Comunicazione e delle Relazioni Istituzionali del Ministero dell’Istruzione e del Merio – Abbiamo portato al cinema ragazzi che non ci sarebbero mai andati. Siamo partiti per formare nuovi spettatori, ma questo progetto sta diventando uno strumento di lettura della realtà. E poi diciamolo – conclude – le Giornate portano fortuna, basta vedere i risultati dei film presentati qui l’anno scorso: l’incredibile successo di pubblico de Il ragazzo dai pantaloni rosa, il miglior incasso italiano del 2024, e quello di Familia, che ora va addirittura agli Oscar”.

“Per chi rappresenta le sale cinematografiche e che lavora per riportare il cinema al centro, questa iniziativa è una delle più belle. – aggiunge  Presidente di ANEC Mario Lorini – È la cosa che dà più emozione. La sala è un luogo di formazione, ma da oggi diventa un luogo di aggregazione. Per noi è un grande orgoglio avere preso parte a questa manifestazione fin dall’inizio. Siamo partiti con poche case di distribuzione e oggi i progetti sono tantissimi”.

Parlando di progetti, i primi titoli che partecipanti alle Giornate hanno avuto l’occasione di conoscere brevemente prima delle anteprime ufficiali della Festa del Cinema di Roma sono state La vita va così di Riccardo Milani, distribuito da Medusa Film, e 40 secondi di Vincenzo Alfieri, distribuito da Eagle Pictures.

“Un film ispirato a una storia vera, ambientata in Sardegna. – commenta Milani, parlando del suo film che aprirà tra qualche settimana il festival romano – La storia di un pastore che ha rifiutato offerte davvero importanti pur di restare a casa sua. Il racconto di un uomo che ha fatto un’impresa enorme e il racconto di una comunità che si è spaccata su questa vicenda. Un conflitto ancora molto viva tra la necessità del lavoro e il rispetto del territorio. Non si riesce mai a trovare un punto d’incontro, questo film prova a indicare una strada”.

Eagle Pictures ha dato l’occasione di guardare una breve anteprime di uno dei capitoli che compongono 40 secondi, il film dedicato al caso dell’omicidio del giovanissimo Willy Monteiro Duarte. Un film che ha un punto in comune importante con Il ragazzo con i pantaloni rosa: entrambi sono ispirati a fatti di cronaca veramente accaduti. Ma mentre il primo affrontava il tema del cyberbullismo, questo affronta il tema della violenza di una generazione in bilico.

Le Giornate del Cinema per la Scuola 2025 continueranno ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo fino al 26 settembre, quando si terrà la cerimonia di chiusura. (Fonte: Cinecittà)

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Cinema

Squadra che vince non si cambia

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Le carriere parallele di registi e dei loro attori feticcio

Nel gergo calcistico, una espressione spesso usata è “squadra che vince non si cambia”, a significare la particolare intesa raggiunta fra allenatore ed atleti nella competizione sportiva. A ben vedere, tale concetto può essere applicato in qualsiasi ambito, compreso quello cinematografico dove accade spesso che il regista – il corrispondente dell’allenatore in campo – sia solito circondarsi delle maestranze con le quali si è trovato meglio, in primis gli attori chiamati a seguire le sue direttive. Nella storia della settima arte questa particolare alchimia fra chi sta davanti e chi sta dietro la macchina da presa ha creato dei connubi artistici che hanno fatto la storia del cinema, trasformando il set in un laboratorio di sperimentazione continua dove la fiducia reciproca abbatte ogni barriera tecnica.

Il rapporto “Fellini – Maastroianni”

Volendo indagare da vicino quegli esempi emblematici dei rapporti artistici più significativi, da cui sono scaturiti dei capolavori, possiamo cominciare dal nostro Paese dove si possono citare due geni della cinematografia nostrana: il regista Federico Fellini e il suo attore feticcio Marcello Mastroianni. Marcello fu il suo alter ego in tante pellicole, il volto capace di dare sostanza ai sogni e alle nevrosi del maestro riminese. Eppure, all’inizio della sua carriera, sembrava che l’interprete di riferimento dovesse essere un altro gigante: Alberto Sordi. Con l’attore romano, Fellini girò le sue prime due pellicole, Lo sceicco bianco (1952) e I vitelloni (1953), opere fondamentali che segnarono l’ascesa di entrambi.

Tuttavia, dopo questo avvio folgorante, qualcosa nella loro intesa artistica si incrinò definitivamente. Il motivo del loro distacco risiede nella collisione tra due personalità troppo ingombranti e artisticamente particolari. Fellini cercava un “corpo” da plasmare, un complice silenzioso e sornione che si lasciasse guidare totalmente nel labirinto della sua immaginazione; Sordi, al contrario, stava diventando l’Italiano medio per antonomasia, un autore di se stesso con una maschera comica e sociale così definita da non poter più scomparire dietro la visione del regista. Fellini scelse dunque la maggiore malleabilità attoriale di Mastroianni – con il quale girò cinque film – capace di farsi trasparente per lasciar filtrare l’anima del suo mentore, mentre Sordi proseguì la sua strada diventando uno dei principi della commedia all’italiana, in un divorzio artistico che, pur privandoci di altre collaborazioni, permise a entrambi di definire al meglio le proprie frontiere autoriali.

Foto generata da IA

Amici di una vita

Infine, un aneddoto significativo che coinvolge gli amici di una vita, Federico ed Alberto, che iniziarono insieme il loro percorso per poi imboccare strade differenti: nel 1986 il regista romagnolo si accingeva a girare Ginger e Fred, uno degli ultimi suoi grandi lavori e in fase di scrittura sembrò convinto ad affidare all’Albertone nazionale il ruolo del cinico presentatore televisivo che accompagna il ritorno sulle scene di una coppia di ballerini (interpretati da Mastroianni e Giulietta Masina). Nonostante il personaggio sembrasse cucito sull’esuberanza di Sordi, Fellini preferì infine affidare la parte a Franco Fabrizi; sfumò così l’ultima occasione per un commiato artistico tra i due giganti del nostro cinema.

Rimanendo sempre nei confini nazionali ma spostandoci dal cinema d’autore alla commedia all’italiana, un altro rapporto simbiotico fra regista ed attore è quello instaurato fra Dino Risi e Vittorio Gassman. Il sodalizio artistico fra i due si protrasse per ben trent’anni, nel corso dei quali girarono insieme sedici pellicole. Risi ebbe l’intuizione geniale di spogliare Gassman della sua impostazione teatrale e tragica per rivelarne la carica istrionica e cialtrona, perfetta per l’Italia del boom. Il primo film della coppia risale al 1960, con Il mattatore, a cui seguono altri titoli di rilievo, fra cui il capolavoro assoluto Il Sorpasso (1962), sarcastico e grottesco ritratto dell’Italia del boom economico. Ognuno di questi film ritrae, con ironia e sarcasmo, la realtà ed i mutamenti sociali del nostro Paese in un lungo arco temporale. L’ultimo lavoro con Risi regista e Gassman protagonista, con il quale la coppia si congeda dal proprio pubblico, è il film dall’emblematico titolo Tolgo il disturbo (1990), che vede Gassman interpretare un personaggio che non riesce più ad essere accettato né dai parenti né dalla società dopo un periodo in clinica psichiatrica, segnando il crepuscolo malinconico di una stagione irripetibile.

Sorrentino – Servillo

In tempi più recenti, un altro connubio di rilievo è quello instauratosi fra un regista talentuoso – da molti considerato l’unico erede italiano di Fellini – e un attore capace di interpretare ogni ruolo. Stiamo parlando di Paolo Sorrentino e Toni Servillo, la cui particolare simbiosi ha probabilmente anche una matrice geografica: entrambi condividono un approccio comune all’arte cinematografica figlia della loro napoletanità. Il regista partenopeo sembra aver trovato in Servillo l’unico strumento umano capace di reggere il peso della sua estetica barocca e dei suoi lunghi silenzi contemplativi. Dall’istrionismo del personaggio di L’uomo in più (2001), il loro esordio sul grande schermo, alla freddezza geometrica de Le conseguenze dell’amore (2004) fino all’iconica stanchezza di Jep Gambardella ne La grande bellezza (2013), Servillo non è solo un attore per Sorrentino, ma la bussola morale e visiva del suo cinema, un punto fermo a cui il regista non sembra voler rinunciare per dare coerenza al suo universo poetico.

Esplorando altre cinematografie, in quella al di là delle Alpi si può citare la relazione artistica intercorsa fra François Truffaut e il suo attore feticcio Jean-Pierre Léaud. Questo legame rappresenta forse l’esempio più estremo di identificazione tra autore e interprete: Léaud ha dato vita al personaggio di Antoine Doinel, alter ego del regista, in una serie di film che hanno tracciato la crescita del protagonista parallelamente alla vita reale dell’attore. Da I 400 colpi fino a L’amore in fuga, passando per Baci rubati e Non drammatizziamo… è solo questione di corna, lo spettatore ha assistito a un esperimento unico: vedere un uomo invecchiare sullo schermo mentre recitava la biografia dell’uomo che stava dietro la macchina da presa, in una fusione totale tra vita vissuta e cinema.

Il cinema di Scorsese

Attraversando l’Atlantico, il concetto di “squadra che vince” trova la sua massima espressione nel cinema di Martin Scorsese. Il regista newyorkese ha costruito la sua intera poetica appoggiandosi a due pilastri attoriali in epoche diverse. Il primo, viscerale e leggendario, è quello con Robert De Niro, l’interprete mai abbandonato: da Mean Streets (1973) a Toro Scatenato (1980), fino ai recenti The Irishman (2019) e Killers of the Flower Moon (2023), De Niro è il corpo attraverso cui Scorsese ha dato libero sfogo alla sua idea di cinema. In anni più maturi, a questo si è aggiunto Leonardo Di Caprio, che per Scorsese è diventato uno strumento più aggiornato per motivi anagrafici, capace di spaziare dal tormento psicologico di Shutter Island (2010) all’istrionismo frenetico de The Wolf of Wall Street (2013). In entrambi i casi, la continuità del rapporto ha permesso al regista di dare forma ai suoi personaggi in celluloide, così come li aveva immaginati.

Un caso peculiare e di straordinario interesse è poi quello rappresentato da Clint Eastwood. Dopo aver forgiato la sua maschera iconica sotto la guida di Sergio Leone in Italia — un sodalizio che ha riscritto le regole del Western col la Trilogia del dollaro — Eastwood rientrò negli Stati Uniti incontrando quello che sarebbe diventato il suo mentore americano: Don Siegel. Con Siegel, in pellicole come Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo (1971) e Fuga da Alcatraz (1979), Clint ha perfezionato quell’asciuttezza recitativa e quella precisione ritmica che sarebbero diventate il marchio di fabbrica della sua futura carriera da regista. Eastwood è forse l’esempio più fulvido di un attore che, dopo aver assorbito dai suoi mentori le loro idee di cinema, ha deciso di sedersi dall’altra parte della macchina da presa, diventando autore di se stesso e portando con sé quella lezione di economia narrativa appresa sui set di Leone e Siegel.

il rapporto tra Tim Burton e Johnny Depp

Sulla scia di questa tendenza alla fedeltà creativa, non si può ignorare il rapporto tra Tim Burton e Johnny Depp. In questo caso, la simbiosi non è solo psicologica ma squisitamente estetica: da Edward mani di forbice (Edward Scissorhands, 1990) e Ed Wood (1994), fino a La fabbrica di cioccolato (2005) e Dark Shadows (2012), Depp è stato per anni la proiezione delle fiabe gotiche e malinconiche di Burton, una maschera necessaria per rendere tangibili mondi che, senza quel volto familiare e trasfigurato, sarebbero potuti apparire troppo distanti o alieni al grande pubblico.

Altra menzione in questa galleria di coppie cinefile entrate nel nostro immaginario la merita Quentin Tarantino, autore di tante pellicole di cult, popolate dai volti più iconici del cinema statunitense. Tuttavia, vi è una costante nella sua scelta di casting: l’attore Samuel L. Jackson, con il quale il regista americano ha dimostrato di trovarsi più a suo agio, trovando un attore capace di mettere in scena i lunghi dialoghi, a volte deliranti e dissacranti, scritti da Quentin, in pellicole quali Pulp Fiction (1994), Jackie Brown (1997), Django Unchained (2012) e The Hateful Eight (2015), e in un cameo in Kill Bill: Volume 2 (2004), e come interprete nel film scritto da Tarantino Una vita al massimo (1993), diretta da Tony Scott.

Questi sono solo alcuni esempi dei tanti consolidati sodalizi artistici fra registi e attori, che non stanno ad indicare un mero dato statistico, ma dimostrano come, nonostante il cinema sia la macchina dei sogni in cui la fantasia e l’imprevedibilità sono componenti imprescindibili, il nucleo del successo possa risiedere anche in un dialogo intimo e ripetuto tra due sole persone, capaci di parlare la stessa lingua cinematografica.

Carmelo Franco

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Cinema

Il fotografo dell’ombra, un racconto per comprendere il mondo 

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Il documentario di Roberto Andò rigorosamente in bianco e nero è un viaggio meraviglioso nella fotografia, nella letteratura, un incontro con grandissimi personaggi che fanno parte della storia: da  Gianni Berengo Gardin, a Henry Cartier Bresson, Milan Kundera, Leonardo Sciascia padre e maestro di Scianna,  da Giuseppe Tornatore,  a Salvatore Nigro e Dacia Maraini ed altri.

La frase del padre di Scianna

Nel documentario è spiegata con ironia la celebre frase che il padre di Scianna, gli disse nel momento in cui Ferdinando aveva deciso di fare il fotografo. “ Che mestiere è quello del fotografo, uno che ammazza i vivi e resuscita i morti?” La fotografia è una scommessa con la realtà e con il tempo,  sottrae qualcosa che ha un significato, che va  oltre quell’istante… L’uomo ha perduto la sua ombra. Il documentario si presta a molte riflessioni,  e a diversi rimandi letterari sulla poesia della  vita e sulla morte. Questo non è il  primo ritratto del regista Roberto Andò, che  ha già raccontato Francesco Rosi per i suoi 80 anni, Harold Pinter e Robert Wilson.

Foto: Lia Pasqualino

La luce nella fotografia

Il ritratto è nato con la pittura, con Tiziano. E’ un frammento dal quale si può risalire per spiegare tutto… Alla fine cos’è l’esistenza , se non un viaggio in cui si incontrano gli amici che possono cambiarti la vita! Il linguaggio che insegue il fotografo,  esplora il dolore del mondo, secondo  Ferdinando Scianna è quello della contemporaneità… La luce nella fotografia rimanda al lutto, inteso  come metafora della condizione umana e della vita stessa, in una parola un’affascinante follia…  E’ un tema molto intrigante descritto a regola d’arte dallo scrittore Gesualdo Bufalino nel libro “La luce e il lutto” pubblicato da Sellerio. Tutto quello che ha un senso alla fine finisce in un libro…

Un viaggio nei luoghi e nei ricordi

Domenica su Raitre ho seguito con grande attenzione il documentario su Ferdinando Scianna . E’ stata una bella testimonianza  ricca di vita vissuta. Un viaggio nei luoghi e nei ricordi della Sicilia e non solo! Mi sono commosso più volte. Questo documentario che non è stato finanziato,  dovrebbero vederlo tutti gli  studenti dalle elementari in poi.  E’ un viaggio  nell’infanzia e nella vecchiaia. Lo ritengo tra i migliori lavori del regista Roberto Andò che continua a farci sognare con le sue opere.  Ferdinando Scianna è l’ultimo vero grande poeta, scrittore e fotografo di Bagheria. Roberto Andò in una intervista pubblicata dal Domani sul Docufilm ha dichiarato:

«Non è solo il racconto della sua vita e della sua carriera straordinaria, ma è anche la storia della nostra amicizia, e poi c’è soprattutto una riflessione sul senso delle immagini che la fotografia porta con sé»

 Ferdinando Scianna con la sua opera che ha portato in ogni parte del mondo,  ha saputo immortalare la brutalità, la teatralità e l’insolita bellezza del reale nei suoi scatti fotografici. C’è anche l’amore per la Sicilia e per un mentore in comune,  Leonardo Sciascia, ma soprattutto c’è un amore per il potere delle immagini.

Ferdinando Scianna è il primo italiano a far parte della Magnum Photos nel 1982, racconta storie, restituisce atmosfere e coglie dettagli altrimenti invisibili: nei suoi scatti, etica e stile, memoria e intuizione, letteratura e fotografia si fondono al servizio della verità e della cultura. Con questo ritratto personale, ricco di testimonianze, Roberto Andò firma una testimonianza storica per le nuove generazioni. Una lode a Lia Pasqualino  per la ricerca e la scelta delle fotografie.

Maurizio Piscopo

Guarda l’intervista al regista Robertò Andò, in opne day cinema a Radio in 

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Cinema

Che Dio perdona a tutti, il film di PIF

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Agnostico lui, Pif (pseudonimo di Pierfrancesco Diliberto), profondamente credente lei, Giusy Buscemi. Siciliani entrambi (lui palermitano, lei di Menfi, nell’Agrigentino), sono Arturo e Flora, i protagonisti di: ”Che Dio perdona a tutti”, il nuovo film di Pif, in sala da qualche giorno. I due si incontrano, si innamorano e si scontrano, dando vita a una storia che intreccia sentimenti, fede e identità. Lui è golosissimo dei dolci siciliani, lei è una pasticcera dal talento innovativo.

 Attualmente in sala, …che Dio perdona a tutti  è il nuovo film diretto e interpretato da Pif, affiancato da Giusy Buscemi e Francesco Scianna, con la partecipazione di Carlos Hipólito e Maurizio Marchetti e un cameo di Domenico Centamore. Ambientato in Sicilia, racconta il percorso emotivo e spirituale di Arturo, tra fede, dubbi e sentimenti contrastanti. Una commedia dal tono agrodolce che mescola ironia e riflessione, costruendo un racconto corale capace di parlare a un pubblico ampio.

Il film

che Dio perdona a tutti segna il ritorno alla regia di Pif, autore capace di unire ironia e riflessione. Il film nelle sale italiane dal 2 aprile distribuito da PiperFilm vede protagonista lo stesso Pif, affiancato da Giusy Buscemi e Francesco Scianna.
Nel cast anche Carlos Hipólito e Maurizio Marchetti. Presente inoltre la partecipazione amichevole di Domenico Centamore. La storia si sviluppa in Sicilia, tra sentimenti e spiritualità. Una commedia romantica ed introspettiva tra fede e identità personale.

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