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Cinema

Gli artigiani della quantità nel cinema popolare italiano

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Anni Ottanta, in un cinema della provincia italiana poteva capitare di entrare in una sala come tante, attratti da un manifesto che prometteva Alien 2 sulla Terra (1980). Leggevi il nome del regista, Ciro Ippolito, non lo conoscevi, ma tant’è. Pagavi il biglietto, ti sedevi ed aspettavi di vedere sullo schermo Ellen Ripley, che avevi imparato a temere e amare in Alien di Ridley Scott, uscito l’anno precedente. Solo dopo la visione del film ti rendevi conto dell’inganno: Ripley non c’era, la creatura non aveva acido al posto del sangue e la 20th Century Fox non c’entrava assolutamente nulla. Eri semplicemente incappato in un “sequel apocrifo” di marca italiana, come capitava spesso a quell’epoca nei cinema del Belpaese.

Zombi 2

Quello infatti non era un caso isolato, ma la prassi consolidata di un’industria famelica e rapidissima: nel 1979 Lucio Fulci firmava Zombi 2, anticipando i sequel ufficiali della saga di George A. Romero (il cui Dawn of the Dead era arrivato in Italia l’anno prima con il titolo Zombi, grazie al montaggio di Dario Argento) che gli aveva dato la notorietà mondiale. Nel 1974 Ovidio G. Assonitis diresse Chi sei? (distribuito all’estero come Beyond the Door), una pellicola che narrava di possessioni demoniache nata a ridosso de L’Esorcista, il cult diretto da William Friedkin l’anno prima; il film riproponeva la stessa iconografia, la stessa croce e lo stesso vomito verde, imponendosi come l’antesignano italiano di tante altre pellicole a sfondo demoniaco. Enzo G. Castellari nel 1982 firmò 1990: I guerrieri del Bronx, cavalcando con furbizia l’onda del travolgente successo di I guerrieri della notte (The Warriors, 1979) di Walter Hill, e poco prima, nel 1981, aveva cannibalizzato il filone dei mostri marini con L’ultimo squalo, terrorizzando le platee sulla scia del capolavoro di Steven Spielberg.

Starcrash

Luigi Cozzi nel 1978 lanciò Starcrash /Scontri stellari oltre la terza dimensione, una evidente e bizzarra crasi in celluloide tra il Guerre stellari di George Lucas (1977) e L’Impero colpisce ancora, che sarebbe uscito solo nel 1980. Infine, Umberto Lenzi nel 1983 rispose a Conan il Barbaro di John Milius, uscito l’anno precedente nelle sale di tutto il mondo, con La guerra del ferro – Ironmaster. Qualche anno dopo, Fabrizio De Angelis inaugurò addirittura una saga tutta italiana – con sei pellicole uscite in pochi anni – sfruttando il successo di Karatè Kid – Per vincere domani (1984) di John G. Avildsen e i suoi tanti seguiti. Firmandosi con il nome anglofono di Larry Ludman, il regista nel 1987 diresse il primo episodio della serie Il ragazzo dal Kimono d’oro, con protagonista un giovane Kim Rossi Stuart, cambiando l’ambientazione ma mantenendo la formula del film di riferimento: un ragazzo emarginato, un maestro saggio e un torneo finale. Il fenomeno del riciclo costante fu così duraturo da spingersi fino alla metà degli anni Novanta, quando Bruno Mattei confezionò Cruel Jaws – Una notte di terrore (1995), venduto nei mercati esteri direttamente come Lo squalo 5.

La tendenza a imitare

Questa lista non è esaustiva, ma fortemente rappresentativa di quella che era la regola d’oro del cinema di genere italiano: Hollywood realizzava una pellicola di successo, l’Italia rispondeva in pochissimo tempo producendo un film dal titolo simile. Alle volte si adattava lo stesso titolo del film a stelle e strisce con l’aggiunta di un numero “2”, correndo a promuoverlo nei cinema con locandine studiate appositamente per richiamare alla mente degli ignari spettatori l’originale a cui si ispirava. Oggi una operazione di questo genere farebbe gridare al plagio e solleverebbe polveroni legali; per i cineasti di allora, invece, si trattava solo di un’ottima occasione per capitalizzare sugli incassi delle pellicole realizzate dalla poderosa macchina produttiva americana, in maniera veloce, intuitiva e con pochi soldi e spesso non proprio in linea con le normative di settore.

I colossi hollywoodiani

Sotto il profilo strettamente giuridico, il conflitto tra le major d’oltreoceano e i produttori nostrani rivelava una profonda divergenza culturale e legislativa. Negli Stati Uniti, la reazione giudiziaria si fondava sulla dottrina della unfair competition (concorrenza sleale), un principio affine a quello disciplinato in Italia dal nostro Codice Civile. I colossi hollywoodiani non tolleravano lo sfruttamento indebito del proprio marchio o la “servile imitazione” delle proprie campagne pubblicitarie. Il dato paradossale è che, dal punto di vista della scrittura, le sceneggiature italiane erano quasi sempre originali: a essere plagiato non era il testo, ma il posizionamento commerciale del prodotto.

Il diritto d’autore in Italia

Al contrario, sul territorio italiano la legislazione sul diritto d’autore si mostrava decisamente più flessibile. I veri problemi per i nostri produttori non nascevano dalla tutela dei marchi privati, bensì sul terreno scivoloso della morale pubblica. I sequestri predisposti dalle autorità giudiziarie italiane non difendevano la proprietà intellettuale di Hollywood, ma applicavano i rigori del Codice Penale: l’articolo 528 in materia di oscenità e l’articolo 403 per vilipendio alla religione cattolica, specchio di una società ancora profondamente conservatrice e attraversata da forti conflitti etici.

The Devil Within Her

Il monitoraggio dei casi storici restituisce l’immagine di una guerriglia legale permanente. Nel 1974, la Warner Bros tentò una causa milionaria negli Stati Uniti contro il finto esorcismo del film di Assonitis. Sebbene i produttori italiani la spuntassero in tribunale dimostrando l’originalità dello script, la pellicola dovette navigare nel complicato mercato inglese uscendo con il titolo alternativo The Devil Within Her. In Italia, invece, il film subì un pesante sequestro penale per oscenità e oltraggio alla religione, tornando visibile solo dopo mesi e al prezzo di una drastica mutilazione di quattro minuti di girato.

Un destino simile toccò a Zombi 2 di Fulci. Le Procure di Roma, Bologna e Torino ordinarono il sequestro della pellicola a causa del suo impatto gore estremo – rimasto celebre per lo scontro subacqueo tra uno squalo e un morto vivente e per la tortura dell’occhio. Liquidato dalla censura nostrana come uno spettacolo «nauseabondo», il film subì pesanti tagli prima di poter circolare. Anni dopo, a metà degli anni Ottanta, l’opera finì addirittura nella famigerata lista dei video nasties nel Regno Unito, subendo il bando totale dal mercato dell’Home Video fino al 1998.

Ciro Ippolito

L’apice della spregiudicatezza venne toccato però da Ciro Ippolito con Alien 2 sulla Terra. Nel 1980 la 20th Century Fox avviò un’azione legale per violazione di marchio e concorrenza sleale. La major americana, tuttavia, perse la battaglia legale poiché la parola “Alien” non era legalmente monopolizzabile in quel modo. Il film riuscì a circolare all’estero come Alien 2 on Earth, pur dovendo affrontare forti resistenze nella distribuzione. In Italia, la magistratura non intervenne, ma fu la SIAE a imporre la modifica dei manifesti per attenuare una combinazione visiva giudicata fuorviante per il pubblico.

 

L’ultimo squalo

Ancora più clamoroso fu il caso de L’ultimo squalo di Enzo G. Castellari. La Universal Pictures, gelosissima del franchise avviato da Steven Spielberg, citò in giudizio la produzione italiana negli Stati Uniti. Forte di una netta vittoria legale basata proprio sulla unfair competition, la major ottenne il ritiro definitivo del film dalle sale americane dopo poche settimane di programmazione, nonostante l’opera stesse registrando incassi straordinari, persino superiori a quelli dei sequel ufficiali dello squalo bianco.

Lucasfilm monitorò con analoga durezza le dinamiche di Starcrash di Luigi Cozzi, dove l’uso di armi simili alle spade laser e la presenza di un robot antropomorfo sfidavano apertamente il colosso americano. Sebbene il film riuscì a farsi strada grazie alla distribuzione della spregiudicata New World Pictures di Roger Corman, l’opera rimase l’emblema di una sfida visiva diretta al cuore dell’impero di George Lucas.

Gli unici a schivare un verdetto di condanna nei tribunali americani furono registi come Enzo G. Castellari e Fabrizio De Angelis. Il primo con 1990: I guerrieri del Bronx (1982), sebbene la Paramount avesse minacciato azioni legali a tutela della pellicola, gli avvocati dello studio hollywoodiano dovettero arrendersi all’evidenza: l’idea di gang giovanili in uno scenario metropolitano post-apocalittico non era un marchio registrato, né legalmente monopolizzabile. Il film completò il suo percorso nelle sale, anche se la Germania ne dispose successivamente il sequestro in Home Video per l’eccessiva violenza. Stesso discorso va fatto per la saga firmata De Angelis: la produzione americana che aveva inventato il brand di Karatè Kid, di cui la variante italiana ne costituiva un calco quasi fedele, non intentò mai alcuna causa legale nei confronti dei colleghi italiani, che avevano dato vita ad un loro autonomo franchise.

Immagine generata da IA

Il cinema di genere

La genesi produttiva di queste pellicole narra di un cinema italiano che non esiste più, i cui risvolti produttivi e legali oggi sopravanzano il valore stesso delle opere. Il cinema di genere degli anni Settanta e Ottanta visse costantemente sul filo del rasoio: la concorrenza sleale negli USA, l’oscenità in patria, il vilipendio alla religione. Erano rischi calcolati di un mercato affamato di storie, i cui registi erano validi artigiani del prolifico genere “bis”, capaci di adattarsi a qualsiasi situazione produttiva. Realizzavano così opere a basso costo che navigavano fra le pieghe della legge e, a volte, la violavano, ma costruivano cult che adesso studiamo nelle università e proiettiamo nei festival di tutto il mondo.

Sergio Leone

Ma non possiamo concludere questa narrazione fra le pieghe di un cinema aduso a navigare fra mille difficoltà produttive e giudiziarie senza citare un precedente più illustre, firmato da uno dei maestri assoluti del nostro cinema:Sergio Leone. Il regista che ha inaugurato la grande stagione del western all’italiana è infatti incappato, agli inizi della sua carriera, nella scure della giustizia per una causa intentata da Akira Kurosawa, il quale riconobbe in Per un pugno di dollari (1964) affinità fin troppo manifeste con la sua precedente opera La sfida del samurai (1961).

Davanti all’evidenza della copia non autorizzata – nata dal fatto che la casa di produzione italiana Jolly Film non aveva mai acquistato i diritti del film giapponese, nonostante le rassicurazioni iniziali – Leone e i produttori dovettero capitolare. La transizione giudiziaria fu sanguinosa sotto il profilo economico: a Kurosawa e alla Toho vennero riconosciuti i diritti di distribuzione esclusiva di Per un pugno di dollari in Giappone, Taiwan e Corea del Sud, oltre al 15% degli incassi globali del film. Il maestro giapponese ammetterà in seguito di aver guadagnato molto più dalla percentuale sul capolavoro di Leone che da tutti i suoi film messi insieme.

Carmelo Franco

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Cinema

 C’era una volta l’Odissea

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L’ Odissea  di Omero è uno dei grandi capolavori della letteratura occidentale e un testo fondamentale. Il poema epico, tradizionalmente attribuito a Omero e composto probabilmente tra il IX e l’VIII secolo a.C., racconta il lungo viaggio di Ulisse, o Odisseo, verso Itaca dopo la guerra di Troia.

A differenza dell’Iliade, centrata sulla guerra e sul valore degli eroi in battaglia, l’Odissea è il poema dell’intelligenza, dell’astuzia, della curiosità e della capacità di sopravvivere alle prove.

Il regista

Il noto regista britannico Christopher Nolan ha girato 13 lungometraggi nel corso della sua carriera tra cui Inception, Oppenheimer  e Odissea che è un film epico d’azione, girato in diverse parti del mondo, che utilizza una nuovissima tecnologia di ripresa IMAX 70 mm, che si può apprezzare completamente soltanto in 20 cinema sparsi in tutto il mondo, nessuno in Italia.

Le difficoltà logistiche

Colpisce sapere che per le riprese del film è stato approntato un ponte aereo nell’isola di Favignana per il trasporto di una pesantissima attrezzatura cinematografica. E’ stata allestita una nave capace di navigare, realizzata secondo una tecnica antica con materiali originalissimi; gli attori hanno dovuto imparare a usare i remi e le vele.

Il parere dei critici

I critici nei confronti di questo film si sono sbizzarriti e divisi alla ricerca di originali chiavi di lettura nell’opera di Omero. Alcuni concordano nell’affermare che questo kolossal è da considerare un traguardo del cinema moderno,  dotato di un grande senso di concretezza.

Il suono

Il suono è curatissimo, qualcosa di straordinario con gli effetti della pioggia battente, lo scafo che si scricchiola, lo schiocco delle vele e la tempesta improvvisa con il cambio dei venti. Lo spettatore viene catapultato in mare quasi in un sogno improvviso. Il regista Cristopher Nolan con questo film intende raccontare un’epoca in cui gli uomini sono incapaci di dominare la natura,  e riprende un grande e profondo messaggio di Omero.

La scena delle sirene e Polifemo

Splendida la scena delle sirene che stregano i naviganti, poco convincente il gigante Polifemo che è rappresentato come un vecchio pastore abbruttito. Più di un critico ha accostato Polifemo a un film giapponese sulla sia di Godzilla, con creature enormi e distruttive. Manca nel film la classica frase a cui siamo tutti abituati:  “Come ti chiami chiede Polifemo ad Ulisse ed egli risponde Nessuno!”

Il ritorno a casa di Ulisse

Alla fine nel racconto di tutti i racconti, Nolan non è riuscito a cogliere la poesia e gli spunti colti da Omero. Secondo il giornalista Corrado Augias nella lacerata coscienza di Ulisse c’è un cruccio, lo scrupolo, il pentimento di avere distrutto la civiltà troiana, una grande civiltà, se pensiamo che Virgilio fa discendere Roma dalla civiltà di Enea.  Il ritorno a casa di Ulisse, dopo lo sfiancante assedio di Troia, non è dei più facili, tra sirene, Polifemo e Circe…

Il successo di Nolan

Prodigioso figlio del cinema british (non solo regista ma anche attore,  produttore esecutivo, scrittore, sceneggiatore, fotografo, montatore), Nolan ha cavalcato gli ultimi 26 anni con una serie di successi planetari (Memento, The Prestige, Batman Begins, Il Cavaliere oscuro – il ritorno, Inception, Interstellar, Oppenheimer), legando il suo stile ad una personalissima gestione del tempo e dell’inquadratura.

La legge degli dei

Odissea si rivela uno specchio brutale e consolatorio dei nostri tempi, ricordandoci che nessuno torna mai davvero uguale dai propri viaggi. In Odissea è molto presente il tema della colpa, in questo modo Nolan reinterpreta il mito di Omero. Per Nolan la legge degli dei è infranta dal Cavallo. Il regista con quest’opera cinematografica ci regala un pezzo della nostra epoca.

Gli achei (i greci) dell’Iliade, dell’Odissea, tutta la civiltà greca si basava su ospitalità, viaggio, nostoi (ritorno a casa), struggente nostalgia su lunghe navi con giorni e giorni di navigazione…

Il film è  stato definito un’opera tragica e necessaria: l’Odissea è il film del nostro tempo!

Ecco una delle domande che ci pone il regista:

“Come sono diventati gli uomini del nostro tempo, cosa stanno cercando… Le cose perdute non ritornano, è un messaggio contro le guerre che stanno distruggendo la nostra civiltà. Occorre la pace  è urgente e necessaria”… Tre ore di cinema, di sangue e polvere  che fanno riflettere e sognare lo spettatore. Noi che viviamo immersi nelle grandi tecnologie iperconnesi giorno e notte  abbiamo perduto l’umanità, ci siamo abituati alle guerre e alla morte di bambini innocenti…  

Nolan modernizza Omero è lo rinterpreta?

Alcune variazioni narrative sorprendono e funzionano, altre ribaltano aspettative consolidate. Il film è stato girato in Islanda, in Grecia, in Marocco e in Scozia. I luoghi che hanno stregato il pubblico di ogni parte del mondo sono Favignana, Lipari, e le isole Eolie. Il film è così immenso che lo voglio rivedere  un’altra volta, allo Science Museum Imax  Theatre di Waterloo. Solo qui potrò provare l’emozione del fim visto con la tecnologia  IMAX 70 mm…

Odissey, USA – Grand Bretagna; 2026 (Con: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya (172’)

Giuseppe Maurizio Piscopo

   

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Cinema

La tragedia di Lampedusa; rip Cristiano Giamporcaro

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Lampedusa, muore sub falciato dalle eliche di un gommone con a bordo due turisti milanesi

Tornava ogni anno a Lampedusa con le sue macchine da presa per un film costruito nel tempo. Ma ogni volta non rinunciava alle immersioni, com’è accaduto sabato pomeriggio nelle acque cristallite dell’isola, fra Punta Sottile e Cala Francese, a poche decine di metri dalla riva, dove un gommone nelle mani di due turisti milanesi lo ha falciato uccidendolo sotto gli occhi della fidanzata. Finisce così la vita di un regista di 29 anni, Cristiano Giamporcaro, esperto con gli obiettivi anche sott’acqua, ligio alle regole, il pallone dei sub bene in evidenza, come ha ripetuto la sua ragazza che aveva nuotato con lui fino a pochi minuti prima della tragedia. Stanca, appena sulla spiaggia, ha intravisto l’arrivo del gommone a tutta velocità. A bordo un uomo e una donna, due turisti sessantenni da anni con casa a Lampedusa, proprietari del mezzo, adesso distrutti anche loro dal dolore, pentiti di quella che viene considerata da tanti una bravata. 

Come dubita l’assessore alla Salute, Aldo di Piazza, medico del Poliambulatorio: «È certo che le misure di sicurezza impongono di procedere a passo d’uomo sotto i 200 metri dalla riva, senza sfrecciare planando…». L’isola che ha vissuto tante tragedie del mare legate all’emigrazione e all’assalto dei disperati su barconi fatiscenti piange adesso un ragazzo che va via con i suoi sogni, lasciando nella disperazione la madre, Marina Castiglione, professoressa all’università di Palermo, linguista e filologa con radici e affetti a Caltanissetta. Partita appena avvertita con il marito Ruben Giamporcaro per abbracciare il figlio frattanto trasferito all’obitorio di Porto Empedocle. Il corpo sabato è stato recuperato dalla Capitaneria di porto, mentre i carabinieri hanno sequestrato il gommone intimando alla coppia di non lasciare l’isola.  Le indagini in corso per omicidio nautico, coordinate dalla Procura di Agrigento, dovranno chiarire se il filmaker è morto sul colpo, anche se si ventila l’ipotesi che l’elica del gommone gli abbia tranciato un braccio con un disastroso dissanguamento. Ma questo dovrà chiarirlo l’autopsia. Addolorato anche il sindaco Filippo Mannino che raccomanda cautela ai turisti presenti sull’isola: «Occorre prestare massima prudenza, sia in mare che sulla terraferma. Le vacanze devono essere fatte all’insegna della sicurezza, solo così ci si può divertire e rilassare». 

Si aumentano adesso i controlli delle motovedette in una domenica intristita dalla notizia, mentre la fidanzata e i genitori della vittima seguono il corpo anche loro verso Porto Empedocle. Increduli, ripensando alla festa di pochi giorni fa. Un modo per brindare ai 60 anni della professoressa, che in passato è stata vicesindaco di Caltanissetta e che per l’occasione ha donato ad amici e parenti un libretto sui suoi «dodici lustri» dedicata anche allo studio dello zolfo. Un verso riemerge dagli scatti e dai filmati che anche Cristiano inquadrava: «C’è qualcosa che ci avvolge e ci stritola dentro i nostri sogni». Un’amara osservazione che inquieta anche gli amici della Strada degli Scrittori, l’associazione con cui la professoressa collabora da tanti anni e con cui Cristiano ha realizzato un video sulla casa di Andrea Camilleri a Serradifalco, il paesino dove nel 1943 era sfollato con la famiglia.
 
Flash richiamati anche da Ivan Scinardo, direttore della sede siciliana del Centro sperimentale di cinematografia dove Cristiano si era diplomato nel 2022: «Era tanto bravo che un mese fa lo avevano richiamato per seguire i nuovi allievi come tutor». Una bravura indiscussa soprattutto per il saggio del diploma, il documentario dal titolo pasoliniano «La ricomparsa delle lucciole». Presentato al «Festival dei Popoli 2023» e successivamente inserito fuori concorso al «Sole Luna Doc Film Festival 2024». Un racconto sul paesaggio dell’entroterra siciliano attraverso lo sguardo di un bambino di dieci anni e di un anziano pastore intrecciando memoria, territorio e vita quotidiana. Un po’ seguendo le tracce materne nelle ricerche sulla lingua e sul dialetto. Impegno e sogni stritolati in acque cristalline di botto colorate di rosso. 

(Fonte: Corriere della Sera. Articolo di Felice Cavallaro)

Guarda il servizio della TGR Sicilia a cura di Ernesto Oliva

 

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Cinema

Stefano Coco e il mare di Capo Zafferano

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Un lavoro per la salvaguardia ambientale

Che cosa significa oggi spendersi per il bene dell’ambiente? Per Stefano Coco vuol dire studiare, documentare, ma più di tutto divulgare.

Stefano Coco

Stefano Coco è un documentarista originario di Ustica, isola che sin da subito lo ha messo a contatto con il patrimonio ambientale del Mediterraneo, dove l’istituzione di un’area marina protetta ha contribuito alla tutela di una biodiversità oggi apprezzata e riconosciuta a livello internazionale.

È da questo legame con il territorio e con il mare che prende forma il percorso professionale di Stefano, che negli anni ha trasformato la sua passione in un lavoro, affermandosi come regista, filmmaker e operatore subacqueo. Ha collaborato con realtà come National Geographic, la RAI e diverse produzioni internazionali.

Il rapporto tra uomo e ambiente

Il suo lavoro si concentra soprattutto sul rapporto tra uomo e ambiente, raccontando attraverso le immagini le trasformazioni che stanno interessando il nostro pianeta. Dal cambiamento climatico alla pressione esercitata sulle risorse naturali, fino alle sfide affrontate dalle comunità per trovare un nuovo equilibrio con l’ambiente, i suoi progetti cercano di portare alla luce questioni spesso lontane dagli occhi del grande pubblico. Le immagini diventano così non soltanto un mezzo per raccontare ciò che accade, ma anche uno strumento per comprendere il presente e stimolare una maggiore consapevolezza e un maggiore senso di responsabilità verso l’ambiente.

Il progetto

Il progetto che Stefano ha iniziato è un’iniziativa completamente indipendente. Alle sue spalle non c’è nessun finanziamento esterno: si tratta di un’autoproduzione che porta avanti da circa un anno.

«Non avendo una committenza o dei finanziatori – ci racconta – ho molta libertà nel modo in cui racconto questa storia. È un progetto che mi appassiona molto e che considero una battaglia importante, anche dal punto di vista sociale.»

Il documentario

Il documentario è finalizzato all’istituzione dell’Area Marina Protetta nella zona di costa corrispondente a Capo Zafferano, area di forte valore naturalistico che si trova al centro del lavoro che sta portando avanti il comitato promotore che si è formato nel 2021. L’obiettivo di Stefano è quello di sostenere questo percorso grazie a un documentario. Non soltanto per mostrare a tutti la bellezza di questo posto, ma anche per raccontarne le fragilità e il patrimonio biologico. Per assemblare questo racconto, Stefano ha raccolto una moltitudine di testimonianze e interviste, affiancando le sue immagini alle voci di chi quel territorio lo vive e lo protegge ogni giorno: ricercatori, associazioni ambientaliste, pescatori e diving center.

Diving e realtà locali

«Da circa un anno sto realizzando riprese e interviste con tutte le persone che si stanno battendo per questo obiettivo. La cosa che mi ha colpito di più è stata la disponibilità di tutti: associazioni, diving e realtà locali hanno scelto di sostenere il progetto mettendosi a disposizione anche dal punto di vista logistico.»

 

 

La biodiversità

«Chi vive il mare ogni giorno si rende conto che un mare protetto si rigenera, aumenta la biodiversità, i fondali rimangono in salute e tutto questo rende il territorio ancora più attrattivo anche dal punto di vista turistico.»

La convinzione che emerge dalle sue parole è che la tutela dell’ambiente non può essere imposta, bensì ha origine dalla partecipazione di chi quei luoghi li vive e li abita.

L’area marina protetta   

«Un’Area Marina Protetta funziona soltanto se è condivisa dalla popolazione. Deve nascere un legame con quel mare, un vero e proprio senso di appartenenza. Solo così si genera il desiderio di proteggerlo.»

È forse questo il messaggio più emblematico che emerge dalla conversazione con Stefano Coco. Le immagini, da sole, non bastano a cambiare il mondo, ma possono sostenere le persone a osservarlo con occhi diversi. Dal momento in cui un territorio viene conosciuto così per come è, diventa più difficile voltarsi dall’altra parte.

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In Tendenza