Cinema
Damiano Damiani, un friulano maestro di mafia
Circa 1.500 chilometri separano la Sicilia da Pasiano in provincia di Pordenone, dove nasceva oltre cento anni fa Damiano Damiani, eppure la distanza geografica, storica e culturale fra la nostra maggiore isola e l’ambiente friulano non gli hanno impedito di divenire un assiduo frequentatore di “certe” vicende siciliane, portando sullo schermo anche la vicenda di Franca Viola, di cui quest’anno ricorre il sessantesimo anno da quell’evento che ebbe ampio eco mediatica.
La critica più tradizionale lo ha sempre annoverato fra i registi del cd cinema di impegno o denuncia civile, al pari di Elio Petri e Francesco Rosi, dei quali però Damiani non ne possedeva lo stesso rigore autoriale che privilegiava il messaggio politico a discapito della spettacolarità della messa in scena. In realtà, sarebbe forviante relegare in tale catalogazione questo ecclettico e discontinuo cineasta che ci ha lasciato a 90 anni nel 2013, poichè era altra la sua cifra stilistica.
Nè autore né mestierante, quindi, ttanta a lui coevo, in cui a contare erano il ritmo, l’azione e la contrapposizione fra personaggi comuni, alcuni negativi altri meno, che le circostanze o il fato mettono di fronte a situazioni difficili da fronteggiare.
Ed è questa la chiave di lettura più accessibile per spiegare l’infatuazione di un regista friulano per una determinata ambientazione tutta siciliana, che è l’unica costante rintracciabile nella variegata filmografia di Damiano Damiani, costellata di western, gialli, film in costume, pellicole storiche e horror: ed infatti, niente vi poteva essere di più paradigmatico per il regista che veniva dal nord che le vicende di mafia ambientate in Sicilia, adatte alla sua visione cinematografica che guardava ai cineasti d’oltreoceano, epigoni della new Hollywood che stavano rifondando il cinema statunitense dalle fondamenta, senza però rinunciare alla componente di denuncia sociale delle storie.
Galeotto in questa liaison fra Damiani e le vicende di cosa nostra, iniziata a poco meno di un quarto del suo percorso artistico e durata per tutta la sua carriera, è stato un romanzo di Leonardo Sciascia, scritture siciliano fra i più apprezzati cantori della sua terra, che nel 1961 pubblica Il giorno della civetta, ispirandosi all’omicidio di un sindacalista comunista avvenuto a Sciacca nel 1947, per mano mafiosa. L’anno precedente Damiani, che nel mentre si era trasferito a Roma, dopo un apprendistato da sceneggiatore, aveva fatto il suo esordio al cinema a quasi quarant’anni, quale regista del lungometraggio Il Rossetto e diretto altre sei pellicole, fra cui già una prima discreta trasposizione cinematografica di un’opera letteraria dal titolo La noia (1963), dall’omonimo romanzo di Moravia ed un immancabile ed apprezzabile western (Quièn sabe? 1966). I tempi erano maturi per approcciarsi ad un altro romanzo che descriveva contesti criminali che erano più nelle sue corde e così nel 1968 esce nelle sale la prima pellicola del regista friulano sulla mafia siciliana dal titolo omonimo al romanzo di Sciascia da cui è stato tratto.
Nondimeno, il cinema italiano non era nuovo a pellicole che descrivevano storie e contesti immersi nel fenomeno mafioso, avendo fatto da apripista Pietro Germi nel 1949, con il film da lui diretto dal titolo In nome della legge, da tutti considerato un omaggio da parte del regista genovese agli stilemi del western fordiano, immerso nelle campagne siciliane. La strada era stata tracciata, era caduto un tabù ed altri registi si accoderanno a Germi con film che finalmente parlano di mafia. Tuttavia, le opere che seguiranno adotteranno perlopiù uno sguardo più attento all’analisi del fenomeno criminale ed ai suoi risvolti sociali e fra i vari cineasti italiani all’opera anche i già citati Francesco Rosi e Elio Petri, che firmano rispettivamente Salvatore Giuliano (1962) e A ciascuno il suo (1967), due film acclamati dalla critica per lo sguardo disincantato verso la mafia, ma ancora lontani da qualsiasi intento di spettacolarizzazione della materia.
All’inizio dei settanta, quattro anni prima che irrompa sugli schermi di tutto il mondo Il padrino (1972), il capolavoro di Coppola che ha fatto scuola per tantissimi cineasti che verranno, per il modo più spettacolare e popolare di approcciare e raccontare questi contesti criminali, ci penserà il regista di Pordenone a infondere ai film di mafia la sua visione di cinema, più affine ai modelli americani. Il giorno della civetta costituisce, a ben vedere, un compendio esemplare degli stilemi narrativi di un regista che si dimostra subito abile nel maneggiare la materia, il quale sceglie di restituire solo in parte le sfumature sociologiche dell’intelligente romanzo di Sciascia, semplificandone gli assunti e ispessendone le figure principali. Ciò nondimeno, anche la pellicola di Damiani resta un esempio di vibrante denuncia del sistema di potere mafioso e delle sue connivenze, senza sacrificare le istanze spettacolari, in un’opera destinata al vasto pubblico. Ottima, poi, la direzione degli attori, tanto il protagonista, Franco Nero che diverrà uno degli interpreti prediletti dal regista, così come i comprimari, fra cui spicca l’eccellente caratterista siciliano Tano Cimarosa (Zicchinetta), in seguito interprete di altri film di genere mafioso.
Due anni dopo, ed un’altra pellicola nel mentre diretta (Una ragazza piuttosto complicata 1969), il regista di Pordenone ritorna a posizionare la sua mdp in Sicilia, esattamente nel territorio di Cinisi, per dirigere una pellicola ispirata ad una storia vera che trattava di miserie, soprusi, abusi e riscatto finale, che nessuno scrittore avrebbe potuto scrivere così bene. A metà degli anni sessanta in un paesino della Sicilia si verificò un avvenimento che ha contribuito al mutamento di uno dei fenomeni fra i più retrivi della nostra storia giuridica e di costume che era costituito dalla scriminate del matrimonio riparatore in seguito alla cd fuitina. Stiamo parlando del caso che ha visto protagonista una ragazza di Alcamo, il cui nome era Franca Viola, la quale fu rapita, segregata e violentata per giorni dal giovane con il quale aveva rotto il fidanzamento che era il rampollo di una famiglia mafiosa di quel territorio, infine liberata in attesa che accettasse il matrimonio riparatore, come era in uso allora nella nostra società. La ragazza, tuttavia, spalleggiata dai suoi familiari, rifiutò di contrarre le nozze con il suo rapitore, lo denunciò e si costituì parte civile nel processo a suo carico e dei complici che parteciparono al ratto, in esito al quale tutti vennero condannati. Questa vicenda, che ebbe un’ampia eco mediatica, era così unica e cinematografica da non potere lasciare indifferenti chi le storie le raccontava mettendole in immagini, e così fu Damiani il regista che per primo decise di trarne un film, dirigendo la pellicola La moglie più bella (1970). Questa volta, il regista friulano si affida ad un cast più funzionale alla storia, rinunciando ad attori noti, e sceglie Ornella Muti al suo esordio al cinema appena quindicenne per il ruolo della ragazza vittima del rapimento e Alessio Orano (che poi diventerà suo marito) in quello del rapitore. Si legge in ogni sinossi, film liberamente ispirato alla vicenda di Franca Viola, ed in effetti il plot inserisce degli inserti frutto della fantasia degli autori, che edulcorano l’asprezza della storia e rendono il film più appetibile ad un pubblico di massa che dalle storie si aspetta il lieto fine. La pellicola, tuttavia, restituisce un credibile spaccato di quella società arcaica della Sicilia di quell’epoca, in cui germogliavano tali fenomeni.
Con i suoi due successivi film siciliani, che sono Confessione di un commissario di polizia al Procuratore della Repubblica (1971) e Perché si uccide un magistrato (1974) sempre interpretati da Franco Nero quale protagonista, Damiani ipotizza, in largo anticipo sui tempi, l’incontro/scontro prossimo venturo tra toghe e mafia. Ma mentre la prima pellicola segue traiettorie più tradizionali, con una trama che si dipana fra indagini, intrighi e colpi di scena, la seconda merita maggiore attenzione per l’originalità dell’assunto narrativo, laddove racconta l’indagine di un regista deciso a fare chiarezza sull’assassinio di un magistrato, da lui stesso preconizzato in un film. Per questo, la pellicola costituisce una coraggiosa riflessione metacinematografica sulle ragioni del cinema di denuncia: testimonianza fedele delle aspirazioni intellettuali del regista che, con la giusta alchimia, si combinano alle sue inclinazioni che tendono ad un cinema che sia anche (e principalmente) puro intrattenimento destinato ad un vasto pubblico.
Risale, invece, al 1979 quello che, per certi versi, è il film in cui Damiani meglio riesce a coniugare istanze di denuncia ad una messa in scena in linea con la sua visione di un cinema intriso di ritmo e azione. Ci riferiamo a Un uomo in ginocchio, pellicola che racconta, nella cornice di una desolata Palermo, la vicenda di un venditore di bibite finito nel mirino della mafia. Il film – da taluni ritenuto una sorta di indagine di costume romanzata, per l’attenzione che riserva alla descrizione del sottobosco mafioso – si segnala per la buona interpretazione offerta da Giuliano Gemma nel ruolo di protagonista e dall’ottimo già citato caratterista siciliano Tano Cimarosa.
Gemma recita nel ruolo principale ancora nel successivo e meno riuscito mafia movie di Damiani, L’avvertimento (1980), indossando i panni di un commissario di polizia deciso a sfidare (a mani nude e senza reale possibilità di riuscita – situazione spesso ricorrente nel cinema del regista) l’organizzazione che cerca di incastrarlo. Si tratta, tuttavia, di un solido film di genere (poliziesco), in linea con le produzioni del periodo.
Negli anni ottanta, il cinema di mafia in Italia era diventato, quindi, una realtà consolidata: nel lungo percorso, iniziato con gli stilemi del western (Germi), si è passati alle pellicole di denuncia sociale, poi la materia si è ibridata col poliziesco e perfino al grottesco. Il rapporto, invece, fra il piccolo schermo e il fenomeno mafioso è stato più problematico, poiché fino ad allora non aveva avuto cittadinanza nelle opere di fiction televisive. Si arriva, così, all’anno 1984 quando milioni di italiani stanno incollati davanti al tubo catodico per seguire il giovane commissario Cattani, interpretato da Michele Placido, nella sua lotta contro la malavita siciliana ed a aprire la stura al nuovo corso sarà il regista venuto dal nord, in arte Damiano Damiani. La piovra, diretta dal più prolifico degli autori italiani nel mafia movie, riscuoterà un eccezionale successo di pubblico, che la renderà una delle serie più longeve della televisione di casa nostra (ben dieci stagioni, in seguito dirette da Florestano Vancini, Luigi Perelli e Giacomo Battiato, subentrati a Damiani), andata in onda dal 1984 al 2001, ed esportata in ottanta paesi. Nel corso delle varie stagioni, si è assistito a un’evoluzione nella narrazione della criminalità organizzata siciliana, passando da un contesto locale inquinato da traffici mafiosi (gli episodi diretti da Damiani), ad ambiti più vasti riguardanti apparati statali deviati e la mafia finanziaria e internazionale, fino al traffico illegale di armi e scorie nucleari. Peraltro, il commissario Cattani (Michele Placido), protagonista delle prime stagioni, verrà ucciso alla fine della quarta, passando il testimone ad altri protagonisti (Vittorio Mezzogiorno nei panni del poliziotto Davide Licata e Patricia Millardet, che interpreta il magistrato Silvia Conti).
Nel 1985, il regista friulano torna a dirigere per il grande schermo ancora una pellicola sulla mafia siciliana, dal titolo Pizza Connection (1985), dove si registra un passaggio di testimone nel ruolo di protagonista principale: a Franco Nero e Giuliano Gemma già rappresentanti di primo piano del western spaghetti ed a loro agio nei precedenti mafia movie firmati Damiani, succede un ottimo Michele Placido che, smessi temporaneamente i panni televisivi del commissario Cattani del televisivo La piovra, indossa quelli di un pizzaiolo killer della mafia, chiamato ad assassinare uno scomodo procuratore della Repubblica. Non mancano diverse buone sequenze (l’omicidio al mercato, ad esempio) in cui l’autore conferma le sue doti nel sapere girare le scene di azione, il film risulta però più prevedibile nel plot e scontato nel disegno dei personaggi. Tuttavia, le doti profetiche rivelate da Damiani nella descrizione dell’efferato assassinio del magistrato destano ancora oggi stupore.
Resta, infine, da dire de Il sole buio (1990), ultima fatica del regista friulano in tema di mafia e dintorni, che mette in scena l’amore di un giovane di buona famiglia (Michael Parè) per una spacciatrice (Jo Champa), intenzionata a vendicare l’uccisione del padre. Un film in cui è più palpabile una certa stanchezza da parte di un regista giunto ormai a fine carriera, che non risparmia alcuni luoghi comuni, ma che, in ultima analisi, conferma le aspirazioni da parte di Damiani ad un cinema che sia al contempo racconto e metafora, cultura e divertimento, denuncia e spettacolo.
Carmelo Franco
Cinema
Testa o croce? Il film di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis
E venne il giorno in cui il “western all’italiana” smise di essere un’imitazione parodica o cinica per farsi, finalmente, western italiano. Questo passaggio avviene nel 2025, tra le paludi pontine e la polvere della Maremma in Testa o croce?, l’ultima opera di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis. I registi, fedeli alla loro poetica che mescola documento e leggenda, calano i personaggi nell’Italia di fine Ottocento, prendendo le mosse da un evento storico che si mischia con la leggenda: la tappa romana della tournée di Buffalo Bill.
Qui, il West non è più la terra di frontiera d’oltre l’oceano, ma uno spettacolo messo in scena che prende il volto di John C. Reilly, incarnazione di un selvaggio West ormai passato di moda. Secondo la tradizione, i cowboy americani furono sfidati dai butteri locali in una gara di domatura di cavalli, e alla fine, si racconta, ebbero la meglio sui più blasonati cowboy.
La storia
Su questo innesto storico, il film costruisce un racconto romanzato d’amore e sangue. La fuga del giovane buttero Santino con una sposa francese infelice e ribelle (Nadia Tereszkiewicz) non è solo una cavalcata verso la libertà, ma un radicale cambio di prospettiva geografica: la verticalità epica dei canyon fordiani cede il passo all’orizzontalità malinconica e arcaica del paesaggio laziale e toscano, dove i protagonisti siamo noi e la nostra storia.
Santino, interpretato da un magnetico Alessandro Borghi, ne è il protagonista maschile e porta su di sé un’eredità pesante. Con il cappello calcato e gli occhi di un azzurro intenso, spesso ripresi in primo piano, rimanda inevitabilmente a Terence Hill e alle icone solitarie dello spaghetti western. Ma l’analogia si ferma alla maschera. Il buttero fuggitivo non possiede il cinismo spietato o il distacco ironico dei pistoleri di un tempo; è un uomo radicato in un’Italia violenta e ancestrale, in cui la brutalità diventa un rito di passaggio e la frontiera rappresenta un paesaggio puramente interiore. Borghi non cita il passato: è il fantasma di quel cinema che lo attraversa per portarlo verso un’indagine più radicata delle nostre radici.
Buffalo Bill
A fare da ponte ideale fra queste due realtà così diverse, c’è Buffalo Bill con la sua carica leggendaria che insegue gli amanti, e altre schegge di un immaginario western che irrompono all’improvviso: un treno preso in ostaggio dai banditi, una carneficina da parte dei soldati e le facce violente e feroci dei cacciatori di taglie.
Tuttavia, il plot asciutto e brutale è venato anche da suggestioni magiche che armonizzano le due componenti antropologiche, rendendole unica metafora del raggiungimento della civiltà attraverso la barbarie.
I dannati di Roberto Minervini
In questo senso, Testa o croce? non è un caso isolato, ma il tassello di un mosaico più ampio che sembra voler chiudere un cerchio nel nostro cinema. Lo dimostra una pellicola uscita l’anno prima, I dannati di Roberto Minervini. Seppur ambientato nel cuore della Guerra di Secessione, il film di Minervini condivide con quello di De Righi e Zoppis la medesima urgenza: smontare la retorica bellica e il mito dell’eroe per osservare l’uomo nel fango della realtà.
Entrambi i film segnano forse il ritorno definitivo del western in Italia, ma in una veste inedita. Non più genere di consumo, ma territorio d’autore; non più fuga nell’esotismo, ma scavo brutale nella nostra identità. Sarà il tempo a dirlo, ma oggi la polvere della Maremma sembra avere lo stesso peso specifico della Storia.
Carmelo Franco
Cinema
Déjà-vu in sala: plagio o citazione cinefila?
Quante volte ci è capitato di avere la sensazione di aver già visto una scena durante la visione di un film per noi inedito? Per coloro che ancora pensano si sia trattato di un semplice déjà-vu, va detto che molto spesso non si è trattato di una percezione illusoria: la storia del cinema è piena di registi che “rubano” sequenze cult girate da altri, facendole proprie e riadattandole a un diverso intreccio, in un’opera che alla fine magari riscuote anche più successo.
Quentin Tarantino
Uno degli esempi più eclatanti ci perviene da Quentin Tarantino, il quale al suo secondo film ottiene un successo planetario; eppure, proprio in Pulp Fiction, vi è un’intera sequenza che sembra la copia carbone di un’altra girata da Fernando Di Leo (uno dei registi più amati dal cineasta del Tennessee) molti anni prima. La pellicola in questione è La mala ordina, dove i due personaggi interpretati da Henry Silva e Woody Strode percorrono un corridoio, seguiti in piano sequenza, fino a giungere all’appuntamento.
Mutatis mutandis, cambiano gli attori (John Travolta e Samuel L. Jackson in luogo di Silva e Strode) e i loro personaggi, ma non il succedersi dell’azione: pure nel film di Tarantino una coppia di malavitosi percorre un corridoio, seguiti dalla macchina da presa, finché non bussano a una porta che infine si apre e li accoglie all’interno. Che Tarantino abbia voluto omaggiare il suo predecessore italiano, o che si sia trattato di un riflesso pavloviano da parte di un cultore del nostro cinema di genere, poco importa: entrambe le scene ci appaiono degne di nota e funzionali al contesto.
Brian De Palma
Ancora un acclamato regista americano è al centro di un altro “plagio d’autore”, che ha le sembianze eleganti di Brian De Palma. In The Untouchables – Gli intoccabili (1987), gli spettatori rimangono col fiato sospeso quando una carrozzina con un bambino piangente rovina lungo una scalinata durante una sparatoria. Qui De Palma ha dimostrato tutta la sua maestria nel mettere in immagini le proprie ossessioni cinefile, certamente debitrici di quella sequenza di culto girata da Sergej M. Ėjzenštejn a inizio Novecento nel suo capolavoro, La corazzata Potëmkin, in cui i soldati cosacchi irrompono sulla scalinata di Odessa facendo strage della folla inerme.
Luigi Comencini
Ritorniamo nei confini italiani per citare due pellicole appartenenti alla nostra commedia all’italiana, ma l’autore è un solo regista: Luigi Comencini. Nel 1958 Comencini dirige Mogli pericolose con un cast di tutto rispetto, in cui spicca una sequenza ambientata all’interno di un ascensore: qui sono Franco Fabrizi e Sylva Koscina a rimanere bloccati, trasformando lo spazio angusto in un palcoscenico di imbarazzi e sottili tensioni seduttive.
Quasi vent’anni dopo, il regista riprende quel medesimo schema narrativo per l’episodio L’ascensore all’interno del film Quelle strane occasioni (1976). Questa volta sono Alberto Sordi (nei panni di un monsignore) e Stefania Sandrelli a restare prigionieri della cabina proprio il giorno di Ferragosto. Chi ha visto entrambe le pellicole non può non notare come Comencini ricalchi la coreografia dei movimenti e la gestione dei silenzi, trasportando un’idea nata nel bianco e nero degli anni Cinquanta nella più smaliziata e cinica atmosfera degli anni Settanta. In questo caso, il “furto” avviene in famiglia: è un’auto-citazione consapevole dove il regista non solo riutilizza un’intuizione tecnica vincente, ma la evolve, trasformando un momento di commedia brillante in un ritratto graffiante dei vizi e delle ipocrisie dell’italiano medio.
William Friedkin
Rimanendo nell’ambito dei piccoli plagi d’autore, è impossibile non citare il debito che un colosso del cinema horror come William Friedkin deve al maestro del brivido italiano Mario Bava. In L’esorcista (1973), una delle inquadrature più famose della storia del cinema è l’arrivo di Padre Merrin davanti alla casa di Regan: l’uomo di profilo, la valigetta in mano, la luce spettrale di un lampione che taglia l’oscurità.
Questa immagine, diventata persino la locandina del film, è la copia speculare di una scena presente ne Operazione paura (1966) di Bava. Friedkin estrapola quell’estetica pittorica da un piccolo film gotico italiano per inserirla in un contesto demoniaco urbano, trasformando un’intuizione visiva altrui nel simbolo stesso del male che bussa alla porta. Anche qui, il “furto” di una sola, potente inquadratura contribuisce a creare un’atmosfera che lo spettatore sente di aver già vissuto, pur trovandosi di fronte a una storia completamente differente.
Steven Spielberg
Per chiudere questo cerchio di “memorie visive”, vale la pena menzionare come anche i più grandi successi popolari non siano immuni da questa pratica. In I predatori dell’arca perduta (1981), Steven Spielberg inserisce un’inquadratura che è un calco preciso di una scena di Ombre rosse (1939) di John Ford. Si tratta del momento in cui il personaggio di Indiana Jones, durante l’inseguimento al camion dei nazisti, passa sotto il veicolo in corsa per poi riemergere da dietro.
Spielberg non sta girando un western, eppure “ruba” quel frammento d’azione acrobatica — eseguito originariamente dallo stuntman Yakima Canutt nel capolavoro di Ford — per iniettare nel suo cinema d’avventura la stessa scarica di adrenalina del cinema classico. Ancora una volta, una singola sequenza estrapolata dal suo contesto originale e riadattata a un nuovo intreccio dimostra che il cinema, più che un’arte dell’invenzione assoluta, è fatta anche di una incessante conversazione privata tra autori che, pur non essendosi mai incontrati, sembrano parlarsi, passandosi il testimone attraverso le epoche.
Carmelo Franco
Cinema
Agnus Dei di Massimiliano Camaiti
Dopo il debutto all’82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e un percorso nei principali festival internazionali, #AgnusDei di Massimiliano Camaiti arriva nelle sale italiane dal 20 aprile, distribuito da #kineadistribuzioni di Dario Cangemi. Presentato nella sezione Biennale College Cinema, Agnus Dei ha ottenuto il Premio Michel Mitrani come migliore opera prima al FIPADOC di Biarritz ed è stato premiato come miglior documentario dell’anno dall’Associazione Documentaristi Italiani.
Nel silenzio raccolto del Monastero di Santa Cecilia a Roma, il film segue il legame delicato tra le monache e due agnelli appena nati, affidati alle loro cure grazie ad una tradizione cattolica millenaria. Nei gesti quotidiani dell’accudimento si dischiude una forma di maternità inattesa, fatta di presenza, dedizione e ascolto, che attraversa e ridefinisce il senso stesso della vocazione.
Il film verrà presentato a Palermo, al cinema Rouge et Noire, lunedi 4 maggio 2026 alle 19.00.
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