Cinema
Damiano Damiani, un friulano maestro di mafia
Circa 1.500 chilometri separano la Sicilia da Pasiano in provincia di Pordenone, dove nasceva oltre cento anni fa Damiano Damiani, eppure la distanza geografica, storica e culturale fra la nostra maggiore isola e l’ambiente friulano non gli hanno impedito di divenire un assiduo frequentatore di “certe” vicende siciliane, portando sullo schermo anche la vicenda di Franca Viola, di cui quest’anno ricorre il sessantesimo anno da quell’evento che ebbe ampio eco mediatica.
La critica più tradizionale lo ha sempre annoverato fra i registi del cd cinema di impegno o denuncia civile, al pari di Elio Petri e Francesco Rosi, dei quali però Damiani non ne possedeva lo stesso rigore autoriale che privilegiava il messaggio politico a discapito della spettacolarità della messa in scena. In realtà, sarebbe forviante relegare in tale catalogazione questo ecclettico e discontinuo cineasta che ci ha lasciato a 90 anni nel 2013, poichè era altra la sua cifra stilistica.
Nè autore né mestierante, quindi, ttanta a lui coevo, in cui a contare erano il ritmo, l’azione e la contrapposizione fra personaggi comuni, alcuni negativi altri meno, che le circostanze o il fato mettono di fronte a situazioni difficili da fronteggiare.
Ed è questa la chiave di lettura più accessibile per spiegare l’infatuazione di un regista friulano per una determinata ambientazione tutta siciliana, che è l’unica costante rintracciabile nella variegata filmografia di Damiano Damiani, costellata di western, gialli, film in costume, pellicole storiche e horror: ed infatti, niente vi poteva essere di più paradigmatico per il regista che veniva dal nord che le vicende di mafia ambientate in Sicilia, adatte alla sua visione cinematografica che guardava ai cineasti d’oltreoceano, epigoni della new Hollywood che stavano rifondando il cinema statunitense dalle fondamenta, senza però rinunciare alla componente di denuncia sociale delle storie.
Galeotto in questa liaison fra Damiani e le vicende di cosa nostra, iniziata a poco meno di un quarto del suo percorso artistico e durata per tutta la sua carriera, è stato un romanzo di Leonardo Sciascia, scritture siciliano fra i più apprezzati cantori della sua terra, che nel 1961 pubblica Il giorno della civetta, ispirandosi all’omicidio di un sindacalista comunista avvenuto a Sciacca nel 1947, per mano mafiosa. L’anno precedente Damiani, che nel mentre si era trasferito a Roma, dopo un apprendistato da sceneggiatore, aveva fatto il suo esordio al cinema a quasi quarant’anni, quale regista del lungometraggio Il Rossetto e diretto altre sei pellicole, fra cui già una prima discreta trasposizione cinematografica di un’opera letteraria dal titolo La noia (1963), dall’omonimo romanzo di Moravia ed un immancabile ed apprezzabile western (Quièn sabe? 1966). I tempi erano maturi per approcciarsi ad un altro romanzo che descriveva contesti criminali che erano più nelle sue corde e così nel 1968 esce nelle sale la prima pellicola del regista friulano sulla mafia siciliana dal titolo omonimo al romanzo di Sciascia da cui è stato tratto.
Nondimeno, il cinema italiano non era nuovo a pellicole che descrivevano storie e contesti immersi nel fenomeno mafioso, avendo fatto da apripista Pietro Germi nel 1949, con il film da lui diretto dal titolo In nome della legge, da tutti considerato un omaggio da parte del regista genovese agli stilemi del western fordiano, immerso nelle campagne siciliane. La strada era stata tracciata, era caduto un tabù ed altri registi si accoderanno a Germi con film che finalmente parlano di mafia. Tuttavia, le opere che seguiranno adotteranno perlopiù uno sguardo più attento all’analisi del fenomeno criminale ed ai suoi risvolti sociali e fra i vari cineasti italiani all’opera anche i già citati Francesco Rosi e Elio Petri, che firmano rispettivamente Salvatore Giuliano (1962) e A ciascuno il suo (1967), due film acclamati dalla critica per lo sguardo disincantato verso la mafia, ma ancora lontani da qualsiasi intento di spettacolarizzazione della materia.
All’inizio dei settanta, quattro anni prima che irrompa sugli schermi di tutto il mondo Il padrino (1972), il capolavoro di Coppola che ha fatto scuola per tantissimi cineasti che verranno, per il modo più spettacolare e popolare di approcciare e raccontare questi contesti criminali, ci penserà il regista di Pordenone a infondere ai film di mafia la sua visione di cinema, più affine ai modelli americani. Il giorno della civetta costituisce, a ben vedere, un compendio esemplare degli stilemi narrativi di un regista che si dimostra subito abile nel maneggiare la materia, il quale sceglie di restituire solo in parte le sfumature sociologiche dell’intelligente romanzo di Sciascia, semplificandone gli assunti e ispessendone le figure principali. Ciò nondimeno, anche la pellicola di Damiani resta un esempio di vibrante denuncia del sistema di potere mafioso e delle sue connivenze, senza sacrificare le istanze spettacolari, in un’opera destinata al vasto pubblico. Ottima, poi, la direzione degli attori, tanto il protagonista, Franco Nero che diverrà uno degli interpreti prediletti dal regista, così come i comprimari, fra cui spicca l’eccellente caratterista siciliano Tano Cimarosa (Zicchinetta), in seguito interprete di altri film di genere mafioso.
Due anni dopo, ed un’altra pellicola nel mentre diretta (Una ragazza piuttosto complicata 1969), il regista di Pordenone ritorna a posizionare la sua mdp in Sicilia, esattamente nel territorio di Cinisi, per dirigere una pellicola ispirata ad una storia vera che trattava di miserie, soprusi, abusi e riscatto finale, che nessuno scrittore avrebbe potuto scrivere così bene. A metà degli anni sessanta in un paesino della Sicilia si verificò un avvenimento che ha contribuito al mutamento di uno dei fenomeni fra i più retrivi della nostra storia giuridica e di costume che era costituito dalla scriminate del matrimonio riparatore in seguito alla cd fuitina. Stiamo parlando del caso che ha visto protagonista una ragazza di Alcamo, il cui nome era Franca Viola, la quale fu rapita, segregata e violentata per giorni dal giovane con il quale aveva rotto il fidanzamento che era il rampollo di una famiglia mafiosa di quel territorio, infine liberata in attesa che accettasse il matrimonio riparatore, come era in uso allora nella nostra società. La ragazza, tuttavia, spalleggiata dai suoi familiari, rifiutò di contrarre le nozze con il suo rapitore, lo denunciò e si costituì parte civile nel processo a suo carico e dei complici che parteciparono al ratto, in esito al quale tutti vennero condannati. Questa vicenda, che ebbe un’ampia eco mediatica, era così unica e cinematografica da non potere lasciare indifferenti chi le storie le raccontava mettendole in immagini, e così fu Damiani il regista che per primo decise di trarne un film, dirigendo la pellicola La moglie più bella (1970). Questa volta, il regista friulano si affida ad un cast più funzionale alla storia, rinunciando ad attori noti, e sceglie Ornella Muti al suo esordio al cinema appena quindicenne per il ruolo della ragazza vittima del rapimento e Alessio Orano (che poi diventerà suo marito) in quello del rapitore. Si legge in ogni sinossi, film liberamente ispirato alla vicenda di Franca Viola, ed in effetti il plot inserisce degli inserti frutto della fantasia degli autori, che edulcorano l’asprezza della storia e rendono il film più appetibile ad un pubblico di massa che dalle storie si aspetta il lieto fine. La pellicola, tuttavia, restituisce un credibile spaccato di quella società arcaica della Sicilia di quell’epoca, in cui germogliavano tali fenomeni.
Con i suoi due successivi film siciliani, che sono Confessione di un commissario di polizia al Procuratore della Repubblica (1971) e Perché si uccide un magistrato (1974) sempre interpretati da Franco Nero quale protagonista, Damiani ipotizza, in largo anticipo sui tempi, l’incontro/scontro prossimo venturo tra toghe e mafia. Ma mentre la prima pellicola segue traiettorie più tradizionali, con una trama che si dipana fra indagini, intrighi e colpi di scena, la seconda merita maggiore attenzione per l’originalità dell’assunto narrativo, laddove racconta l’indagine di un regista deciso a fare chiarezza sull’assassinio di un magistrato, da lui stesso preconizzato in un film. Per questo, la pellicola costituisce una coraggiosa riflessione metacinematografica sulle ragioni del cinema di denuncia: testimonianza fedele delle aspirazioni intellettuali del regista che, con la giusta alchimia, si combinano alle sue inclinazioni che tendono ad un cinema che sia anche (e principalmente) puro intrattenimento destinato ad un vasto pubblico.
Risale, invece, al 1979 quello che, per certi versi, è il film in cui Damiani meglio riesce a coniugare istanze di denuncia ad una messa in scena in linea con la sua visione di un cinema intriso di ritmo e azione. Ci riferiamo a Un uomo in ginocchio, pellicola che racconta, nella cornice di una desolata Palermo, la vicenda di un venditore di bibite finito nel mirino della mafia. Il film – da taluni ritenuto una sorta di indagine di costume romanzata, per l’attenzione che riserva alla descrizione del sottobosco mafioso – si segnala per la buona interpretazione offerta da Giuliano Gemma nel ruolo di protagonista e dall’ottimo già citato caratterista siciliano Tano Cimarosa.
Gemma recita nel ruolo principale ancora nel successivo e meno riuscito mafia movie di Damiani, L’avvertimento (1980), indossando i panni di un commissario di polizia deciso a sfidare (a mani nude e senza reale possibilità di riuscita – situazione spesso ricorrente nel cinema del regista) l’organizzazione che cerca di incastrarlo. Si tratta, tuttavia, di un solido film di genere (poliziesco), in linea con le produzioni del periodo.
Negli anni ottanta, il cinema di mafia in Italia era diventato, quindi, una realtà consolidata: nel lungo percorso, iniziato con gli stilemi del western (Germi), si è passati alle pellicole di denuncia sociale, poi la materia si è ibridata col poliziesco e perfino al grottesco. Il rapporto, invece, fra il piccolo schermo e il fenomeno mafioso è stato più problematico, poiché fino ad allora non aveva avuto cittadinanza nelle opere di fiction televisive. Si arriva, così, all’anno 1984 quando milioni di italiani stanno incollati davanti al tubo catodico per seguire il giovane commissario Cattani, interpretato da Michele Placido, nella sua lotta contro la malavita siciliana ed a aprire la stura al nuovo corso sarà il regista venuto dal nord, in arte Damiano Damiani. La piovra, diretta dal più prolifico degli autori italiani nel mafia movie, riscuoterà un eccezionale successo di pubblico, che la renderà una delle serie più longeve della televisione di casa nostra (ben dieci stagioni, in seguito dirette da Florestano Vancini, Luigi Perelli e Giacomo Battiato, subentrati a Damiani), andata in onda dal 1984 al 2001, ed esportata in ottanta paesi. Nel corso delle varie stagioni, si è assistito a un’evoluzione nella narrazione della criminalità organizzata siciliana, passando da un contesto locale inquinato da traffici mafiosi (gli episodi diretti da Damiani), ad ambiti più vasti riguardanti apparati statali deviati e la mafia finanziaria e internazionale, fino al traffico illegale di armi e scorie nucleari. Peraltro, il commissario Cattani (Michele Placido), protagonista delle prime stagioni, verrà ucciso alla fine della quarta, passando il testimone ad altri protagonisti (Vittorio Mezzogiorno nei panni del poliziotto Davide Licata e Patricia Millardet, che interpreta il magistrato Silvia Conti).
Nel 1985, il regista friulano torna a dirigere per il grande schermo ancora una pellicola sulla mafia siciliana, dal titolo Pizza Connection (1985), dove si registra un passaggio di testimone nel ruolo di protagonista principale: a Franco Nero e Giuliano Gemma già rappresentanti di primo piano del western spaghetti ed a loro agio nei precedenti mafia movie firmati Damiani, succede un ottimo Michele Placido che, smessi temporaneamente i panni televisivi del commissario Cattani del televisivo La piovra, indossa quelli di un pizzaiolo killer della mafia, chiamato ad assassinare uno scomodo procuratore della Repubblica. Non mancano diverse buone sequenze (l’omicidio al mercato, ad esempio) in cui l’autore conferma le sue doti nel sapere girare le scene di azione, il film risulta però più prevedibile nel plot e scontato nel disegno dei personaggi. Tuttavia, le doti profetiche rivelate da Damiani nella descrizione dell’efferato assassinio del magistrato destano ancora oggi stupore.
Resta, infine, da dire de Il sole buio (1990), ultima fatica del regista friulano in tema di mafia e dintorni, che mette in scena l’amore di un giovane di buona famiglia (Michael Parè) per una spacciatrice (Jo Champa), intenzionata a vendicare l’uccisione del padre. Un film in cui è più palpabile una certa stanchezza da parte di un regista giunto ormai a fine carriera, che non risparmia alcuni luoghi comuni, ma che, in ultima analisi, conferma le aspirazioni da parte di Damiani ad un cinema che sia al contempo racconto e metafora, cultura e divertimento, denuncia e spettacolo.
Carmelo Franco
Cinema
C’era una volta l’Odissea
L’ Odissea di Omero è uno dei grandi capolavori della letteratura occidentale e un testo fondamentale. Il poema epico, tradizionalmente attribuito a Omero e composto probabilmente tra il IX e l’VIII secolo a.C., racconta il lungo viaggio di Ulisse, o Odisseo, verso Itaca dopo la guerra di Troia.
A differenza dell’Iliade, centrata sulla guerra e sul valore degli eroi in battaglia, l’Odissea è il poema dell’intelligenza, dell’astuzia, della curiosità e della capacità di sopravvivere alle prove.
Il regista
Il noto regista britannico Christopher Nolan ha girato 13 lungometraggi nel corso della sua carriera tra cui Inception, Oppenheimer e Odissea che è un film epico d’azione, girato in diverse parti del mondo, che utilizza una nuovissima tecnologia di ripresa IMAX 70 mm, che si può apprezzare completamente soltanto in 20 cinema sparsi in tutto il mondo, nessuno in Italia. 
Le difficoltà logistiche
Colpisce sapere che per le riprese del film è stato approntato un ponte aereo nell’isola di Favignana per il trasporto di una pesantissima attrezzatura cinematografica. E’ stata allestita una nave capace di navigare, realizzata secondo una tecnica antica con materiali originalissimi; gli attori hanno dovuto imparare a usare i remi e le vele.
Il parere dei critici
I critici nei confronti di questo film si sono sbizzarriti e divisi alla ricerca di originali chiavi di lettura nell’opera di Omero. Alcuni concordano nell’affermare che questo kolossal è da considerare un traguardo del cinema moderno, dotato di un grande senso di concretezza.
Il suono
Il suono è curatissimo, qualcosa di straordinario con gli effetti della pioggia battente, lo scafo che si scricchiola, lo schiocco delle vele e la tempesta improvvisa con il cambio dei venti. Lo spettatore viene catapultato in mare quasi in un sogno improvviso. Il regista Cristopher Nolan con questo film intende raccontare un’epoca in cui gli uomini sono incapaci di dominare la natura, e riprende un grande e profondo messaggio di Omero.
La scena delle sirene e Polifemo
Splendida la scena delle sirene che stregano i naviganti, poco convincente il gigante Polifemo che è rappresentato come un vecchio pastore abbruttito. Più di un critico ha accostato Polifemo a un film giapponese sulla sia di Godzilla, con creature enormi e distruttive. Manca nel film la classica frase a cui siamo tutti abituati: “Come ti chiami chiede Polifemo ad Ulisse ed egli risponde Nessuno!”
Il ritorno a casa di Ulisse
Alla fine nel racconto di tutti i racconti, Nolan non è riuscito a cogliere la poesia e gli spunti colti da Omero. Secondo il giornalista Corrado Augias nella lacerata coscienza di Ulisse c’è un cruccio, lo scrupolo, il pentimento di avere distrutto la civiltà troiana, una grande civiltà, se pensiamo che Virgilio fa discendere Roma dalla civiltà di Enea. Il ritorno a casa di Ulisse, dopo lo sfiancante assedio di Troia, non è dei più facili, tra sirene, Polifemo e Circe…
Il successo di Nolan
Prodigioso figlio del cinema british (non solo regista ma anche attore, produttore esecutivo, scrittore, sceneggiatore, fotografo, montatore), Nolan ha cavalcato gli ultimi 26 anni con una serie di successi planetari (Memento, The Prestige, Batman Begins, Il Cavaliere oscuro – il ritorno, Inception, Interstellar, Oppenheimer), legando il suo stile ad una personalissima gestione del tempo e dell’inquadratura.
La legge degli dei
Odissea si rivela uno specchio brutale e consolatorio dei nostri tempi, ricordandoci che nessuno torna mai davvero uguale dai propri viaggi. In Odissea è molto presente il tema della colpa, in questo modo Nolan reinterpreta il mito di Omero. Per Nolan la legge degli dei è infranta dal Cavallo. Il regista con quest’opera cinematografica ci regala un pezzo della nostra epoca.
Gli achei (i greci) dell’Iliade, dell’Odissea, tutta la civiltà greca si basava su ospitalità, viaggio, nostoi (ritorno a casa), struggente nostalgia su lunghe navi con giorni e giorni di navigazione…
Il film è stato definito un’opera tragica e necessaria: l’Odissea è il film del nostro tempo!
Ecco una delle domande che ci pone il regista:
“Come sono diventati gli uomini del nostro tempo, cosa stanno cercando… Le cose perdute non ritornano, è un messaggio contro le guerre che stanno distruggendo la nostra civiltà. Occorre la pace è urgente e necessaria”… Tre ore di cinema, di sangue e polvere che fanno riflettere e sognare lo spettatore. Noi che viviamo immersi nelle grandi tecnologie iperconnesi giorno e notte abbiamo perduto l’umanità, ci siamo abituati alle guerre e alla morte di bambini innocenti…
Nolan modernizza Omero è lo rinterpreta?
Alcune variazioni narrative sorprendono e funzionano, altre ribaltano aspettative consolidate. Il film è stato girato in Islanda, in Grecia, in Marocco e in Scozia. I luoghi che hanno stregato il pubblico di ogni parte del mondo sono Favignana, Lipari, e le isole Eolie. Il film è così immenso che lo voglio rivedere un’altra volta, allo Science Museum Imax Theatre di Waterloo. Solo qui potrò provare l’emozione del fim visto con la tecnologia IMAX 70 mm…
Odissey, USA – Grand Bretagna; 2026 (Con: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya (172’)
Giuseppe Maurizio Piscopo
Cinema
La tragedia di Lampedusa; rip Cristiano Giamporcaro
Lampedusa, muore sub falciato dalle eliche di un gommone con a bordo due turisti milanesi
Tornava ogni anno a Lampedusa con le sue macchine da presa per un film costruito nel tempo. Ma ogni volta non rinunciava alle immersioni, com’è accaduto sabato pomeriggio nelle acque cristallite dell’isola, fra Punta Sottile e Cala Francese, a poche decine di metri dalla riva, dove un gommone nelle mani di due turisti milanesi lo ha falciato uccidendolo sotto gli occhi della fidanzata. Finisce così la vita di un regista di 29 anni, Cristiano Giamporcaro, esperto con gli obiettivi anche sott’acqua, ligio alle regole, il pallone dei sub bene in evidenza, come ha ripetuto la sua ragazza che aveva nuotato con lui fino a pochi minuti prima della tragedia. Stanca, appena sulla spiaggia, ha intravisto l’arrivo del gommone a tutta velocità. A bordo un uomo e una donna, due turisti sessantenni da anni con casa a Lampedusa, proprietari del mezzo, adesso distrutti anche loro dal dolore, pentiti di quella che viene considerata da tanti una bravata.
Come dubita l’assessore alla Salute, Aldo di Piazza, medico del Poliambulatorio: «È certo che le misure di sicurezza impongono di procedere a passo d’uomo sotto i 200 metri dalla riva, senza sfrecciare planando…». L’isola che ha vissuto tante tragedie del mare legate all’emigrazione e all’assalto dei disperati su barconi fatiscenti piange adesso un ragazzo che va via con i suoi sogni, lasciando nella disperazione la madre, Marina Castiglione, professoressa all’università di Palermo, linguista e filologa con radici e affetti a Caltanissetta. Partita appena avvertita con il marito Ruben Giamporcaro per abbracciare il figlio frattanto trasferito all’obitorio di Porto Empedocle. Il corpo sabato è stato recuperato dalla Capitaneria di porto, mentre i carabinieri hanno sequestrato il gommone intimando alla coppia di non lasciare l’isola. Le indagini in corso per omicidio nautico, coordinate dalla Procura di Agrigento, dovranno chiarire se il filmaker è morto sul colpo, anche se si ventila l’ipotesi che l’elica del gommone gli abbia tranciato un braccio con un disastroso dissanguamento. Ma questo dovrà chiarirlo l’autopsia. Addolorato anche il sindaco Filippo Mannino che raccomanda cautela ai turisti presenti sull’isola: «Occorre prestare massima prudenza, sia in mare che sulla terraferma. Le vacanze devono essere fatte all’insegna della sicurezza, solo così ci si può divertire e rilassare».
Si aumentano adesso i controlli delle motovedette in una domenica intristita dalla notizia, mentre la fidanzata e i genitori della vittima seguono il corpo anche loro verso Porto Empedocle. Increduli, ripensando alla festa di pochi giorni fa. Un modo per brindare ai 60 anni della professoressa, che in passato è stata vicesindaco di Caltanissetta e che per l’occasione ha donato ad amici e parenti un libretto sui suoi «dodici lustri» dedicata anche allo studio dello zolfo. Un verso riemerge dagli scatti e dai filmati che anche Cristiano inquadrava: «C’è qualcosa che ci avvolge e ci stritola dentro i nostri sogni». Un’amara osservazione che inquieta anche gli amici della Strada degli Scrittori, l’associazione con cui la professoressa collabora da tanti anni e con cui Cristiano ha realizzato un video sulla casa di Andrea Camilleri a Serradifalco, il paesino dove nel 1943 era sfollato con la famiglia.
Flash richiamati anche da Ivan Scinardo, direttore della sede siciliana del Centro sperimentale di cinematografia dove Cristiano si era diplomato nel 2022: «Era tanto bravo che un mese fa lo avevano richiamato per seguire i nuovi allievi come tutor». Una bravura indiscussa soprattutto per il saggio del diploma, il documentario dal titolo pasoliniano «La ricomparsa delle lucciole». Presentato al «Festival dei Popoli 2023» e successivamente inserito fuori concorso al «Sole Luna Doc Film Festival 2024». Un racconto sul paesaggio dell’entroterra siciliano attraverso lo sguardo di un bambino di dieci anni e di un anziano pastore intrecciando memoria, territorio e vita quotidiana. Un po’ seguendo le tracce materne nelle ricerche sulla lingua e sul dialetto. Impegno e sogni stritolati in acque cristalline di botto colorate di rosso.
(Fonte: Corriere della Sera. Articolo di Felice Cavallaro)
Guarda il servizio della TGR Sicilia a cura di Ernesto Oliva
Cinema
Stefano Coco e il mare di Capo Zafferano
Un lavoro per la salvaguardia ambientale
Che cosa significa oggi spendersi per il bene dell’ambiente? Per Stefano Coco vuol dire studiare, documentare, ma più di tutto divulgare.
Stefano Coco
Stefano Coco è un documentarista originario di Ustica, isola che sin da subito lo ha messo a contatto con il patrimonio ambientale del Mediterraneo, dove l’istituzione di un’area marina protetta ha contribuito alla tutela di una biodiversità oggi apprezzata e riconosciuta a livello internazionale.
È da questo legame con il territorio e con il mare che prende forma il percorso professionale di Stefano, che negli anni ha trasformato la sua passione in un lavoro, affermandosi come regista, filmmaker e operatore subacqueo. Ha collaborato con realtà come National Geographic, la RAI e diverse produzioni internazionali.
Il rapporto tra uomo e ambiente
Il suo lavoro si concentra soprattutto sul rapporto tra uomo e ambiente, raccontando attraverso le immagini le trasformazioni che stanno interessando il nostro pianeta. Dal cambiamento climatico alla pressione esercitata sulle risorse naturali, fino alle sfide affrontate dalle comunità per trovare un nuovo equilibrio con l’ambiente, i suoi progetti cercano di portare alla luce questioni spesso lontane dagli occhi del grande pubblico. Le immagini diventano così non soltanto un mezzo per raccontare ciò che accade, ma anche uno strumento per comprendere il presente e stimolare una maggiore consapevolezza e un maggiore senso di responsabilità verso l’ambiente.
Il progetto
Il progetto che Stefano ha iniziato è un’iniziativa completamente indipendente. Alle sue spalle non c’è nessun finanziamento esterno: si tratta di un’autoproduzione che porta avanti da circa un anno.
«Non avendo una committenza o dei finanziatori – ci racconta – ho molta libertà nel modo in cui racconto questa storia. È un progetto che mi appassiona molto e che considero una battaglia importante, anche dal punto di vista sociale.»
Il documentario
Il documentario è finalizzato all’istituzione dell’Area Marina Protetta nella zona di costa corrispondente a Capo Zafferano, area di forte valore naturalistico che si trova al centro del lavoro che sta portando avanti il comitato promotore che si è formato nel 2021. L’obiettivo di Stefano è quello di sostenere questo percorso grazie a un documentario. Non soltanto per mostrare a tutti la bellezza di questo posto, ma anche per raccontarne le fragilità e il patrimonio biologico. Per assemblare questo racconto, Stefano ha raccolto una moltitudine di testimonianze e interviste, affiancando le sue immagini alle voci di chi quel territorio lo vive e lo protegge ogni giorno: ricercatori, associazioni ambientaliste, pescatori e diving center.
Diving e realtà locali
«Da circa un anno sto realizzando riprese e interviste con tutte le persone che si stanno battendo per questo obiettivo. La cosa che mi ha colpito di più è stata la disponibilità di tutti: associazioni, diving e realtà locali hanno scelto di sostenere il progetto mettendosi a disposizione anche dal punto di vista logistico.»
La biodiversità
«Chi vive il mare ogni giorno si rende conto che un mare protetto si rigenera, aumenta la biodiversità, i fondali rimangono in salute e tutto questo rende il territorio ancora più attrattivo anche dal punto di vista turistico.»
La convinzione che emerge dalle sue parole è che la tutela dell’ambiente non può essere imposta, bensì ha origine dalla partecipazione di chi quei luoghi li vive e li abita.
L’area marina protetta
«Un’Area Marina Protetta funziona soltanto se è condivisa dalla popolazione. Deve nascere un legame con quel mare, un vero e proprio senso di appartenenza. Solo così si genera il desiderio di proteggerlo.»
È forse questo il messaggio più emblematico che emerge dalla conversazione con Stefano Coco. Le immagini, da sole, non bastano a cambiare il mondo, ma possono sostenere le persone a osservarlo con occhi diversi. Dal momento in cui un territorio viene conosciuto così per come è, diventa più difficile voltarsi dall’altra parte.
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