Connect with us

Cinema

Damiano Damiani, un friulano maestro di mafia

Published

on

Circa 1.500 chilometri separano la Sicilia da Pasiano in provincia di Pordenone, dove nasceva oltre cento anni fa Damiano Damiani, eppure la distanza geografica, storica e culturale fra la nostra maggiore isola e l’ambiente friulano non gli hanno impedito di divenire un assiduo frequentatore di “certe” vicende siciliane, portando sullo schermo anche la vicenda di Franca Viola, di cui quest’anno ricorre il sessantesimo anno da quell’evento che ebbe ampio eco mediatica. 

La critica più tradizionale lo ha sempre annoverato fra i registi del cd cinema di impegno o denuncia civile, al pari di Elio Petri e Francesco Rosi, dei quali però Damiani non ne possedeva lo stesso rigore autoriale che privilegiava il messaggio politico a discapito della spettacolarità della messa in scena. In realtà, sarebbe forviante relegare in tale catalogazione questo ecclettico e discontinuo cineasta che ci ha lasciato a 90 anni nel 2013, poichè era altra la sua cifra stilistica.

Nè autore né mestierante, quindi, ttanta a lui coevo, in cui a contare erano il ritmo, l’azione e la contrapposizione fra personaggi comuni, alcuni negativi altri meno, che le circostanze o il fato mettono di fronte a situazioni difficili da fronteggiare.

Ed è questa la chiave di lettura più accessibile per spiegare l’infatuazione di un regista friulano per una determinata ambientazione tutta siciliana, che è l’unica costante rintracciabile nella variegata filmografia di Damiano Damiani, costellata di western, gialli, film in costume, pellicole storiche e horror: ed infatti, niente vi poteva essere di più paradigmatico per il regista che veniva dal nord che le vicende di mafia ambientate in Sicilia, adatte alla sua visione cinematografica che guardava ai cineasti d’oltreoceano, epigoni della new Hollywood che stavano rifondando il cinema statunitense dalle fondamenta, senza però rinunciare alla componente di denuncia sociale delle storie.  

Galeotto in questa liaison fra Damiani e le vicende di cosa nostra, iniziata a poco meno di un quarto del suo percorso artistico e durata per tutta la sua carriera, è stato un romanzo di Leonardo Sciascia, scritture siciliano fra i più apprezzati cantori della sua terra, che nel 1961 pubblica Il giorno della civetta, ispirandosi all’omicidio di un sindacalista comunista avvenuto a Sciacca nel 1947, per mano mafiosa. L’anno precedente Damiani, che nel mentre si era trasferito a Roma, dopo un apprendistato da sceneggiatore, aveva fatto il suo esordio al cinema a quasi quarant’anni, quale regista del lungometraggio Il Rossetto e diretto altre sei pellicole, fra cui già una prima discreta trasposizione cinematografica di un’opera letteraria dal titolo La noia (1963), dall’omonimo romanzo di Moravia ed un immancabile ed apprezzabile western (Quièn sabe? 1966). I tempi erano maturi per approcciarsi ad un altro romanzo che descriveva contesti criminali che erano più nelle sue corde e così nel 1968 esce nelle sale la prima pellicola del regista friulano sulla mafia siciliana dal titolo omonimo al romanzo di Sciascia da cui è stato tratto.

Nondimeno, il cinema italiano non era nuovo a pellicole che descrivevano storie e contesti immersi nel fenomeno mafioso, avendo fatto da apripista Pietro Germi nel 1949, con il film da lui diretto dal titolo In nome della legge, da tutti considerato un omaggio da parte del regista genovese agli stilemi del western fordiano, immerso nelle campagne siciliane. La strada era stata tracciata, era caduto un tabù ed altri registi si accoderanno a Germi con film che finalmente parlano di mafia. Tuttavia, le opere che seguiranno adotteranno perlopiù uno sguardo più attento all’analisi del fenomeno criminale ed ai suoi risvolti sociali e fra i vari cineasti italiani all’opera anche i già citati Francesco Rosi e Elio Petri, che firmano rispettivamente Salvatore Giuliano (1962) e A ciascuno il suo (1967), due film acclamati dalla critica per lo sguardo disincantato verso la mafia, ma ancora lontani da qualsiasi intento di spettacolarizzazione della materia.

Damiano Damiani (regista)

All’inizio dei settanta, quattro anni prima che irrompa sugli schermi di tutto il mondo Il padrino (1972), il capolavoro di Coppola che ha fatto scuola per tantissimi cineasti che verranno, per il modo più spettacolare e popolare di approcciare e raccontare questi contesti criminali, ci penserà il regista di Pordenone a infondere ai film di mafia la sua visione di cinema, più affine ai modelli americani. Il giorno della civetta costituisce, a ben vedere, un compendio esemplare degli stilemi narrativi di un regista che si dimostra subito abile nel maneggiare la materia, il quale sceglie di restituire solo in parte le sfumature sociologiche dell’intelligente romanzo di Sciascia, semplificandone gli assunti e ispessendone le figure principali. Ciò nondimeno, anche la pellicola di Damiani resta un esempio di vibrante denuncia del sistema di potere mafioso e delle sue connivenze, senza sacrificare le istanze spettacolari, in un’opera destinata al vasto pubblico. Ottima, poi, la direzione degli attori, tanto il protagonista, Franco Nero che diverrà uno degli interpreti prediletti dal regista, così come i comprimari, fra cui spicca l’eccellente caratterista siciliano Tano Cimarosa (Zicchinetta), in seguito interprete di altri film di genere mafioso.

Due anni dopo, ed un’altra pellicola nel mentre diretta (Una ragazza piuttosto complicata 1969), il regista di Pordenone ritorna a posizionare la sua mdp in Sicilia, esattamente nel territorio di Cinisi, per dirigere una pellicola ispirata ad una storia vera che trattava di miserie, soprusi, abusi e riscatto finale, che nessuno scrittore avrebbe potuto scrivere così bene. A metà degli anni sessanta in un paesino della Sicilia si verificò un avvenimento che ha contribuito al mutamento di uno dei fenomeni fra i più retrivi della nostra storia giuridica e di costume che era costituito dalla scriminate del matrimonio riparatore in seguito alla cd fuitina. Stiamo parlando del caso che ha visto protagonista una ragazza di Alcamo, il cui nome era Franca Viola, la quale fu rapita, segregata e violentata per giorni dal giovane con il quale aveva rotto il fidanzamento che era il rampollo di una famiglia mafiosa di quel territorio, infine liberata in attesa che accettasse il matrimonio riparatore, come era in uso allora nella nostra società. La ragazza, tuttavia, spalleggiata dai suoi familiari, rifiutò di contrarre le nozze con il suo rapitore, lo denunciò e si costituì parte civile nel processo a suo carico e dei complici che parteciparono al ratto, in esito al quale tutti vennero condannati. Questa vicenda, che ebbe un’ampia eco mediatica, era così unica e cinematografica da non potere lasciare indifferenti chi le storie le raccontava mettendole in immagini, e così fu Damiani il regista che per primo decise di trarne un film, dirigendo la pellicola La moglie più bella (1970). Questa volta, il regista friulano si affida ad un cast più funzionale alla storia, rinunciando ad attori noti, e sceglie Ornella Muti al suo esordio al cinema appena quindicenne per il ruolo della ragazza vittima del rapimento e Alessio Orano (che poi diventerà suo marito) in quello del rapitore. Si legge in ogni sinossi, film liberamente ispirato alla vicenda di Franca Viola, ed in effetti il plot inserisce degli inserti frutto della fantasia degli autori, che edulcorano l’asprezza della storia e rendono il film più appetibile ad un pubblico di massa che dalle storie si aspetta il lieto fine. La pellicola, tuttavia, restituisce un credibile spaccato di quella società arcaica della Sicilia di quell’epoca, in cui germogliavano tali fenomeni.   

Con i suoi due successivi film siciliani, che sono Confessione di un commissario di polizia al Procuratore della Repubblica (1971) e Perché si uccide un magistrato (1974) sempre interpretati da Franco Nero quale protagonista, Damiani ipotizza, in largo anticipo sui tempi, l’incontro/scontro prossimo venturo tra toghe e mafia. Ma mentre la prima pellicola segue traiettorie più tradizionali, con una trama che si dipana fra indagini, intrighi e colpi di scena, la seconda merita maggiore attenzione per l’originalità dell’assunto narrativo, laddove racconta l’indagine di un regista deciso a fare chiarezza sull’assassinio di un magistrato, da lui stesso preconizzato in un film. Per questo, la pellicola costituisce una coraggiosa riflessione metacinematografica sulle ragioni del cinema di denuncia: testimonianza fedele delle aspirazioni intellettuali del regista che, con la giusta alchimia, si combinano alle sue inclinazioni che tendono ad un cinema che sia anche (e principalmente) puro intrattenimento destinato ad un vasto pubblico.

Risale, invece, al 1979 quello che, per certi versi, è il film in cui Damiani meglio riesce a coniugare istanze di denuncia ad una messa in scena in linea con la sua visione di un cinema intriso di ritmo e azione. Ci riferiamo a Un uomo in ginocchio, pellicola che racconta, nella cornice di una desolata Palermo, la vicenda di un venditore di bibite finito nel mirino della mafia. Il film – da taluni ritenuto una sorta di indagine di costume romanzata, per l’attenzione che riserva alla descrizione del sottobosco mafioso – si segnala per la buona interpretazione offerta da Giuliano Gemma nel ruolo di protagonista e dall’ottimo già citato caratterista siciliano Tano Cimarosa.

Gemma recita nel ruolo principale ancora nel successivo e meno riuscito mafia movie di Damiani, L’avvertimento (1980), indossando i panni di un commissario di polizia deciso a sfidare (a mani nude e senza reale possibilità di riuscita – situazione spesso ricorrente nel cinema del regista) l’organizzazione che cerca di incastrarlo. Si tratta, tuttavia, di un solido film di genere (poliziesco), in linea con le produzioni del periodo.

Negli anni ottanta, il cinema di mafia in Italia era diventato, quindi, una realtà consolidata: nel lungo percorso, iniziato con gli stilemi del western (Germi), si è passati alle pellicole di denuncia sociale, poi la materia si è ibridata col poliziesco e perfino al grottesco. Il rapporto, invece, fra il piccolo schermo e il fenomeno mafioso è stato più problematico, poiché fino ad allora non aveva avuto cittadinanza nelle opere di fiction televisive. Si arriva, così, all’anno 1984 quando milioni di italiani stanno incollati davanti al tubo catodico per seguire il giovane commissario Cattani, interpretato da Michele Placido, nella sua lotta contro la malavita siciliana ed a aprire la stura al nuovo corso sarà il regista venuto dal nord, in arte Damiano Damiani. La piovra, diretta dal più prolifico degli autori italiani nel mafia movie, riscuoterà un eccezionale successo di pubblico, che la renderà una delle serie più longeve della televisione di casa nostra (ben dieci stagioni, in seguito dirette da Florestano Vancini, Luigi Perelli e Giacomo Battiato, subentrati a Damiani), andata in onda dal 1984 al 2001, ed esportata in ottanta paesi. Nel corso delle varie stagioni, si è assistito a un’evoluzione nella narrazione della criminalità organizzata siciliana, passando da un contesto locale inquinato da traffici mafiosi (gli episodi diretti da Damiani), ad ambiti più vasti riguardanti apparati statali deviati e la mafia finanziaria e internazionale, fino al traffico illegale di armi e scorie nucleari. Peraltro, il commissario Cattani (Michele Placido), protagonista delle prime stagioni, verrà ucciso alla fine della quarta, passando il testimone ad altri protagonisti (Vittorio Mezzogiorno nei panni del poliziotto Davide Licata e Patricia Millardet, che interpreta il magistrato Silvia Conti).

Nel 1985, il regista friulano torna a dirigere per il grande schermo ancora una pellicola sulla mafia siciliana, dal titolo Pizza Connection (1985), dove si registra un passaggio di testimone nel ruolo di protagonista principale: a Franco Nero e Giuliano Gemma già rappresentanti di primo piano del western spaghetti ed a loro agio nei precedenti mafia movie firmati Damiani, succede un ottimo Michele Placido che, smessi temporaneamente i panni televisivi del commissario Cattani del televisivo La piovra, indossa quelli di un pizzaiolo killer della mafia, chiamato ad assassinare uno scomodo procuratore della Repubblica. Non mancano diverse buone sequenze (l’omicidio al mercato, ad esempio) in cui l’autore conferma le sue doti nel sapere girare le scene di azione, il film risulta però più prevedibile nel plot e scontato nel disegno dei personaggi. Tuttavia, le doti profetiche rivelate da Damiani nella descrizione dell’efferato assassinio del magistrato destano ancora oggi stupore.

Resta, infine, da dire de Il sole buio (1990), ultima fatica del regista friulano in tema di mafia e dintorni, che mette in scena l’amore di un giovane di buona famiglia (Michael Parè) per una spacciatrice (Jo Champa), intenzionata a vendicare l’uccisione del padre. Un film in cui è più palpabile una certa stanchezza da parte di un regista giunto ormai a fine carriera, che non risparmia alcuni luoghi comuni, ma che, in ultima analisi, conferma le aspirazioni da parte di Damiani ad un cinema che sia al contempo racconto e metafora, cultura e divertimento, denuncia e spettacolo.

Carmelo Franco

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cinema

Di chi sono i nostri giorni?

Published

on

Il potere ha diverse facce e qui viene raccontato in maniera buona…

Quanti sono i presidenti a cui si è ispirato Paolo Sorrentino nel  film? C’è il Presidente Mattarella con gli applausi alla Scala di Milano,  Cossiga con la sua ironia, Leone con il suo tatto giuridico, Napolitano con le sue trovate. Ci sono molti presidenti in nuovo personaggio che richiama qualche volta De Mita non salì mai al Quirinale. Il film pone una domanda sulle responsabilità da assumere nella nostra vita. E’ di ispirazione fantastica. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis si trova quasi alla fine del suo mandato e deve prendere delle decisioni importanti. Queste decisioni si scontrano con il bilancio esistenziale e i fallimenti della sua vita.

In attesa della grazia

Due persone con un caso complicato attendono la grazia per l’omicidio dei loro coniugi. Isa Rocca sostiene di aver praticato l’eutanasia contro un marito violento, mentre un professore ha ucciso la moglie che non ci stava più con la testa e  da quel momento si è rifiutato di avere i contatti con il mondo. Per il professore la grazia è stata chiesta dagli studenti. Il cavallo del presidente rappresenta anch’esso una metafora e il dubbio atroce della vita stessa,  anche se sta morendo il presidente si rifiuta di farlo abbattere. Questa scena si presta a diverse interpretazioni.  

Servillo – Sorrentino

Lo stile “Sorrentino”

I film di Paolo Sorrentino vanno visti  poiché aprono dibattiti e danno molti spunti di riflessione. Nella Grazia la critica ha scritto in maniera unanime che qui si racchiude la migliore interpretazione di Tony Servillo che al suo settimo film con Sorrentino, ha vinto la coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia.

Va detto, che gli attori sono stati straordinari nell’interpretazione dei personaggi: Anna Ferzetti nella parte di Dorotea la figlia del Presidente della Repubblica profonda conoscitrice delle leggi e dei cavilli giuridici, Massimo Venturiello nella parte del ministro della giustizia compagno d’infanzia del presidente, acuto osservatore della vita politica, Milvia Marigliano nella stupenda parte di Cocò Valori personaggio intellettuale ribelle che vuole incendiare i musei.

Elogio alla fragilità

Il film è un elogio alla fragilità raccontata con lo stile barocco, con la grazia  intesa come stato esistenziale e come istanza giuridica. Ci sono momenti  in cui il film risulta pesante e ripetitivo, soprattutto nel cruccio del tradimento della moglie avvenuto 40 anni prima. La fotografia di Daria D’Antonio risulta molto efficace, qualcuno ha scritto  che ha colori molto belli e si ispira a Caravaggio,  prende lo spettatore e lo fa viaggiare nel tempo creando suggestivi e indimenticabili stati d’animo. Affascinante l’idea di mettere il Presidente della Repubblica con gli altri cittadini in una sala  d’aspetto del carcere. Molto toccante è il dialogo con il professore, cosa inusuale per un Presidente della Repubblica. Risulta struggente  il dialogo  di Dorotea, la figlia del Presidente con Isa Rocca che mette in crisi la sua vita che secondo Isa non ha mai amato nessuno e  ha dedicato la sua vita solo alle carte e al  diritto degli altri…  

Le musiche 

Pur essendo composte da un mix di artisti contemporanei qualche volta  risultano eccessive e non danno respiro soprattutto all’inizio del film  quando viene spiegato agli spettatori  il ruolo del Presidente della Repubblica e le sue funzioni. Di chi sono i giorni nostri se non troviamo il coraggio di prendere una decisione, questa è forse la fragilità del dubbio? Il papa risulta ironico ed  espressivo, colpisce che si muova con la motocicletta. Il film invita a riflettere chi si trova nei posti apicali di responsabilità, ci sono molte suggestioni legati alla politica che è spesso lontana dai problemi della gente. Il film  esplora la morale, la religione e crea un’atmosfera contemplativa. Da vedere!

Nota:

Durante la proiezione che ho visto il 15 gennaio a  Palermo,  ho notato una massiccia presenza di avvocati, giuristi, magistrati e diverse signore della bella società palermitana che hanno apprezzato molto il film.

Maurizio Piscopo

  

Continue Reading

Cinema

Primavera, quando il cinema diventa un sogno

Published

on

In Italia ogni anno escono centinaia di film. Alcuni passano quasi inosservati e non lasciano  traccia,  altri finiranno a riempire le grigie serate degli italiani davanti alla Tv di cento pollici, emblema di finto benessere e  tanta solitudine. Amo il cinema alla follia.  Da giovane ho vissuto a Parigi dove il cinema resta un mito e si continua far la fila per assistere ad una proiezione. A Palermo, l’ultimo giorno dell’anno ho voluto trascorrerlo al cinema Tiffany scegliendo un film  per sognare e dimenticare le meschinità della vita.

Primavera di Damiano Michieletto

Ho scelto Primavera di Damiano Michieletto che fa parte dei film a cui sono molto legato: Il cammino della speranza di Pietro Germi, Il Gattopardo di Luchino Visconti, Amarcord di Federico Fellini, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Napoli New York di Gabriele Salvatores, Hugo Cabret di Martin Scorsese. Primavera è  un film colto, ben pensato, con costumi bellissimi, ben diretto con la fotografia di Daria D’Amico, con delle  musiche mozzafiato.

La storia

E’ una storia che  mi ha commosso, un vero capolavoro. La mia stessa sensazione l’ha vissuta il pubblico in sala che ha tributato un lunghissimo applauso, qualcuno piangeva e parlava a voce alta per farlo sentire a tutti come si fa a Palermo, “Bravissimi, gli attori, grande il regista, musiche straordinarie, soldi spesi benissimo!”. La signora seduta accanto mi ha confidato che lo farà vedere alle sue nipoti, una suona il violino al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo e lo rivedrà una seconda volta, cosa che non ha mai fatto nella sua vita. Siamo rimasti seduti, con un groppo in gola, nessuno si è alzato fino a quanto sono scorsi tutti i titoli di coda e non si sono accese le luci della sala. Una fila è rimasta per rivedere il film! Primavera è il racconto dell’anno da vedere con le persone del cuore.

La critica

La critica ha scritto che è un solido racconto sulla musica come e emancipazione e salvezza,  sono d’accordo. Il film ha raffinati, rimandi letterari, (lo spunto narrativo è il romanzo di Tiziano Scarpa Stabat Mater, Einaudi Editore 2008, premio Strega nel 2009) ed è ambientato nella Venezia del 1716,  all’interno dell’Ospedale della Pietà. Qui vivono diverse ragazze abbandonate in fasce dalle proprie madri, tutte in attesa che un matrimonio possa riconsegnarle alla società esterna. Le ospiti più dotate  musicalmente compongono una piccola orchestra, che si esibisce durante ogni messa nascosta da una grata.

Le musiciste

Tra le musiciste spicca Cecilia (Tecla Insolia), promessa sposa ad un uomo, ma ancora in attesa di essere “salvata” dall’ignota madre, scoprirà quanto la musica sia davvero importante per lei grazie all’incontro con il nuovo sacerdote Antonio Vivaldi (Michele Riondino attore straordinario), chiamato a dirigere le musiciste. Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto ha una sua speciale originalità, una grande sicurezza nel dirigere gli attori  con una regia partecipe, asciutta, coinvolgente e sensibile, che non cede  mai  a patemi né a manierismi. Primavera mette in scena Vivaldi, maestro in un orfanotrofio, puntando però grande attenzione sulla sua allieva prediletta. Ne emerge un ritratto femminile vivido e universale, reso magnificamente da Tecla Insolia, nonché un originale rapporto maestro/allieva,  che parla di riscatto, di bellezza alla ricerca del  proprio posto nel mondo…

Al regista Damiano Michieletto Damiano ho voluto porre due domande…

Quando è nata l’idea di realizzare questo film  che lascerà un segno indelebile nella storia del Cinema?

E’ nata circa 5 anni fa quando dopo aver letto il romanzo “Stabat Mater” ho pensato che potesse essere un buon tema per un film. Desideravo fare un film in cui la musica fosse un elemento narrativo importante e questo incontro tra Vivaldi e Cecilia mi ha dato l’opportunità per realizzare questa visione assieme alla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi. 

-Onestamente si aspettava il successo  internazionale che  sta riscuotendo il film  da lei diretto, curato in ogni dettaglio, costumi, fotografia, interpretazione degli attori e  musiche mozzafiato?

No,  non me lo aspettavo anche perché è il mio primo film. Ho avuto a disposizione un team fantastico composto da professionisti di altissima qualità come Daria D’Antonio, Walter Fasano, Fabio Capogrosso, Maria Rita Barbero. 
Mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi: è un’ottima cosa per il cinema italiano.

Qualcosa sulle musiche originali del film…

Sono state composte da Fabio Massimo Capogrosso che ha lavorato fianco a fianco con il regista per integrare sonorità classiche e contemporanee, mentre l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice di Venezia, diretti da Carlo Boccadoro, hanno eseguito i brani, affiancati dai Solisti Aquilani. Al film non manca il  ritmo,  la suspense e l’intensità crescente: si tratta di un’opera colta e raffinata, che racconta della musica del Settecento veneziano, degli ospedali di carità per orfani (nella fattispecie quello della Pietà a Venezia, sede, al tempo, di una rinomata orchestra), di Antonio Vivaldi e della composizione della sua musica, di amore desiderio energia vita e poi si parla di denaro e di classi sociali, in modo semplice e “popolare”, raggiungendo lo spettatore, e immergendolo nel clima di quel periodo.

La fotografia

Nella fotografia di Daria D’Amico appare una Venezia malinconica che rifugge dalla cartolina, la Serenissima  viene descritta  con  toni freddi per rendere, anche visivamente, un contesto sociale duro, in cui la vita delle ragazze come Cecilia dipendeva da fattori fortuiti (una madre che tornava a prenderle dopo averle abbandonate infanti, un nobile che decideva di sposare proprio loro portandole fuori dall’istituto o, come nel caso di Cecilia, una priora comprensiva e alfine complice) ma soprattutto dal denaro, da quanto potevano valere; cioè, in questo caso, da quanto erano brave con il violino. Forse la cosa che rimane più impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film). Una nota di lode alla sceneggiatura di Ludovica Rampoldi,  che riesce a cogliere i sentimenti del tempo, la poesia della musica e le sofferenze delle ragazze  che riescono a riscattarsi con l’arte. Tecla Insolia è come al solito bravissima; Vivaldi è interpretato da un Michele Riondino che caratterizza il suo personaggio, tra sete di vita piena, che manifesta nella musica che compone, e la fatica provocata dalla malattia che mina il suo fisico; Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi offrono corpo e anima al governatore dell’orfanotrofio e alla sua priora, colei che segue da vicino le ragazze; e i camei di Valentina Bellè e Stefano Accorsi arricchiscono profondamente il film. Sono certo, che Primavera riceverà molti premi internazionali e sarà accolto con entusiasmo dal pubblico di tutto il mondo, che è molto legato alla musica e alle bellezze italiane.   

Biografia

Damiano Michieletto ( Venezia 1975) è un regista teatrale e cinematografico italiano, noto per le sue innovative regie d’opera lirica e le produzioni di prosa, che ha portato nei più grandi teatri internazionali, debuttando alla Scala di Milano e lavorando  per il Salzsburg Festival, la Royal Opera House di Londra e il Teatro dell’Opera di Roma. Formatosi alla scuola di Paolo Grassi e di Milano e laureato all’Università di Venezia, ha anche diretto programmi Tv.

Per le foto di scena si ringraziano i fotografi Andrea Pirrello e Kimberley Ross.

 

Continue Reading

Cinema

L’attore Salvo Ficarra nella serie Zorro

Published

on

Paramount+   e France Télévisions, insieme a France Tv distribution presentano la loro nuova e attesissima serie Zorro un remake moderno di uno dei titoli più famosi e amati dal pubblico di tutto il mondo. Torna, sul piccolo schermo, la storia dell’affascinante bandito mascherato Don Diego de la Vega che nei panni di Zorro, sua doppia identità, combatte le ingiustizie. Oltre a un cast internazionale, nella serie ci sarà anche l’attore italiano del duo Ficarra e Picone, Salvatore Ficarra. Creata da Benjamin Charbit (Sous Contrôle, Gagarine, Notre Dame, Les Sauvages, En Liberté) e Noé Debré (Parlement, Stillwater, Dheepan), la serie in 8 episodi è co-prodotta da Paramount+, France Télévisions, Le Collectif 64 (Marc Dujardin) e Bien Sûr Productions (Julien Seul). Scritta da Benjamin Charbit, Noé Debré e Emmanuel Poulain-Arnaud (Le Test), la serie è diretta da Jean-Baptiste Saurel (Parallèles) e Emilie Noblet (Bis Repetita, Parlement, Les 7 vies de Léa).

Zorro: la trama

Nel 1821, Don Diego de la Vega diventa sindaco di Los Angeles per migliorare la sua amata città. Tuttavia, la città sta affrontando problemi finanziari a causa di un uomo d’affari locale, l’avido Don Emmanuel, e i suoi poteri come sindaco non sono sufficienti per combattere l’ingiustizia. Per 20 anni Diego non ha usato la sua identità da Zorro, ma sembra che non abbia altra scelta che riportarla indietro per il bene comune. Ma Diego fatica a bilanciare la sua doppia identità sia come Zorro, sia come sindaco, causando tensione al suo matrimonio con Gabriella, che non è a conoscenza del suo segreto. Diego riuscirà a salvare il suo matrimonio e la sua sanità mentale nel caos?

Zorro: chi c’è nel cast internazionale 

Protagonisti della serie Zorro sono: Jean Dujardin, Audrey Dana, André Dussolier, Eric Elmosnino e Grégory Gadebois. Nel cast internazionale anche l’attore italiano Salvatore Ficarra.

Zorro:  su Paramount+

Zorro è uscito  su Paramount+ il 6 dicembre 2024.

Guarda l’intervista a Salvo Ficarra

Continue Reading

In Tendenza