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Cinema

Uno su mille ce la fa

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Gli enfant prodige del cinema italiano 

Se vi è un nome, nel mondo della settima arte, che è sinonimo di precocità artistica, esso non può essere che quello di Shirley Temple, l’enfant prodige della Hollywood degli anni trenta, che esordì sul grande schermo a soli tre anni e fu protagonista di tante altre pellicole interpretate da bambina dai riccioli d’oro, che riscossero grandissimo successo, fino a quando non si ritirò dalle scene ancora adolescente, in seguito ai flop degli ultimi film in cui recitò non appena divenne più grande. Un poco meglio è andata alla sua connazionale Tatum O’Neal, figlia di Ryan, la quale vinse l’Oscar a soli 10 anni per il ruolo di una piccola orfana nel film Paper Moon (1973) di Peter Bogdanovich, che interpretò sullo schermo insieme al padre, la cui carriera di attrice non si arrestò una volta cresciuta, avendo continuato a lavorare in altre pellicole, non certo memorabili.

Volgendo lo sguardo ai giorni nostri, vi è un’attrice tutta italiana che sta bruciando le tappe di una carriera iniziata da giovanissima, la quale, grazie ad un fisico da adolescente ancora acerba ed a una espressività che buca lo schermo, è già nome di punta del nostro star sistem. Stiamo parlando della romana Sara Ciocca, che ha esordito al cinema all’età di solo 11 anni in Il giorno più bello del mondo (2019) di e con Alessandro Siani, e che ha già all’attivo quindici pellicole, alcune delle quali piazzatesi in cima ai consensi, di critica e pubblico, fra cui basterebbe citare America Latina (2021) dei fratelli D’Innocenzo, Io sono l’abisso (2022) di Donato Carrisi,  Mimì, il principe delle tenebre (2023) di Brando De Sica, Nina dei lupi (2023) di Antonio Pisu e I ragazzo dai pantaloni rosa (2024) di Margherita Ferri.

Tratto comune per chi ha esordito da piccolo sullo schermo è l’assenza di una scuola di recitazione da parte dei giovanissimi attori, i quali imparano i rudimenti del mestiere direttamente sul set, affinandoli film dopo film. Come è accaduto pure ad un altro dei nostri attori italiani più dotati e acclamati, e cioè Elio Germano, il cui debutto avvenne all’età di 12 anni nella pellicola diretta da Castellano e Pipolo, dal titolo Ci hai rotto papà (1993). Dopo il suo secondo film, che è ancora una commedia (Il cielo in una stanza 1999 di Carlo Vanzina), il giovane Elio decide di abbandonare gli studi e dedicarsi a tempo pieno alla carriera di attore, scelta che si rivela vincente, considerati i vari ruoli interpretati ed i tanti premi ricevuti (sette David di Donatello, un nastro d’argento e un Orso d’argento, tutti vinti nella categoria di migliore attore) e il riscontro che ha sempre riscosso fra gli spettatori. Andando più a ritroso nel tempo, vi fu anche Franco Interlenghi, debuttante a soli quindici anni nel film neorealista premio Oscar Sciuscià (1946) di Vittorio De Sica, il quale riuscì a travalicare indenne la fase critica, quella del passaggio all’età adulta, continuando a recitare in tante altre pellicole, alcune dirette dai registi italiani più famosi dell’epoca. Ed ancora, nell’anno 1952 si registravano due fondamentali debutti in un’unica pellicola: il regista Dino Risi, uno dei padri della commedia all’italiana dirigeva il suo primo lungometraggio dal titolo Vacanze col gangster in cui compariva, per la prima volta sul grande schermo all’età di 11 anni, anche Mario Girotti alias Terence Hill, che negli anni a seguire con Bud Spencer formerà la coppia d’oro del cinema italiano.    

Tuttavia, sono pochi coloro i quali hanno mantenuto le premesse, riuscendo a ritagliarsi una carriera dignitosa una volta cresciuti, a fronte dei quali vi sono stati tanti altri interpreti bambini che hanno visto infrangere i loro sogni di diventare attori celebri, e di loro vogliamo parlare.

Non possiamo non iniziare questo nostro percorso, da un giovanissimo attore che grande non lo è mai diventato, a causa di un incidente in moto che gli ha stroncato la vita, qualche giorno prima che compisse il diciottesimo anno di età. Si chiamava Alessandro Momo e, come la sorella Riccarda che ancora bambina aveva avuto un piccolo ruolo nel film Bravissimo (1955) di Luigi Filippo D’Amico, esordisce al cinema all’età di 12 anni in La Scoperta (1969) diretto da Elio Piccon. La notorietà arriva per lui qualche anno dopo, quando viene scelto da Salvatore Samperi per il ruolo dell’adolescente siciliano che subisce i primi turbamenti sessuali con l’arrivo nella sua casa di una procace governante (Laura Antonelli) nel cult Malizia (1973). Appena quindicenne la carriera del giovane Sandro sembrava già brillantemente tracciata, i titoli a seguire riscuoteranno altrettanto successo, compresa l’ultima pellicola girata, Profumo di donna (1974) di Dino Risi, al fianco di Vittorio Gassman, che uscirà postumo, perché nel mentre un destino beffardo se lo era portato via.  

 Altra menzione la merita Pino Locchi, il cui nome non dirà molto agli spettatori meno attenti, ma la cui voce ha accompagnato intere generazioni, che hanno visto e apprezzato le pellicole del già citato Terence Hill, da solo o in coppia col sodale Bud Spencer, avendolo lo stesso doppiato in (quasi) tutti i film da lui interpretati. Locchi inizia a calcare i set cinematografici da bambino, facendo il suo esordio ad appena sei anni nel film L’ultima avventura (1932), diretto da Mario Camerini e continuando a partecipare da attore in erba, a diverse altre produzioni. Poi, diventato adulto, abbandona la carriera cinematografica per dedicarsi al teatro; quindi intraprende una intensa attività radiofonica ed infine entra a far parte di una compagnia di doppiatori, attività che diventerà predominante, prestando la sua voce anche ad altri attori del calibro di Sean Connery, Elvis Presley, Tony Curtis, ma anche agli italiani Giuliano Gemma, Maurizio Merli. 

In tempi più remoti, viene in mente Enzo Staiola, che esordì a soli otto anni nel film Ladri di Biciclette (1948), capolavoro del neorealismo diretto da Vittorio De Sica, nella parte del piccolo figlio del protagonista (Lamberto Maggiorani) e recitando poi in diverse pellicole sempre in ruoli da bambino senza però più bissare il riscontro avuto con il ruolo ricoperto nel film d’esordio, premiato con l’Oscar, finchè crescendo, smise definitivamente le vesti di attore. Un po’ meglio andò a Luciano De Ambrosis e Edoardo Nevola: il primo esordiente a cinque anni in I Bambini ci guardano (1943), diretto ancora da De Sica, che si dedicherà al doppiaggio una volta divenuto adulto e l’altro noto soprattutto per aver interpretato, nel 1956, il personaggio di Sandrino, il figlio del macchinista, nel film Il ferroviere (1956), di Pietro Germi, il quale per oltre un decennio è stato uno degli attori bambini più richiesti del nostro cinema, fino a quando da grande intraprese una carriera di musicista e cantante.

Sorte simile toccò ad altri due bambini attori, Andrea Balestri e Salvatore Cascio, volti iconici di due produzioni italiane di grande successo, sul piccolo e grande schermo. Il primo fu scelto per il ruolo di Pinocchio, nello sceneggiato televisivo Rai dai grandi ascolti Le avventure di Pinocchio (1972), di Luigi Comencini, l’altro fu interprete della pellicola premiata con l’Oscar, Nuovo cinema paradiso (1988), regia di Giuseppe Tornatore, i quali cercarono di approfittare della notorietà raggiunta, continuando a recitare in altri ruoli da protagonisti bambini, ma senza più grandi acuti, quindi entrambi si ritirarono dalle scene intraprendendo altri mestieri, senza mai dimenticare il loro esordio in celluloide che gli ha cambiato la vita.

 Ed ancora, fra gli altri bambini attori che da adulti non troveranno più fortuna al cinema, si possono citare Stefano Colagrande di professione medico, che lo si ricorda in un’unica pellicola dal titolo Incompreso (1966), diretta sempre da Luigi Comencini, nel ruolo del piccolo Andrea, che cerca le attenzioni del padre, Renato Cestiè protagonista bambino di diverse pellicole, di cui tre più noti appartenenti al fugace filone definito “lacrima movie”, e cioè “L’ultima neve di primavera” (1973) e Bianchi cavalli d’agosto”(1975), entrambi di Raimondo Del Balzo e “Il venditore di palloncini” (1974), diretto da Mario Gariazzo e, in ultimo, Giorgio Cantarini, al debutto sul grande schermo nella parte di Giosuè, figlio del personaggio interpretato da Roberto Benigni in La vita è bella (1997), il quale diresse anche la pellicola che poi trionfò agli Oscar e che al piccolo protagonista valse il premio Young Artist Award, assegnato in America alle giovani promesse nel mondo dell’intrattenimento. 

Infine, vogliamo concludere questa nostra breve carrellata sugli enfant prodige del cinema italiano che non ce l’hanno fatta, citando un nome noto a tutti, ma non per i suoi trascorsi attoriali. Ci riferiamo a Carlo Calenda, il quale esordisce anch’egli da bambino attore nella serie televisiva Cuore (1984), altra produzione Rai diretta da un regista che nel corso della sua carriera evidentemente ha avuto un feeling particolare con i piccoli interpreti al pari di Vittorio De Sica, e cioè ancora Luigi Comencini, peraltro nonno dell’allora piccolo Carlo, il quale da adulto non ha seguito le orme del nonno né quelle della mamma Cristina, figlia di Luigi e pure lei apprezzata regista, dedicandosi ad altri mestieri che gli hanno dato comunque la notorietà.

Carmelo Franco

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Cinema

Testa o croce? Il film di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis

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E venne il giorno in cui il “western all’italiana” smise di essere un’imitazione parodica o cinica per farsi, finalmente, western italiano. Questo passaggio avviene nel 2025, tra le paludi pontine e la polvere della Maremma in Testa o croce?, l’ultima opera di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis. I registi, fedeli alla loro poetica che mescola documento e leggenda, calano i personaggi nell’Italia di fine Ottocento, prendendo le mosse da un evento storico che si mischia con la leggenda: la tappa romana della tournée di Buffalo Bill.

Qui, il West non è più la terra di frontiera d’oltre l’oceano, ma uno spettacolo messo in scena che prende il volto di John C. Reilly, incarnazione di un selvaggio West ormai passato di moda. Secondo la tradizione, i cowboy americani furono sfidati dai butteri locali in una gara di domatura di cavalli, e alla fine, si racconta, ebbero la meglio sui più blasonati cowboy.

La storia

Su questo innesto storico, il film costruisce un racconto romanzato d’amore e sangue. La fuga del giovane buttero Santino con una sposa francese infelice e ribelle (Nadia Tereszkiewicz) non è solo una cavalcata verso la libertà, ma un radicale cambio di prospettiva geografica: la verticalità epica dei canyon fordiani cede il passo all’orizzontalità malinconica e arcaica del paesaggio laziale e toscano, dove i protagonisti siamo noi e la nostra storia.

Santino, interpretato da un magnetico Alessandro Borghi, ne è il protagonista maschile e porta su di sé un’eredità pesante. Con il cappello calcato e gli occhi di un azzurro intenso, spesso ripresi in primo piano, rimanda inevitabilmente a Terence Hill e alle icone solitarie dello spaghetti western. Ma l’analogia si ferma alla maschera. Il buttero fuggitivo non possiede il cinismo spietato o il distacco ironico dei pistoleri di un tempo; è un uomo radicato in un’Italia violenta e ancestrale, in cui la brutalità diventa un rito di passaggio e la frontiera rappresenta un paesaggio puramente interiore. Borghi non cita il passato: è il fantasma di quel cinema che lo attraversa per portarlo verso un’indagine più radicata delle nostre radici.

Buffalo Bill

A fare da ponte ideale fra queste due realtà così diverse, c’è Buffalo Bill con la sua carica leggendaria che insegue gli amanti, e altre schegge di un immaginario western che irrompono all’improvviso: un treno preso in ostaggio dai banditi, una carneficina da parte dei soldati e le facce violente e feroci dei cacciatori di taglie.   

Tuttavia, il plot asciutto e brutale è venato anche da suggestioni magiche che armonizzano le due componenti antropologiche, rendendole unica metafora del raggiungimento della civiltà attraverso la barbarie.

I dannati di Roberto Minervini

In questo senso, Testa o croce? non è un caso isolato, ma il tassello di un mosaico più ampio che sembra voler chiudere un cerchio nel nostro cinema. Lo dimostra una pellicola uscita l’anno prima, I dannati di Roberto Minervini. Seppur ambientato nel cuore della Guerra di Secessione, il film di Minervini condivide con quello di De Righi e Zoppis la medesima urgenza: smontare la retorica bellica e il mito dell’eroe per osservare l’uomo nel fango della realtà.

Entrambi i film segnano forse il ritorno definitivo del western in Italia, ma in una veste inedita. Non più genere di consumo, ma territorio d’autore; non più fuga nell’esotismo, ma scavo brutale nella nostra identità. Sarà il tempo a dirlo, ma oggi la polvere della Maremma sembra avere lo stesso peso specifico della Storia.

Carmelo Franco

 

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Déjà-vu in sala: plagio o citazione cinefila?

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Quante volte ci è capitato di avere la sensazione di aver già visto una scena durante la visione di un film per noi inedito? Per coloro che ancora pensano si sia trattato di un semplice déjà-vu, va detto che molto spesso non si è trattato di una percezione illusoria: la storia del cinema è piena di registi che “rubano” sequenze cult girate da altri, facendole proprie e riadattandole a un diverso intreccio, in un’opera che alla fine magari riscuote anche più successo.

Quentin Tarantino

Uno degli esempi più eclatanti ci perviene da Quentin Tarantino, il quale al suo secondo film ottiene un successo planetario; eppure, proprio in Pulp Fiction, vi è un’intera sequenza che sembra la copia carbone di un’altra girata da Fernando Di Leo (uno dei registi più amati dal cineasta del Tennessee) molti anni prima. La pellicola in questione è La mala ordina, dove i due personaggi interpretati da Henry Silva e Woody Strode percorrono un corridoio, seguiti in piano sequenza, fino a giungere all’appuntamento.

Mutatis mutandis, cambiano gli attori (John Travolta e Samuel L. Jackson in luogo di Silva e Strode) e i loro personaggi, ma non il succedersi dell’azione: pure nel film di Tarantino una coppia di malavitosi percorre un corridoio, seguiti dalla macchina da presa, finché non bussano a una porta che infine si apre e li accoglie all’interno. Che Tarantino abbia voluto omaggiare il suo predecessore italiano, o che si sia trattato di un riflesso pavloviano da parte di un cultore del nostro cinema di genere, poco importa: entrambe le scene ci appaiono degne di nota e funzionali al contesto.

Brian De Palma

Ancora un acclamato regista americano è al centro di un altro “plagio d’autore”, che ha le sembianze eleganti di Brian De Palma. In The Untouchables – Gli intoccabili (1987), gli spettatori rimangono col fiato sospeso quando una carrozzina con un bambino piangente rovina lungo una scalinata durante una sparatoria. Qui De Palma ha dimostrato tutta la sua maestria nel mettere in immagini le proprie ossessioni cinefile, certamente debitrici di quella sequenza di culto girata da Sergej M. Ėjzenštejn a inizio Novecento nel suo capolavoro, La corazzata Potëmkin, in cui i soldati cosacchi irrompono sulla scalinata di Odessa facendo strage della folla inerme.

Luigi Comencini

Ritorniamo nei confini italiani per citare due pellicole appartenenti alla nostra commedia all’italiana, ma l’autore è un solo regista: Luigi Comencini. Nel 1958 Comencini dirige Mogli pericolose con un cast di tutto rispetto, in cui spicca una sequenza ambientata all’interno di un ascensore: qui sono Franco Fabrizi e Sylva Koscina a rimanere bloccati, trasformando lo spazio angusto in un palcoscenico di imbarazzi e sottili tensioni seduttive.

Quasi vent’anni dopo, il regista riprende quel medesimo schema narrativo per l’episodio L’ascensore all’interno del film Quelle strane occasioni (1976). Questa volta sono Alberto Sordi (nei panni di un monsignore) e Stefania Sandrelli a restare prigionieri della cabina proprio il giorno di Ferragosto. Chi ha visto entrambe le pellicole non può non notare come Comencini ricalchi la coreografia dei movimenti e la gestione dei silenzi, trasportando un’idea nata nel bianco e nero degli anni Cinquanta nella più smaliziata e cinica atmosfera degli anni Settanta. In questo caso, il “furto” avviene in famiglia: è un’auto-citazione consapevole dove il regista non solo riutilizza un’intuizione tecnica vincente, ma la evolve, trasformando un momento di commedia brillante in un ritratto graffiante dei vizi e delle ipocrisie dell’italiano medio.

William Friedkin

Rimanendo nell’ambito dei piccoli plagi d’autore, è impossibile non citare il debito che un colosso del cinema horror come William Friedkin deve al maestro del brivido italiano Mario Bava. In L’esorcista (1973), una delle inquadrature più famose della storia del cinema è l’arrivo di Padre Merrin davanti alla casa di Regan: l’uomo di profilo, la valigetta in mano, la luce spettrale di un lampione che taglia l’oscurità.

Questa immagine, diventata persino la locandina del film, è la copia speculare di una scena presente ne Operazione paura (1966) di Bava. Friedkin estrapola quell’estetica pittorica da un piccolo film gotico italiano per inserirla in un contesto demoniaco urbano, trasformando un’intuizione visiva altrui nel simbolo stesso del male che bussa alla porta. Anche qui, il “furto” di una sola, potente inquadratura contribuisce a creare un’atmosfera che lo spettatore sente di aver già vissuto, pur trovandosi di fronte a una storia completamente differente.

Steven Spielberg

Per chiudere questo cerchio di “memorie visive”, vale la pena menzionare come anche i più grandi successi popolari non siano immuni da questa pratica. In I predatori dell’arca perduta (1981), Steven Spielberg inserisce un’inquadratura che è un calco preciso di una scena di Ombre rosse (1939) di John Ford. Si tratta del momento in cui il personaggio di Indiana Jones, durante l’inseguimento al camion dei nazisti, passa sotto il veicolo in corsa per poi riemergere da dietro.

Spielberg non sta girando un western, eppure “ruba” quel frammento d’azione acrobatica — eseguito originariamente dallo stuntman Yakima Canutt nel capolavoro di Ford — per iniettare nel suo cinema d’avventura la stessa scarica di adrenalina del cinema classico. Ancora una volta, una singola sequenza estrapolata dal suo contesto originale e riadattata a un nuovo intreccio dimostra che il cinema, più che un’arte dell’invenzione assoluta, è fatta anche di una incessante conversazione privata tra autori che, pur non essendosi mai incontrati, sembrano parlarsi, passandosi il testimone attraverso le epoche.

Carmelo Franco

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Agnus Dei di Massimiliano Camaiti

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Dopo il debutto all’82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e un percorso nei principali festival internazionali, #AgnusDei di Massimiliano Camaiti arriva nelle sale italiane dal 20 aprile, distribuito da #kineadistribuzioni di Dario Cangemi. Presentato nella sezione Biennale College Cinema, Agnus Dei ha ottenuto il Premio Michel Mitrani come migliore opera prima al FIPADOC di Biarritz ed è stato premiato come miglior documentario dell’anno dall’Associazione Documentaristi Italiani. Nel silenzio raccolto del Monastero di Santa Cecilia a Roma, il film segue il legame delicato tra le monache e due agnelli appena nati, affidati alle loro cure grazie ad una tradizione cattolica millenaria. Nei gesti quotidiani dell’accudimento si dischiude una forma di maternità inattesa, fatta di presenza, dedizione e ascolto, che attraversa e ridefinisce il senso stesso della vocazione. 

Il film verrà presentato a Palermo, al cinema Rouge et Noire, lunedi 4 maggio 2026 alle 19.00.

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