Cinema
Frankenstein e la visione deltoriana
Spesso mettiamo certi classici in dei piedistalli assolutamente legittimi, ma che a volte rendono difficile toccare o rinnovare il mito e l’iconografia di queste opere. Frankenstein di Mary Shelley non è sicuramente tra questi, dato che nei decenni a seguire dalla sua pubblicazione non solo è stato oggetto di numerose riletture, ma anzi quest’ultime hanno contribuito sensibilmente al rafforzamento dell’immaginario di uno dei migliori libri mai scritti, vero trattato etico-filosofico sull’essere umano, tema che gli ha permesso di mostrarsi molto versatile nell’adattarsi alle epoche di riferimento dei suoi adattamenti.
In questo senso se c’era un regista che ha le possibilità e soprattutto la visione per poter su schermo un ennesimo adattamento di Frankenstein, quella persona è Guillermo Del Toro, che aggiunge un tassello più che coerente alla sua filmografia, dato che era difficile non pensare a quanto la sua passione e maestria per il gotico – ampiamente esplorata in grandi film come Il labirinto del fauno, Hellboy II, Crimson Peak e La forma dell’acqua – si adattasse al romanzo di Mary Shelley e alle sue atmosfere. Anzi, è più corretto pensare che sia la Shelley tra le ispiratrici dell’immaginario deltoriano, che quindi con Frankenstein fa un vero e proprio full circle.
Ciò che era meno prevedibile (ma non inaspettato) è che il Frankenstein di Del Toro risultasse un prodotto così umano, pieno di romanticismo eppure legato sicuramente a un gusto per il gotico e il viscerale, vicino ma mai troppo tendente alla melodrammaticità come accadde invece nell’adattamento (valido) di Kenneth Branagh del 1994. Il regista messicano prende la storia di Frankenstein per parlare profondamente della condizione umana, di amore, di abbandono, di paternità e di liberazione.
La narrazione
Percorrendo tutta la vita di Victor Frankenstein a partire dalla sua infanzia, in una narrazione a flashback, vengono toccati gli elementi fondamentali del romanzo della Shelley, specialmente il turbolento rapporto di Victor col padre, freddo fisico che non ha mai corrisposto l’esuberanza viscerale del figlio, che discendeva dalla madre, preferendo la pacatezza del secondogenito William. Si percepisce sin da subito in Victor una genialità quasi occulta, oscura, che lo pone ai margini dell’opinione pubblica nel suo ambizioso progetto di sfidare i limiti della morte, della vita e della creazione.
I passaggi prima di arrivare all’ingresso della Creatura sono lunghi e forse sarebbero potuti essere gestiti meglio, attenzionandoli ma in maniera meno programmatica, ma sono tasselli fondamentali per ricostruire i pattern che caratterizzano l’arrogante Victor, che sembra sempre sul punto di mettere in gioco tutto quello che ha, inclusi i suoi rapporti familiari, in particolare nei confronti della cognata Elizabeth (una splendida e ammaliante Mia Goth), per cui svilupperà forti sentimenti ma mai esauriti pienamente. Un evento importantissimo nel puzzle che compone il percorso di Victor nell’ultimare la sua Creatura.
Quando essa viene creata però è come se qualcosa si fosse rotto nell’umano Victor. Ciò che teoricamente dovrebbe provare sarebbe magnificenza, stupore, se non addirittura amore considerando che il primo gesto compiuto dalla creatura è un abbraccio, di fronte a un sole simbolo di vita. Invece la Creatura diventa l’ennesimo esperimento di un Victor che cade rovinosamente nella gelosia per ciò che lui stesso ha contribuito a creare fino a rinnegarlo totalmente, in un percorso autodistruttivo che ripercorre pedissequamente i pattern visti tra Victor e suo padre, ma che paradossalmente dà inizio alla storia della Creatura.
Lo sguardo del Mostro
Il suo punto di vista, che arriva a circa metà film, ci introduce nella viaggio di scoperta di un essere nei confronti di un mondo a lui totalmente sconosciuto, che impara a leggere, a parlare, ad amare, ma soprattutto a soffrire e che al contempo deve affrontare il complesso dilemma di essere una creatura artificiale, frutto di scarti, di rottami umani, frammenti di vita precedenti e tessuti nervosi ricollegati per farne una nuova vita che però, forse di nuovo non ha più niente da vivere, e che chiede a gran voce la libertà di morire, conscio di una vita condannato alla solitudine.
Si ribalta così in parte il senso dell’opera originale: la Creatura realizzata per sfidare i limiti della mortalità e dell’umana concezione della vita, adesso prende così tanta coscienza da rivendicare il suo diritto a morire, se quello di vivere dignitosamente non può essere esaudito. Del Toro si confronta in maniera più diretta e meno filosofica rispetto al romanzo di Shelley con i concetti di abbandono, diversità, di rapporto padre-figlio, dell’arroganza umana che soverchia la sua stessa genialità quando ciò che crea finisce per superarli. Cos’è quella Creatura una volta creata? Ennesimo esperimento o nuova forma di vita da amare e soprattutto capace egli stessa di amare?
Un cast ricchissimo
Oscar Isaac porta un Victor Frankenstein intense, quasi teatrale nell’esprimere la sua brillantezza destinata però a rinchiudersi in un egocentrismo autosabotatore, che non riesce a gioire dei suoi traguardi e che sembra anche solo incapace di comprendere esattamente che cosa egli stesso desidera, una forza che si nutre di tutto ciò che umanamente spendibile per soddisfare un uomo che ha evidentemente un grande vuoto dentro di sé. La melodrammaticità di Isaac la ricondurrei più alla condizione tragica del personaggio, che, come moderno Prometeo, sfida la natura per creare la vita con la scienza, ma con conseguenze terribili.
La Creatura è semplicemente sublime e sicuramente la parte meglio riuscita in quanto a coerenza narrativa e morale: Jacob Elordi utilizza il proprio corpo esulando dal costrutto divistico, ogni movimento e azione, anche quelle più accennate, hanno il compito di stabilire il contatto tra la creatura e il mondo esterno, prendendo coscienza della sua natura con una delicatezza che assottiglia le barriere con ciò che sarebbe (o viene) definito come mostro. Attraverso una sottrazione e un makeup straordinario Elordi traspone la creatura di Frankenstein in una veste più moderna ma fedele al romanzo originale.
La sublime costruzione scenica
A livello tecnico il lavoro di Del Toro e dei suoi collaboratori è mastodontico: i luoghi e le scenografie, tutte ricostruite fisicamente con pochissimo ausilio di computer grafica – quella che c’è, va detto, lascia a desiderare – sbalordiscono per la loro magnificenza, senza tutta via essere fini a sé stesse né tantomeno patinate. Luoghi come il laboratorio di Victor sono vivi, scalpitanti di oggetti e di orpelli che coniugano classicità vittoriana e gusto gotico se non addirittura steampunk (agli appassionati di videogiochi potrebbero dare echi di BioShock o Dishonered). La fotografia di Dan Laustsen restituisce un caleidoscopio di colori e di sfumature che si muovono sapientemente tra eleganza e gotico, mentre le musiche di Alexander Desplat contribuiscono a dare epicità al racconto.
Forse qualcuno avrebbe da ridire su alcune scelte che ricondurrebbero questo Frankenstein a una visione più accessibile, ed è vero: il cinema e l’estetica di Del Toro sono state sdoganate commercialmente. Ma questo aspetto, contestualizzato all’interno delle dinamiche di una produzione Netflix che se non fosse stato per il colosso streaming difficilmente avrebbe trovato la stesse viabilità produttiva – come dichiarato dallo stesso Del Toro peraltro, in realtà sembra essere decisamente coerente con il percorso cinematografico del regista messicano, che già dal 2017 con La forma dell’acqua ha iniziato a coniugare sapientemente storie di ampio respiro mantenendo una grande autorialità e la visione che l’hanno sempre contraddistinto.
In qualunque modo la si pensi, non si può negare che questo Frankenstein sia una delle visioni più interessanti del 2025, da sezionare e analizzare in relazione a tutto l’immaginario che il romanzo di Mary Shelley ha contribuito a creare, che qui si presenta in una forma inedita e con un linguaggio capace ancora di oggi di parlarci con potenza, tanto visiva quanto soprattutto morale ed etica.
Giovanni La Gattuta
Cinema
Di chi sono i nostri giorni?
Il potere ha diverse facce e qui viene raccontato in maniera buona…
Quanti sono i presidenti a cui si è ispirato Paolo Sorrentino nel film? C’è il Presidente Mattarella con gli applausi alla Scala di Milano, Cossiga con la sua ironia, Leone con il suo tatto giuridico, Napolitano con le sue trovate. Ci sono molti presidenti in nuovo personaggio che richiama qualche volta De Mita non salì mai al Quirinale. Il film pone una domanda sulle responsabilità da assumere nella nostra vita. E’ di ispirazione fantastica. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis si trova quasi alla fine del suo mandato e deve prendere delle decisioni importanti. Queste decisioni si scontrano con il bilancio esistenziale e i fallimenti della sua vita.
In attesa della grazia
Due persone con un caso complicato attendono la grazia per l’omicidio dei loro coniugi. Isa Rocca sostiene di aver praticato l’eutanasia contro un marito violento, mentre un professore ha ucciso la moglie che non ci stava più con la testa e da quel momento si è rifiutato di avere i contatti con il mondo. Per il professore la grazia è stata chiesta dagli studenti. Il cavallo del presidente rappresenta anch’esso una metafora e il dubbio atroce della vita stessa, anche se sta morendo il presidente si rifiuta di farlo abbattere. Questa scena si presta a diverse interpretazioni.
Lo stile “Sorrentino”
I film di Paolo Sorrentino vanno visti poiché aprono dibattiti e danno molti spunti di riflessione. Nella Grazia la critica ha scritto in maniera unanime che qui si racchiude la migliore interpretazione di Tony Servillo che al suo settimo film con Sorrentino, ha vinto la coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia.
Va detto, che gli attori sono stati straordinari nell’interpretazione dei personaggi: Anna Ferzetti nella parte di Dorotea la figlia del Presidente della Repubblica profonda conoscitrice delle leggi e dei cavilli giuridici, Massimo Venturiello nella parte del ministro della giustizia compagno d’infanzia del presidente, acuto osservatore della vita politica, Milvia Marigliano nella stupenda parte di Cocò Valori personaggio intellettuale ribelle che vuole incendiare i musei.
Elogio alla fragilità
Il film è un elogio alla fragilità raccontata con lo stile barocco, con la grazia intesa come stato esistenziale e come istanza giuridica. Ci sono momenti in cui il film risulta pesante e ripetitivo, soprattutto nel cruccio del tradimento della moglie avvenuto 40 anni prima. La fotografia di Daria D’Antonio risulta molto efficace, qualcuno ha scritto che ha colori molto belli e si ispira a Caravaggio, prende lo spettatore e lo fa viaggiare nel tempo creando suggestivi e indimenticabili stati d’animo. Affascinante l’idea di mettere il Presidente della Repubblica con gli altri cittadini in una sala d’aspetto del carcere. Molto toccante è il dialogo con il professore, cosa inusuale per un Presidente della Repubblica. Risulta struggente il dialogo di Dorotea, la figlia del Presidente con Isa Rocca che mette in crisi la sua vita che secondo Isa non ha mai amato nessuno e ha dedicato la sua vita solo alle carte e al diritto degli altri…
Pur essendo composte da un mix di artisti contemporanei qualche volta risultano eccessive e non danno respiro soprattutto all’inizio del film quando viene spiegato agli spettatori il ruolo del Presidente della Repubblica e le sue funzioni. Di chi sono i giorni nostri se non troviamo il coraggio di prendere una decisione, questa è forse la fragilità del dubbio? Il papa risulta ironico ed espressivo, colpisce che si muova con la motocicletta. Il film invita a riflettere chi si trova nei posti apicali di responsabilità, ci sono molte suggestioni legati alla politica che è spesso lontana dai problemi della gente. Il film esplora la morale, la religione e crea un’atmosfera contemplativa. Da vedere!
Nota:
Durante la proiezione che ho visto il 15 gennaio a Palermo, ho notato una massiccia presenza di avvocati, giuristi, magistrati e diverse signore della bella società palermitana che hanno apprezzato molto il film.
Maurizio Piscopo
Cinema
Primavera, quando il cinema diventa un sogno
In Italia ogni anno escono centinaia di film. Alcuni passano quasi inosservati e non lasciano traccia, altri finiranno a riempire le grigie serate degli italiani davanti alla Tv di cento pollici, emblema di finto benessere e tanta solitudine. Amo il cinema alla follia. Da giovane ho vissuto a Parigi dove il cinema resta un mito e si continua far la fila per assistere ad una proiezione. A Palermo, l’ultimo giorno dell’anno ho voluto trascorrerlo al cinema Tiffany scegliendo un film per sognare e dimenticare le meschinità della vita.
Primavera di Damiano Michieletto
Ho scelto Primavera di Damiano Michieletto che fa parte dei film a cui sono molto legato: Il cammino della speranza di Pietro Germi, Il Gattopardo di Luchino Visconti, Amarcord di Federico Fellini, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Napoli New York di Gabriele Salvatores, Hugo Cabret di Martin Scorsese. Primavera è un film colto, ben pensato, con costumi bellissimi, ben diretto con la fotografia di Daria D’Amico, con delle musiche mozzafiato.
La storia
E’ una storia che mi ha commosso, un vero capolavoro. La mia stessa sensazione l’ha vissuta il pubblico in sala che ha tributato un lunghissimo applauso, qualcuno piangeva e parlava a voce alta per farlo sentire a tutti come si fa a Palermo, “Bravissimi, gli attori, grande il regista, musiche straordinarie, soldi spesi benissimo!”. La signora seduta accanto mi ha confidato che lo farà vedere alle sue nipoti, una suona il violino al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo e lo rivedrà una seconda volta, cosa che non ha mai fatto nella sua vita. Siamo rimasti seduti, con un groppo in gola, nessuno si è alzato fino a quanto sono scorsi tutti i titoli di coda e non si sono accese le luci della sala. Una fila è rimasta per rivedere il film! Primavera è il racconto dell’anno da vedere con le persone del cuore.
La critica
La critica ha scritto che è un solido racconto sulla musica come e emancipazione e salvezza, sono d’accordo. Il film ha raffinati, rimandi letterari, (lo spunto narrativo è il romanzo di Tiziano Scarpa Stabat Mater, Einaudi Editore 2008, premio Strega nel 2009) ed è ambientato nella Venezia del 1716, all’interno dell’Ospedale della Pietà. Qui vivono diverse ragazze abbandonate in fasce dalle proprie madri, tutte in attesa che un matrimonio possa riconsegnarle alla società esterna. Le ospiti più dotate musicalmente compongono una piccola orchestra, che si esibisce durante ogni messa nascosta da una grata.
Le musiciste
Tra le musiciste spicca Cecilia (Tecla Insolia), promessa sposa ad un uomo, ma ancora in attesa di essere “salvata” dall’ignota madre, scoprirà quanto la musica sia davvero importante per lei grazie all’incontro con il nuovo sacerdote Antonio Vivaldi (Michele Riondino attore straordinario), chiamato a dirigere le musiciste. Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto ha una sua speciale originalità, una grande sicurezza nel dirigere gli attori con una regia partecipe, asciutta, coinvolgente e sensibile, che non cede mai a patemi né a manierismi. Primavera mette in scena Vivaldi, maestro in un orfanotrofio, puntando però grande attenzione sulla sua allieva prediletta. Ne emerge un ritratto femminile vivido e universale, reso magnificamente da Tecla Insolia, nonché un originale rapporto maestro/allieva, che parla di riscatto, di bellezza alla ricerca del proprio posto nel mondo…
Al regista Damiano Michieletto Damiano ho voluto porre due domande…
Quando è nata l’idea di realizzare questo film che lascerà un segno indelebile nella storia del Cinema?
E’ nata circa 5 anni fa quando dopo aver letto il romanzo “Stabat Mater” ho pensato che potesse essere un buon tema per un film. Desideravo fare un film in cui la musica fosse un elemento narrativo importante e questo incontro tra Vivaldi e Cecilia mi ha dato l’opportunità per realizzare questa visione assieme alla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi.
-Onestamente si aspettava il successo internazionale che sta riscuotendo il film da lei diretto, curato in ogni dettaglio, costumi, fotografia, interpretazione degli attori e musiche mozzafiato?
No, non me lo aspettavo anche perché è il mio primo film. Ho avuto a disposizione un team fantastico composto da professionisti di altissima qualità come Daria D’Antonio, Walter Fasano, Fabio Capogrosso, Maria Rita Barbero.
Mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi: è un’ottima cosa per il cinema italiano.
Qualcosa sulle musiche originali del film…
Sono state composte da Fabio Massimo Capogrosso che ha lavorato fianco a fianco con il regista per integrare sonorità classiche e contemporanee, mentre l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice di Venezia, diretti da Carlo Boccadoro, hanno eseguito i brani, affiancati dai Solisti Aquilani. Al film non manca il ritmo, la suspense e l’intensità crescente: si tratta di un’opera colta e raffinata, che racconta della musica del Settecento veneziano, degli ospedali di carità per orfani (nella fattispecie quello della Pietà a Venezia, sede, al tempo, di una rinomata orchestra), di Antonio Vivaldi e della composizione della sua musica, di amore desiderio energia vita e poi si parla di denaro e di classi sociali, in modo semplice e “popolare”, raggiungendo lo spettatore, e immergendolo nel clima di quel periodo.
La fotografia
Nella fotografia di Daria D’Amico appare una Venezia malinconica che rifugge dalla cartolina, la Serenissima viene descritta con toni freddi per rendere, anche visivamente, un contesto sociale duro, in cui la vita delle ragazze come Cecilia dipendeva da fattori fortuiti (una madre che tornava a prenderle dopo averle abbandonate infanti, un nobile che decideva di sposare proprio loro portandole fuori dall’istituto o, come nel caso di Cecilia, una priora comprensiva e alfine complice) ma soprattutto dal denaro, da quanto potevano valere; cioè, in questo caso, da quanto erano brave con il violino. Forse la cosa che rimane più impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film). Una nota di lode alla sceneggiatura di Ludovica Rampoldi, che riesce a cogliere i sentimenti del tempo, la poesia della musica e le sofferenze delle ragazze che riescono a riscattarsi con l’arte. Tecla Insolia è come al solito bravissima; Vivaldi è interpretato da un Michele Riondino che caratterizza il suo personaggio, tra sete di vita piena, che manifesta nella musica che compone, e la fatica provocata dalla malattia che mina il suo fisico; Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi offrono corpo e anima al governatore dell’orfanotrofio e alla sua priora, colei che segue da vicino le ragazze; e i camei di Valentina Bellè e Stefano Accorsi arricchiscono profondamente il film. Sono certo, che Primavera riceverà molti premi internazionali e sarà accolto con entusiasmo dal pubblico di tutto il mondo, che è molto legato alla musica e alle bellezze italiane.
Biografia
Damiano Michieletto ( Venezia 1975) è un regista teatrale e cinematografico italiano, noto per le sue innovative regie d’opera lirica e le produzioni di prosa, che ha portato nei più grandi teatri internazionali, debuttando alla Scala di Milano e lavorando per il Salzsburg Festival, la Royal Opera House di Londra e il Teatro dell’Opera di Roma. Formatosi alla scuola di Paolo Grassi e di Milano e laureato all’Università di Venezia, ha anche diretto programmi Tv.
Per le foto di scena si ringraziano i fotografi Andrea Pirrello e Kimberley Ross.
Cinema
L’attore Salvo Ficarra nella serie Zorro
Paramount+
e France Télévisions, insieme a France Tv distribution presentano la loro nuova e attesissima serie Zorro un remake moderno di uno dei titoli più famosi e amati dal pubblico di tutto il mondo. Torna, sul piccolo schermo, la storia dell’affascinante bandito mascherato Don Diego de la Vega che nei panni di Zorro, sua doppia identità, combatte le ingiustizie. Oltre a un cast internazionale, nella serie ci sarà anche l’attore italiano del duo Ficarra e Picone, Salvatore Ficarra. Creata da Benjamin Charbit (Sous Contrôle, Gagarine, Notre Dame, Les Sauvages, En Liberté) e Noé Debré (Parlement, Stillwater, Dheepan), la serie in 8 episodi è co-prodotta da Paramount+, France Télévisions, Le Collectif 64 (Marc Dujardin) e Bien Sûr Productions (Julien Seul). Scritta da Benjamin Charbit, Noé Debré e Emmanuel Poulain-Arnaud (Le Test), la serie è diretta da Jean-Baptiste Saurel (Parallèles) e Emilie Noblet (Bis Repetita, Parlement, Les 7 vies de Léa).
Zorro: la trama
Nel 1821, Don Diego de la Vega diventa sindaco di Los Angeles per migliorare la sua amata città. Tuttavia, la città sta affrontando problemi finanziari a causa di un uomo d’affari locale, l’avido Don Emmanuel, e i suoi poteri come sindaco non sono sufficienti per combattere l’ingiustizia. Per 20 anni Diego non ha usato la sua identità da Zorro, ma sembra che non abbia altra scelta che riportarla indietro per il bene comune. Ma Diego fatica a bilanciare la sua doppia identità sia come Zorro, sia come sindaco, causando tensione al suo matrimonio con Gabriella, che non è a conoscenza del suo segreto. Diego riuscirà a salvare il suo matrimonio e la sua sanità mentale nel caos?
Zorro: chi c’è nel cast internazionale
Protagonisti della serie Zorro sono: Jean Dujardin, Audrey Dana, André Dussolier, Eric Elmosnino e Grégory Gadebois. Nel cast internazionale anche l’attore italiano Salvatore Ficarra.
Zorro: su Paramount+
Zorro è uscito su Paramount+ il 6 dicembre 2024.
Guarda l’intervista a Salvo Ficarra
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