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Cinema

Giuseppe Tornatore, regista dalle due anime

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La prima cosa che viene in mente quando si parla di Giuseppe Tornatore è il premio Oscar da lui vinto nel 1990 per il film Nuovo Cinema Paradiso. Se poi consideriamo che è l’unico direttore di attori siciliano ad esserci riuscito, questo lo rende probabilmente il regista più famoso ed autorevole dell’isola, atteso che, peraltro, sono pochissimi i registi del nostro Paese a poter custodire in bacheca un premio Oscar.

In realtà vi è solo un regista italiano ad aver vinto il premio cinematografico più prestigioso al mondo della settima arte nella categoria miglior regista ed è Bernardo Bertolucci, con L’ultimo imperatore (1988), da lui diretto nello stesso anno in cui usciva nelle sale italiane il lungometraggio di Giuseppe Tornatore, con il quale trionferà nella kermesse losangelina due anni dopo, ma come miglior film straniero.  

Volendo proseguire su questa linea narrativa, va detto che Tornatore si trova in buona compagnia, poiché sono solo sei gli altri registi italiani ad essersi aggiudicato l’ambito riconoscimento, quali registi per il miglior film straniero, e fra essi vi sono Federico Fellini e Vittorio De Sica con quattro statuette ciascuno (quest’ultimo però vinse le prime due quando il premio era denominato “Oscar speciale”) e una sola volta ciascuno Elio Petri (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto 1970), Gabriele Salvatores (Mediterraneo 1991), Roberto Benigni (La vita è bella 1997) e Paolo Sorrentino (La grande bellezza 2013).

Questa breve digressione iniziale ci consente di introdurre meglio il tema che ci interessa, che è anche quello che distingue Giuseppe Tornatore dai suoi illustri colleghi premi Oscar, ma che lo rende unico pure rispetto a molti altri direttori di attori suoi contemporanei, vale a dire l’attaccamento endemico, quasi viscerale del regista alla sua regione d’origine, nel suo caso la Sicilia, di cui ha voluto e saputo raccontare gli umori, i paesaggi, gli intrecci, i difetti e le pulsioni con filologica passione, fin dai suoi primi esordi dietro la mdp. Per restare, invece, ai registi citati, solo il riminese Fellini con I vitelloni (1953) e Amarcord (1973 premiato con l’Oscar) e il napoletano Sorrentino dirigendo E’ stata la mano di Dio (2021) e Parthenope (2024), sono riusciti ad essere, anche loro, appassionati poeti della terra da cui provenivano, con due pellicole ciascuno e quando però già erano registi (più) affermati.

Ed infatti, rlare, con cui il regista dimostra la sua peculiare capacità mitopoietica, in larga parte basata ed amplificata dal suo bagaglio di ricordi e sensazioni e con la quale ha riscosso i maggiori consensi (di critica e di pubblico), da un’altra parallela a questa, che ha seguito traiettorie diverse e nelle quali è evidente da parte dell’autore un approccio filmico diverso e cioè un raffreddamento della materia narrativa, contraddistinto da uno stile e una messa in scena eleganti ma più distaccate, che si ravvisa in ogni singolo film girato con ambientazioni e storie lontane dalla Sicilia.

Dopo un apprendistato quale redattore della testata siciliana della RAI, per cui gira alcuni documentari, il trentenne Tornatore esordisce sul grande schermo nel 1986 con un film ambientato nel meridione d’Italia, ma posizionando la sua mdp un po’ più a nord della sua Sicilia, ed esattamente a Napoli e dintorni, dove gira Il camorrista, tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Marrazzo sulla vita e i crimini di Raffaele Cutolo, che immediatamente ne rivelano le sue doti di narratore magniloquente, con una pellicola che può essere considerata fra i più riusciti mafia movie italiani, per l’apprezzabile gusto dell’eccesso e per l’azione di marca americana, sapientemente mescolata con la tradizione popolare.  

Tuttavia, è con la già citata sua seconda pellicola, e cioè Nuovo Cinema Paradiso, che inizia il percorso indi del giovane Peppuccio, che gli regalerà un successo nazionale ed internazionale e che riporterà il Premio Oscar in Italia, dopo tanti anni, anche se, ad opera finita, niente faceva presagire quello che poi sarebbe accaduto. Il film, infatti, che inizialmente aveva una durata di circa tre ore, all’uscita in sala, nel novembre del 1988, non riscosse buoni consensi di critica, nè appassionò il pubblico. Vi era qualcosa che non funzionava, come intuì subito il suo autore, il quale ritirò la pellicola dagli schermi e mise di nuovo mano al montaggio, tagliando e riassemblando diverse scene e quando il film uscì nuovamente negli schermi italiani l’anno successivo fu un tripudio di critica, di pubblico e di premi.

L’operazione nostalgia compiuta da Tornatore nello scrivere e dirigere il film aveva colto nel segno. La storia, infatti, è intrisa di tanti ricordi personali da parte del regista, che girerà in diversi luoghi della Sicilia, fra cui Palazzo Adriano, dove si trova il cinema sito nel paese immaginario di Giancaldo, in cui il proiezionista analfabeta Alfredo (Philip Noiret) fa da mentore al giovane Totò, trasmettendogli la passione per il cinema, ed a cui strappa la promessa di non far più ritorno in Sicilia, una volta che il giovane apprendista, ormai cresciuto, decide di andare a fare fortuna al nord. Il ritorno a casa ci sarà, alla morte del proiezionista, e ciò consente al regista bagherese, di intrecciare diversi piani temporali, attraverso la tecnica del flashback e del flashForward, in cui il protagonista, Salvatore Di Vita, lo si vede bambino (Totò Cascio), poi giovane (Marco Leonardi) ed infine adulto (Jacques Perrin). Infine, valore aggiunto della pellicola, è sicuramente la colonna sonora musicata da Ennio Morricone, con cui il regista inizierà un connubio artistico che durerà per l’intero suo percorso cinematografico e che si concluderà con l’omaggio che il nostro renderà all’amico ed artista anch’egli premio Oscar scomparso nel 2020, dirigendo il documentario Ennio, che uscirà nelle sale l’anno successivo.  

Sospinto dai tanti consensi ricevuti, il regista bagherese non si prende pause e nel 1990 dirige Stanno tutti bene, una produzione che solo in parte lambisce la Sicilia, poiché il suo protagonista, il pater familias siciliano Matteo Scuro (Marcello Mastroianni) parte dal suo paese di Castelvetrano per un viaggio in treno lungo lo stivale, con lo scopo di ricongiungersi con i suoi cinque figli, ognuno residente in vari comuni d’Italia, ma  alla fine del viaggio, ritornato in Sicilia, tutte le sue certezze verranno messe in crisi. Non è facile per nessun regista girare il film successivo a quello che lo ha consacrato a livello internazionale, tuttavia Tornatore non delude il suo pubblico, né la critica che lo accoglie dignitosamente, ma non solo: nel 2009 dalla pellicola viene tratto un remake made in USA, dal titolo omonimo (Everybody’s fine), con la regia di Kirk Jones e con Bob De Niro nella parte del protagonista, privilegio questo toccato a pochissimi registi italiani. Fra questi, vi è anche Dino Risi del quale diversi anni prima Martin Brest adatta per gli schermi americani il rifacimento di Profumo di donna (1974) diretto dal padre della commedia italiana, dal titolo americano Scent of woman (1992), con Al Pacino nel ruolo che fu di Vittorio Gassmann, per la cui interpretazione l’attore statunitense vinse l’unico Oscar in carriera.

Dopo un raffinato adattamento cinematografico tratto da un romanzo di Baricco (La leggenda del pianista sull’oceano 1998) Tornatore, alla sua sesta regia, torna fra la sua gente e gira il suo secondo lungometraggio tutto siciliano, che può essere annoverato fra i suoi film più riusciti. Stiamo parlando di L’uomo delle stelle (1995), un’altra immersione del regista nelle sue passioni cinefile, che narra di un venditore di sogni, interpretato da un convincente Sergio Castellitto, il quale dirige per una assolata Sicilia post bellica dei primi anni cinquanta, a bordo di un autocarro ed incontra una variegata umanità che sottopone a provini cinematografici, riprendendoli con una cinepresa e promettendo loro il riscatto da una vita grama ed il successo, ma non finirà bene. La pellicola, che fu nuovamente apprezzata dal pubblico che non aveva compreso il suo precedente film dal titolo Una pura formalità in cui convivevano frammenti di genere diversi (noir, poliziesco Thriller e giallo), conferma le doti di narratore immaginifico del regista siciliano, che si trova più a suo agio quando racconta storie ambientate nella sua terra.

E’ ancora un paese dal nome immaginario (Castelcutò) a fare da sfondo a Malena (2000), il terzo film girato in coproduzione con gli Stati Uniti ed ambientato interamente in Sicilia dal regista bagherese, che continua a narrare di una ossessione, non più cinefila ma erotica, quella che Renato, il protagonista adolescente nutre nei confronti della avvenente e seducente Malena, interpretata da una splendida Monica Bellucci nel suo primo ruolo importante, che le darà notorietà. Ma non è solo il giovane Renato a desiderare la bella paesana, figlia dell’insegnante della scuola, rimasta sola perché il marito non è tornato dal fronte. Anche tutti gli uomini del paese bramano per lei, mentre le loro donne la detestano, la invidiano e la temono per la sua avvenenza. Queste le coordinate narrative di una pellicola con la quale Tornatore compie un’altra incursione nel suo immaginario cinefilo, filmando una Sicilia ancora arcaica, popolata da personaggi animati dagli istinti più bassi, la lussuria, l’invidia, la vendetta, con una rappresentazione cinematografica ben curata, ma che questa volta non convince del tutto pubblico e critica.      

L’ultimo film con il quale il regista bagherese conclude le tante incursioni nella sua terra risale al 2009 e si intitola di Baaria, nome dialettale del suo paese d’origine, con il quale Tornatore si immerge totalmente nel suo vissuto e nella sua storia, filmando il suo film più personale ed a tratti autobiografico. La storia si dipana lungo un arco temporale molto ampio, iniziando dagli anni trenta, e segue da vicino le vicende del protagonista, Peppino Torranuova (Francesco Scianna), che cresce in una famiglia poco agiata, inizia a lavorare fin da piccolo come bracciante, si innamora ricambiato di una ragazza sua paesana (Margareth Madè), matura una coscienza politica avvicinandosi alle idee del partito comunista e nel corso degli anni che si susseguono nel suo paese, incrocia una miriade di personaggi ancillari, fino ad arrivare ai nostri giorni. E’ questo sicuramente il progetto più costoso ed ambizioso del regista premio Oscar: parte delle location che ritraggono il paese di Bagheria, come la immaginava e la ricordava Tornatore, sono state ricostruite a Tunisi, l’intero cast annovera i più noti attori italiani del momento, molti dei quali compaiono in scena per pochi minuti, in un sentito tributo ad un regista ed alla sua storia più personale, che è anche la storia di tutti noi, con tutti gli eventi più importanti che si susseguono sullo schermo. Tuttavia, come spesso accade alle grandi produzioni, la critica si è divisa nei giudizi, alcuni l’hanno definito un capolavoro, altri un film che ha deluso le (tante) attese.

Dopo questo film, Giuseppe Tornatore girerà ancora due algidi lungometraggi al di fuori della Sicilia, La migliore offerta 2013 e La corrispondenza 2016, in cui il genere sentimentale si mischiava con il thriller, consegnandoci una filmografia che annovera, fino ad ora, undici lavori di finzione (più un episodio in un film corale), di cui circa la metà ambientati in Sicilia.

Tuttavia, è anche nelle vesti di produttore che il regista bagherese ci ha beneficiato di un altro importante contributo, che si pone in linea di continuità con la sua vena di cantore della sua terra, producendo la prima pellicola di un altro regista palermitano, altrettanto colto e visionario, il cui nome è Roberto Andò, che debutta sul grande schermo con il film Il manoscritto del principe (2000), prodotta da una società che faceva capo a Tornatore, il quale nel corso degli anni a seguire, ha girato altri apprezzabili film, molti dei quali ambientati in Sicilia.

Ma questa è un’altra storia. 

Carmelo Franco           

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Cinema

Di chi sono i nostri giorni?

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Il potere ha diverse facce e qui viene raccontato in maniera buona…

Quanti sono i presidenti a cui si è ispirato Paolo Sorrentino nel  film? C’è il Presidente Mattarella con gli applausi alla Scala di Milano,  Cossiga con la sua ironia, Leone con il suo tatto giuridico, Napolitano con le sue trovate. Ci sono molti presidenti in nuovo personaggio che richiama qualche volta De Mita non salì mai al Quirinale. Il film pone una domanda sulle responsabilità da assumere nella nostra vita. E’ di ispirazione fantastica. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis si trova quasi alla fine del suo mandato e deve prendere delle decisioni importanti. Queste decisioni si scontrano con il bilancio esistenziale e i fallimenti della sua vita.

In attesa della grazia

Due persone con un caso complicato attendono la grazia per l’omicidio dei loro coniugi. Isa Rocca sostiene di aver praticato l’eutanasia contro un marito violento, mentre un professore ha ucciso la moglie che non ci stava più con la testa e  da quel momento si è rifiutato di avere i contatti con il mondo. Per il professore la grazia è stata chiesta dagli studenti. Il cavallo del presidente rappresenta anch’esso una metafora e il dubbio atroce della vita stessa,  anche se sta morendo il presidente si rifiuta di farlo abbattere. Questa scena si presta a diverse interpretazioni.  

Servillo – Sorrentino

Lo stile “Sorrentino”

I film di Paolo Sorrentino vanno visti  poiché aprono dibattiti e danno molti spunti di riflessione. Nella Grazia la critica ha scritto in maniera unanime che qui si racchiude la migliore interpretazione di Tony Servillo che al suo settimo film con Sorrentino, ha vinto la coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia.

Va detto, che gli attori sono stati straordinari nell’interpretazione dei personaggi: Anna Ferzetti nella parte di Dorotea la figlia del Presidente della Repubblica profonda conoscitrice delle leggi e dei cavilli giuridici, Massimo Venturiello nella parte del ministro della giustizia compagno d’infanzia del presidente, acuto osservatore della vita politica, Milvia Marigliano nella stupenda parte di Cocò Valori personaggio intellettuale ribelle che vuole incendiare i musei.

Elogio alla fragilità

Il film è un elogio alla fragilità raccontata con lo stile barocco, con la grazia  intesa come stato esistenziale e come istanza giuridica. Ci sono momenti  in cui il film risulta pesante e ripetitivo, soprattutto nel cruccio del tradimento della moglie avvenuto 40 anni prima. La fotografia di Daria D’Antonio risulta molto efficace, qualcuno ha scritto  che ha colori molto belli e si ispira a Caravaggio,  prende lo spettatore e lo fa viaggiare nel tempo creando suggestivi e indimenticabili stati d’animo. Affascinante l’idea di mettere il Presidente della Repubblica con gli altri cittadini in una sala  d’aspetto del carcere. Molto toccante è il dialogo con il professore, cosa inusuale per un Presidente della Repubblica. Risulta struggente  il dialogo  di Dorotea, la figlia del Presidente con Isa Rocca che mette in crisi la sua vita che secondo Isa non ha mai amato nessuno e  ha dedicato la sua vita solo alle carte e al  diritto degli altri…  

Le musiche 

Pur essendo composte da un mix di artisti contemporanei qualche volta  risultano eccessive e non danno respiro soprattutto all’inizio del film  quando viene spiegato agli spettatori  il ruolo del Presidente della Repubblica e le sue funzioni. Di chi sono i giorni nostri se non troviamo il coraggio di prendere una decisione, questa è forse la fragilità del dubbio? Il papa risulta ironico ed  espressivo, colpisce che si muova con la motocicletta. Il film invita a riflettere chi si trova nei posti apicali di responsabilità, ci sono molte suggestioni legati alla politica che è spesso lontana dai problemi della gente. Il film  esplora la morale, la religione e crea un’atmosfera contemplativa. Da vedere!

Nota:

Durante la proiezione che ho visto il 15 gennaio a  Palermo,  ho notato una massiccia presenza di avvocati, giuristi, magistrati e diverse signore della bella società palermitana che hanno apprezzato molto il film.

Maurizio Piscopo

  

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Cinema

Primavera, quando il cinema diventa un sogno

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In Italia ogni anno escono centinaia di film. Alcuni passano quasi inosservati e non lasciano  traccia,  altri finiranno a riempire le grigie serate degli italiani davanti alla Tv di cento pollici, emblema di finto benessere e  tanta solitudine. Amo il cinema alla follia.  Da giovane ho vissuto a Parigi dove il cinema resta un mito e si continua far la fila per assistere ad una proiezione. A Palermo, l’ultimo giorno dell’anno ho voluto trascorrerlo al cinema Tiffany scegliendo un film  per sognare e dimenticare le meschinità della vita.

Primavera di Damiano Michieletto

Ho scelto Primavera di Damiano Michieletto che fa parte dei film a cui sono molto legato: Il cammino della speranza di Pietro Germi, Il Gattopardo di Luchino Visconti, Amarcord di Federico Fellini, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Napoli New York di Gabriele Salvatores, Hugo Cabret di Martin Scorsese. Primavera è  un film colto, ben pensato, con costumi bellissimi, ben diretto con la fotografia di Daria D’Amico, con delle  musiche mozzafiato.

La storia

E’ una storia che  mi ha commosso, un vero capolavoro. La mia stessa sensazione l’ha vissuta il pubblico in sala che ha tributato un lunghissimo applauso, qualcuno piangeva e parlava a voce alta per farlo sentire a tutti come si fa a Palermo, “Bravissimi, gli attori, grande il regista, musiche straordinarie, soldi spesi benissimo!”. La signora seduta accanto mi ha confidato che lo farà vedere alle sue nipoti, una suona il violino al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo e lo rivedrà una seconda volta, cosa che non ha mai fatto nella sua vita. Siamo rimasti seduti, con un groppo in gola, nessuno si è alzato fino a quanto sono scorsi tutti i titoli di coda e non si sono accese le luci della sala. Una fila è rimasta per rivedere il film! Primavera è il racconto dell’anno da vedere con le persone del cuore.

La critica

La critica ha scritto che è un solido racconto sulla musica come e emancipazione e salvezza,  sono d’accordo. Il film ha raffinati, rimandi letterari, (lo spunto narrativo è il romanzo di Tiziano Scarpa Stabat Mater, Einaudi Editore 2008, premio Strega nel 2009) ed è ambientato nella Venezia del 1716,  all’interno dell’Ospedale della Pietà. Qui vivono diverse ragazze abbandonate in fasce dalle proprie madri, tutte in attesa che un matrimonio possa riconsegnarle alla società esterna. Le ospiti più dotate  musicalmente compongono una piccola orchestra, che si esibisce durante ogni messa nascosta da una grata.

Le musiciste

Tra le musiciste spicca Cecilia (Tecla Insolia), promessa sposa ad un uomo, ma ancora in attesa di essere “salvata” dall’ignota madre, scoprirà quanto la musica sia davvero importante per lei grazie all’incontro con il nuovo sacerdote Antonio Vivaldi (Michele Riondino attore straordinario), chiamato a dirigere le musiciste. Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto ha una sua speciale originalità, una grande sicurezza nel dirigere gli attori  con una regia partecipe, asciutta, coinvolgente e sensibile, che non cede  mai  a patemi né a manierismi. Primavera mette in scena Vivaldi, maestro in un orfanotrofio, puntando però grande attenzione sulla sua allieva prediletta. Ne emerge un ritratto femminile vivido e universale, reso magnificamente da Tecla Insolia, nonché un originale rapporto maestro/allieva,  che parla di riscatto, di bellezza alla ricerca del  proprio posto nel mondo…

Al regista Damiano Michieletto Damiano ho voluto porre due domande…

Quando è nata l’idea di realizzare questo film  che lascerà un segno indelebile nella storia del Cinema?

E’ nata circa 5 anni fa quando dopo aver letto il romanzo “Stabat Mater” ho pensato che potesse essere un buon tema per un film. Desideravo fare un film in cui la musica fosse un elemento narrativo importante e questo incontro tra Vivaldi e Cecilia mi ha dato l’opportunità per realizzare questa visione assieme alla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi. 

-Onestamente si aspettava il successo  internazionale che  sta riscuotendo il film  da lei diretto, curato in ogni dettaglio, costumi, fotografia, interpretazione degli attori e  musiche mozzafiato?

No,  non me lo aspettavo anche perché è il mio primo film. Ho avuto a disposizione un team fantastico composto da professionisti di altissima qualità come Daria D’Antonio, Walter Fasano, Fabio Capogrosso, Maria Rita Barbero. 
Mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi: è un’ottima cosa per il cinema italiano.

Qualcosa sulle musiche originali del film…

Sono state composte da Fabio Massimo Capogrosso che ha lavorato fianco a fianco con il regista per integrare sonorità classiche e contemporanee, mentre l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice di Venezia, diretti da Carlo Boccadoro, hanno eseguito i brani, affiancati dai Solisti Aquilani. Al film non manca il  ritmo,  la suspense e l’intensità crescente: si tratta di un’opera colta e raffinata, che racconta della musica del Settecento veneziano, degli ospedali di carità per orfani (nella fattispecie quello della Pietà a Venezia, sede, al tempo, di una rinomata orchestra), di Antonio Vivaldi e della composizione della sua musica, di amore desiderio energia vita e poi si parla di denaro e di classi sociali, in modo semplice e “popolare”, raggiungendo lo spettatore, e immergendolo nel clima di quel periodo.

La fotografia

Nella fotografia di Daria D’Amico appare una Venezia malinconica che rifugge dalla cartolina, la Serenissima  viene descritta  con  toni freddi per rendere, anche visivamente, un contesto sociale duro, in cui la vita delle ragazze come Cecilia dipendeva da fattori fortuiti (una madre che tornava a prenderle dopo averle abbandonate infanti, un nobile che decideva di sposare proprio loro portandole fuori dall’istituto o, come nel caso di Cecilia, una priora comprensiva e alfine complice) ma soprattutto dal denaro, da quanto potevano valere; cioè, in questo caso, da quanto erano brave con il violino. Forse la cosa che rimane più impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film). Una nota di lode alla sceneggiatura di Ludovica Rampoldi,  che riesce a cogliere i sentimenti del tempo, la poesia della musica e le sofferenze delle ragazze  che riescono a riscattarsi con l’arte. Tecla Insolia è come al solito bravissima; Vivaldi è interpretato da un Michele Riondino che caratterizza il suo personaggio, tra sete di vita piena, che manifesta nella musica che compone, e la fatica provocata dalla malattia che mina il suo fisico; Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi offrono corpo e anima al governatore dell’orfanotrofio e alla sua priora, colei che segue da vicino le ragazze; e i camei di Valentina Bellè e Stefano Accorsi arricchiscono profondamente il film. Sono certo, che Primavera riceverà molti premi internazionali e sarà accolto con entusiasmo dal pubblico di tutto il mondo, che è molto legato alla musica e alle bellezze italiane.   

Biografia

Damiano Michieletto ( Venezia 1975) è un regista teatrale e cinematografico italiano, noto per le sue innovative regie d’opera lirica e le produzioni di prosa, che ha portato nei più grandi teatri internazionali, debuttando alla Scala di Milano e lavorando  per il Salzsburg Festival, la Royal Opera House di Londra e il Teatro dell’Opera di Roma. Formatosi alla scuola di Paolo Grassi e di Milano e laureato all’Università di Venezia, ha anche diretto programmi Tv.

Per le foto di scena si ringraziano i fotografi Andrea Pirrello e Kimberley Ross.

 

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Cinema

L’attore Salvo Ficarra nella serie Zorro

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Paramount+   e France Télévisions, insieme a France Tv distribution presentano la loro nuova e attesissima serie Zorro un remake moderno di uno dei titoli più famosi e amati dal pubblico di tutto il mondo. Torna, sul piccolo schermo, la storia dell’affascinante bandito mascherato Don Diego de la Vega che nei panni di Zorro, sua doppia identità, combatte le ingiustizie. Oltre a un cast internazionale, nella serie ci sarà anche l’attore italiano del duo Ficarra e Picone, Salvatore Ficarra. Creata da Benjamin Charbit (Sous Contrôle, Gagarine, Notre Dame, Les Sauvages, En Liberté) e Noé Debré (Parlement, Stillwater, Dheepan), la serie in 8 episodi è co-prodotta da Paramount+, France Télévisions, Le Collectif 64 (Marc Dujardin) e Bien Sûr Productions (Julien Seul). Scritta da Benjamin Charbit, Noé Debré e Emmanuel Poulain-Arnaud (Le Test), la serie è diretta da Jean-Baptiste Saurel (Parallèles) e Emilie Noblet (Bis Repetita, Parlement, Les 7 vies de Léa).

Zorro: la trama

Nel 1821, Don Diego de la Vega diventa sindaco di Los Angeles per migliorare la sua amata città. Tuttavia, la città sta affrontando problemi finanziari a causa di un uomo d’affari locale, l’avido Don Emmanuel, e i suoi poteri come sindaco non sono sufficienti per combattere l’ingiustizia. Per 20 anni Diego non ha usato la sua identità da Zorro, ma sembra che non abbia altra scelta che riportarla indietro per il bene comune. Ma Diego fatica a bilanciare la sua doppia identità sia come Zorro, sia come sindaco, causando tensione al suo matrimonio con Gabriella, che non è a conoscenza del suo segreto. Diego riuscirà a salvare il suo matrimonio e la sua sanità mentale nel caos?

Zorro: chi c’è nel cast internazionale 

Protagonisti della serie Zorro sono: Jean Dujardin, Audrey Dana, André Dussolier, Eric Elmosnino e Grégory Gadebois. Nel cast internazionale anche l’attore italiano Salvatore Ficarra.

Zorro:  su Paramount+

Zorro è uscito  su Paramount+ il 6 dicembre 2024.

Guarda l’intervista a Salvo Ficarra

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