Cinema
Giuseppe Tornatore, regista dalle due anime
La prima cosa che viene in mente quando si parla di Giuseppe Tornatore è il premio Oscar da lui vinto nel 1990 per il film Nuovo Cinema Paradiso. Se poi consideriamo che è l’unico direttore di attori siciliano ad esserci riuscito, questo lo rende probabilmente il regista più famoso ed autorevole dell’isola, atteso che, peraltro, sono pochissimi i registi del nostro Paese a poter custodire in bacheca un premio Oscar.
In realtà vi è solo un regista italiano ad aver vinto il premio cinematografico più prestigioso al mondo della settima arte nella categoria miglior regista ed è Bernardo Bertolucci, con L’ultimo imperatore (1988), da lui diretto nello stesso anno in cui usciva nelle sale italiane il lungometraggio di Giuseppe Tornatore, con il quale trionferà nella kermesse losangelina due anni dopo, ma come miglior film straniero.
Volendo proseguire su questa linea narrativa, va detto che Tornatore si trova in buona compagnia, poiché sono solo sei gli altri registi italiani ad essersi aggiudicato l’ambito riconoscimento, quali registi per il miglior film straniero, e fra essi vi sono Federico Fellini e Vittorio De Sica con quattro statuette ciascuno (quest’ultimo però vinse le prime due quando il premio era denominato “Oscar speciale”) e una sola volta ciascuno Elio Petri (Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto 1970), Gabriele Salvatores (Mediterraneo 1991), Roberto Benigni (La vita è bella 1997) e Paolo Sorrentino (La grande bellezza 2013).
Questa breve digressione iniziale ci consente di introdurre meglio il tema che ci interessa, che è anche quello che distingue Giuseppe Tornatore dai suoi illustri colleghi premi Oscar, ma che lo rende unico pure rispetto a molti altri direttori di attori suoi contemporanei, vale a dire l’attaccamento endemico, quasi viscerale del regista alla sua regione d’origine, nel suo caso la Sicilia, di cui ha voluto e saputo raccontare gli umori, i paesaggi, gli intrecci, i difetti e le pulsioni con filologica passione, fin dai suoi primi esordi dietro la mdp. Per restare, invece, ai registi citati, solo il riminese Fellini con I vitelloni (1953) e Amarcord (1973 premiato con l’Oscar) e il napoletano Sorrentino dirigendo E’ stata la mano di Dio (2021) e Parthenope (2024), sono riusciti ad essere, anche loro, appassionati poeti della terra da cui provenivano, con due pellicole ciascuno e quando però già erano registi (più) affermati.
Ed infatti, rlare, con cui il regista dimostra la sua peculiare capacità mitopoietica, in larga parte basata ed amplificata dal suo bagaglio di ricordi e sensazioni e con la quale ha riscosso i maggiori consensi (di critica e di pubblico), da un’altra parallela a questa, che ha seguito traiettorie diverse e nelle quali è evidente da parte dell’autore un approccio filmico diverso e cioè un raffreddamento della materia narrativa, contraddistinto da uno stile e una messa in scena eleganti ma più distaccate, che si ravvisa in ogni singolo film girato con ambientazioni e storie lontane dalla Sicilia.
Dopo un apprendistato quale redattore della testata siciliana della RAI, per cui gira alcuni documentari, il trentenne Tornatore esordisce sul grande schermo nel 1986 con un film ambientato nel meridione d’Italia, ma posizionando la sua mdp un po’ più a nord della sua Sicilia, ed esattamente a Napoli e dintorni, dove gira Il camorrista, tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Marrazzo sulla vita e i crimini di Raffaele Cutolo, che immediatamente ne rivelano le sue doti di narratore magniloquente, con una pellicola che può essere considerata fra i più riusciti mafia movie italiani, per l’apprezzabile gusto dell’eccesso e per l’azione di marca americana, sapientemente mescolata con la tradizione popolare.
Tuttavia, è con la già citata sua seconda pellicola, e cioè Nuovo Cinema Paradiso, che inizia il percorso indi del giovane Peppuccio, che gli regalerà un successo nazionale ed internazionale e che riporterà il Premio Oscar in Italia, dopo tanti anni, anche se, ad opera finita, niente faceva presagire quello che poi sarebbe accaduto. Il film, infatti, che inizialmente aveva una durata di circa tre ore, all’uscita in sala, nel novembre del 1988, non riscosse buoni consensi di critica, nè appassionò il pubblico. Vi era qualcosa che non funzionava, come intuì subito il suo autore, il quale ritirò la pellicola dagli schermi e mise di nuovo mano al montaggio, tagliando e riassemblando diverse scene e quando il film uscì nuovamente negli schermi italiani l’anno successivo fu un tripudio di critica, di pubblico e di premi.
L’operazione nostalgia compiuta da Tornatore nello scrivere e dirigere il film aveva colto nel segno. La storia, infatti, è intrisa di tanti ricordi personali da parte del regista, che girerà in diversi luoghi della Sicilia, fra cui Palazzo Adriano, dove si trova il cinema sito nel paese immaginario di Giancaldo, in cui il proiezionista analfabeta Alfredo (Philip Noiret) fa da mentore al giovane Totò, trasmettendogli la passione per il cinema, ed a cui strappa la promessa di non far più ritorno in Sicilia, una volta che il giovane apprendista, ormai cresciuto, decide di andare a fare fortuna al nord. Il ritorno a casa ci sarà, alla morte del proiezionista, e ciò consente al regista bagherese, di intrecciare diversi piani temporali, attraverso la tecnica del flashback e del flashForward, in cui il protagonista, Salvatore Di Vita, lo si vede bambino (Totò Cascio), poi giovane (Marco Leonardi) ed infine adulto (Jacques Perrin). Infine, valore aggiunto della pellicola, è sicuramente la colonna sonora musicata da Ennio Morricone, con cui il regista inizierà un connubio artistico che durerà per l’intero suo percorso cinematografico e che si concluderà con l’omaggio che il nostro renderà all’amico ed artista anch’egli premio Oscar scomparso nel 2020, dirigendo il documentario Ennio, che uscirà nelle sale l’anno successivo.
Sospinto dai tanti consensi ricevuti, il regista bagherese non si prende pause e nel 1990 dirige Stanno tutti bene, una produzione che solo in parte lambisce la Sicilia, poiché il suo protagonista, il pater familias siciliano Matteo Scuro (Marcello Mastroianni) parte dal suo paese di Castelvetrano per un viaggio in treno lungo lo stivale, con lo scopo di ricongiungersi con i suoi cinque figli, ognuno residente in vari comuni d’Italia, ma alla fine del viaggio, ritornato in Sicilia, tutte le sue certezze verranno messe in crisi. Non è facile per nessun regista girare il film successivo a quello che lo ha consacrato a livello internazionale, tuttavia Tornatore non delude il suo pubblico, né la critica che lo accoglie dignitosamente, ma non solo: nel 2009 dalla pellicola viene tratto un remake made in USA, dal titolo omonimo (Everybody’s fine), con la regia di Kirk Jones e con Bob De Niro nella parte del protagonista, privilegio questo toccato a pochissimi registi italiani. Fra questi, vi è anche Dino Risi del quale diversi anni prima Martin Brest adatta per gli schermi americani il rifacimento di Profumo di donna (1974) diretto dal padre della commedia italiana, dal titolo americano Scent of woman (1992), con Al Pacino nel ruolo che fu di Vittorio Gassmann, per la cui interpretazione l’attore statunitense vinse l’unico Oscar in carriera.
Dopo un raffinato adattamento cinematografico tratto da un romanzo di Baricco (La leggenda del pianista sull’oceano 1998) Tornatore, alla sua sesta regia, torna fra la sua gente e gira il suo secondo lungometraggio tutto siciliano, che può essere annoverato fra i suoi film più riusciti. Stiamo parlando di L’uomo delle stelle (1995), un’altra immersione del regista nelle sue passioni cinefile, che narra di un venditore di sogni, interpretato da un convincente Sergio Castellitto, il quale dirige per una assolata Sicilia post bellica dei primi anni cinquanta, a bordo di un autocarro ed incontra una variegata umanità che sottopone a provini cinematografici, riprendendoli con una cinepresa e promettendo loro il riscatto da una vita grama ed il successo, ma non finirà bene. La pellicola, che fu nuovamente apprezzata dal pubblico che non aveva compreso il suo precedente film dal titolo Una pura formalità in cui convivevano frammenti di genere diversi (noir, poliziesco Thriller e giallo), conferma le doti di narratore immaginifico del regista siciliano, che si trova più a suo agio quando racconta storie ambientate nella sua terra.
E’ ancora un paese dal nome immaginario (Castelcutò) a fare da sfondo a Malena (2000), il terzo film girato in coproduzione con gli Stati Uniti ed ambientato interamente in Sicilia dal regista bagherese, che continua a narrare di una ossessione, non più cinefila ma erotica, quella che Renato, il protagonista adolescente nutre nei confronti della avvenente e seducente Malena, interpretata da una splendida Monica Bellucci nel suo primo ruolo importante, che le darà notorietà. Ma non è solo il giovane Renato a desiderare la bella paesana, figlia dell’insegnante della scuola, rimasta sola perché il marito non è tornato dal fronte. Anche tutti gli uomini del paese bramano per lei, mentre le loro donne la detestano, la invidiano e la temono per la sua avvenenza. Queste le coordinate narrative di una pellicola con la quale Tornatore compie un’altra incursione nel suo immaginario cinefilo, filmando una Sicilia ancora arcaica, popolata da personaggi animati dagli istinti più bassi, la lussuria, l’invidia, la vendetta, con una rappresentazione cinematografica ben curata, ma che questa volta non convince del tutto pubblico e critica.
L’ultimo film con il quale il regista bagherese conclude le tante incursioni nella sua terra risale al 2009 e si intitola di Baaria, nome dialettale del suo paese d’origine, con il quale Tornatore si immerge totalmente nel suo vissuto e nella sua storia, filmando il suo film più personale ed a tratti autobiografico. La storia si dipana lungo un arco temporale molto ampio, iniziando dagli anni trenta, e segue da vicino le vicende del protagonista, Peppino Torranuova (Francesco Scianna), che cresce in una famiglia poco agiata, inizia a lavorare fin da piccolo come bracciante, si innamora ricambiato di una ragazza sua paesana (Margareth Madè), matura una coscienza politica avvicinandosi alle idee del partito comunista e nel corso degli anni che si susseguono nel suo paese, incrocia una miriade di personaggi ancillari, fino ad arrivare ai nostri giorni. E’ questo sicuramente il progetto più costoso ed ambizioso del regista premio Oscar: parte delle location che ritraggono il paese di Bagheria, come la immaginava e la ricordava Tornatore, sono state ricostruite a Tunisi, l’intero cast annovera i più noti attori italiani del momento, molti dei quali compaiono in scena per pochi minuti, in un sentito tributo ad un regista ed alla sua storia più personale, che è anche la storia di tutti noi, con tutti gli eventi più importanti che si susseguono sullo schermo. Tuttavia, come spesso accade alle grandi produzioni, la critica si è divisa nei giudizi, alcuni l’hanno definito un capolavoro, altri un film che ha deluso le (tante) attese.
Dopo questo film, Giuseppe Tornatore girerà ancora due algidi lungometraggi al di fuori della Sicilia, La migliore offerta 2013 e La corrispondenza 2016, in cui il genere sentimentale si mischiava con il thriller, consegnandoci una filmografia che annovera, fino ad ora, undici lavori di finzione (più un episodio in un film corale), di cui circa la metà ambientati in Sicilia.
Tuttavia, è anche nelle vesti di produttore che il regista bagherese ci ha beneficiato di un altro importante contributo, che si pone in linea di continuità con la sua vena di cantore della sua terra, producendo la prima pellicola di un altro regista palermitano, altrettanto colto e visionario, il cui nome è Roberto Andò, che debutta sul grande schermo con il film Il manoscritto del principe (2000), prodotta da una società che faceva capo a Tornatore, il quale nel corso degli anni a seguire, ha girato altri apprezzabili film, molti dei quali ambientati in Sicilia.
Ma questa è un’altra storia.
Carmelo Franco
Cinema
La banda muta di Alessia Bottone
“La banda muta – afferma la regista quarantenne Alessia Bottone – restituisce alla morte e al rito funebre il loro valore originario, ovvero la celebrazione del passaggio dalla vita terrena alla vita spirituale ma, soprattutto, conferisce un tempo al dolore. Un aspetto che, oggi, appare svuotato di significato: basta guardare ai funerali delle celebrità o persino a tragedie come quella di Rigopiano, diventati occasioni per scattare selfie e postare sui social”.

La regista- che attraverso questo corto ha reso omaggio anche alle sue origini siciliane- , ha voluto portare in scena non solo emozioni, ma una riflessione sul tema della solitudine nella società contemporanea. “Una solitudine valoriale – spiega- che ci porta ad affogare nell’egocentrismo, fino al punto da non rispettare nemmeno la morte. La domanda che mi faccio e che attraversa il film è: perché abbiamo bisogno di essere sempre al centro della scena, anche quando c’è il dolore di mezzo? Cosa ci manca davvero, cosa ci affligge, e perché oggi il silenzio ci spaventa così tanto?”.
Una riflessione condivisa anche da Gaetano Savatteri, che accoglie con favore questa trasposizione cinematografica del suo racconto “La banda muta”. “Quando affidi un racconto o un romanzo a un regista- dichiara lo scrittore e giornalista- sai che ne nascerà inevitabilmente un’altra cosa. Ed è bello vedere quali nuove letture possa ispirare una storia. La banda muta si ispira ed era un rito pieno di solennità che ho visto con i miei occhi a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia.
Una tradizione che Alessia ha ben reso nel suo corto, sottolineando per altro come è cambiato oggi il nostro rapporto con la morte e con il silenzio. Oggi i funerali sono diventati applausi, selfie, show business, soprattutto quando riguardano figure pubbliche. In un tempo di rumore, di chiasso e baccano continuo, è proprio quel silenzio perduto che ci serve, perché è nel silenzio che troviamo lo spazio per guardarci dentro”.
Guarda l’intervista alla regista
Cinema
Rosa Elettrica la nuova serie targata Sky
Nei panni di una giovane agente sotto copertura alle prese con scelte più grandi di lei, Maria Chiara Giannetta è la protagonista di ROSA ELETTRICA, eroina per caso al centro del nuovissimo thriller on-the-run targato Sky Original dall’8 maggio in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW.
Prodotta da Sky Studios e Cross Productions e diretta da Davide Marengo (Un’estate fa, Il cacciatore, Notturno bus), la serie – in sei episodi – adatta liberamente l’omonimo romanzo bestseller di Giampaolo Simi (2007, edito da Sellerio Editore Palermo).
Sinossi
Al centro della storia Rosa, giovane agente del programma protezione testimoni, incaricata di scortare Cocìss, baby boss di camorra deciso a collaborare, interpretato dal co-protagonista Francesco Di Napoli. Quando scopre che qualcosa nell’operazione non torna, Rosa rompe la catena di comando e fugge con lui: da quel momento entrambi diventano bersagli, costretti ad attraversare l’Italia senza potersi fidare di nessuno, nemmeno delle istituzioni che dovrebbero proteggerli. Accanto a Maria Chiara Giannetta (L’amore e altre seghe mentali, Blanca, Don Matteo) e Francesco Di Napoli (Hey Joe, Romulus, La paranza dei bambini) anche Elena Lietti (Il sol dell’avvenire, Il Miracolo, Anna), che interpreta il vicequestore Antonella Reja, diretto superiore di Rosa, pronta a tutto per mettere alla prova la sua giovane recluta; Antonia Truppo (Lo chiamavano Jeeg Robot, Indivisibili, Mare Fuori) presta il suo volto a Nunzia Serafino, insospettabile boss del clan Incantalupo detta “Mamma Camorra”; Pasquale Esposito (Ripley, Hotel Portofino, Gomorra) interpreta Saro Incantalupo, boss latitante da oltre vent’anni che siede al vertice del clan omonimo. E ancora Federico Tocci (C’è ancora domani, La casa degli sguardi, Speravo de morì prima) nei panni di Carlo Morano, collega e amico fedele di Rosa, e Francesco Foti (Il Cacciatore, I Leoni di Sicilia, Un’estate fa) in quelli di Paolo D’Intrò, Sostituto Procuratore di Napoli, figura di spicco della lotta contro la criminalità organizzata.
Il soggetto di serie è stato elaborato da Giordana Mari con Giampaolo Simi e Vittorino Testa. Alla sceneggiatura Giordana Mari, a capo di una writers’ room tutta al femminile che include anche Fortunata Apicella, Serena Patrignanelli e Michela Straniero.
Guarda il trailer
Guarda l’intervista all’attore Francesco Foti che interpreta il sostituto procuratore D’Intrò
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