Cinema
L’ultimo Ciak della Giustizia
Perché il “Giusto Processo” non può più attendere
Ho visto (e sentito) cose che noi umani — di italica stirpe — non possiamo immaginare. Mi perdonerà l’attore Rutger Hauer, che ci ha lasciato più di un lustro fa, se prendo a prestito, rivisitandolo, il suo iconico monologo recitato in Blade Runner. Lo faccio per rendere plastiche le tante imprecisioni e falsità che il fronte del No, schierato contro la riforma costituzionale prossima allo scrutinio popolare, sta propinando agli italiani.
Come avviene ormai sovente nel nostro Paese, la contrapposizione politica tra destra e sinistra ha fagocitato un dibattito che dovrebbe basarsi esclusivamente sui temi connessi al quesito elettorale. Si è preferito “buttarla in bagarre”, veicolando messaggi distopici che poco hanno a che fare con ciò che verrà chiesto ai cittadini il prossimo 22 e 23 marzo. Eppure, in questo copione che dura da decenni, la sceneggiatura è già scritta nella nostra Carta fondamentale, ma manca ancora il montaggio finale.
La riforma dell’art. 111
Trattandosi di una riforma costituzionale, appare quasi scontato richiamare quell’altra modifica della Costituzione, strettamente connessa a questa, che a fine secolo scorso non ebbe necessità di referendum poiché votata da quasi tutte le forze politiche: la riforma dell’art. 111. Quella norma stabilisce che “ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”.
Era il novembre del 1999 e il Parlamento varava quello che doveva essere il penultimo tassello di una transizione epocale: il passaggio dal sistema inquisitorio puro a quello accusatorio, iniziato col Codice del 1989. Fino a quel momento, noi italiani quel modello processuale lo avevamo visto solo al cinema, nei grandi legal thriller americani. Nelle aule giudiziarie di casa nostra, invece, la realtà era un piano sequenza statico e asfissiante: a raccogliere le prove ci pensavano il Giudice Istruttore e il P.M. che, da buoni colleghi, si occupavano della fase istruttoria, con un processo che arrivava sul tavolo del Giudice del dibattimento già “preconfezionata”. In quel sistema, il Giudice non era un arbitro terzo, ma uno spettatore già orientato, e la Difesa doveva calarsi nei panni del migliore degli attori di prosa, per ribaltare un finale che sembrava già scritto nei titoli di testa.
PM e Giudice
Nonostante siano passati trentasei anni da quel cambio di paradigma, l’opera non è ancora completa. L’ultimo atto di questa transizione è rimasto nel cassetto: il P.M. e il Giudice continuano ad essere colleghi di carriera, parte della stessa “famiglia” professionale. Noi avvocati, che dovremmo agire in condizioni di effettiva parità davanti a un giudice distante da entrambi, ci ritroviamo ancora a recitare in un set dove la parità è un’aspirazione scritta sulla carta (costituzionale), ma smentita dalla geografia del potere giudiziario.
Solo il prossimo referendum può permetterci di completare questa scalata al giusto processo, separando definitivamente le carriere e realizzando quell’equilibrio tra Accusa e Difesa che finora è rimasto, appunto, solo una suggestiva immagine sbiadita, da grande schermo di altre cinematografie.
Eppure, in questo scorcio di campagna elettorale, il fronte del No ha messo in scena una vera e propria commedia degli equivoci, agitando lo spauracchio di un Pubblico Ministero che, una volta separato dalla magistratura giudicante, finirebbe ineluttabilmente sotto il controllo dell’Esecutivo. Si tratta di una narrazione che, per restare in ambito cinematografico, potremmo definire un thriller distopico.
La riforma
La riforma, infatti, non intacca l’indipendenza della magistratura inquirente; mira semmai a spezzare quel “monopolio della giurisdizione” che vede chi accusa e chi giudica sedere allo stesso tavolo, condividere lo stesso organo di governo e, troppo spesso, la medesima forma mentis. La verità, che noi penalisti tocchiamo con mano ogni giorno, è che la terzietà del Giudice non può essere solo un’aspirazione etica o un precetto astratto: deve essere un dato strutturale, visibile e plastico. Senza la separazione delle carriere, il Giudice resta, nell’immaginario e nella pratica, il “fratello maggiore” del Pubblico Ministero, lasciando alla Difesa il ruolo di un comprimario che recita un copione, a volte scritto da altri.
A rendere la riforma un punto di rottura è anche la revisione degli organi di governo. L’introduzione del sorteggio per la scelta dei membri togati dei due nuovi CSM è l’unico antidoto efficace per restituire indipendenza ai singoli magistrati, spezzando quelle logiche di “scuderia” correntizia che oggi dominano il casting delle carriere.
Parallelamente, l’istituzione dell’Alta Corte supera finalmente l’anacronistico concetto di “giustizia domestica”. Noi avvocati abbiamo già accettato questo principio con i CDD, comprendendo che la terzietà del giudizio disciplinare è una garanzia di dignità. Svincolare il controllo disciplinare dal CSM significa garantire che chi sbaglia risponda davanti a un organo veramente terzo, e non davanti ai propri compagni di corrente.
In questo scenario, il 22 e 23 marzo non saremo chiamati a votare su una banale contesa tra partiti, ma a decidere se vogliamo che la parola “Giustizia” continui a essere un genere cinematografico d’importazione o una realtà quotidiana. Il cittadino ha finalmente l’occasione di diventare il produttore e il regista di un nuovo corso: deve decidere se finanziare ancora questo vecchio sistema o cambiare finalmente regia per garantire che l’ultimo ciak della giustizia abbia, se non un lieto fine, almeno un finale giusto.
Carmelo Franco
Cinema
Sano come un pesce
Un uomo che scompare nel nulla, forse vittima di un oscuro omicidio; una piccola comunità marinara arroccata su un’isola incontaminata, popolata da una serie di personaggi pittoreschi, ognuno dei quali nasconde un segreto e potrebbe essere il colpevole; infine, una squadra di investigatori improvvisati che cerca di fare luce su un mistero che scuote improvvisamente la quiete ancestrale del luogo. Sono questi gli ingredienti di Sano come un pesce, il nuovo lavoro scritto, musicato, diretto ed interpretato da Giovanni Cangialosi, che ancora una volta riesce nell’impresa di fare cinema senza il supporto di alcuna casa di produzione, coadiuvato dai suoi soliti sodali, Paola Salute e Bruno Tedeschi.
La storia
Chi è abituato a ridere con le pellicole firmate da Cangialosi non deve temere: l’eclettico autore palermitano al suo terzo film, non si è convertito improvvisamente al cinema di genere puro di maestri come Mario Bava o Dario Argento. Anche in questa opera, l’autore non abbandona la sua cifra stilistica distintiva, fatta di gag esilaranti e costruita su una comicità degli equivoci che trova linfa vitale nell’interazione con gli “spiriti affini” del cabaret palermitano. Tuttavia, in questo ultimo film, la trama non è un semplice pretesto per la risata. In fase di sceneggiatura – scritta a quattro mani da Cangialosi e Salute – si coglie infatti la cura di chi scrive nell’imbastire un intreccio giallo che si dipana progressivamente, capace di far convivere l’ironia con elementi cinefili tratti dalle diverse anime del cinema di genere, sia italiano che internazionale.
I protagonisti
I protagonisti della storia sono i tre carabinieri della stazione locale, cui danno il volto lo stesso Cangialosi, Paola Salute e il veterano Gino Carista. Il trio si trova catapultato in un’indagine più grande di loro, mostrando una divertente mancanza di attitudine investigativa che contrasta con la gravità della sparizione. Attorno a loro si muove un variopinto sottobosco di varia umanità, rappresentata dai classici archetipi della vita isolana calata nelle suggestive location di Marettimo e Sant’Elia: dal comandante della caserma al parroco, fino al sindaco e ai vari commercianti con le rispettive consorti. Ad impersonare queste figure troviamo un cast di contorno di grande richiamo, in cui spiccano le prove di Rocco Barbaro ed Ernesto Maria Ponte, oltre ai godibili cammei di Sasà Salvaggio e Tony Sperandeo, ed altri volti noti del cabaret palermitano.
Ma è nel rapporto tra il carabiniere interpretato da Cangialosi e la collega impersonata da Paola Salute che il film nasconde la sua carta più preziosa. La loro interazione appare da subito particolare, sospesa: una sintonia profonda che potrebbe nascondere una storia d’amore nascente o un’amicizia antica. In realtà, la regia semina indizi silenziosi, giocando con la percezione della realtà in un modo che ricorda da vicino la poetica di certi autori di altre cinematografie. Senza svelare troppo, il finale riserva una rivelazione sorprendente che gioca con la percezione dello spettatore, fra ciò che è evidente e quello che potrebbe essere, contaminando la commedia con un toccante dramma familiare legato al passato del protagonista.
Tanto sano divertimento
È proprio questo il valore aggiunto dell’ultima fatica di Giovanni Cangialosi, Paola Salute e Bruno Tedeschi: la capacità di divertire il pubblico di sempre, pur riuscendo a stupirlo con una svolta narrativa inaspettata. Il film ci regala un finale che attinge a piene mani dal cinema d’oltreoceano, dimostrando come, anche nella cornice della commedia siciliana, vi sia spazio per un mistero dell’anima capace di andare ben oltre il semplice intreccio poliziesco, portando a una risoluzione dell’enigma che lascerà ogni personaggio profondamente mutato.
A suggellare l’operazione artistica, vi sono poi la splendida fotografia curata da Bruno Tedeschi che illumina le suggestive location e la colonna sonora, firmata dallo stesso Cangialosi, che culmina in una performance canora tanto divertente quanto inaspettata. Un congedo che, durante i titoli di coda, riporta il sorriso, confermando lo spirito istrionico di un autore che non smette mai di giocare con il suo pubblico.
Carmelo Franco
Cinema
Sano come un pesce, un film per famiglie
Si può viaggiare per le isole sognanti della Sicilia rimanendo seduti in una sala cinematografica? La risposta arriva dal bellissimo film di Giovanni Cangialosi e Paola Salute e Bruno Tedeschi dal titolo “Sano come un pesce” che si presenta nelle sale in un momento tormentato della nostra vita circondata da violenze e guerre.
La location
In un’isola siciliana apparentemente tranquilla, un fatto inaspettato innesca un’irresistibile catena di eventi. Toccherà ai carabinieri del luogo, investigatori un po’ sbadati risolvere il mistero. Tra situazioni esilaranti e sospetti improbabili, il paese si sveglierà da un lungo torpore quotidiano. So che altri giornalisti non lo scriveranno, ma io penso che il film sia un sincero omaggio alla simpatia dei Carabinieri di una volta e alla loro grande umanità.
Nel tempo poetico dell’isola di Marettimo che sembra sospesa nell’immaginario, dove le giornate scorrono lente e uguali si aprono le immagini dell’isola, che sembra una cartolina illustrata, con le case bianche e linde raccontate dalla splendida fotografia di Bruno Tedeschi. E’ una storia allegra e spiritosa girata tra Marettimo e Sant’Elia che mira alla valorizzazione dei luoghi mozzafiato della Sicilia. La scomparsa di un pescatore rompe l’equilibrio e le abitudini degli abitanti dell’isola che si ritrovano a condividere una storia da un finale che non è affatto scontato…
Note di regia
Dichiara il regista e attore Giovanni Cangialosi: “Il nostro è un film che parla del tempo limitato che abbiamo nella nostra vita e della necessità di viverlo pienamente, di misurarlo in emozioni e non in accumuli di denaro. Il pubblico dopo aver visto questo film deve ridere ma anche riflettere per costruire un mondo più sano”. Il film è un lavoro corale con la partecipazione di tantissimi amici, un’autoproduzione di Giovanni Cangialosi in collaborazione con: B e M Ferraro Moda di Maurizio Palermo,Tacoloco, Medilisa Tour, Vip Service.
Il cast
Molto bravi tutti gli attori: Giovanni Cangialosi, Paola Salute, Gino Carista, Tony Sperandeo, Rocco Barbaro, Ernesto Maria Ponte, Sasà Salvaggio, Rossella Leone, Marco Manera, Ciro Chimento, Giuseppe Biondolillo, Fabrizio Pizzuto, Tommaso Gioietta , Rosa Tramuto, Davide Tusa Caterina Salemi, Sonia Hanza, Rossella Tuzzolino, Alfredo amoroso. Isabella Viola, Tony Carbone, Massimo Minutella, Calandra e Calandra, Francesca Di Giorgio, Giuseppina Mocciaro, Benedetto Lo Monaco, Giammarco Buccellato, Sergio Pochini,Maurizio Midulla, Francesco Fazzone, Daryl Tedeschi, Ginevra Cangialosi, Federico Tedeschi, Matteo Salute, Leonardo Cangialosi, Rita Basso, Claudia Buffa. 
Considerazioni
Nella recitazione si sente una bella atmosfera creata sul set. Mi hanno molto colpito alcune perle di saggezza espresse nella sceneggiatura “Dare dà più gioia di ricevere, bisogna contare i giorni e non il denaro!”… Il film si potrà vedere in sala a partire dal 12 marzo. Sono certo che avrà successo di pubblico e premi nazionali. Complimenti!
Giuseppe Maurizio Piscopo
Cinema
Jastimari – Il rifugio di Riccardo Cannella
Mercoledì 18 febbraio, alla Sala Bianca del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo, si è svolta la conferenza stampa di presentazione del film Jastimari – Il rifugio di Riccardo Cannella, presentato già in concorso al 71° Taormina Film Festival e in uscita nelle sale il 19 febbraio con distribuzione di Dea Film.
Rossella Brescia e Francesco Foti sono i protagonisti di questo thriller in cui, l’arrivo inatteso di un uomo e le sue figlie, spezzerà l’equilibrio di una famiglia nascosta tra i boschi delle Madonie. Si apre la strada a una spirale di verità e violenza, in cui il “male” assume contorni sempre più umani e interiori. A completare il cast, Fabio Troiano, Giorgio Colangeli, Giuseppe Lanza, Maria Amato, Angela Motta, Simone Bagarella e Irene De Gaetano. Alla direzione della fotografia, il pluripremiato Daniele Ciprì, mentre Marco Dentici (David di Donatello 2010 per il film Vincere) ne ha realizzato le scenografie e Andrea Sorrentino i costumi.
All’incontro con la stampa, oltre al regista Riccardo Cannella, sarà presente parte del cast: Francesco Foti, Maria Amato, Angela Motta, Irene de Gaetano, Giuseppe Lanza, Simone Bagarella e la produttrice Miriam Rizzo. A coordinare la conferenza il giornalista Ivan Scinardo, direttore sede Sicilia Centro Sperimentale di Cinematografia.
Prevista una presentazione in anteprima per mercoledì 18 febbraio, alle ore 21, al cinema Metropolitan di Palermo. A Palermo sarà in programmazione al cinema Lux, dal 19 febbraio, con il saluto in sala del regista accompagnato dal cast artistico.
Il titolo stesso, Jastimari, parola di origine siciliana che significa “maledire”, sottolinea il carattere arcaico e rituale della storia, ambientata in luoghi popolati da riti e leggende. Il film è in parte recitato in arbëreshe, un’antica lingua di minoranza etno-linguistica albanese storicamente usata in Italia meridionale. Una scelta stilistica che contribuisce a costruire un’atmosfera sospesa e fuori dal tempo.
Jastimari – Il rifugio è prodotto da Miriam Rizzo e Riccardo Cannella per Cinnamon, Luca e Davide Marino per Indaco Film e Pier Francesco Aiello per PFA, con il contributo del Ministero della Cultura, con il sostegno dell’Assessorato regionale del Turismo, dello Sport e dello Spettacolo – Sicilia Film Commission.
Sinossi
Nelle remote Madonie siciliane, tra boschi secolari e silenzi carichi di presagi, Lele, un bambino di dieci anni e suo fratello Angelo vivono isolati in una fattoria con i loro genitori, seguendo rigide regole per sopravvivere a un mondo esterno divenuto ormai troppo pericoloso. Un giorno, l’arrivo di un uomo con le sue figlie infrange il fragile equilibrio dell’intera famiglia. Presto, nulla sarà più come prima, i nuovi membri porteranno disordine e riveleranno a Lele ed Angelo la tragica verità sui loro genitori. La scoperta scatenerà una violenta reazione a catena che culminerà in uno scontro. Il male che hanno cercato in tutti i modi di evitare si è impossessato anche di loro.
Guarda l’intervista di Open day cinema a radio in
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