Breve storia dei registi che hanno firmato un solo grande film
Ci sono registi di cui è difficile scegliere quale sia il miglior film. Chi di noi è in grado di stabilire con certezza quale sia il capolavoro assoluto di Martin Scorsese, di Michael Mann, di Francis Ford Coppola o di John Ford, restando in ambito hollywoodiano? La lista di autori che hanno firmato una sequela di pellicole di culto è ancora lunga. Di contro, per altri loro colleghi la scelta appare più semplice, alle volte obbligata. Nella settima arte vi sono delle pellicole che hanno fatto la storia, eppure chi le ha dirette non ha saputo replicare quello stato di grazia che gli ha permesso di girare il “film della vita”; ed è su alcune di queste opere e sui loro autori che vogliamo focalizzare la nostra attenzione.
Highlander – L’ultimo immortale
Questo nostro viaggio in celluloide, che non vuole essere esaustivo ma solo esplicativo del tema di cui trattiamo, non può non iniziare dagli anni ottanta, con un film di cui in questi giorni ricorre l’anniversario dei quarant’anni dalla sua uscita in sala: Highlander – L’ultimo immortale (1986) di Russell Mulcahy, che possiede tutti gli ingredienti per un successo annunciato. Intanto l’intreccio, che si dipana avanti e indietro nel tempo e narra di una stirpe di guerrieri immortali che si sfidano fra loro, finché “ne rimarrà solo uno”. La storia, scritta dallo sceneggiatore Gregory C. Widen — autore poi di altri script, ma nessuno così ispirato — innesta uno spunto fantastico in una struttura narrativa a tema medievale e vede nel ruolo principale un Christopher Lambert nel momento migliore della sua carriera, supportato da un cast all’altezza in cui primeggia Sean Connery, scozzese di nascita proprio come il protagonista del film.
Infine, anche la colonna sonora curata dai Queen ha contribuito a far accrescere la fama di quest’opera, all’inizio accolta timidamente dal pubblico e poi assurta al ruolo di cult assoluto. Non resta che dire del regista, che veniva dall’Australia dove era celebre come autore di video musicali e dove, prima di sbarcare in America, aveva girato un folk-horror di discreta fattura dal titolo Razorback – Oltre l’urlo del demonio (1984). Tuttavia, dopo gli onori del suo esordio a stelle e strisce, Mulcahy ha continuato a frequentare i set di Hollywood girando alcuni lungometraggi, nessuno dei quali merita davvero di essere ricordato; tra questi, figura anche il primo dei quattro sequel del suo film più famoso, ognuno dei quali di livello chiaramente inferiore all’originale.
The Hitcher – La lunga strada della paura
Rimaniamo nell’anno di grazia 1986 per parlare di un’altra pellicola americana, tesa e avvincente, anch’essa rimasta nel nostro immaginario cinefilo: The Hitcher – La lunga strada della paura. La storia del serial killer psicopatico che semina morte lungo le assolate strade degli States — splendidamente interpretato da un feroce Rutger Hauer — che prende di mira un giovane automobilista solitario trascinandolo in un incubo senza fine, la ricordano tutti. La stessa cosa non si può dire del regista che l’ha diretta. Robert Harmon è il nome dell’autore statunitense che, a metà degli anni ottanta, ha diretto il film della sua vita proprio al suo esordio sul grande schermo, non sapendosi poi ripetere con le pellicole a venire, nessuna delle quali ha riscosso successo. Gran merito dell’accoglienza entusiastica di The Hitcher la si deve in realtà alla sceneggiatura di ferro scritta da Eric Red, nome di punta fra gli scrittori del cinema americano e autore di altri acclamati lungometraggi, fra cui Il buio si avvicina (Near Dark), film del 1987 diretto da Kathryn Bigelow.
La cosa da un altro mondo
Facciamo un repentino salto indietro nel tempo per parlare di un capolavoro assoluto della fantascienza di scuola americana: La cosa da un altro mondo (1951). Di questo film si è detto e scritto già tanto; vale la pena allora ricordare come esso risentisse del clima da Guerra Fredda che attanagliava il mondo intero. Molti videro nel plot un’evidente metafora narrativa per mettere in scena ed esorcizzare la paura di un attacco nucleare o di un’infiltrazione da parte dei sovietici. La trama vede infatti piombare in una base artica un’improvvisa minaccia aliena capace di assumere sembianze umane, a cui si oppongono i malcapitati membri della spedizione. Osannata da molti e omaggiata decenni dopo da un remake altrettanto efficace diretto dal maestro John Carpenter (La cosa, 1982), la pellicola riporta nei crediti, alla voce regia, il nome dello statunitense Christian Nyby, allora sconosciuto al grande pubblico e con all’attivo principalmente serie televisive. Scorrendo i titoli troviamo però, fra i produttori, un nome assai noto: quello di Howard Hawks, autore di innumerevoli film memorabili. In definitiva, la combinazione tra un regista esordiente, un produttore che era in realtà un gigante della regia e un risultato artistico eccelso, spinse i critici ad affermare che il vero autore “occulto” fosse proprio Hawks. Tuttavia, a tale ricostruzione Nyby si è sempre opposto fermamente, dichiarando che, sebbene il grande produttore lo avesse ispirato nelle scelte stilistiche, il girato era esclusivamente farina del suo sacco.
Il pianeta proibito
Qualche anno dopo, irrompe come un UFO nel panorama mainstream del cinema di fantascienza Il pianeta proibito (1956) diretta dallo statunitense Fred McLeod Wilcox. La portata innovativa di questo Sci-Fi è dirompente: tratto molto liberamente da La tempesta di Shakespeare, si avvale di effetti speciali all’avanguardia che conferiscono all’opera un effetto straniante per gli standard dell’epoca, armonizzandosi perfettamente ad un intreccio metafisico che spiazza critica e pubblico. Un film che non ti aspetti da parte di un regista che fino ad allora si era mantenuto sul piano di una medietà artistica, con un esordio destinato ad un pubblico adolescenziale (Torna a casa, Lassie! 1943 e Il coraggio di Lassie 1946) ed altri b-movie che hanno caratterizzato, senza troppi guizzi, tutta la sua carriera.

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The Wicker man
Spostandoci nel Regno Unito, troviamo un caso di “folgorazione isolata” ancora più emblematico: quello di Robin Hardy. Nel 1973, Hardy dirige The Wicker Man, un’opera disturbante e magnetica che scardina i canoni dell’horror tradizionale, sostituendo i castelli gotici con i prati soleggiati di un’isola scozzese e i mostri classici con un paganesimo ancestrale. Il film è diventato un pilastro della cultura cinematografica, ma Hardy non è mai riuscito a dare un seguito degno di nota a quella visione. La sua carriera si è praticamente arenata, trasformandolo nell’autore di un unico, immenso capolavoro che continua a influenzare il cinema moderno, in particolare i suoi epigoni del genere folk horror (si pensi al recente Midsommar di Ari Aster).
Il fenomeno del successo che “divora” l’autore non risparmia nemmeno le epoche più recenti. È il caso di Richard Kelly, che all’alba del nuovo millennio ha sconvolto il panorama indipendente con Donnie Darko (2001). Un’opera complessa, stratificata, capace di mescolare viaggi nel tempo, angosce adolescenziali e una colonna sonora indimenticabile. Kelly sembrava destinato a diventare il nuovo messia del cinema sci-fi intellettuale, ma la sua stella si è offuscata rapidamente. I lavori successivi, pur ambiziosi, si sono persi in un eccesso di ermetismo, lasciando Donnie Darko come un’isola felice e irraggiungibile in una filmografia altrimenti claudicante.
Pet Sematary – Cimitero vivente
Infine, vale la pena citare un’altra figura che, come Mulcahy, ha trovato il proprio momento di gloria partendo dal linguaggio visivo dei videoclip: Mary Lambert. Sebbene il suo nome resti legato indissolubilmente alla regia dei video più celebri di Madonna, nel 1989 ha firmato quello che è unanimemente considerato uno dei migliori adattamenti kinghiani: Pet Sematary – Cimitero vivente. Con un’atmosfera funerea e un ritmo implacabile, la Lambert è riuscita a trasporre sullo schermo il terrore della perdita tipico del romanzo. Eppure, nonostante il grande successo commerciale, la regista è rimasta intrappolata nel circuito delle produzioni minori e dei sequel direct-to-video, non ritrovando mai più quell’alchimia perfetta tra visione d’autore e consenso popolare.
Questa carrellata fra le pieghe dei generi e delle epoche potrebbe continuare, citando altri autori che non hanno replicato il successo dei loro film più memorabili per ragioni diverse. In alcuni casi legate alle rigide logiche dello star system americano: l’esempio più eclatante è quello di Michael Cimino che, nel 1978, dopo un discreto esordio da regista (Una calibro 20 per lo specialista 1974) firma l’immenso Il Cacciatore, rimanendo poi imbrigliato nel flop colossale de I cancelli del cielo e non trovando più finanziamenti all’altezza del suo estro creativo, sebbene sia stato autore di altre efficaci pellicole. In altri casi, per scelta dello stesso cineasta, come capitato all’attore inglese Charles Laughton: interprete hollywoodiano di prima grandezza, passò una sola volta dietro la macchina da presa per dirigere un capolavoro assoluto, La morte corre sul fiume (1955), un esordio folgorante che non volle mai più ripetere.
Tuttavia, l’essenza che traspare da queste storie è che il genio cinematografico può risiedere anche in una sola opera, se essa è talmente grande da rimanere per sempre nella memoria collettiva degli spettatori.
Carmelo Franco