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Cinema

La banda muta di Alessia Bottone

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“La banda muta – afferma la regista quarantenne Alessia Bottone – restituisce alla morte e al rito funebre il loro valore originario, ovvero la celebrazione del passaggio dalla vita terrena alla vita spirituale ma, soprattutto, conferisce un tempo al dolore. Un aspetto che, oggi, appare svuotato di significato: basta guardare ai funerali delle celebrità o persino a tragedie come quella di Rigopiano, diventati occasioni per scattare selfie e postare sui social”.

La regista- che  attraverso questo corto ha reso omaggio anche alle sue origini siciliane- , ha voluto portare in scena non solo emozioni, ma una riflessione sul tema della solitudine nella società contemporanea. “Una solitudine valoriale – spiega-  che ci porta ad affogare nell’egocentrismo, fino al punto da non rispettare nemmeno la morte. La domanda che mi faccio e che attraversa il film è: perché abbiamo bisogno di essere sempre al centro della scena, anche quando c’è il dolore di mezzo? Cosa ci manca davvero, cosa ci affligge, e perché oggi il silenzio ci spaventa così tanto?”.

Una riflessione condivisa anche da Gaetano Savatteri, che accoglie con favore questa trasposizione cinematografica del suo racconto “La banda muta”. “Quando affidi un racconto o un romanzo a un regista- dichiara lo scrittore e giornalista- sai che ne nascerà inevitabilmente un’altra cosa. Ed è bello vedere quali nuove letture possa ispirare una storia. La banda muta si ispira ed era un rito pieno di solennità che ho visto con i miei occhi a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. Una tradizione che Alessia ha ben reso nel suo corto,  sottolineando per altro come è cambiato oggi il nostro rapporto con la morte e con il silenzio. Oggi i funerali sono diventati applausi, selfie, show business, soprattutto quando riguardano figure pubbliche. In un tempo di rumore, di chiasso e baccano continuo, è proprio quel silenzio perduto che ci serve, perché è nel silenzio che troviamo lo spazio per guardarci dentro”.

  

Guarda l’intervista alla regista 

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Cinema

Rosa Elettrica la nuova serie targata Sky

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Nei panni di una giovane agente sotto copertura alle prese con scelte più grandi di lei, Maria Chiara Giannetta è la protagonista di ROSA ELETTRICA, eroina per caso al centro del nuovissimo thriller on-the-run targato Sky Original dall’8 maggio in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW.

Prodotta da Sky Studios e Cross Productions e diretta da Davide Marengo (Un’estate fa, Il cacciatore, Notturno bus), la serie – in sei episodi – adatta liberamente l’omonimo romanzo bestseller di Giampaolo Simi (2007, edito da Sellerio Editore Palermo).

Sinossi

Al centro della storia Rosa, giovane agente del programma protezione testimoni, incaricata di scortare Cocìss, baby boss di camorra deciso a collaborare, interpretato dal co-protagonista Francesco Di Napoli. Quando scopre che qualcosa nell’operazione non torna, Rosa rompe la catena di comando e fugge con lui: da quel momento entrambi diventano bersagli, costretti ad attraversare l’Italia senza potersi fidare di nessuno, nemmeno delle istituzioni che dovrebbero proteggerli. Accanto a Maria Chiara Giannetta (L’amore e altre seghe mentali, Blanca, Don Matteo) e Francesco Di Napoli (Hey Joe, Romulus, La paranza dei bambini) anche Elena Lietti (Il sol dell’avvenire, Il Miracolo, Anna), che interpreta il vicequestore Antonella Reja, diretto superiore di Rosa, pronta a tutto per mettere alla prova la sua giovane recluta; Antonia Truppo (Lo chiamavano Jeeg Robot, Indivisibili, Mare Fuori) presta il suo volto a Nunzia Serafino, insospettabile boss del clan Incantalupo detta “Mamma Camorra”; Pasquale Esposito (Ripley, Hotel Portofino, Gomorra) interpreta Saro Incantalupo, boss latitante da oltre vent’anni che siede al vertice del clan omonimo. E ancora Federico Tocci (C’è ancora domani, La casa degli sguardi, Speravo de morì prima) nei panni di Carlo Morano, collega e amico fedele di Rosa, e Francesco Foti (Il Cacciatore, I Leoni di Sicilia, Un’estate fa) in quelli di Paolo D’Intrò, Sostituto Procuratore di Napoli, figura di spicco della lotta contro la criminalità organizzata.

Il soggetto di serie è stato elaborato da Giordana Mari con Giampaolo Simi e Vittorino Testa. Alla sceneggiatura Giordana Mari, a capo di una writers’ room tutta al femminile che include anche Fortunata Apicella, Serena Patrignanelli e Michela Straniero.

Guarda il trailer

Guarda l’intervista all’attore Francesco Foti che interpreta il sostituto procuratore D’Intrò

 

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Cinema

Marsala, Mille volti una storia

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 25 maggio 2026: Mattinata ricca di emozioni al Teatro Impero, a Marsala, dove si è tentuta la cerimonia di presentazione del progetto Cinema per la Scuola(Cinema e immagini per la scuola) “Visioni fuori luogo” nell’ambito del quale alcuni studenti, del Liceo Pascasino – Giovanni XXIII e di altre Scuole Secondarie di Primo grado del territorio, sono state protagonisti di una mini serie web, in tre puntate, dal titolo “Marsala: mille volti, una storia”. Il lavorio filmico esplora la realtà multiculturale di #marsala attraverso le storie di giovani immigrati e documenta le loro esperienze, le sfide, i sogni e le speranze, con l’obiettivo di sfatare stereotipi e pregiudizi e promuovere una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione, di cui Marsala è città pilota. Il progetto che ha portato alla realizzazione delle tre puntate, è stato realizzato dagli esperti: Giacomo Di Girolamo (Sceneggiatore), Francesco Dinolfo (Direttore della Fotografia) e Alessio Piazza (Regia) e seguito dalla prof.ssa Rossella Nocera, in qualità di responsabile scientifico, dalle docenti A. Galfano, I. Pellegrino e R. Zizzo, in qualità tutor e dal prof. Luca Facciolo, in qualità di Valutatore. Per l’occasione è stata nominata una giuria di esperti (attori e docenti di cinematografia), composta da Ester Pantano, Sofia Fici, Luana Rondinelli, Claudio Casisa e Ivan Scinardo, che ha premiato, a conclusione dell’evento, i migliori attori protagonisti e non.
 

 

 

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Cinema

Attori in gabbia, quando il ruolo diventa una prigione

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Nel fertile terreno della commedia, vi sono attori che sopravvivono ai decenni indossando sempre la stessa maschera, poiché essa ne costituisce la cifra stilistica; tuttavia, quando si cambia genere, le cose si complicano. Alcuni interpreti, dopo aver prestato il volto a ruoli iconici, non sempre riescono a sottrarsi al personaggio che registi e sceneggiatori hanno cucito loro addosso.

L’elenco di chi ha faticato a trovare strade alternative è lungo: da Sean Connery, primo e insuperabile agente 007 cinematografico, a Robert Pattinson che, in tempi più recenti, ha legato il proprio debutto alla saga di Twilight. Entrambi, partendo da personaggi tratti da opere letterarie di immenso successo che hanno regalato loro la notorietà internazionale, sono riusciti — non senza difficoltà — a ritagliarsi uno spazio attoriale altrettanto autorevole e diversificato.

Il typecasting

Ma non è di questa schiera attori che vogliamo parlare, bensì di coloro che non ce l’hanno fatta, dando vita a quello che viene definito typecasting, rimanendo ingabbiati nella parte più ingombrante della loro vita.

Il primo nome che balza alla mente è quello di Anthony Perkins. L’attore statunitense, dopo alcune prove di rilievo sia al cinema che a Broadway, interpretò Norman Bates in Psyco (1960) di Alfred Hitchcock: quel ruolo, insieme ai numerosi sequel, finì per ipotecare il resto della sua carriera. Nonostante i tentativi di affrancarsi da un’eredità così pesante, e sebbene abbia recitato in altre pellicole di successo, per il pubblico mondiale la sua figura restò per sempre incagliata in quella dell’assassino psicopatico della pellicola hitchcockiana.

Ph realizzata da IA

Se Perkins è rimasto intrappolato nell’ombra di un motel, un altro attore ha trovato la sua “cella” nel blu del cielo e nel rosso di un mantello e cioè Christopher Reeve.

Quando nel 1978 Richard Donner lo scelse per interpretare Superman, Reeve non divenne semplicemente un protagonista, ma l’incarnazione definitiva del mito. La sua interpretazione nella pellicola di Donner e nei successivi tre seguiti, era così simbiotica con l’ideale di perfezione e aderenza all’eroe kryptoniano che il confine tra l’uomo e l’icona si dissolse istantaneamente.

Nonostante le sue doti d’attore di formazione classica (proveniva dalla prestigiosa Juilliard), ogni suo tentativo di diversificare il repertorio — come nei raffinati I bostoniani o Quel che resta del giorno — veniva accolto con una sorta di scetticismo inconscio da parte della critica e del pubblico. Era come se lo spettatore non riuscisse a smettere di cercare i segni della “S” sotto la camicia dei suoi nuovi personaggi.

La sua tragica caduta da cavallo nel 1995 e la successiva scomparsa prematura hanno poi sigillato questo destino: la sua immagine è rimasta cristallizzata in quel volo eterno, rendendolo prigioniero non solo di un ruolo, ma di un ideale di invulnerabilità che la vita reale, beffardamente, gli aveva sottratto.

Richard Donner

Un lustro prima che Richard Donner inaugurasse ufficialmente la stagione gloriosa dei cinecomics, un altro regista statunitense, William Friedkin, terrorizzò gli spettatori di tutto il mondo con il suo cult L’esorcista (1973). Ad interpretare l’adolescente Regan MacNeil, posseduta dal demonio, fu scelta l’allora quattordicenne Linda Blair, che diede consistenza alle paure più ancestrali del pubblico regalando un’interpretazione di totale immersione nella parte. Questo ruolo le garantì una fama planetaria, ma segnò anche l’epicedio di una carriera appena iniziata. Dopo il capolavoro di Friedkin, l’attrice faticò a trovare ingaggi che potessero consacrarla come interprete di spessore, rimanendo confinata in una lunga serie di B-movie e horror di seconda fascia. Il peso di quel successo precoce e demoniaco si rifletté anche sulla sua vita privata, segnata dall’uso di droghe e da diversi guai con la giustizia, trasformando il sogno del cinema in un incubo da cui è stato impossibile svegliarsi del tutto.

 Mark Hamill di guerre stellari

Se gli attori citati hanno legato il loro nome a produzioni divenute dei cult immortali, vi sono altri interpreti che hanno subito questa immedesimazione totale con personaggi in celluloide da cui non hanno saputo prendere le distanze. Pensiamo a Mark Hamill il quale, dopo Guerre Stellari di George Lucas vide il proprio volto così indissolubilmente legato a Luke Skywalker, che Hollywood smise di considerarlo per altri ruoli o a Robert Englund, diventato un tutt’uno con l’inquietante maschera di Freddy Krueger, nella saga iniziata nel 1984 da Wes Craven con Nightmare. E infine Macaulay Culkin, il quale per il mondo intero è e sarà sempre il piccolo Kevin McCallister di Mamma, ho perso l’aereo (1990 diretto da Chris Columbus, cristallizzato in un’eterna infanzia che ha reso quasi impossibile la sua accettazione come attore adulto.

Ma non è solo una questione a stelle e strisce, anche in Europa è possibile rintracciare esempi archetipi sul tema, e il più eclatante di tutti è anche quello più datato: nel 1928 il maestro svedese Carl Theodor Dreyer consegnò alla storia del cinema La passione di Giovanna d’Arco, opera che vive visceralmente dell’interpretazione della sua protagonista, Renée Falconetti. Il suo volto, scavato dal dolore e catturato in primi piani che hanno fatto scuola, divenne l’icona stessa del martirio. Dopo quel debutto folgorante, l’attrice tornò al teatro e fuggì infine in Sudamerica, morendo a Buenos Aires nel 1946 senza aver mai più solcato un set cinematografico: per il mondo intero, il suo nome è rimasto per sempre inciso nel rogo della Pulzella d’Orleans.

Restringendo le coordinate geografiche di questa ricerca, nel nostro Paese diversi attori hanno raggiunto la notorietà grazie alle serie tv — o ai grandi sceneggiati di un tempo — per poi rimanere intrappolati nello stesso tubo catodico. Fra questi il Sandokan televisivo degli anni settanta, firmato da Sergio Sollima, da tutti identificato con l’attore indiano Kabir Bedi, che ha cercato di replicare il successo anche al cinema internazionale, finendo però spesso relegato a ruoli che ricalcavano l’esotismo del pirata della Malesia.

O ancora, in tempi più recenti, il personaggio nato dalla penna di Andrea Camilleri, il commissario Montalbano, che per tutti ha il corpo e il volto di Luca Zingaretti. Nonostante una carriera cinematografica solida e diversificata, per il grande pubblico la sua immagine sembra non poter prescindere dai paesaggi di Vigata e dalla mimica del celebre poliziotto siciliano. Alcuni decenni prima, lo stesso destino di “identificazione forzata” era toccato a Nino Castelnuovo che, nel 1967, diede vita a un indimenticabile Renzo Tramaglino nei Promessi Sposi di Sandro Bolchi. Quel ruolo lo rese un idolo delle folle, ma divenne col tempo un ingombrante termine di paragone che lo costrinse a muoversi fra cinema e televisione in produzioni che non riuscirono mai a eguagliare quell’apice manzoniano.

Questi attori, dotati di carisma, fisicità e talento, dopo le rispettive esperienze televisive hanno faticato a scardinare le sbarre di una gabbia dorata, costruita dal pubblico intorno al loro ruolo più iconico.

In questa breve e incompleta rassegna di interpreti che hanno subito una sorta di maledizione iconografica risiede uno dei tanti misteri che rendono magica la settima arte: il paradosso di un attore che, per vocazione, vorrebbe essere chiunque, ma che per destino non riesce più a evadere da se stesso.

Carmelo Franco

 

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