Cinema
La Sicilia e il cinema
La Sicilia è stata un luogo immaginifico per tantissimi film, non solo italiani. Le produzioni nostrane che raccontano la nostra isola fanno parte dell’immaginario cinefilo collettivo: non c’è regista italiano che non si sia fatto ispirare dalle storie siciliane. Basti citare alcuni dei nomi più affermati che hanno diretto e ambientato film in Sicilia, come Germi, Tornatore, Visconti o Marco Tullio Giordana.
I film iconici
La domanda, invece, se esistano film di ambientazione siciliana prodotti da altre cinematografie non ha una risposta così semplice e immediata. Dobbiamo infatti distinguere tra pellicole con storie e personaggi interamente calati nella realtà siciliana e produzioni che hanno utilizzato l’isola soltanto come location ideale per girare alcune scene, senza alcuna attinenza con il contesto locale. Di queste ultime, la storia del cinema ne annovera molte: da Barabba (1961) di Richard Fleischer, che individua Catania e il suo vulcano come set ideale per diverse sequenze, a Anni di piombo (1981) di Margarethe Von Trotta, con riprese effettuate a Siracusa. Proseguendo con titoli più recenti, troviamo Indiana Jones e il quadrante del destino (2023) di James Mangold, che ha scelto i siti archeologici di Segesta e Siracusa come set adatti al plot; Star Wars Episodio III – La vendetta dei Sith (2005) di George Lucas, girato in molti luoghi nel mondo, tra cui le affascinanti pendici dell’Etna; Cyrano (2021) di Joe Wright, che utilizza i suggestivi paesaggi di Noto, Catania, Siracusa e Scicli per ambientare la storia tratta dal celebre musical; per finire con Ocean’s Twelve (2004) di Steven Soderbergh, che ha adattato alcune scene alla tonnara di Scopello. Questi sono solo alcuni esempi delle produzioni più grandi.
Il Padrino
Volendo concentrarci sulle pellicole non italiane che hanno scelto la Sicilia non solo per le sue ricercate location, ma per ambientarvi le loro storie, il primo titolo che viene in mente è certamente Il Padrino (1972) di Francis Ford Coppola, insieme ai suoi due sequel. La pellicola narra la saga della famiglia mafiosa dei Corleone, intrecciando la trama fra gli Stati Uniti e la Sicilia. Le scene siciliane dei film de Il Padrino e dei suoi sequel sono state girate principalmente in pittoreschi paesini della provincia di Messina, come Savoca e Forza d’Agrò, scelti per la loro autenticità e bellezza rurale, oltre che in alcune zone nei dintorni di Palermo.
Non è l’unica storia di mafia e criminalità a trovare ispirazione nell’isola. Vi è poi la versione americana sulla storia criminale del bandito Giuliano, che Michael Cimino gira nel 1987 con il titolo Il Siciliano, con Christopher Lambert nel ruolo del protagonista. Il film è stato girato in diverse località dell’entroterra siciliano, tra cui Monreale e le aree attorno a Palermo. Il film, diretto dal grande regista de Il cacciatore (1978), reduce dal flop colossale de I cancelli del cielo (1980), mistifica la realtà storica, rivisitando in una grossolana chiave leggendaria, e non senza cadute di gusto, le azioni criminali di Giuliano (Christopher Lambert), tradito dal suo luogotenente Pisciotta (John Turturro). La pellicola, del tutto inattendibile, nega la responsabilità del bandito nella strage di Portella e si spinge al punto di mostrare Salvatore Giuliano intento a soccorrere i lavoratori falcidiati dalle raffiche di mitra esplose da una banda rivale.
La Fratellanza
Rimanendo nel genere mafia movie, un altro titolo statunitense da menzionare è La fratellanza (1968) di Martin Ritt. Si tratta di un film minore, ma estremamente efficace e drammaticamente compatto, ambientato tra gli Stati Uniti e l’entroterra palermitano, nel piccolo comune di Godrano, oltre che nel limitrofo paese di Mezzojuso, dove sono state girate alcune scene. La pellicola narra le sorti di un boss della vecchia mafia (Kirk Douglas) destinato a soccombere davanti a nuove e spietate leve criminali. C’è, poi, il francese Il clan dei Siciliani (1969) di Henry Verneuil, un film di forte impatto spettacolare che si distingue per un cast eccellente (Alain Delon, Lino Ventura, Amedeo Nazzari, Marc Porel e Irina Demick), su cui svetta l’intramontabile Jean Gabin, impegnato nella curiosa caratterizzazione di un vecchio patriarca siciliano mafioso. Lambiscono, infine, solo marginalmente il tema che stiamo trattando, le tante produzioni a stelle e strisce realizzate sull’onda lunga del successo planetario de Il padrino. Queste opere, alcune dirette dalla “meglio gioventù” dei registi americani (Scorsese, De Palma e altri), raccontano storie di boss e famiglie mafiose di origine siciliana, ambientate nel nuovo continente, ma con l’Itaca lontana – la nostra Sicilia – sempre presente sullo sfondo.
Oltre al filone del mafia movie, l’isola ha ospitato produzioni molto diverse tra loro, coprendo generi e tematiche estremamente vari. Possiamo ricordare, in ordine sparso: una commedia minore francese (coprodotta con capitali italiani) dal titolo Vacanze d’amore (1951), diretto da Jean-Paul Le Chanois e Francesco Alliata. Il film è stato girato in un villaggio vacanze di Cefalù, dove si intrecciano gli amori di giovani italiani e francesi; Palermo o Wolfsburg (1980), produzione tedesca dal forte impianto drammatico, diretto da Werner Schroeter. Si ispira al romanzo Passione di Michele (il cui autore, Giuseppe Fava, ha collaborato alla sceneggiatura) e le riprese sono state effettuate a Palma di Montechiaro.
A ciò si aggiungono due pellicole dirette dalla coppia di cineasti tedeschi Danièle Huillet e Jean-Marie Straub: La morte di Empedocle (1986), realizzato con soli capitali teutonici, ispirato alla vita del filosofo siceliota Empedocle e basato sul dramma incompiuto omonimo di Friedrich Hölderlin, e Sicilia! (1999), una coproduzione tra Germania, Francia e Italia, ispirato al romanzo Conversazione in Sicilia (1941) di Elio Vittorini. È la storia di un ritorno a casa, nella natia Sicilia, da parte del protagonista, che scruta, osserva ed entra in contatto sensoriale con i luoghi e i volti dell’isola; ed ancora, Palermo Shooting (2008), un film scritto, prodotto e diretto da Wim Wenders, realizzato con contributi tedeschi, francesi e italiani. Immagina un percorso di redenzione esistenziale di un fotografo berlinese che si reca a Palermo e scopre un nuovo modo di affrontare e guardare la vita grazie a una serie di incontri catartici con diversi personaggi.
Infine, si citano produzioni recenti che spaziano fra i generi: A Bigger Splash (2015) di Luca Guadagnino, una coproduzione internazionale (con partecipazione anche italiana). Facente parte dell’ideale “trilogia del desiderio” del regista nato a Palermo e ispirato a La Piscina (1969) di Jacques Deray, il film ambienta a Pantelleria una storia di desiderio e passione che dà vita a un triangolo amoroso durante un periodo di vacanza. In conclusione, una pellicola uscita da poco nelle sale intitolata The End (2024), che si presenta come un musical distopico diretto da Joshua Oppenheimer. Il film, che vede la partecipazione di Tilda Swinton, è ambientato in un futuro post-apocalittico e ha utilizzato come location una suggestiva miniera siciliana, la storica Miniera di Zolfo Trabia-Tallarita, situata nell’area di Caltanissetta.
L’elenco di pellicole internazionali che hanno scelto la Sicilia come sfondo o come protagonista delle loro narrazioni è quindi ampio e variegato. La nostra isola maggiore non è solo una splendida e versatile location cinematografica, ma continui a essere una potente fonte di ispirazione per storie che travalicano i confini nazionali, esplorando temi che vanno dalla storia al dramma esistenziale ed alla narrazione sentimentale, fino al futuro distopico.
Carmelo Franco
Cinema
Testa o croce? Il film di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis
E venne il giorno in cui il “western all’italiana” smise di essere un’imitazione parodica o cinica per farsi, finalmente, western italiano. Questo passaggio avviene nel 2025, tra le paludi pontine e la polvere della Maremma in Testa o croce?, l’ultima opera di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis. I registi, fedeli alla loro poetica che mescola documento e leggenda, calano i personaggi nell’Italia di fine Ottocento, prendendo le mosse da un evento storico che si mischia con la leggenda: la tappa romana della tournée di Buffalo Bill.
Qui, il West non è più la terra di frontiera d’oltre l’oceano, ma uno spettacolo messo in scena che prende il volto di John C. Reilly, incarnazione di un selvaggio West ormai passato di moda. Secondo la tradizione, i cowboy americani furono sfidati dai butteri locali in una gara di domatura di cavalli, e alla fine, si racconta, ebbero la meglio sui più blasonati cowboy.
La storia
Su questo innesto storico, il film costruisce un racconto romanzato d’amore e sangue. La fuga del giovane buttero Santino con una sposa francese infelice e ribelle (Nadia Tereszkiewicz) non è solo una cavalcata verso la libertà, ma un radicale cambio di prospettiva geografica: la verticalità epica dei canyon fordiani cede il passo all’orizzontalità malinconica e arcaica del paesaggio laziale e toscano, dove i protagonisti siamo noi e la nostra storia.
Santino, interpretato da un magnetico Alessandro Borghi, ne è il protagonista maschile e porta su di sé un’eredità pesante. Con il cappello calcato e gli occhi di un azzurro intenso, spesso ripresi in primo piano, rimanda inevitabilmente a Terence Hill e alle icone solitarie dello spaghetti western. Ma l’analogia si ferma alla maschera. Il buttero fuggitivo non possiede il cinismo spietato o il distacco ironico dei pistoleri di un tempo; è un uomo radicato in un’Italia violenta e ancestrale, in cui la brutalità diventa un rito di passaggio e la frontiera rappresenta un paesaggio puramente interiore. Borghi non cita il passato: è il fantasma di quel cinema che lo attraversa per portarlo verso un’indagine più radicata delle nostre radici.
Buffalo Bill
A fare da ponte ideale fra queste due realtà così diverse, c’è Buffalo Bill con la sua carica leggendaria che insegue gli amanti, e altre schegge di un immaginario western che irrompono all’improvviso: un treno preso in ostaggio dai banditi, una carneficina da parte dei soldati e le facce violente e feroci dei cacciatori di taglie.
Tuttavia, il plot asciutto e brutale è venato anche da suggestioni magiche che armonizzano le due componenti antropologiche, rendendole unica metafora del raggiungimento della civiltà attraverso la barbarie.
I dannati di Roberto Minervini
In questo senso, Testa o croce? non è un caso isolato, ma il tassello di un mosaico più ampio che sembra voler chiudere un cerchio nel nostro cinema. Lo dimostra una pellicola uscita l’anno prima, I dannati di Roberto Minervini. Seppur ambientato nel cuore della Guerra di Secessione, il film di Minervini condivide con quello di De Righi e Zoppis la medesima urgenza: smontare la retorica bellica e il mito dell’eroe per osservare l’uomo nel fango della realtà.
Entrambi i film segnano forse il ritorno definitivo del western in Italia, ma in una veste inedita. Non più genere di consumo, ma territorio d’autore; non più fuga nell’esotismo, ma scavo brutale nella nostra identità. Sarà il tempo a dirlo, ma oggi la polvere della Maremma sembra avere lo stesso peso specifico della Storia.
Carmelo Franco
Cinema
Déjà-vu in sala: plagio o citazione cinefila?
Quante volte ci è capitato di avere la sensazione di aver già visto una scena durante la visione di un film per noi inedito? Per coloro che ancora pensano si sia trattato di un semplice déjà-vu, va detto che molto spesso non si è trattato di una percezione illusoria: la storia del cinema è piena di registi che “rubano” sequenze cult girate da altri, facendole proprie e riadattandole a un diverso intreccio, in un’opera che alla fine magari riscuote anche più successo.
Quentin Tarantino
Uno degli esempi più eclatanti ci perviene da Quentin Tarantino, il quale al suo secondo film ottiene un successo planetario; eppure, proprio in Pulp Fiction, vi è un’intera sequenza che sembra la copia carbone di un’altra girata da Fernando Di Leo (uno dei registi più amati dal cineasta del Tennessee) molti anni prima. La pellicola in questione è La mala ordina, dove i due personaggi interpretati da Henry Silva e Woody Strode percorrono un corridoio, seguiti in piano sequenza, fino a giungere all’appuntamento.
Mutatis mutandis, cambiano gli attori (John Travolta e Samuel L. Jackson in luogo di Silva e Strode) e i loro personaggi, ma non il succedersi dell’azione: pure nel film di Tarantino una coppia di malavitosi percorre un corridoio, seguiti dalla macchina da presa, finché non bussano a una porta che infine si apre e li accoglie all’interno. Che Tarantino abbia voluto omaggiare il suo predecessore italiano, o che si sia trattato di un riflesso pavloviano da parte di un cultore del nostro cinema di genere, poco importa: entrambe le scene ci appaiono degne di nota e funzionali al contesto.
Brian De Palma
Ancora un acclamato regista americano è al centro di un altro “plagio d’autore”, che ha le sembianze eleganti di Brian De Palma. In The Untouchables – Gli intoccabili (1987), gli spettatori rimangono col fiato sospeso quando una carrozzina con un bambino piangente rovina lungo una scalinata durante una sparatoria. Qui De Palma ha dimostrato tutta la sua maestria nel mettere in immagini le proprie ossessioni cinefile, certamente debitrici di quella sequenza di culto girata da Sergej M. Ėjzenštejn a inizio Novecento nel suo capolavoro, La corazzata Potëmkin, in cui i soldati cosacchi irrompono sulla scalinata di Odessa facendo strage della folla inerme.
Luigi Comencini
Ritorniamo nei confini italiani per citare due pellicole appartenenti alla nostra commedia all’italiana, ma l’autore è un solo regista: Luigi Comencini. Nel 1958 Comencini dirige Mogli pericolose con un cast di tutto rispetto, in cui spicca una sequenza ambientata all’interno di un ascensore: qui sono Franco Fabrizi e Sylva Koscina a rimanere bloccati, trasformando lo spazio angusto in un palcoscenico di imbarazzi e sottili tensioni seduttive.
Quasi vent’anni dopo, il regista riprende quel medesimo schema narrativo per l’episodio L’ascensore all’interno del film Quelle strane occasioni (1976). Questa volta sono Alberto Sordi (nei panni di un monsignore) e Stefania Sandrelli a restare prigionieri della cabina proprio il giorno di Ferragosto. Chi ha visto entrambe le pellicole non può non notare come Comencini ricalchi la coreografia dei movimenti e la gestione dei silenzi, trasportando un’idea nata nel bianco e nero degli anni Cinquanta nella più smaliziata e cinica atmosfera degli anni Settanta. In questo caso, il “furto” avviene in famiglia: è un’auto-citazione consapevole dove il regista non solo riutilizza un’intuizione tecnica vincente, ma la evolve, trasformando un momento di commedia brillante in un ritratto graffiante dei vizi e delle ipocrisie dell’italiano medio.
William Friedkin
Rimanendo nell’ambito dei piccoli plagi d’autore, è impossibile non citare il debito che un colosso del cinema horror come William Friedkin deve al maestro del brivido italiano Mario Bava. In L’esorcista (1973), una delle inquadrature più famose della storia del cinema è l’arrivo di Padre Merrin davanti alla casa di Regan: l’uomo di profilo, la valigetta in mano, la luce spettrale di un lampione che taglia l’oscurità.
Questa immagine, diventata persino la locandina del film, è la copia speculare di una scena presente ne Operazione paura (1966) di Bava. Friedkin estrapola quell’estetica pittorica da un piccolo film gotico italiano per inserirla in un contesto demoniaco urbano, trasformando un’intuizione visiva altrui nel simbolo stesso del male che bussa alla porta. Anche qui, il “furto” di una sola, potente inquadratura contribuisce a creare un’atmosfera che lo spettatore sente di aver già vissuto, pur trovandosi di fronte a una storia completamente differente.
Steven Spielberg
Per chiudere questo cerchio di “memorie visive”, vale la pena menzionare come anche i più grandi successi popolari non siano immuni da questa pratica. In I predatori dell’arca perduta (1981), Steven Spielberg inserisce un’inquadratura che è un calco preciso di una scena di Ombre rosse (1939) di John Ford. Si tratta del momento in cui il personaggio di Indiana Jones, durante l’inseguimento al camion dei nazisti, passa sotto il veicolo in corsa per poi riemergere da dietro.
Spielberg non sta girando un western, eppure “ruba” quel frammento d’azione acrobatica — eseguito originariamente dallo stuntman Yakima Canutt nel capolavoro di Ford — per iniettare nel suo cinema d’avventura la stessa scarica di adrenalina del cinema classico. Ancora una volta, una singola sequenza estrapolata dal suo contesto originale e riadattata a un nuovo intreccio dimostra che il cinema, più che un’arte dell’invenzione assoluta, è fatta anche di una incessante conversazione privata tra autori che, pur non essendosi mai incontrati, sembrano parlarsi, passandosi il testimone attraverso le epoche.
Carmelo Franco
Cinema
Agnus Dei di Massimiliano Camaiti
Dopo il debutto all’82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e un percorso nei principali festival internazionali, #AgnusDei di Massimiliano Camaiti arriva nelle sale italiane dal 20 aprile, distribuito da #kineadistribuzioni di Dario Cangemi. Presentato nella sezione Biennale College Cinema, Agnus Dei ha ottenuto il Premio Michel Mitrani come migliore opera prima al FIPADOC di Biarritz ed è stato premiato come miglior documentario dell’anno dall’Associazione Documentaristi Italiani.
Nel silenzio raccolto del Monastero di Santa Cecilia a Roma, il film segue il legame delicato tra le monache e due agnelli appena nati, affidati alle loro cure grazie ad una tradizione cattolica millenaria. Nei gesti quotidiani dell’accudimento si dischiude una forma di maternità inattesa, fatta di presenza, dedizione e ascolto, che attraversa e ridefinisce il senso stesso della vocazione.
Il film verrà presentato a Palermo, al cinema Rouge et Noire, lunedi 4 maggio 2026 alle 19.00.
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