Cinema
Ciak, la parola alla difesa
Il Legal Thriller all’italiana (25/07/2025)
La sala è gremita. Il pubblico ascolta in religioso silenzio, rapito ed ammaliato dal protagonista sul proscenio. Egli veste gli abiti di scena, scandisce con cura ogni parola. Il tono della sua voce cambia di continuo, dapprima pacato, improvvisamente più intenso e squillante, ed ancora nuovamente più sommesso. La sua gestualità accompagna ogni passaggio della rappresentazione, il suo sguardo scruta coloro che l’ascoltano, allo scopo di mantenere viva la loro attenzione. A volte assume un’aria più solenne, ma mai distaccata, per poi concedersi al suo pubblico con maggiore passione ed enfasi. La recita si protrae a lungo, ma lui sembra non accorgersene e non mostra segni di cedimento. Ed anche il pubblico continua ad apprezzarne l’opera, senza mai distogliere l’attenzione, fino alla fine.
L’incipit di questo scritto, sembrerà a molti la descrizione della rappresentazione di un attore in scena, che recita a soggetto, dopo avere letto e fatto proprio il copione affidatogli.
E così potrebbe senz’altro essere, ma non solo.
L’immagine evocata si presta anche ad un’altra lettura, e cioè la raffigurazione di quello che è il momento più qualificante e rilevante della professione legale, vale a dire l’arringa con la quale ogni avvocato conclude il suo mandato: il proscenio è un processo, la sala è l’aula d’udienza, il pubblico che ascolta è quello che sta dietro il banco della difesa, cioè coloro che sono interessati ed assistono al processo, ma sono anche e principalmente i giudici e le altre figure processuali (spesso anche l’assistito), che sono le parti necessarie nel (e del) processo, il copione è quello che gli avvocati chiamano la scaletta (della quale sempre loro sono gli autori), l’abito di scena è composto dalla toga con i cordoni dorati (se si è cassazionisti) o argentati e dal bavaglino, ed infine, il protagonista della rappresentazione è l’avvocato penalista.
Tuttavia, vi è una differenza essenziale e fondamentale in questa descrizione che si presta ad una duplice lettura (la recita dell’attore e l’arringa dell’avvocato): il cinema, come anche il teatro, sono sempre finzione, mentre il processo è verità, sia pure quella che viene chiamata realtà processuale.
Ed anche se ormai si è perso gran parte di quel fascino della tradizione oratoria dei principi del foro del passato, alle volte questa magia si riesce ancora a ricreare nei Tribunali del Belpaese. Carnelutti, De Marsico, Calamandrei, De Nicola, Leone ed altri, rappresentanti e miti dell’avvocatura per quella loro arte oratoria di cui sono stati maestri, esercitata nelle aule gremite di pubblico, che entrava in tribunale come se andasse al cinema o al teatro soltanto per ascoltare coloro che si battevano con convinzione, veemenza, eleganza ed efficacia per l’affermazione del diritto dei loro assistiti.
Se allora la sublimazione dell’arte oratoria la si deve ai principi del foro che sono stati protagonisti di tanti processi, gareggiando in bravura e presenza scenica con chi calca le scene per mestiere, sorge spontaneo chiedersi come gli attori hanno rappresentato sullo schermo i loro omologhi in toga, che “recitano” nelle aule di giustizia.
Dal dramma giudiziario o Legal thriller, che si ibrida con il mafia movie ed il cinema carcerario, sono questi i filoni che hanno visto all’opera gli scrittori, gli sceneggiatori ed i registi, i quali hanno tratto da tale materia fonte d’ispirazione.
Il mistero del processo ha, infatti, esercitato un fascino particolare sulle cinematografie di mezzo mondo.
Dal cinema processuale di Andrè Cayatte (regista – avvocato francese di cui si ricordano, in particolare, “Giustizia è fatta” e “Siamo tutti assassini” film a tesi che, nei primi anni cinquanta, smossero le certezze della Francia post bellica), ai drammi giudiziari del cinema hollywoodiano, passando per i grotteschi avvocati della commedia all’italiana, non c’è scuola cinematografica che, prima o poi, non abbia ceduto alla sottile malia di aule giudiziarie e toghe fruscianti, al fascino dello scontro dialettico tra le parti, all’idea che gli uomini possano fare “giustizia” armati soltanto di codici polverosi.
Insomma, non vi è cinematografia che non abbia intravisto nella drammaticità del processo l’occasione per raccontare, ancora una volta, l’uomo e le sue aspirazioni di giustizia o, per dirla in altre parole, le aule di giustizia ed i suoi ingranaggi divengono e si fanno metafora dell’eterna lotta fra bene e male, la giustizia che trionfa sull’ingiustizia.
Tuttavia, è il cinema a stelle e strisce quello che vanta una maggiore produzione nel genere Legal Thriller, attraverso la messa in scena di storie e la caratterizzazione di personaggi attinti dal proprio sistema giudiziario. Questo, grazie ad una solida tradizione letteraria che poggia proprio sulla sua stessa struttura di processo accusatorio puro, che quindi assurge a metafora dell’eterna lotta del bene sul male.
In Italia, invece, è stata tutta un’altra storia, almeno fino a quando è stato in vigore il codice Rocco, che regolava e disciplinava il processo penale ed era improntato ad un sistema inquisitorio puro.
In altre parole, quando si giungeva in fase dibattimentale il materiale probatorio era già formato e raccolto, grazie al lavoro dell’allora Giudice Istruttore, che compiva l’istruzione formale (ed al P.M. incaricato della istruzione sommaria). L’attività istruttoria si svolgeva per lo più secondo i canoni di segretezza e l’imputato ed il suo difensore erano evidentemente in una posizione subalterna. Nella fase del dibattimento, poi, trovavano ingresso i principi di oralità e pubblicità, in un momento, però, già fortemente condizionato dall’acquisizione probatoria della fase precedente. Infatti, quando si giungeva alla fase processuale, il Tribunale già conosceva gli atti, e nel dibattimento che si celebrava, quel phatos processuale evocato in tante pellicole di marca americana qui da noi era poca cosa, perché i testi in realtà si limitavano a confermare quanto già dichiarato, con qualche precisazione e approfondimento, se richiesto. In tale asfittico contesto processuale, il momento più importante e suggestivo finiva con l’essere la discussione finale delle parti, l’accusa rappresentata dal P.M. e la difesa patrocinata dagli avvocati, che prendevano la parola per secondi ed affascinavano la platea che spesso affollava le aule giudiziarie, sensibile al richiamo di quell’arte oratoria appartenuta ai principi del foro del passato.
Quindi è nell’assenza di un modello processuale di stampo accusatorio, che oggi abbiamo (dal 1989 con l’introduzione del nuovo processo) tale da essere e diventare specchio e metafora di storie ispirate a temi giudiziari, che si può individuare la ragione (principale) per cui in Italia non vi è stata la stessa tradizione americana del genere giudiziario, sia in letteratura che nella settima arte.
Il nostro cinema, fino alla fine dello scorso millennio, data la poca dimestichezza con il dramma giudiziario, ha dovuto fare di necessità virtù e si è concentrato, con rare eccezioni, nel descrivere e caratterizzare la figura dell’avvocato, tratteggiata con toni sarcastici ed ironici, a volte con forti connotati caricaturali, nel solco della commedia all’italiana.
Tra i film che ci appaiono più tematici, meritano un cenno gli avvocati di “Divorzio all’italiana” (1961) e “Sedotta e abbandonata” (1963), meraviglioso dittico ironico-grottesco del mai troppo celebrato regista genovese Pietro Germi, che della professione forense offre un ritratto al vetriolo.
Al grande e tronfio avvocato (una sorta di parodia di Carnelutti) del primo film, che perorava la causa del suo cliente, accusato del c.d. delitto d’onore, si accompagnano i piccoli legali della provincia siciliana (strepitoso l’attore Umberto Spadaro) descritti nella seconda pellicola, che cercano con i loro cavilli di favorire o contrastare le ossessioni di un tipico capo famiglia siculo (il grande Saro Urzì), tormentato da una ipocrita idea di rispettabilità.
In questo solco si inserisce anche Una questione d’onore (1965) di Luigi Zampa, che affronta la stessa tematica del delitto d’onore, ma con sullo sfondo la Sardegna ed in cui a battersi con veemenza dialettica per fare assolvere Efisio Mulas (Ugo Tognazzi) da un omicidio mai commesso è l’avvocato Mazzullo alias Leopoldo Trieste.
Il regista bagherese Giuseppe Tornatore nel 2000 con il film “Malèna” rende omaggio a Germi e a quel cinema che aveva descritto la Sicilia e le sue donne (una splendida Monica Bellucci è la protagonista), con un viaggio nell’Italia degli anni della guerra.
Nel film vi si segnala la caratterizzazione di un avvocato – che attinge, senza troppo nascondersi, a quelli descritti da Germi – affidata all’interpretazione dell’attore catanese Gilberto Idonea, in arte l’Avvocato Centorbi, principe del foro locale che mette in mostra la sua (un po’ ridicola e tronituante) arte oratoria.
O ancora, gli avvocati tratteggiati da par loro da Gassmann ne “I Mostri” (1963) del compianto Dino Risi; da Vittorio De Sica in “Altri tempi” (1951) di Alessandro Blasetti, la cui esclamazione “Frine, Frine!” riecheggia ancora nelle nostre orecchie; e, più di recente, da un caricaturale Alberto Sordi che durante una appassionata arringa perde la memoria, nel film “Troppo forte” diretto da Carlo Verdone nel 1986 ed ancora da Paolo Bonicelli alias l’avvocato D’Agata in “Johnny Stecchino” (1991), diretto ed interpretato da Roberto Benigni, il quale spiega al suo interlocutore, protagonista del film giunto in Sicilia, quali sono le tre principali piaghe della Sicilia.
Un’altra pellicola più recente che ci ricorda da vicino la galleria dei tanti avvocati tratteggiati con grottesca ironia, è Il tuttofare (2018), diretta da Vincenzo Attanasio, dove a raccoglierne il testimone sono il giovane praticante Antonio Bonocore, interpretato da un convincente Guglielmo Poggi, ed il principe del foro, Toti Bellastella impersonato da un istrionico Sergio Castellitto, la cui performance si colloca nel solco dei tanti personaggi cinici e cialtroni che hanno popolato le commedie di Risi e Monicelli. Il rapporto che si crea fra i due protagonisti trascende ben presto i confini di una normale relazione professionale, l’aspirante avvocato è costretto a svolgere compiti sempre più stravaganti e improbabili, fino a farsi invischiare in una storia di criminalità organizzata, con uno dei clienti del suo maestro.
Va, comunque, osservato come, nella descrizione dell’avvocato, il cinema italiano abbia talvolta saputo abbandonare i toni caustici della commedia. In proposito, basterebbe ricordare alcune pellicole, la prima delle quali è Processo per direttissima, diretta dal giornalista e sceneggiatore Lucio De Caro nel 1974, ispirata al caso di Giuseppe Pinelli, l’anarchico morto in circostanze misteriose durante un interrogatorio della polizia che indagava sulla strage di Piazza Fontana. De Caro trae spunto da questo fatto di cronaca ed ambienta il riuscito suo Legal Thriller nel diverso contesto di un attentato terroristico contro un treno, che ricorda la strage dell’Italicus, in cui si narra della morte poco chiara di un giovane sospettato portato in Questura e delle indagini che ne sono seguite, sollecitate dalla sorella. A differenza della realtà, nel film alla fine i poliziotti saranno ritenuti responsabili per la morte del giovane militante di un gruppo di sinistra, grazie anche all’opera dell’avvocato Finaldi, interpretato da un ispirato Gabriele Ferzetti, che assiste la sorella, durante il processo che la vede imputata per avere accusato i rappresentanti delle forze dell’ordine per la morte del fratello.
Una menzione particolare la meritano, poi, le opere di Michele Massa, che è stato un professore universitario, un magistrato ed un avvocato, ma anche uno sceneggiatore e regista e che in questa veste ha all’attivo diversi lavori, che (inevitabilmente) sono tutti dei drammi giudiziari. Il suo esordio come scrittore di film e direttore di attori avviene negli anni settanta con Il gioco della verità (1974) compatto ed efficace dramma giudiziario, in cui si narra delle indagini e del processo seguito in seguito alla morte di un cliente di una prostituta, all’inizio sospettata dell’omicidio, dal quale viene scagionata, in esito ad un processo in cui a battersi per l’innocenza della sua cliente vi è l’avvocato Monti, ottimamente caratterizzato da Stefano Satta Flores. Dopo il suo esordio sul grande schermo Massa firmerà anche altri due film realizzati per la televisione e, questa volta, ispirati a fatti di cronaca, il primo dei quali è Il caso Graziosi (1981) ispirato alle indagini ed ai processi seguiti alla morte della moglie di Arnaldo Graziosi, musicista di fama, l’altro dal titolo Bebawi – il delitto di via Lazio (1983), che prende spunto da un omicidio, verificatosi a Roma nel 1964, ai danni di un imprenditore tessile, durante il periodo della dolce vita, per il quale vennero processati e condannati una coppia di coniugi egiziani, su cui caddero i sospetti, in quanto lei, Gabrille Babawi, si accertò essere stata l’amante della vittima. Entrambi i film si caratterizzano per l’accurata descrizione dell’ambito processuale, che il suo autore conosceva bene.
Nel decennio successivo, vanno ricordate altre pellicole, che danno spazio a ritratti più sofferti, per lo più ispirati ad alcuni principi del Foro protagonisti dei numerosi processi della storia italiana, più o meno recente, quali “Un uomo perbene” (1999) di Maurizio Zaccaro, film che racconta le drammatiche evoluzioni del processo Tortora e l’appassionata difesa dell’allora giovane avvocato Della Valle (interpretato da Stefano Accorsi); “Pasolini. Un delitto italiano” (1995) di Marco Tullio Giordana, robusto film di denuncia che vede battersi Giulio Scarpati e Claudio Bigagli, rispettivamente nei ruoli degli avvocati Marazzita e Calvi, nel tentativo di svelare i misteri (di Stato?) che si celano dietro la morte del grande scrittore bolognese; e infine il film “Un eroe borghese” (1995) di Michele Placido che, pur non avendo la struttura del dramma giudiziario, ci piace ricordare per la sincera e sofferta interpretazione di Fabrizio Bentivoglio nei panni del coraggioso e sventurato avvocato Giorgio Ambrosoli.
Con l’avvento del nuovo millennio, nel Belpaese si intravede qualcosa di nuovo nella rappresentazione del dramma giudiziario. Dieci anni erano trascorsi dall’entrata in vigore del processo accusatorio e nelle librerie escono i primi Legal Thriller italiani, incentrati sulle figure di avvocati che si battono nelle aule giudiziarie con le armi messe a disposizione dal nuovo codice, e fra essi a fare da apripista Gianrico Carofiglio, allora P.M. a Bari che pubblica con successo diversi romanzi incentrati sulla figura dell’avvocato Guido Guerrieri a cui segue lo scrittore e sceneggiatore napoletano Diego De Silva che scrive una serie di libri dedicati all’avvocato Malinconico, altrettanto apprezzati dai lettori. Anche la fiction televisiva si dedica a loro, con serie che ne mettono in scena le storie, alcune tratte dalle pubblicazioni dei nuovi cantori dei Perry Mason italiani, fra cui i citati avvocati Guerrieri (su Canale 5, a cui da il volto Emilio Solfrizzi) e Malinconico (su Rai 1, con protagonista Massimiliano Gallo). Ma l’antesignano degli avvocati televisivi è stato l’avvocato Porta, su Mediaset, caratterizzato con efficacia ed ironia dal compianto Gigi Proietti che, volendo rimanere in tema, ricordiamo sul grande schermo nel cult di Stefano Vanzina (Steno) Febbre da cavallo (1976) nel personaggio di Mandrake il quale, già in apertura del film, prende la parola, mentre si trova alla sbarra davanti a un Giudice (Adolfo Celi), intrattenendoci con una magistrale autodifesa degna dei migliori principi del foro ed ottenendo, infine, una insperata assoluzione, anche per i suoi compagni di scorribanda (Enrico Montesano e Francesco De Rosa).
Al cinema, invece, ci si continua a muovere nel medesimo ordine tematico in cui è la cronaca (giudiziaria) ad ispirare sceneggiatori e registi italiani. Escono così altri titoli che si interessano dei casi più eclatanti, recenti e passati, che hanno appassionato l’opinione pubblica. In ordine rigorosamente cronologico, “Sulla mia pelle” (2018) di Alessio Cremonini, che si occupa del caso Cucchi, cioè l’arresto del giovane geometra con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio, poi deceduto in circostanze “sospette”, “Yara” (2021), diretto da Marco Tullio Giordana, che narra del delitto di Yara Gambirasio a Brambate di Sopra nel 2010 e delle indagini che hanno portato alla incriminazione ed alla condanna di Massimo Bossetti, e “Il signore delle formiche” (2022), regia di Gianni Amelio, che si fa affascinare dalla vicenda di Aldo Braimbanti, poeta e drammaturgo, che venne tratto in arreso e condannato per plagio alla fine degli anni cinquanta. Nei film citati, le storie si dipanano lungo le direttrici tracciate dalle cronache del tempo, in cui vi è ampio spazio alle diverse fasi processuali che hanno riguardato le tre vicende dall’ampia eco mediatica, con un comune denominatore: il ruolo dell’avvocato che appare poco adeguato e rimane sullo sfondo delle storie, lasciando il proscenio ad altri protagonisti e cioè ai componenti della famiglia della vittima (Sulla mia pelle), ad un Pubblico Ministero (Yara) ed a un giornalista (Il signore delle formiche).
Discorso a parte va fatto con riguardo ad un avvenimento verificatosi a metà degli anni sessanta, che ha contribuito al mutamento di uno dei fenomeni fra i più retrivi della nostra storia giuridica e di costume che era costituito dalla scriminate del matrimonio riparatore in seguito alla cd fuitina. Stiamo parlando del caso che ha visto protagonista una ragazza di Alcamo, il cui nome era Franca Viola, la quale fu rapita, segregata e violentata per giorni dal giovane con il quale aveva rotto il fidanzamento, infine liberata in attesa che accettasse il matrimonio riparatore, come era in uso allora nella nostra società. La ragazza, tuttavia, spalleggiata dalla sua famiglia, rifiutò di contrarre le nozze con il suo rapitore, lo denunciò e si costituì parte civile nel processo a suo carico e dei complici che parteciparono al ratto, in esito al quale tutti vennero condannati. Questa vicenda ebbe un’ampia eco mediatica, così come il processo che ne seguì, tanto era stata coraggiosa e dirompente per l’epoca, la scelta di Franca Viola che si dichiarò sempre vittima della violenza subita e accettò le conseguenze che potevano derivare in capo a colei che per la prima volta denunciava l’autore del rapimento a scopo matrimonio, ripudiandolo come suo futuro marito. Neanche il cinema poteva rimanere indifferente ad una storia così unica e da questa vicenda ne furono tratte due trasposizioni cinematografiche: la prima nel 1970, trascorso un solo lustro dal fatto, dal titolo La moglie più bella con la regia di Damiano Damiani, con Ornella Muti al suo esordio nel ruolo della ragazza vittima del rapimento. Si legge in ogni sinossi del film, liberamente ispirato alla vicenda di Franca Viola, ed in effetti il plot inserisce degli inserti frutto della fantasia degli autori, che edulcorano l’asprezza della storia; l’altra pellicola è Primadonna, uscito nelle sale nel 2023, con la regia di Marta Savina e con Claudia Gusmano nella parte di Franca Viola. La regista invece mette in scena una rappresentazione abbastanza fedele ai fatti, tranne i nomi dei protagonisti che vengono opportunamente cambiati. In entrambe le produzioni, vi è una importante appendice giudiziaria, componente imprescindibile di una storia la cui conclusione, che si è dipanata nelle aule giudiziarie, è stata a lieto fine ed in cui un ruolo importante è stato ricoperto dagli avvocati che hanno accettato di difendere la ragazza nel processo contro i suoi aguzzini, che sullo schermo sono rappresentati da Enzo Andronico nel lavoro di Damiani e Francesco Colella e Gaetano Aronica nel film diretto da Marta Savina.
Tuttavia, è possibile rintracciare nelle produzioni nostrane anche delle opere in cui gli avvocati non sono figure ancillari ma i principali protagonisti, in storie che non hanno alcun appiglio con fatti cronaca. Fra queste, il più datato L’avvocato della mala (1977) di Alberto Marras, film appartenente al genere poliziesco con Ray Lovelock nel ruolo di un giovane ed ambizioso avvocato che deve scendere a compromessi con la sua etica professionale quando è ingaggiato da un losco affarista. Altra pellicola, quella diretta da Pasquale Scimeca, dal titolo L’avvocato De Gregorio (2003), storia di una discesa agli inferi e successivo riscatto di un avvocato (interpretato da Giorgio Albertazzi), il quale ritrova la passione per la professione, grazie all’incontro con una donna bisognosa di assistenza legale, e nel contempo riacquista quella dignità che aveva smarrito. In ultimo, il più recente Perez. (2014) di Eduardo De Angelis, che narra dell’avvocato napoletano Demetrio Perez, caratterizzato da un inteso Luca Zingaretti, dal passato prestigioso ma caduto in disgrazia, il quale ha l’occasione del rilancio quando viene nominato da un boss della camorra, ma deve fare i conti con gli affari di cuore della figlia, innamorata di un camorrista appartenente al clan rivale.
Infine, in tempi più recenti, escono sugli schermi, un anno dopo l’altro, due film made in Italy, “Il testimone invisibile” (2018) di Stefano Mordini e “Non sono un assassino” (2019) diretto da Andre Zaccariello, in cui il protagonista principale è Riccardo Scamarcio, che in entrambe le pellicole interpreta il ruolo di un presunto assassino. Le storie delle due pellicole si dipanano lungo i binari tipici del thriller poliziesco o del giallo/noir, con tanto di indagini, processi che iniziano o si concludono, sospettati e presunti colpevoli con, immancabile, il colpo di scena finale. In entrambi i plot compare anche la figura dell’avvocato chiamato a far assolvere il proprio cliente (Scamarcio appunto), che hanno un ruolo predominante nella vicenda, a cui prestano il volto Paola Sambo nel film di Mordini ed Eduardo Pesce in quello di Zaccariello.
Carmelo Franco
Cinema
Di chi sono i nostri giorni?
Il potere ha diverse facce e qui viene raccontato in maniera buona…
Quanti sono i presidenti a cui si è ispirato Paolo Sorrentino nel film? C’è il Presidente Mattarella con gli applausi alla Scala di Milano, Cossiga con la sua ironia, Leone con il suo tatto giuridico, Napolitano con le sue trovate. Ci sono molti presidenti in nuovo personaggio che richiama qualche volta De Mita non salì mai al Quirinale. Il film pone una domanda sulle responsabilità da assumere nella nostra vita. E’ di ispirazione fantastica. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis si trova quasi alla fine del suo mandato e deve prendere delle decisioni importanti. Queste decisioni si scontrano con il bilancio esistenziale e i fallimenti della sua vita.
In attesa della grazia
Due persone con un caso complicato attendono la grazia per l’omicidio dei loro coniugi. Isa Rocca sostiene di aver praticato l’eutanasia contro un marito violento, mentre un professore ha ucciso la moglie che non ci stava più con la testa e da quel momento si è rifiutato di avere i contatti con il mondo. Per il professore la grazia è stata chiesta dagli studenti. Il cavallo del presidente rappresenta anch’esso una metafora e il dubbio atroce della vita stessa, anche se sta morendo il presidente si rifiuta di farlo abbattere. Questa scena si presta a diverse interpretazioni.
Lo stile “Sorrentino”
I film di Paolo Sorrentino vanno visti poiché aprono dibattiti e danno molti spunti di riflessione. Nella Grazia la critica ha scritto in maniera unanime che qui si racchiude la migliore interpretazione di Tony Servillo che al suo settimo film con Sorrentino, ha vinto la coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia.
Va detto, che gli attori sono stati straordinari nell’interpretazione dei personaggi: Anna Ferzetti nella parte di Dorotea la figlia del Presidente della Repubblica profonda conoscitrice delle leggi e dei cavilli giuridici, Massimo Venturiello nella parte del ministro della giustizia compagno d’infanzia del presidente, acuto osservatore della vita politica, Milvia Marigliano nella stupenda parte di Cocò Valori personaggio intellettuale ribelle che vuole incendiare i musei.
Elogio alla fragilità
Il film è un elogio alla fragilità raccontata con lo stile barocco, con la grazia intesa come stato esistenziale e come istanza giuridica. Ci sono momenti in cui il film risulta pesante e ripetitivo, soprattutto nel cruccio del tradimento della moglie avvenuto 40 anni prima. La fotografia di Daria D’Antonio risulta molto efficace, qualcuno ha scritto che ha colori molto belli e si ispira a Caravaggio, prende lo spettatore e lo fa viaggiare nel tempo creando suggestivi e indimenticabili stati d’animo. Affascinante l’idea di mettere il Presidente della Repubblica con gli altri cittadini in una sala d’aspetto del carcere. Molto toccante è il dialogo con il professore, cosa inusuale per un Presidente della Repubblica. Risulta struggente il dialogo di Dorotea, la figlia del Presidente con Isa Rocca che mette in crisi la sua vita che secondo Isa non ha mai amato nessuno e ha dedicato la sua vita solo alle carte e al diritto degli altri…
Pur essendo composte da un mix di artisti contemporanei qualche volta risultano eccessive e non danno respiro soprattutto all’inizio del film quando viene spiegato agli spettatori il ruolo del Presidente della Repubblica e le sue funzioni. Di chi sono i giorni nostri se non troviamo il coraggio di prendere una decisione, questa è forse la fragilità del dubbio? Il papa risulta ironico ed espressivo, colpisce che si muova con la motocicletta. Il film invita a riflettere chi si trova nei posti apicali di responsabilità, ci sono molte suggestioni legati alla politica che è spesso lontana dai problemi della gente. Il film esplora la morale, la religione e crea un’atmosfera contemplativa. Da vedere!
Nota:
Durante la proiezione che ho visto il 15 gennaio a Palermo, ho notato una massiccia presenza di avvocati, giuristi, magistrati e diverse signore della bella società palermitana che hanno apprezzato molto il film.
Maurizio Piscopo
Cinema
Primavera, quando il cinema diventa un sogno
In Italia ogni anno escono centinaia di film. Alcuni passano quasi inosservati e non lasciano traccia, altri finiranno a riempire le grigie serate degli italiani davanti alla Tv di cento pollici, emblema di finto benessere e tanta solitudine. Amo il cinema alla follia. Da giovane ho vissuto a Parigi dove il cinema resta un mito e si continua far la fila per assistere ad una proiezione. A Palermo, l’ultimo giorno dell’anno ho voluto trascorrerlo al cinema Tiffany scegliendo un film per sognare e dimenticare le meschinità della vita.
Primavera di Damiano Michieletto
Ho scelto Primavera di Damiano Michieletto che fa parte dei film a cui sono molto legato: Il cammino della speranza di Pietro Germi, Il Gattopardo di Luchino Visconti, Amarcord di Federico Fellini, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Napoli New York di Gabriele Salvatores, Hugo Cabret di Martin Scorsese. Primavera è un film colto, ben pensato, con costumi bellissimi, ben diretto con la fotografia di Daria D’Amico, con delle musiche mozzafiato.
La storia
E’ una storia che mi ha commosso, un vero capolavoro. La mia stessa sensazione l’ha vissuta il pubblico in sala che ha tributato un lunghissimo applauso, qualcuno piangeva e parlava a voce alta per farlo sentire a tutti come si fa a Palermo, “Bravissimi, gli attori, grande il regista, musiche straordinarie, soldi spesi benissimo!”. La signora seduta accanto mi ha confidato che lo farà vedere alle sue nipoti, una suona il violino al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo e lo rivedrà una seconda volta, cosa che non ha mai fatto nella sua vita. Siamo rimasti seduti, con un groppo in gola, nessuno si è alzato fino a quanto sono scorsi tutti i titoli di coda e non si sono accese le luci della sala. Una fila è rimasta per rivedere il film! Primavera è il racconto dell’anno da vedere con le persone del cuore.
La critica
La critica ha scritto che è un solido racconto sulla musica come e emancipazione e salvezza, sono d’accordo. Il film ha raffinati, rimandi letterari, (lo spunto narrativo è il romanzo di Tiziano Scarpa Stabat Mater, Einaudi Editore 2008, premio Strega nel 2009) ed è ambientato nella Venezia del 1716, all’interno dell’Ospedale della Pietà. Qui vivono diverse ragazze abbandonate in fasce dalle proprie madri, tutte in attesa che un matrimonio possa riconsegnarle alla società esterna. Le ospiti più dotate musicalmente compongono una piccola orchestra, che si esibisce durante ogni messa nascosta da una grata.
Le musiciste
Tra le musiciste spicca Cecilia (Tecla Insolia), promessa sposa ad un uomo, ma ancora in attesa di essere “salvata” dall’ignota madre, scoprirà quanto la musica sia davvero importante per lei grazie all’incontro con il nuovo sacerdote Antonio Vivaldi (Michele Riondino attore straordinario), chiamato a dirigere le musiciste. Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto ha una sua speciale originalità, una grande sicurezza nel dirigere gli attori con una regia partecipe, asciutta, coinvolgente e sensibile, che non cede mai a patemi né a manierismi. Primavera mette in scena Vivaldi, maestro in un orfanotrofio, puntando però grande attenzione sulla sua allieva prediletta. Ne emerge un ritratto femminile vivido e universale, reso magnificamente da Tecla Insolia, nonché un originale rapporto maestro/allieva, che parla di riscatto, di bellezza alla ricerca del proprio posto nel mondo…
Al regista Damiano Michieletto Damiano ho voluto porre due domande…
Quando è nata l’idea di realizzare questo film che lascerà un segno indelebile nella storia del Cinema?
E’ nata circa 5 anni fa quando dopo aver letto il romanzo “Stabat Mater” ho pensato che potesse essere un buon tema per un film. Desideravo fare un film in cui la musica fosse un elemento narrativo importante e questo incontro tra Vivaldi e Cecilia mi ha dato l’opportunità per realizzare questa visione assieme alla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi.
-Onestamente si aspettava il successo internazionale che sta riscuotendo il film da lei diretto, curato in ogni dettaglio, costumi, fotografia, interpretazione degli attori e musiche mozzafiato?
No, non me lo aspettavo anche perché è il mio primo film. Ho avuto a disposizione un team fantastico composto da professionisti di altissima qualità come Daria D’Antonio, Walter Fasano, Fabio Capogrosso, Maria Rita Barbero.
Mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi: è un’ottima cosa per il cinema italiano.
Qualcosa sulle musiche originali del film…
Sono state composte da Fabio Massimo Capogrosso che ha lavorato fianco a fianco con il regista per integrare sonorità classiche e contemporanee, mentre l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice di Venezia, diretti da Carlo Boccadoro, hanno eseguito i brani, affiancati dai Solisti Aquilani. Al film non manca il ritmo, la suspense e l’intensità crescente: si tratta di un’opera colta e raffinata, che racconta della musica del Settecento veneziano, degli ospedali di carità per orfani (nella fattispecie quello della Pietà a Venezia, sede, al tempo, di una rinomata orchestra), di Antonio Vivaldi e della composizione della sua musica, di amore desiderio energia vita e poi si parla di denaro e di classi sociali, in modo semplice e “popolare”, raggiungendo lo spettatore, e immergendolo nel clima di quel periodo.
La fotografia
Nella fotografia di Daria D’Amico appare una Venezia malinconica che rifugge dalla cartolina, la Serenissima viene descritta con toni freddi per rendere, anche visivamente, un contesto sociale duro, in cui la vita delle ragazze come Cecilia dipendeva da fattori fortuiti (una madre che tornava a prenderle dopo averle abbandonate infanti, un nobile che decideva di sposare proprio loro portandole fuori dall’istituto o, come nel caso di Cecilia, una priora comprensiva e alfine complice) ma soprattutto dal denaro, da quanto potevano valere; cioè, in questo caso, da quanto erano brave con il violino. Forse la cosa che rimane più impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film). Una nota di lode alla sceneggiatura di Ludovica Rampoldi, che riesce a cogliere i sentimenti del tempo, la poesia della musica e le sofferenze delle ragazze che riescono a riscattarsi con l’arte. Tecla Insolia è come al solito bravissima; Vivaldi è interpretato da un Michele Riondino che caratterizza il suo personaggio, tra sete di vita piena, che manifesta nella musica che compone, e la fatica provocata dalla malattia che mina il suo fisico; Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi offrono corpo e anima al governatore dell’orfanotrofio e alla sua priora, colei che segue da vicino le ragazze; e i camei di Valentina Bellè e Stefano Accorsi arricchiscono profondamente il film. Sono certo, che Primavera riceverà molti premi internazionali e sarà accolto con entusiasmo dal pubblico di tutto il mondo, che è molto legato alla musica e alle bellezze italiane.
Biografia
Damiano Michieletto ( Venezia 1975) è un regista teatrale e cinematografico italiano, noto per le sue innovative regie d’opera lirica e le produzioni di prosa, che ha portato nei più grandi teatri internazionali, debuttando alla Scala di Milano e lavorando per il Salzsburg Festival, la Royal Opera House di Londra e il Teatro dell’Opera di Roma. Formatosi alla scuola di Paolo Grassi e di Milano e laureato all’Università di Venezia, ha anche diretto programmi Tv.
Per le foto di scena si ringraziano i fotografi Andrea Pirrello e Kimberley Ross.
Cinema
L’attore Salvo Ficarra nella serie Zorro
Paramount+
e France Télévisions, insieme a France Tv distribution presentano la loro nuova e attesissima serie Zorro un remake moderno di uno dei titoli più famosi e amati dal pubblico di tutto il mondo. Torna, sul piccolo schermo, la storia dell’affascinante bandito mascherato Don Diego de la Vega che nei panni di Zorro, sua doppia identità, combatte le ingiustizie. Oltre a un cast internazionale, nella serie ci sarà anche l’attore italiano del duo Ficarra e Picone, Salvatore Ficarra. Creata da Benjamin Charbit (Sous Contrôle, Gagarine, Notre Dame, Les Sauvages, En Liberté) e Noé Debré (Parlement, Stillwater, Dheepan), la serie in 8 episodi è co-prodotta da Paramount+, France Télévisions, Le Collectif 64 (Marc Dujardin) e Bien Sûr Productions (Julien Seul). Scritta da Benjamin Charbit, Noé Debré e Emmanuel Poulain-Arnaud (Le Test), la serie è diretta da Jean-Baptiste Saurel (Parallèles) e Emilie Noblet (Bis Repetita, Parlement, Les 7 vies de Léa).
Zorro: la trama
Nel 1821, Don Diego de la Vega diventa sindaco di Los Angeles per migliorare la sua amata città. Tuttavia, la città sta affrontando problemi finanziari a causa di un uomo d’affari locale, l’avido Don Emmanuel, e i suoi poteri come sindaco non sono sufficienti per combattere l’ingiustizia. Per 20 anni Diego non ha usato la sua identità da Zorro, ma sembra che non abbia altra scelta che riportarla indietro per il bene comune. Ma Diego fatica a bilanciare la sua doppia identità sia come Zorro, sia come sindaco, causando tensione al suo matrimonio con Gabriella, che non è a conoscenza del suo segreto. Diego riuscirà a salvare il suo matrimonio e la sua sanità mentale nel caos?
Zorro: chi c’è nel cast internazionale
Protagonisti della serie Zorro sono: Jean Dujardin, Audrey Dana, André Dussolier, Eric Elmosnino e Grégory Gadebois. Nel cast internazionale anche l’attore italiano Salvatore Ficarra.
Zorro: su Paramount+
Zorro è uscito su Paramount+ il 6 dicembre 2024.
Guarda l’intervista a Salvo Ficarra
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