Cinema
Ciak, la parola alla difesa
Il Legal Thriller all’italiana (25/07/2025)
La sala è gremita. Il pubblico ascolta in religioso silenzio, rapito ed ammaliato dal protagonista sul proscenio. Egli veste gli abiti di scena, scandisce con cura ogni parola. Il tono della sua voce cambia di continuo, dapprima pacato, improvvisamente più intenso e squillante, ed ancora nuovamente più sommesso. La sua gestualità accompagna ogni passaggio della rappresentazione, il suo sguardo scruta coloro che l’ascoltano, allo scopo di mantenere viva la loro attenzione. A volte assume un’aria più solenne, ma mai distaccata, per poi concedersi al suo pubblico con maggiore passione ed enfasi. La recita si protrae a lungo, ma lui sembra non accorgersene e non mostra segni di cedimento. Ed anche il pubblico continua ad apprezzarne l’opera, senza mai distogliere l’attenzione, fino alla fine.
L’incipit di questo scritto, sembrerà a molti la descrizione della rappresentazione di un attore in scena, che recita a soggetto, dopo avere letto e fatto proprio il copione affidatogli.
E così potrebbe senz’altro essere, ma non solo.
L’immagine evocata si presta anche ad un’altra lettura, e cioè la raffigurazione di quello che è il momento più qualificante e rilevante della professione legale, vale a dire l’arringa con la quale ogni avvocato conclude il suo mandato: il proscenio è un processo, la sala è l’aula d’udienza, il pubblico che ascolta è quello che sta dietro il banco della difesa, cioè coloro che sono interessati ed assistono al processo, ma sono anche e principalmente i giudici e le altre figure processuali (spesso anche l’assistito), che sono le parti necessarie nel (e del) processo, il copione è quello che gli avvocati chiamano la scaletta (della quale sempre loro sono gli autori), l’abito di scena è composto dalla toga con i cordoni dorati (se si è cassazionisti) o argentati e dal bavaglino, ed infine, il protagonista della rappresentazione è l’avvocato penalista.
Tuttavia, vi è una differenza essenziale e fondamentale in questa descrizione che si presta ad una duplice lettura (la recita dell’attore e l’arringa dell’avvocato): il cinema, come anche il teatro, sono sempre finzione, mentre il processo è verità, sia pure quella che viene chiamata realtà processuale.
Ed anche se ormai si è perso gran parte di quel fascino della tradizione oratoria dei principi del foro del passato, alle volte questa magia si riesce ancora a ricreare nei Tribunali del Belpaese. Carnelutti, De Marsico, Calamandrei, De Nicola, Leone ed altri, rappresentanti e miti dell’avvocatura per quella loro arte oratoria di cui sono stati maestri, esercitata nelle aule gremite di pubblico, che entrava in tribunale come se andasse al cinema o al teatro soltanto per ascoltare coloro che si battevano con convinzione, veemenza, eleganza ed efficacia per l’affermazione del diritto dei loro assistiti.
Se allora la sublimazione dell’arte oratoria la si deve ai principi del foro che sono stati protagonisti di tanti processi, gareggiando in bravura e presenza scenica con chi calca le scene per mestiere, sorge spontaneo chiedersi come gli attori hanno rappresentato sullo schermo i loro omologhi in toga, che “recitano” nelle aule di giustizia.
Dal dramma giudiziario o Legal thriller, che si ibrida con il mafia movie ed il cinema carcerario, sono questi i filoni che hanno visto all’opera gli scrittori, gli sceneggiatori ed i registi, i quali hanno tratto da tale materia fonte d’ispirazione.
Il mistero del processo ha, infatti, esercitato un fascino particolare sulle cinematografie di mezzo mondo.
Dal cinema processuale di Andrè Cayatte (regista – avvocato francese di cui si ricordano, in particolare, “Giustizia è fatta” e “Siamo tutti assassini” film a tesi che, nei primi anni cinquanta, smossero le certezze della Francia post bellica), ai drammi giudiziari del cinema hollywoodiano, passando per i grotteschi avvocati della commedia all’italiana, non c’è scuola cinematografica che, prima o poi, non abbia ceduto alla sottile malia di aule giudiziarie e toghe fruscianti, al fascino dello scontro dialettico tra le parti, all’idea che gli uomini possano fare “giustizia” armati soltanto di codici polverosi.
Insomma, non vi è cinematografia che non abbia intravisto nella drammaticità del processo l’occasione per raccontare, ancora una volta, l’uomo e le sue aspirazioni di giustizia o, per dirla in altre parole, le aule di giustizia ed i suoi ingranaggi divengono e si fanno metafora dell’eterna lotta fra bene e male, la giustizia che trionfa sull’ingiustizia.
Tuttavia, è il cinema a stelle e strisce quello che vanta una maggiore produzione nel genere Legal Thriller, attraverso la messa in scena di storie e la caratterizzazione di personaggi attinti dal proprio sistema giudiziario. Questo, grazie ad una solida tradizione letteraria che poggia proprio sulla sua stessa struttura di processo accusatorio puro, che quindi assurge a metafora dell’eterna lotta del bene sul male.
In Italia, invece, è stata tutta un’altra storia, almeno fino a quando è stato in vigore il codice Rocco, che regolava e disciplinava il processo penale ed era improntato ad un sistema inquisitorio puro.
In altre parole, quando si giungeva in fase dibattimentale il materiale probatorio era già formato e raccolto, grazie al lavoro dell’allora Giudice Istruttore, che compiva l’istruzione formale (ed al P.M. incaricato della istruzione sommaria). L’attività istruttoria si svolgeva per lo più secondo i canoni di segretezza e l’imputato ed il suo difensore erano evidentemente in una posizione subalterna. Nella fase del dibattimento, poi, trovavano ingresso i principi di oralità e pubblicità, in un momento, però, già fortemente condizionato dall’acquisizione probatoria della fase precedente. Infatti, quando si giungeva alla fase processuale, il Tribunale già conosceva gli atti, e nel dibattimento che si celebrava, quel phatos processuale evocato in tante pellicole di marca americana qui da noi era poca cosa, perché i testi in realtà si limitavano a confermare quanto già dichiarato, con qualche precisazione e approfondimento, se richiesto. In tale asfittico contesto processuale, il momento più importante e suggestivo finiva con l’essere la discussione finale delle parti, l’accusa rappresentata dal P.M. e la difesa patrocinata dagli avvocati, che prendevano la parola per secondi ed affascinavano la platea che spesso affollava le aule giudiziarie, sensibile al richiamo di quell’arte oratoria appartenuta ai principi del foro del passato.
Quindi è nell’assenza di un modello processuale di stampo accusatorio, che oggi abbiamo (dal 1989 con l’introduzione del nuovo processo) tale da essere e diventare specchio e metafora di storie ispirate a temi giudiziari, che si può individuare la ragione (principale) per cui in Italia non vi è stata la stessa tradizione americana del genere giudiziario, sia in letteratura che nella settima arte.
Il nostro cinema, fino alla fine dello scorso millennio, data la poca dimestichezza con il dramma giudiziario, ha dovuto fare di necessità virtù e si è concentrato, con rare eccezioni, nel descrivere e caratterizzare la figura dell’avvocato, tratteggiata con toni sarcastici ed ironici, a volte con forti connotati caricaturali, nel solco della commedia all’italiana.
Tra i film che ci appaiono più tematici, meritano un cenno gli avvocati di “Divorzio all’italiana” (1961) e “Sedotta e abbandonata” (1963), meraviglioso dittico ironico-grottesco del mai troppo celebrato regista genovese Pietro Germi, che della professione forense offre un ritratto al vetriolo.
Al grande e tronfio avvocato (una sorta di parodia di Carnelutti) del primo film, che perorava la causa del suo cliente, accusato del c.d. delitto d’onore, si accompagnano i piccoli legali della provincia siciliana (strepitoso l’attore Umberto Spadaro) descritti nella seconda pellicola, che cercano con i loro cavilli di favorire o contrastare le ossessioni di un tipico capo famiglia siculo (il grande Saro Urzì), tormentato da una ipocrita idea di rispettabilità.
In questo solco si inserisce anche Una questione d’onore (1965) di Luigi Zampa, che affronta la stessa tematica del delitto d’onore, ma con sullo sfondo la Sardegna ed in cui a battersi con veemenza dialettica per fare assolvere Efisio Mulas (Ugo Tognazzi) da un omicidio mai commesso è l’avvocato Mazzullo alias Leopoldo Trieste.
Il regista bagherese Giuseppe Tornatore nel 2000 con il film “Malèna” rende omaggio a Germi e a quel cinema che aveva descritto la Sicilia e le sue donne (una splendida Monica Bellucci è la protagonista), con un viaggio nell’Italia degli anni della guerra.
Nel film vi si segnala la caratterizzazione di un avvocato – che attinge, senza troppo nascondersi, a quelli descritti da Germi – affidata all’interpretazione dell’attore catanese Gilberto Idonea, in arte l’Avvocato Centorbi, principe del foro locale che mette in mostra la sua (un po’ ridicola e tronituante) arte oratoria.
O ancora, gli avvocati tratteggiati da par loro da Gassmann ne “I Mostri” (1963) del compianto Dino Risi; da Vittorio De Sica in “Altri tempi” (1951) di Alessandro Blasetti, la cui esclamazione “Frine, Frine!” riecheggia ancora nelle nostre orecchie; e, più di recente, da un caricaturale Alberto Sordi che durante una appassionata arringa perde la memoria, nel film “Troppo forte” diretto da Carlo Verdone nel 1986 ed ancora da Paolo Bonicelli alias l’avvocato D’Agata in “Johnny Stecchino” (1991), diretto ed interpretato da Roberto Benigni, il quale spiega al suo interlocutore, protagonista del film giunto in Sicilia, quali sono le tre principali piaghe della Sicilia.
Un’altra pellicola più recente che ci ricorda da vicino la galleria dei tanti avvocati tratteggiati con grottesca ironia, è Il tuttofare (2018), diretta da Vincenzo Attanasio, dove a raccoglierne il testimone sono il giovane praticante Antonio Bonocore, interpretato da un convincente Guglielmo Poggi, ed il principe del foro, Toti Bellastella impersonato da un istrionico Sergio Castellitto, la cui performance si colloca nel solco dei tanti personaggi cinici e cialtroni che hanno popolato le commedie di Risi e Monicelli. Il rapporto che si crea fra i due protagonisti trascende ben presto i confini di una normale relazione professionale, l’aspirante avvocato è costretto a svolgere compiti sempre più stravaganti e improbabili, fino a farsi invischiare in una storia di criminalità organizzata, con uno dei clienti del suo maestro.
Va, comunque, osservato come, nella descrizione dell’avvocato, il cinema italiano abbia talvolta saputo abbandonare i toni caustici della commedia. In proposito, basterebbe ricordare alcune pellicole, la prima delle quali è Processo per direttissima, diretta dal giornalista e sceneggiatore Lucio De Caro nel 1974, ispirata al caso di Giuseppe Pinelli, l’anarchico morto in circostanze misteriose durante un interrogatorio della polizia che indagava sulla strage di Piazza Fontana. De Caro trae spunto da questo fatto di cronaca ed ambienta il riuscito suo Legal Thriller nel diverso contesto di un attentato terroristico contro un treno, che ricorda la strage dell’Italicus, in cui si narra della morte poco chiara di un giovane sospettato portato in Questura e delle indagini che ne sono seguite, sollecitate dalla sorella. A differenza della realtà, nel film alla fine i poliziotti saranno ritenuti responsabili per la morte del giovane militante di un gruppo di sinistra, grazie anche all’opera dell’avvocato Finaldi, interpretato da un ispirato Gabriele Ferzetti, che assiste la sorella, durante il processo che la vede imputata per avere accusato i rappresentanti delle forze dell’ordine per la morte del fratello.
Una menzione particolare la meritano, poi, le opere di Michele Massa, che è stato un professore universitario, un magistrato ed un avvocato, ma anche uno sceneggiatore e regista e che in questa veste ha all’attivo diversi lavori, che (inevitabilmente) sono tutti dei drammi giudiziari. Il suo esordio come scrittore di film e direttore di attori avviene negli anni settanta con Il gioco della verità (1974) compatto ed efficace dramma giudiziario, in cui si narra delle indagini e del processo seguito in seguito alla morte di un cliente di una prostituta, all’inizio sospettata dell’omicidio, dal quale viene scagionata, in esito ad un processo in cui a battersi per l’innocenza della sua cliente vi è l’avvocato Monti, ottimamente caratterizzato da Stefano Satta Flores. Dopo il suo esordio sul grande schermo Massa firmerà anche altri due film realizzati per la televisione e, questa volta, ispirati a fatti di cronaca, il primo dei quali è Il caso Graziosi (1981) ispirato alle indagini ed ai processi seguiti alla morte della moglie di Arnaldo Graziosi, musicista di fama, l’altro dal titolo Bebawi – il delitto di via Lazio (1983), che prende spunto da un omicidio, verificatosi a Roma nel 1964, ai danni di un imprenditore tessile, durante il periodo della dolce vita, per il quale vennero processati e condannati una coppia di coniugi egiziani, su cui caddero i sospetti, in quanto lei, Gabrille Babawi, si accertò essere stata l’amante della vittima. Entrambi i film si caratterizzano per l’accurata descrizione dell’ambito processuale, che il suo autore conosceva bene.
Nel decennio successivo, vanno ricordate altre pellicole, che danno spazio a ritratti più sofferti, per lo più ispirati ad alcuni principi del Foro protagonisti dei numerosi processi della storia italiana, più o meno recente, quali “Un uomo perbene” (1999) di Maurizio Zaccaro, film che racconta le drammatiche evoluzioni del processo Tortora e l’appassionata difesa dell’allora giovane avvocato Della Valle (interpretato da Stefano Accorsi); “Pasolini. Un delitto italiano” (1995) di Marco Tullio Giordana, robusto film di denuncia che vede battersi Giulio Scarpati e Claudio Bigagli, rispettivamente nei ruoli degli avvocati Marazzita e Calvi, nel tentativo di svelare i misteri (di Stato?) che si celano dietro la morte del grande scrittore bolognese; e infine il film “Un eroe borghese” (1995) di Michele Placido che, pur non avendo la struttura del dramma giudiziario, ci piace ricordare per la sincera e sofferta interpretazione di Fabrizio Bentivoglio nei panni del coraggioso e sventurato avvocato Giorgio Ambrosoli.
Con l’avvento del nuovo millennio, nel Belpaese si intravede qualcosa di nuovo nella rappresentazione del dramma giudiziario. Dieci anni erano trascorsi dall’entrata in vigore del processo accusatorio e nelle librerie escono i primi Legal Thriller italiani, incentrati sulle figure di avvocati che si battono nelle aule giudiziarie con le armi messe a disposizione dal nuovo codice, e fra essi a fare da apripista Gianrico Carofiglio, allora P.M. a Bari che pubblica con successo diversi romanzi incentrati sulla figura dell’avvocato Guido Guerrieri a cui segue lo scrittore e sceneggiatore napoletano Diego De Silva che scrive una serie di libri dedicati all’avvocato Malinconico, altrettanto apprezzati dai lettori. Anche la fiction televisiva si dedica a loro, con serie che ne mettono in scena le storie, alcune tratte dalle pubblicazioni dei nuovi cantori dei Perry Mason italiani, fra cui i citati avvocati Guerrieri (su Canale 5, a cui da il volto Emilio Solfrizzi) e Malinconico (su Rai 1, con protagonista Massimiliano Gallo). Ma l’antesignano degli avvocati televisivi è stato l’avvocato Porta, su Mediaset, caratterizzato con efficacia ed ironia dal compianto Gigi Proietti che, volendo rimanere in tema, ricordiamo sul grande schermo nel cult di Stefano Vanzina (Steno) Febbre da cavallo (1976) nel personaggio di Mandrake il quale, già in apertura del film, prende la parola, mentre si trova alla sbarra davanti a un Giudice (Adolfo Celi), intrattenendoci con una magistrale autodifesa degna dei migliori principi del foro ed ottenendo, infine, una insperata assoluzione, anche per i suoi compagni di scorribanda (Enrico Montesano e Francesco De Rosa).
Al cinema, invece, ci si continua a muovere nel medesimo ordine tematico in cui è la cronaca (giudiziaria) ad ispirare sceneggiatori e registi italiani. Escono così altri titoli che si interessano dei casi più eclatanti, recenti e passati, che hanno appassionato l’opinione pubblica. In ordine rigorosamente cronologico, “Sulla mia pelle” (2018) di Alessio Cremonini, che si occupa del caso Cucchi, cioè l’arresto del giovane geometra con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio, poi deceduto in circostanze “sospette”, “Yara” (2021), diretto da Marco Tullio Giordana, che narra del delitto di Yara Gambirasio a Brambate di Sopra nel 2010 e delle indagini che hanno portato alla incriminazione ed alla condanna di Massimo Bossetti, e “Il signore delle formiche” (2022), regia di Gianni Amelio, che si fa affascinare dalla vicenda di Aldo Braimbanti, poeta e drammaturgo, che venne tratto in arreso e condannato per plagio alla fine degli anni cinquanta. Nei film citati, le storie si dipanano lungo le direttrici tracciate dalle cronache del tempo, in cui vi è ampio spazio alle diverse fasi processuali che hanno riguardato le tre vicende dall’ampia eco mediatica, con un comune denominatore: il ruolo dell’avvocato che appare poco adeguato e rimane sullo sfondo delle storie, lasciando il proscenio ad altri protagonisti e cioè ai componenti della famiglia della vittima (Sulla mia pelle), ad un Pubblico Ministero (Yara) ed a un giornalista (Il signore delle formiche).
Discorso a parte va fatto con riguardo ad un avvenimento verificatosi a metà degli anni sessanta, che ha contribuito al mutamento di uno dei fenomeni fra i più retrivi della nostra storia giuridica e di costume che era costituito dalla scriminate del matrimonio riparatore in seguito alla cd fuitina. Stiamo parlando del caso che ha visto protagonista una ragazza di Alcamo, il cui nome era Franca Viola, la quale fu rapita, segregata e violentata per giorni dal giovane con il quale aveva rotto il fidanzamento, infine liberata in attesa che accettasse il matrimonio riparatore, come era in uso allora nella nostra società. La ragazza, tuttavia, spalleggiata dalla sua famiglia, rifiutò di contrarre le nozze con il suo rapitore, lo denunciò e si costituì parte civile nel processo a suo carico e dei complici che parteciparono al ratto, in esito al quale tutti vennero condannati. Questa vicenda ebbe un’ampia eco mediatica, così come il processo che ne seguì, tanto era stata coraggiosa e dirompente per l’epoca, la scelta di Franca Viola che si dichiarò sempre vittima della violenza subita e accettò le conseguenze che potevano derivare in capo a colei che per la prima volta denunciava l’autore del rapimento a scopo matrimonio, ripudiandolo come suo futuro marito. Neanche il cinema poteva rimanere indifferente ad una storia così unica e da questa vicenda ne furono tratte due trasposizioni cinematografiche: la prima nel 1970, trascorso un solo lustro dal fatto, dal titolo La moglie più bella con la regia di Damiano Damiani, con Ornella Muti al suo esordio nel ruolo della ragazza vittima del rapimento. Si legge in ogni sinossi del film, liberamente ispirato alla vicenda di Franca Viola, ed in effetti il plot inserisce degli inserti frutto della fantasia degli autori, che edulcorano l’asprezza della storia; l’altra pellicola è Primadonna, uscito nelle sale nel 2023, con la regia di Marta Savina e con Claudia Gusmano nella parte di Franca Viola. La regista invece mette in scena una rappresentazione abbastanza fedele ai fatti, tranne i nomi dei protagonisti che vengono opportunamente cambiati. In entrambe le produzioni, vi è una importante appendice giudiziaria, componente imprescindibile di una storia la cui conclusione, che si è dipanata nelle aule giudiziarie, è stata a lieto fine ed in cui un ruolo importante è stato ricoperto dagli avvocati che hanno accettato di difendere la ragazza nel processo contro i suoi aguzzini, che sullo schermo sono rappresentati da Enzo Andronico nel lavoro di Damiani e Francesco Colella e Gaetano Aronica nel film diretto da Marta Savina.
Tuttavia, è possibile rintracciare nelle produzioni nostrane anche delle opere in cui gli avvocati non sono figure ancillari ma i principali protagonisti, in storie che non hanno alcun appiglio con fatti cronaca. Fra queste, il più datato L’avvocato della mala (1977) di Alberto Marras, film appartenente al genere poliziesco con Ray Lovelock nel ruolo di un giovane ed ambizioso avvocato che deve scendere a compromessi con la sua etica professionale quando è ingaggiato da un losco affarista. Altra pellicola, quella diretta da Pasquale Scimeca, dal titolo L’avvocato De Gregorio (2003), storia di una discesa agli inferi e successivo riscatto di un avvocato (interpretato da Giorgio Albertazzi), il quale ritrova la passione per la professione, grazie all’incontro con una donna bisognosa di assistenza legale, e nel contempo riacquista quella dignità che aveva smarrito. In ultimo, il più recente Perez. (2014) di Eduardo De Angelis, che narra dell’avvocato napoletano Demetrio Perez, caratterizzato da un inteso Luca Zingaretti, dal passato prestigioso ma caduto in disgrazia, il quale ha l’occasione del rilancio quando viene nominato da un boss della camorra, ma deve fare i conti con gli affari di cuore della figlia, innamorata di un camorrista appartenente al clan rivale.
Infine, in tempi più recenti, escono sugli schermi, un anno dopo l’altro, due film made in Italy, “Il testimone invisibile” (2018) di Stefano Mordini e “Non sono un assassino” (2019) diretto da Andre Zaccariello, in cui il protagonista principale è Riccardo Scamarcio, che in entrambe le pellicole interpreta il ruolo di un presunto assassino. Le storie delle due pellicole si dipanano lungo i binari tipici del thriller poliziesco o del giallo/noir, con tanto di indagini, processi che iniziano o si concludono, sospettati e presunti colpevoli con, immancabile, il colpo di scena finale. In entrambi i plot compare anche la figura dell’avvocato chiamato a far assolvere il proprio cliente (Scamarcio appunto), che hanno un ruolo predominante nella vicenda, a cui prestano il volto Paola Sambo nel film di Mordini ed Eduardo Pesce in quello di Zaccariello.
Carmelo Franco
Cinema
La banda muta di Alessia Bottone
“La banda muta – afferma la regista quarantenne Alessia Bottone – restituisce alla morte e al rito funebre il loro valore originario, ovvero la celebrazione del passaggio dalla vita terrena alla vita spirituale ma, soprattutto, conferisce un tempo al dolore. Un aspetto che, oggi, appare svuotato di significato: basta guardare ai funerali delle celebrità o persino a tragedie come quella di Rigopiano, diventati occasioni per scattare selfie e postare sui social”.

La regista- che attraverso questo corto ha reso omaggio anche alle sue origini siciliane- , ha voluto portare in scena non solo emozioni, ma una riflessione sul tema della solitudine nella società contemporanea. “Una solitudine valoriale – spiega- che ci porta ad affogare nell’egocentrismo, fino al punto da non rispettare nemmeno la morte. La domanda che mi faccio e che attraversa il film è: perché abbiamo bisogno di essere sempre al centro della scena, anche quando c’è il dolore di mezzo? Cosa ci manca davvero, cosa ci affligge, e perché oggi il silenzio ci spaventa così tanto?”.
Una riflessione condivisa anche da Gaetano Savatteri, che accoglie con favore questa trasposizione cinematografica del suo racconto “La banda muta”. “Quando affidi un racconto o un romanzo a un regista- dichiara lo scrittore e giornalista- sai che ne nascerà inevitabilmente un’altra cosa. Ed è bello vedere quali nuove letture possa ispirare una storia. La banda muta si ispira ed era un rito pieno di solennità che ho visto con i miei occhi a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia.
Una tradizione che Alessia ha ben reso nel suo corto, sottolineando per altro come è cambiato oggi il nostro rapporto con la morte e con il silenzio. Oggi i funerali sono diventati applausi, selfie, show business, soprattutto quando riguardano figure pubbliche. In un tempo di rumore, di chiasso e baccano continuo, è proprio quel silenzio perduto che ci serve, perché è nel silenzio che troviamo lo spazio per guardarci dentro”.
Guarda l’intervista alla regista
Cinema
Rosa Elettrica la nuova serie targata Sky
Nei panni di una giovane agente sotto copertura alle prese con scelte più grandi di lei, Maria Chiara Giannetta è la protagonista di ROSA ELETTRICA, eroina per caso al centro del nuovissimo thriller on-the-run targato Sky Original dall’8 maggio in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW.
Prodotta da Sky Studios e Cross Productions e diretta da Davide Marengo (Un’estate fa, Il cacciatore, Notturno bus), la serie – in sei episodi – adatta liberamente l’omonimo romanzo bestseller di Giampaolo Simi (2007, edito da Sellerio Editore Palermo).
Sinossi
Al centro della storia Rosa, giovane agente del programma protezione testimoni, incaricata di scortare Cocìss, baby boss di camorra deciso a collaborare, interpretato dal co-protagonista Francesco Di Napoli. Quando scopre che qualcosa nell’operazione non torna, Rosa rompe la catena di comando e fugge con lui: da quel momento entrambi diventano bersagli, costretti ad attraversare l’Italia senza potersi fidare di nessuno, nemmeno delle istituzioni che dovrebbero proteggerli. Accanto a Maria Chiara Giannetta (L’amore e altre seghe mentali, Blanca, Don Matteo) e Francesco Di Napoli (Hey Joe, Romulus, La paranza dei bambini) anche Elena Lietti (Il sol dell’avvenire, Il Miracolo, Anna), che interpreta il vicequestore Antonella Reja, diretto superiore di Rosa, pronta a tutto per mettere alla prova la sua giovane recluta; Antonia Truppo (Lo chiamavano Jeeg Robot, Indivisibili, Mare Fuori) presta il suo volto a Nunzia Serafino, insospettabile boss del clan Incantalupo detta “Mamma Camorra”; Pasquale Esposito (Ripley, Hotel Portofino, Gomorra) interpreta Saro Incantalupo, boss latitante da oltre vent’anni che siede al vertice del clan omonimo. E ancora Federico Tocci (C’è ancora domani, La casa degli sguardi, Speravo de morì prima) nei panni di Carlo Morano, collega e amico fedele di Rosa, e Francesco Foti (Il Cacciatore, I Leoni di Sicilia, Un’estate fa) in quelli di Paolo D’Intrò, Sostituto Procuratore di Napoli, figura di spicco della lotta contro la criminalità organizzata.
Il soggetto di serie è stato elaborato da Giordana Mari con Giampaolo Simi e Vittorino Testa. Alla sceneggiatura Giordana Mari, a capo di una writers’ room tutta al femminile che include anche Fortunata Apicella, Serena Patrignanelli e Michela Straniero.
Guarda il trailer
Guarda l’intervista all’attore Francesco Foti che interpreta il sostituto procuratore D’Intrò
Cinema
Marsala, Mille volti una storia
-
Arianna Scinardo6 anni agoIl cocker tanto famoso quanto intelligente
-
In Evidenza6 anni agoBiagio Conte: “Non vince il virus, Dio è più forte”
-
In Evidenza6 anni agoSicilia: zero decessi e zero pazienti in terapia intensiva
-
Cinema7 anni agoCinema e Massoneria un binomio misterioso e sorprendente
-
Cocker10 anni agoIl cocker è fra i cani più oziosi del mondo
-
Editoriali18 anni agoL’invidia è la vendetta dell’incapace
-
Cultura10 anni agoLe stanze ferite: diario di viaggio nella Real Casa dei matti
-
Arianna Scinardo11 anni agoIrish setter, cocker spaniel e cavalier king: “I cani rossi adottati prima degli altri”
