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Cinema

Ciak, la parola alla difesa

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Il Legal Thriller all’italiana (25/07/2025)

 La sala è gremita. Il pubblico ascolta in religioso silenzio, rapito ed ammaliato dal protagonista sul proscenio. Egli veste gli abiti di scena, scandisce con cura ogni parola. Il tono della sua voce cambia di continuo, dapprima pacato, improvvisamente più intenso e squillante, ed ancora nuovamente più sommesso. La sua gestualità accompagna ogni passaggio della rappresentazione, il suo sguardo scruta coloro che l’ascoltano, allo scopo di mantenere viva la loro attenzione.  A volte assume un’aria più solenne, ma mai distaccata, per poi concedersi al suo pubblico con maggiore passione ed enfasi. La recita si protrae a lungo, ma lui sembra non accorgersene e non mostra segni di cedimento. Ed anche il pubblico continua ad apprezzarne l’opera, senza mai distogliere l’attenzione, fino alla fine.

L’incipit di questo scritto, sembrerà a molti la descrizione della rappresentazione di un attore in scena, che recita a soggetto, dopo avere letto e fatto proprio il copione affidatogli.

E così potrebbe senz’altro essere, ma non solo.

L’immagine evocata si presta anche ad un’altra lettura, e cioè la raffigurazione di quello che è il momento più qualificante e rilevante della professione legale, vale a dire l’arringa con la quale ogni avvocato conclude il suo mandato: il proscenio è un processo, la sala è l’aula d’udienza, il pubblico che ascolta è quello che sta dietro il banco della difesa, cioè coloro che sono interessati ed assistono al processo, ma sono anche e principalmente i giudici e le altre figure processuali (spesso anche l’assistito), che sono le parti necessarie nel (e del) processo, il copione è quello che gli avvocati chiamano la scaletta (della quale sempre loro sono gli autori), l’abito di scena è composto dalla toga con i cordoni dorati (se si è cassazionisti) o argentati e dal bavaglino, ed infine, il protagonista della rappresentazione è l’avvocato penalista.

Tuttavia, vi è una differenza essenziale e fondamentale in questa descrizione che si presta ad una duplice lettura (la recita dell’attore e l’arringa dell’avvocato): il cinema, come anche il teatro, sono sempre finzione, mentre il processo è verità, sia pure quella che viene chiamata realtà processuale.  

Ed anche se ormai si è perso gran parte di quel fascino della tradizione oratoria dei principi del foro del passato, alle volte questa magia si riesce ancora a ricreare nei Tribunali del Belpaese. Carnelutti, De Marsico, Calamandrei, De Nicola, Leone ed altri, rappresentanti e miti dell’avvocatura per quella loro arte oratoria di cui sono stati maestri, esercitata nelle aule gremite di pubblico, che entrava in tribunale come se andasse al cinema o al teatro soltanto per ascoltare coloro che si battevano con convinzione, veemenza, eleganza ed efficacia per l’affermazione del diritto dei loro assistiti.

Se allora la sublimazione dell’arte oratoria la si deve ai principi del foro che sono stati protagonisti di tanti processi, gareggiando in bravura e presenza scenica con chi calca le scene per mestiere, sorge spontaneo chiedersi come gli attori hanno rappresentato sullo schermo i loro omologhi in toga, che “recitano” nelle aule di giustizia.  

Dal dramma giudiziario o Legal thriller, che si ibrida con il mafia movie ed il cinema carcerario, sono questi i filoni che hanno visto all’opera gli scrittori, gli sceneggiatori ed i registi, i quali hanno tratto da tale materia fonte d’ispirazione.

Il mistero del processo ha, infatti, esercitato un fascino particolare sulle cinematografie di mezzo mondo.

         Dal cinema processuale di Andrè Cayatte (regista – avvocato francese di cui si ricordano, in particolare, “Giustizia è fatta” e “Siamo tutti assassini” film a tesi che, nei primi anni cinquanta, smossero le certezze della Francia post bellica), ai drammi giudiziari del cinema hollywoodiano, passando per i grotteschi avvocati della commedia all’italiana, non c’è scuola cinematografica che, prima o poi, non abbia ceduto alla sottile malia di aule giudiziarie e toghe fruscianti, al fascino dello scontro dialettico tra le parti, all’idea che gli uomini possano fare “giustizia” armati soltanto di codici polverosi.

Insomma, non vi è cinematografia che non abbia intravisto nella drammaticità del processo l’occasione per raccontare, ancora una volta, l’uomo e le sue aspirazioni di giustizia o, per dirla in altre parole, le aule di giustizia ed i suoi ingranaggi divengono e si fanno metafora dell’eterna lotta fra bene e male, la giustizia che trionfa sull’ingiustizia.

Tuttavia, è il cinema a stelle e strisce quello che vanta una maggiore produzione nel genere Legal Thriller, attraverso la messa in scena di storie e la caratterizzazione di personaggi attinti dal proprio sistema giudiziario. Questo, grazie ad una solida tradizione letteraria che poggia proprio sulla sua stessa struttura di processo accusatorio puro, che quindi assurge a metafora dell’eterna lotta del bene sul male.

In Italia, invece, è stata tutta un’altra storia, almeno fino a quando è stato in vigore il codice Rocco, che regolava e disciplinava il processo penale ed era improntato ad un sistema inquisitorio puro.

In altre parole, quando si giungeva in fase dibattimentale il materiale probatorio era già formato e raccolto, grazie al lavoro dell’allora Giudice Istruttore, che compiva l’istruzione formale (ed al P.M. incaricato della istruzione sommaria). L’attività istruttoria si svolgeva per lo più secondo i canoni di segretezza e l’imputato ed il suo difensore erano evidentemente in una posizione subalterna. Nella fase del dibattimento, poi, trovavano ingresso i principi di oralità e pubblicità, in un momento, però, già fortemente condizionato dall’acquisizione probatoria della fase precedente. Infatti, quando si giungeva alla fase processuale, il Tribunale già conosceva gli atti, e nel dibattimento che si celebrava, quel phatos processuale evocato in tante pellicole di marca americana qui da noi era poca cosa, perché i testi in realtà si limitavano a confermare quanto già dichiarato, con qualche precisazione e approfondimento, se richiesto. In tale asfittico contesto processuale, il momento più importante e suggestivo finiva con l’essere la discussione finale delle parti, l’accusa rappresentata dal P.M. e la difesa patrocinata dagli avvocati, che prendevano la parola per secondi ed affascinavano la platea che spesso affollava le aule giudiziarie, sensibile al richiamo di quell’arte oratoria appartenuta ai principi del foro del passato.

Quindi è nell’assenza di un modello processuale di stampo accusatorio, che oggi abbiamo (dal 1989 con l’introduzione del nuovo processo) tale da essere e diventare specchio e metafora di storie ispirate a temi giudiziari, che si può individuare la ragione (principale) per cui in Italia non vi è stata la stessa tradizione americana del genere giudiziario, sia in letteratura che nella settima arte.

Il nostro cinema, fino alla fine dello scorso millennio, data la poca dimestichezza con il dramma giudiziario, ha dovuto fare di necessità virtù e si è concentrato, con rare eccezioni, nel descrivere e caratterizzare la figura dell’avvocato, tratteggiata con toni sarcastici ed ironici, a volte con forti connotati caricaturali, nel solco della commedia all’italiana.

Tra i film che ci appaiono più tematici, meritano un cenno gli avvocati di “Divorzio all’italiana” (1961) e “Sedotta e abbandonata” (1963), meraviglioso dittico ironico-grottesco del mai troppo celebrato regista genovese Pietro Germi, che della professione forense offre un ritratto al vetriolo.

Al grande e tronfio avvocato (una sorta di parodia di Carnelutti) del primo film, che perorava la causa del suo cliente, accusato del c.d. delitto d’onore, si accompagnano i piccoli legali della provincia siciliana (strepitoso l’attore Umberto Spadaro) descritti nella seconda pellicola, che cercano con i loro cavilli di favorire o contrastare le ossessioni di un tipico capo famiglia siculo (il grande Saro Urzì), tormentato da una ipocrita idea di rispettabilità.

In questo solco si inserisce anche Una questione d’onore (1965) di Luigi Zampa, che affronta la stessa tematica del delitto d’onore, ma con sullo sfondo la Sardegna ed in cui a battersi con veemenza dialettica per fare assolvere Efisio Mulas (Ugo Tognazzi) da un omicidio mai commesso è l’avvocato Mazzullo alias Leopoldo Trieste.

Il regista bagherese Giuseppe Tornatore nel 2000 con il film “Malèna” rende omaggio a Germi e a quel cinema che aveva descritto la Sicilia e le sue donne (una splendida Monica Bellucci è la protagonista), con un viaggio nell’Italia degli anni della guerra.

Nel film vi si segnala la caratterizzazione di un avvocato – che attinge, senza troppo nascondersi, a quelli descritti da Germi – affidata all’interpretazione dell’attore catanese Gilberto Idonea, in arte l’Avvocato Centorbi, principe del foro locale che mette in mostra la sua (un po’ ridicola e tronituante) arte oratoria.

O ancora, gli avvocati tratteggiati da par loro da Gassmann ne “I Mostri” (1963) del compianto Dino Risi; da Vittorio De Sica in “Altri tempi” (1951) di Alessandro Blasetti, la cui esclamazione “Frine, Frine!” riecheggia ancora nelle nostre orecchie; e, più di recente, da un caricaturale Alberto Sordi che durante una appassionata arringa perde la memoria, nel film “Troppo forte” diretto da Carlo Verdone nel 1986 ed ancora da Paolo Bonicelli alias l’avvocato D’Agata in “Johnny Stecchino” (1991), diretto ed interpretato da Roberto Benigni, il quale spiega al suo interlocutore, protagonista del film giunto in Sicilia, quali sono le tre principali piaghe della Sicilia.

Un’altra pellicola più recente che ci ricorda da vicino la galleria dei tanti avvocati tratteggiati con grottesca ironia, è Il tuttofare (2018), diretta da Vincenzo Attanasio, dove a raccoglierne il testimone sono il giovane praticante Antonio Bonocore, interpretato da un convincente Guglielmo Poggi, ed il principe del foro, Toti Bellastella impersonato da un istrionico Sergio Castellitto, la cui performance si colloca nel solco dei tanti personaggi cinici e cialtroni che hanno popolato le commedie di Risi e Monicelli. Il rapporto che si crea fra i due protagonisti trascende ben presto i confini di una normale relazione professionale, l’aspirante avvocato è costretto a svolgere compiti sempre più stravaganti e improbabili, fino a farsi invischiare in una storia di criminalità organizzata, con uno dei clienti del suo maestro.

Va, comunque, osservato come, nella descrizione dell’avvocato, il cinema italiano abbia talvolta saputo abbandonare i toni caustici della commedia. In proposito, basterebbe ricordare alcune pellicole, la prima delle quali è Processo per direttissima, diretta dal giornalista e sceneggiatore Lucio De Caro nel 1974, ispirata al caso di Giuseppe Pinelli, l’anarchico morto in circostanze misteriose durante un interrogatorio della polizia che indagava sulla strage di Piazza Fontana. De Caro trae spunto da questo fatto di cronaca ed ambienta il riuscito suo Legal Thriller nel diverso contesto di un attentato terroristico contro un treno, che ricorda la strage dell’Italicus, in cui si narra della morte poco chiara di un giovane sospettato portato in Questura e delle indagini che ne sono seguite, sollecitate dalla sorella. A differenza della realtà, nel film alla fine i poliziotti saranno ritenuti responsabili per la morte del giovane militante di un gruppo di sinistra, grazie anche all’opera dell’avvocato Finaldi, interpretato da un ispirato Gabriele Ferzetti, che assiste la sorella, durante il processo che la vede imputata per avere accusato i rappresentanti delle forze dell’ordine per la morte del fratello.

Una menzione particolare la meritano, poi, le opere di Michele Massa, che è stato un professore universitario, un magistrato ed un avvocato, ma anche uno sceneggiatore e regista e che in questa veste ha all’attivo diversi lavori, che (inevitabilmente) sono tutti dei drammi giudiziari. Il suo esordio come scrittore di film e direttore di attori avviene negli anni settanta con Il gioco della verità (1974) compatto ed efficace dramma giudiziario, in cui si narra delle indagini e del processo seguito in seguito alla morte di un cliente di una prostituta, all’inizio sospettata dell’omicidio, dal quale viene scagionata, in esito ad un processo in cui a battersi per l’innocenza della sua cliente vi è l’avvocato Monti, ottimamente caratterizzato da Stefano Satta Flores. Dopo il suo esordio sul grande schermo Massa firmerà anche altri due film realizzati per la televisione e, questa volta, ispirati a fatti di cronaca, il primo dei quali è Il caso Graziosi (1981) ispirato alle indagini ed ai processi seguiti alla morte della moglie di Arnaldo Graziosi, musicista di fama, l’altro dal titolo Bebawi – il delitto di via Lazio (1983), che prende spunto da un omicidio, verificatosi a Roma nel 1964, ai danni di un imprenditore tessile, durante il periodo della dolce vita, per il quale vennero processati e condannati una coppia di coniugi egiziani, su cui caddero i sospetti, in quanto lei, Gabrille Babawi, si accertò essere stata l’amante della vittima. Entrambi i film si caratterizzano per l’accurata descrizione dell’ambito processuale, che il suo autore conosceva bene.      

Nel decennio successivo, vanno ricordate altre pellicole, che danno spazio a ritratti più sofferti, per lo più ispirati ad alcuni principi del Foro protagonisti dei numerosi processi della storia italiana, più o meno recente, quali “Un uomo perbene” (1999) di Maurizio Zaccaro, film che racconta le drammatiche evoluzioni del processo Tortora e l’appassionata difesa dell’allora giovane avvocato Della Valle (interpretato da Stefano Accorsi); “Pasolini. Un delitto italiano” (1995) di Marco Tullio Giordana, robusto film di denuncia che vede battersi Giulio Scarpati  e Claudio Bigagli, rispettivamente nei ruoli degli avvocati Marazzita e Calvi, nel tentativo di svelare i misteri (di Stato?) che si celano dietro la morte del grande scrittore bolognese; e infine il film “Un eroe borghese” (1995) di Michele Placido che, pur non avendo la struttura del dramma giudiziario, ci piace ricordare per la sincera e sofferta interpretazione di Fabrizio Bentivoglio nei panni del coraggioso e sventurato avvocato Giorgio Ambrosoli.

Con l’avvento del nuovo millennio, nel Belpaese si intravede qualcosa di nuovo nella rappresentazione del dramma giudiziario. Dieci anni erano trascorsi dall’entrata in vigore del processo accusatorio e nelle librerie escono i primi Legal Thriller italiani, incentrati sulle figure di avvocati che si battono nelle aule giudiziarie con le armi messe a disposizione dal nuovo codice, e fra essi a fare da apripista Gianrico Carofiglio, allora P.M. a Bari che pubblica con successo diversi romanzi incentrati sulla figura dell’avvocato Guido Guerrieri a cui segue lo scrittore e sceneggiatore napoletano Diego De Silva che scrive una serie di libri dedicati all’avvocato Malinconico, altrettanto apprezzati dai lettori. Anche la fiction televisiva si dedica a loro, con serie che ne mettono in scena le storie, alcune tratte dalle pubblicazioni dei nuovi cantori dei Perry Mason italiani, fra cui i citati avvocati Guerrieri (su Canale 5, a cui da il volto Emilio Solfrizzi) e Malinconico (su Rai 1, con protagonista Massimiliano Gallo). Ma l’antesignano degli avvocati televisivi è stato l’avvocato Porta, su Mediaset, caratterizzato con efficacia ed ironia dal compianto Gigi Proietti che, volendo rimanere in tema, ricordiamo sul grande schermo nel cult di Stefano Vanzina (Steno) Febbre da cavallo (1976) nel personaggio di Mandrake il quale, già in apertura del film, prende la parola, mentre si trova alla sbarra davanti a un Giudice (Adolfo Celi), intrattenendoci con una magistrale autodifesa degna dei migliori principi del foro ed ottenendo, infine, una insperata assoluzione, anche per i suoi compagni di scorribanda (Enrico Montesano e Francesco De Rosa).  

Al cinema, invece, ci si continua a muovere nel medesimo ordine tematico in cui è la cronaca (giudiziaria) ad ispirare sceneggiatori e registi italiani. Escono così altri titoli che si interessano dei casi più eclatanti, recenti e passati, che hanno appassionato l’opinione pubblica. In ordine rigorosamente cronologico, “Sulla mia pelle” (2018) di Alessio Cremonini, che si occupa del caso Cucchi, cioè l’arresto del giovane geometra con l’accusa di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio, poi deceduto in circostanze “sospette”, “Yara” (2021), diretto da Marco Tullio Giordana, che narra del delitto di Yara Gambirasio a Brambate di Sopra nel 2010 e delle indagini che hanno portato alla incriminazione ed alla condanna di Massimo Bossetti, e “Il signore delle formiche” (2022), regia di Gianni Amelio, che si fa affascinare dalla vicenda di Aldo Braimbanti, poeta e drammaturgo, che venne tratto in arreso e condannato per plagio alla fine degli anni cinquanta. Nei film citati, le storie si dipanano lungo le direttrici tracciate dalle cronache del tempo, in cui vi è ampio spazio alle diverse fasi processuali che hanno riguardato le tre vicende dall’ampia eco mediatica, con un comune denominatore: il ruolo dell’avvocato che appare poco adeguato e rimane sullo sfondo delle storie, lasciando il proscenio ad altri protagonisti e cioè ai componenti della famiglia della vittima (Sulla mia pelle), ad un Pubblico Ministero (Yara) ed a un giornalista (Il signore delle formiche).

Discorso a parte va fatto con riguardo ad un avvenimento verificatosi a metà degli anni sessanta, che ha contribuito al mutamento di uno dei fenomeni fra i più retrivi della nostra storia giuridica e di costume che era costituito dalla scriminate del matrimonio riparatore in seguito alla cd fuitina. Stiamo parlando del caso che ha visto protagonista una ragazza di Alcamo, il cui nome era Franca Viola, la quale fu rapita, segregata e violentata per giorni dal giovane con il quale aveva rotto il fidanzamento, infine liberata in attesa che accettasse il matrimonio riparatore, come era in uso allora nella nostra società. La ragazza, tuttavia, spalleggiata dalla sua famiglia, rifiutò di contrarre le nozze con il suo rapitore, lo denunciò e si costituì parte civile nel processo a suo carico e dei complici che parteciparono al ratto, in esito al quale tutti vennero condannati. Questa vicenda ebbe un’ampia eco mediatica, così come il processo che ne seguì, tanto era stata coraggiosa e dirompente per l’epoca, la scelta di Franca Viola che si dichiarò sempre vittima della violenza subita e accettò le conseguenze che potevano derivare in capo a colei che per la prima volta denunciava l’autore del rapimento a scopo matrimonio, ripudiandolo come suo futuro marito. Neanche il cinema poteva rimanere indifferente ad una storia così unica e da questa vicenda ne furono tratte due trasposizioni cinematografiche: la prima nel 1970, trascorso un solo lustro dal fatto, dal titolo La moglie più bella con la regia di Damiano Damiani, con Ornella Muti al suo esordio nel ruolo della ragazza vittima del rapimento. Si legge in ogni sinossi del film, liberamente ispirato alla vicenda di Franca Viola, ed in effetti il plot inserisce degli inserti frutto della fantasia degli autori, che edulcorano l’asprezza della storia; l’altra pellicola è Primadonna, uscito nelle sale nel 2023, con la regia di Marta Savina e con Claudia Gusmano nella parte di Franca Viola. La regista invece mette in scena una rappresentazione abbastanza fedele ai fatti, tranne i nomi dei protagonisti che vengono opportunamente cambiati. In entrambe le produzioni, vi è una importante appendice giudiziaria, componente imprescindibile di una storia la cui conclusione, che si è dipanata nelle aule giudiziarie, è stata a lieto fine ed in cui un ruolo importante è stato ricoperto dagli avvocati che hanno accettato di difendere la ragazza nel processo contro i suoi aguzzini, che sullo schermo sono rappresentati da Enzo Andronico nel lavoro di Damiani e Francesco Colella e Gaetano Aronica nel film diretto da Marta Savina.

Tuttavia, è possibile rintracciare nelle produzioni nostrane anche delle opere in cui gli avvocati non sono figure ancillari ma i principali protagonisti, in storie che non hanno alcun appiglio con fatti cronaca. Fra queste, il più datato L’avvocato della mala (1977) di Alberto Marras, film appartenente al genere poliziesco con Ray Lovelock nel ruolo di un giovane ed ambizioso avvocato che deve scendere a compromessi con la sua etica professionale quando è ingaggiato da un losco affarista. Altra pellicola, quella diretta da Pasquale Scimeca, dal titolo L’avvocato De Gregorio (2003), storia di una discesa agli inferi e successivo riscatto di un avvocato (interpretato da Giorgio Albertazzi), il quale ritrova la passione per la professione, grazie all’incontro con una donna bisognosa di assistenza legale, e nel contempo riacquista quella dignità che aveva smarrito. In ultimo, il più recente Perez. (2014) di Eduardo De Angelis, che narra dell’avvocato napoletano Demetrio Perez, caratterizzato da un inteso Luca Zingaretti, dal passato prestigioso ma caduto in disgrazia, il quale ha l’occasione del rilancio quando viene nominato da un boss della camorra, ma deve fare i conti con gli affari di cuore della figlia, innamorata di un camorrista appartenente al clan rivale.    

Infine, in tempi più recenti, escono sugli schermi, un anno dopo l’altro, due film made in Italy, “Il testimone invisibile” (2018) di Stefano Mordini e “Non sono un assassino” (2019) diretto da Andre Zaccariello, in cui il protagonista principale è Riccardo Scamarcio, che in entrambe le pellicole interpreta il ruolo di un presunto assassino. Le storie delle due pellicole si dipanano lungo i binari tipici del thriller poliziesco o del giallo/noir, con tanto di indagini, processi che iniziano o si concludono, sospettati e presunti colpevoli con, immancabile, il colpo di scena finale. In entrambi i plot compare anche la figura dell’avvocato chiamato a far assolvere il proprio cliente (Scamarcio appunto), che hanno un ruolo predominante nella vicenda, a cui prestano il volto Paola Sambo nel film di Mordini ed Eduardo Pesce in quello di Zaccariello.

Carmelo Franco

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Cinema

Ketticè, il film di Giovanni Tortorici

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Dopo il debutto nella sua opera prima Diciannove, il giovane regista palermitano Giovanni Tortorici, coin Ketticè è stato molto apprezzato al festival di Locarno e da pochi giorni il film  nelle sale dell’Isola dal 27 agosto, con Monica Bellucci che ha conquistato il Pardo per la miglior interpretazione.

Ketticè è prodotto da Luca Guadagnino, con il contributo della Sicilia film Commission. Il regista e sceneggiatore prosegue l’esplorazione del mondo giovanile esplorando la ricerca di sé, il distacco e il desiderio di libertà tipici dell’adolescenza.

Il film è ambientato nella Palermo del 2012. Ci faremo raccontare la scelta e l’interpretazione dei protagonisti per protagonisti i giovani Salvatore Gallina e Rachele Testagrossa, anche loro palermitani

 

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Cinema

 C’era una volta l’Odissea

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L’ Odissea  di Omero è uno dei grandi capolavori della letteratura occidentale e un testo fondamentale. Il poema epico, tradizionalmente attribuito a Omero e composto probabilmente tra il IX e l’VIII secolo a.C., racconta il lungo viaggio di Ulisse, o Odisseo, verso Itaca dopo la guerra di Troia.

A differenza dell’Iliade, centrata sulla guerra e sul valore degli eroi in battaglia, l’Odissea è il poema dell’intelligenza, dell’astuzia, della curiosità e della capacità di sopravvivere alle prove.

Il regista

Il noto regista britannico Christopher Nolan ha girato 13 lungometraggi nel corso della sua carriera tra cui Inception, Oppenheimer  e Odissea che è un film epico d’azione, girato in diverse parti del mondo, che utilizza una nuovissima tecnologia di ripresa IMAX 70 mm, che si può apprezzare completamente soltanto in 20 cinema sparsi in tutto il mondo, nessuno in Italia.

Le difficoltà logistiche

Colpisce sapere che per le riprese del film è stato approntato un ponte aereo nell’isola di Favignana per il trasporto di una pesantissima attrezzatura cinematografica. E’ stata allestita una nave capace di navigare, realizzata secondo una tecnica antica con materiali originalissimi; gli attori hanno dovuto imparare a usare i remi e le vele.

Il parere dei critici

I critici nei confronti di questo film si sono sbizzarriti e divisi alla ricerca di originali chiavi di lettura nell’opera di Omero. Alcuni concordano nell’affermare che questo kolossal è da considerare un traguardo del cinema moderno,  dotato di un grande senso di concretezza.

Il suono

Il suono è curatissimo, qualcosa di straordinario con gli effetti della pioggia battente, lo scafo che si scricchiola, lo schiocco delle vele e la tempesta improvvisa con il cambio dei venti. Lo spettatore viene catapultato in mare quasi in un sogno improvviso. Il regista Cristopher Nolan con questo film intende raccontare un’epoca in cui gli uomini sono incapaci di dominare la natura,  e riprende un grande e profondo messaggio di Omero.

La scena delle sirene e Polifemo

Splendida la scena delle sirene che stregano i naviganti, poco convincente il gigante Polifemo che è rappresentato come un vecchio pastore abbruttito. Più di un critico ha accostato Polifemo a un film giapponese sulla sia di Godzilla, con creature enormi e distruttive. Manca nel film la classica frase a cui siamo tutti abituati:  “Come ti chiami chiede Polifemo ad Ulisse ed egli risponde Nessuno!”

Il ritorno a casa di Ulisse

Alla fine nel racconto di tutti i racconti, Nolan non è riuscito a cogliere la poesia e gli spunti colti da Omero. Secondo il giornalista Corrado Augias nella lacerata coscienza di Ulisse c’è un cruccio, lo scrupolo, il pentimento di avere distrutto la civiltà troiana, una grande civiltà, se pensiamo che Virgilio fa discendere Roma dalla civiltà di Enea.  Il ritorno a casa di Ulisse, dopo lo sfiancante assedio di Troia, non è dei più facili, tra sirene, Polifemo e Circe…

Il successo di Nolan

Prodigioso figlio del cinema british (non solo regista ma anche attore,  produttore esecutivo, scrittore, sceneggiatore, fotografo, montatore), Nolan ha cavalcato gli ultimi 26 anni con una serie di successi planetari (Memento, The Prestige, Batman Begins, Il Cavaliere oscuro – il ritorno, Inception, Interstellar, Oppenheimer), legando il suo stile ad una personalissima gestione del tempo e dell’inquadratura.

La legge degli dei

Odissea si rivela uno specchio brutale e consolatorio dei nostri tempi, ricordandoci che nessuno torna mai davvero uguale dai propri viaggi. In Odissea è molto presente il tema della colpa, in questo modo Nolan reinterpreta il mito di Omero. Per Nolan la legge degli dei è infranta dal Cavallo. Il regista con quest’opera cinematografica ci regala un pezzo della nostra epoca.

Gli achei (i greci) dell’Iliade, dell’Odissea, tutta la civiltà greca si basava su ospitalità, viaggio, nostoi (ritorno a casa), struggente nostalgia su lunghe navi con giorni e giorni di navigazione…

Il film è  stato definito un’opera tragica e necessaria: l’Odissea è il film del nostro tempo!

Ecco una delle domande che ci pone il regista:

“Come sono diventati gli uomini del nostro tempo, cosa stanno cercando… Le cose perdute non ritornano, è un messaggio contro le guerre che stanno distruggendo la nostra civiltà. Occorre la pace  è urgente e necessaria”… Tre ore di cinema, di sangue e polvere  che fanno riflettere e sognare lo spettatore. Noi che viviamo immersi nelle grandi tecnologie iperconnesi giorno e notte  abbiamo perduto l’umanità, ci siamo abituati alle guerre e alla morte di bambini innocenti…  

Nolan modernizza Omero è lo rinterpreta?

Alcune variazioni narrative sorprendono e funzionano, altre ribaltano aspettative consolidate. Il film è stato girato in Islanda, in Grecia, in Marocco e in Scozia. I luoghi che hanno stregato il pubblico di ogni parte del mondo sono Favignana, Lipari, e le isole Eolie. Il film è così immenso che lo voglio rivedere  un’altra volta, allo Science Museum Imax  Theatre di Waterloo. Solo qui potrò provare l’emozione del fim visto con la tecnologia  IMAX 70 mm…

Odissey, USA – Grand Bretagna; 2026 (Con: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya (172’)

Giuseppe Maurizio Piscopo

   

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Cinema

La tragedia di Lampedusa; rip Cristiano Giamporcaro

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Lampedusa, muore sub falciato dalle eliche di un gommone con a bordo due turisti milanesi

Tornava ogni anno a Lampedusa con le sue macchine da presa per un film costruito nel tempo. Ma ogni volta non rinunciava alle immersioni, com’è accaduto sabato pomeriggio nelle acque cristallite dell’isola, fra Punta Sottile e Cala Francese, a poche decine di metri dalla riva, dove un gommone nelle mani di due turisti milanesi lo ha falciato uccidendolo sotto gli occhi della fidanzata. Finisce così la vita di un regista di 29 anni, Cristiano Giamporcaro, esperto con gli obiettivi anche sott’acqua, ligio alle regole, il pallone dei sub bene in evidenza, come ha ripetuto la sua ragazza che aveva nuotato con lui fino a pochi minuti prima della tragedia. Stanca, appena sulla spiaggia, ha intravisto l’arrivo del gommone a tutta velocità. A bordo un uomo e una donna, due turisti sessantenni da anni con casa a Lampedusa, proprietari del mezzo, adesso distrutti anche loro dal dolore, pentiti di quella che viene considerata da tanti una bravata. 

Come dubita l’assessore alla Salute, Aldo di Piazza, medico del Poliambulatorio: «È certo che le misure di sicurezza impongono di procedere a passo d’uomo sotto i 200 metri dalla riva, senza sfrecciare planando…». L’isola che ha vissuto tante tragedie del mare legate all’emigrazione e all’assalto dei disperati su barconi fatiscenti piange adesso un ragazzo che va via con i suoi sogni, lasciando nella disperazione la madre, Marina Castiglione, professoressa all’università di Palermo, linguista e filologa con radici e affetti a Caltanissetta. Partita appena avvertita con il marito Ruben Giamporcaro per abbracciare il figlio frattanto trasferito all’obitorio di Porto Empedocle. Il corpo sabato è stato recuperato dalla Capitaneria di porto, mentre i carabinieri hanno sequestrato il gommone intimando alla coppia di non lasciare l’isola.  Le indagini in corso per omicidio nautico, coordinate dalla Procura di Agrigento, dovranno chiarire se il filmaker è morto sul colpo, anche se si ventila l’ipotesi che l’elica del gommone gli abbia tranciato un braccio con un disastroso dissanguamento. Ma questo dovrà chiarirlo l’autopsia. Addolorato anche il sindaco Filippo Mannino che raccomanda cautela ai turisti presenti sull’isola: «Occorre prestare massima prudenza, sia in mare che sulla terraferma. Le vacanze devono essere fatte all’insegna della sicurezza, solo così ci si può divertire e rilassare». 

Si aumentano adesso i controlli delle motovedette in una domenica intristita dalla notizia, mentre la fidanzata e i genitori della vittima seguono il corpo anche loro verso Porto Empedocle. Increduli, ripensando alla festa di pochi giorni fa. Un modo per brindare ai 60 anni della professoressa, che in passato è stata vicesindaco di Caltanissetta e che per l’occasione ha donato ad amici e parenti un libretto sui suoi «dodici lustri» dedicata anche allo studio dello zolfo. Un verso riemerge dagli scatti e dai filmati che anche Cristiano inquadrava: «C’è qualcosa che ci avvolge e ci stritola dentro i nostri sogni». Un’amara osservazione che inquieta anche gli amici della Strada degli Scrittori, l’associazione con cui la professoressa collabora da tanti anni e con cui Cristiano ha realizzato un video sulla casa di Andrea Camilleri a Serradifalco, il paesino dove nel 1943 era sfollato con la famiglia.
 
Flash richiamati anche da Ivan Scinardo, direttore della sede siciliana del Centro sperimentale di cinematografia dove Cristiano si era diplomato nel 2022: «Era tanto bravo che un mese fa lo avevano richiamato per seguire i nuovi allievi come tutor». Una bravura indiscussa soprattutto per il saggio del diploma, il documentario dal titolo pasoliniano «La ricomparsa delle lucciole». Presentato al «Festival dei Popoli 2023» e successivamente inserito fuori concorso al «Sole Luna Doc Film Festival 2024». Un racconto sul paesaggio dell’entroterra siciliano attraverso lo sguardo di un bambino di dieci anni e di un anziano pastore intrecciando memoria, territorio e vita quotidiana. Un po’ seguendo le tracce materne nelle ricerche sulla lingua e sul dialetto. Impegno e sogni stritolati in acque cristalline di botto colorate di rosso. 

(Fonte: Corriere della Sera. Articolo di Felice Cavallaro)

Guarda il servizio della TGR Sicilia a cura di Ernesto Oliva

 

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