Cinema
Pietro Germi, un regista alla siciliana
Chi lo ha conosciuto, lo descrive come un uomo schivo e scontroso il genovese Pietro Germi, di cui il 5 dicembre di quest’anno ricorre il cinquantennale della sua scomparsa. Ma Germi aveva anche un carattere umorale e passionale, e tali suoi tratti caratteristici lo facevano sentire vicino alla gente del sud, le cui contraddizioni, i difetti, i pregiudizi, ma anche le loro qualità innate, è riuscito mettere in scena magistralmente, in tante pellicole.
Si narra che Dino Risi, uno dei padri della commedia all’italiana, avesse coniato un epiteto per ciascuno dei suoi illustri colleghi che riassumevano alcune loro peculiarità artistiche, da Visconti a Fellini ad Antonioni, nessuno si sottraeva a tali giochi di parole, tutti tranne uno e cioè Pietro Germi, che Risi definiva semplicemente un grande regista, a dimostrazione dell’ammirazione e della stima che l’autore de Il Sorpasso aveva per le qualità registiche del maestro genovese, giudizio che lo stesso condivideva con Federico Fellini, come ricorda il figlio Marco Risi in una recente pubblicazione dal titolo “Forte respiro rapido”.
In particolare, Germi da direttore di attori, nell’arco di ventisei anni di carriera, ha filmato diciannove film, di cui cinque in Sicilia, mettendo in scena, con un cinema di qualità, fieramente popolare, storie che ne ritraevano il contesto storico, sociale ed antropologico dell’epoca, più un altro girato nel sud Italia, dal titolo Il brigante di Tacca del Lupo (1952), uno dei film più riusciti su un altro fenomeno che ha riguardato ed afflitto il Sud Italia ancora rurale, vale a dire il brigantaggio e la questione meridionale.
In ordine rigorosamente cronologico, il primo film siciliano che viene in mente, è certamente In nome della legge, girato nel 1949, che si può considerare l’antesignano dei mafia movie italiani. Ed infatti, l’incontro tra il cinema italiano e la mafia lo si deve proprio a Pietro Germi, che con la citata pellicola ha saputo comprendere e restituire in immagini il controverso habitat isolano. Il film, tratto dal romanzo Piccola Pretura di Giuseppe Guido Lo Schiavo e sceneggiato dal regista con Federico Fellini e Mario Monicelli, adatta le trame neorealiste imperanti in quel periodo alla forma ed agli umori del western di scuola fordiana, del quale il regista era un cultore, il cui registro espressivo risulta congeniale, nella prospettiva di Germi, alla particolare “Frontiera” italiana rappresentata dalla Sicilia ed in particolare calato nel territorio di Sciacca, dove il film fu girato.
Qualche anno dopo aver girato la pellicola tratta dal romanzo Piccola Pretura di Lo Schiavo, Germi torna a posizionare la mdp nelle location siciliane (Belmonte Mezzagno) per dirigere il meno riuscito Gelosia (1953), anche questa una trasposizione cinematografica da un romanzo, Il marchese di Roccaverdina di Luigi Capuana, eccessivo e cupo melodramma che narra, con toni (troppo) enfatici, dell’ossessione amorosa di un nobile siciliano verso una contadina, che lo porta ad ucciderle il marito. Per certi versi, allora, rispetto a questo film, il successivo Divorzio all’italiana (1961) costituisce una sorta di nemesi, sia per la cifra stilistica adottata (i toni da commedia in luogo di quelli drammatici), sia con riguardo agli snodi narrativi, poiché in quest’ultima pellicola il delitto d’onore del barone Cefalù è motivato da una gelosia solo di facciata, che nasconde altre mire poco nobili.
Altro film da inserire in questa immersione cinefila nei contesti siciliani dell’opera di Germi, anch’esso ampiamente debitore del cinema fordiano, è Il cammino della speranza (1950), scritto e sceneggiato insieme ad un giovane Federico Fellini, che racconta di personaggi che per riscattare la loro condizione di precarietà economica e lavorativa, si affidano a loschi individui, i quali organizzano un viaggio clandestino, dietro un compenso in denaro, che gli permetterà, dopo tante peripezie, di raggiungere l’agognata meta, al di fuori dei confini del loro Paese, che possa consentirgli di vivere meglio.
Così ridotto all’osso il plot della pellicola, a chi non conosce la filmografia dell’autore genovese, o è troppo giovane per avere sentito parlare del film di cui trattiamo, tale descrizione potrebbe ricordare la sinossi di una recente pellicola pluripremiata di Matteo Garrone, dal titolo Io Capitano (2023), che narra anch’essa di un cammino della speranza da parte di due ragazzi dell’Africa subsahariana (Senegal) che insieme ad altri disperati, dopo un viaggio pieno di insidie e costellato di tragedie, raggiungono l’Italia, dove sperano di avere una vita migliore.
Ed è anche per questo che l’opera di Germi ci appare quanto mai attuale, nel narrare di un’epoca in cui gli emigrati eravamo noi, e ciò attraverso l’odissea di un gruppo di solfatari della provincia di Agrigento (Favara), che partendo da questa località, dove il regista ambienta le prime scene, attraversano il nostro Paese e dopo un viaggio illegale, irto di difficoltà di ogni genere, riescono finalmente a raggiungere la Francia, con il miraggio di potere riscattare la loro condizione di precarietà e assoluta indigenza.
Come le altre due pellicole citate, anche questo lavoro del maestro genovese è intriso di un lirismo melodrammatico, che edulcorano le istanze neorealiste allora imperanti, prediligendo una narrazione spettacolare, alle volte ridondante, come era nelle corde del suo cinema di quel periodo.
Negli anni ha seguire, Germi ritornerà ancora ad occuparsi di tematiche siciliane, ma con storie e registri diversi, con altri due film che sono Divorzio all’italiana (1961) e Sedotta e abbandonata (1964), il primo ambientato nel comune immaginario di Agromonte, in realtà girato ad Ispica, il secondo che adotta le location di Sciacca (oltre ai borghi di Caltabellotta, Santa Margherita del Belice e Siculiana), quali ideali sfondi per la storia. Le due pellicole, pur non parlando espressamente di mafia, hanno contribuito a lumeggiare il contesto socio-antropologico in cui essa si è sviluppato, attraverso dei plot che diventano specchio di alcuni fenomeni fra i più retrivi della nostra storia giuridica e di costume, rappresentati con toni ironici e grotteschi che è la cifra stilistica che ha contraddistinto i suoi ultimi lavori, e cioè il delitto d’onore, l’indissolubilità del vincolo matrimoniale in ambito civile, oltre alla scriminate del matrimonio riparatore in seguito alla fuitina.
In definitiva, Pietro Germi è stato un cineasta sempre a passo con i tempi, che ha saputo continuamente evolversi ed adattarsi ai mutamenti sociali e culturali del nostro Paese, modificando il suo modo di sentire e mettere le storie in immagini. Lo stesso, poi, ha individuato nel territorio del sud Italia l’habitat ideale per articolare parte delle sue visioni cinefile, dedicandogli un quarto della sua produzione da regista e occupandosi di alcune delle questioni all’epoca più delicate del meridione.
Tuttavia, di un pezzo di Sicilia il regista ligure non ha mai fatto a meno fin dal 1949, l’anno di In nome della legge. Nel cast del primo film di mafia italiano, infatti, compare anche il catanese Saro Urzì, allora già volto abbastanza noto al cinema, abile caratterista in ruoli di siciliano. L’interpretazione del maresciallo Grifò, nella pellicola di Germi, gli valse il primo nastro d’argento della sua carriera, ma principalmente sancì un intenso legame artistico e umano, fra l’attore siciliano ed il regista genovese, che durò fino all’ultima pellicola girata da Germi (Alfredo, Alfredo 1972). L’attore catanese, fu presenza fissa in quasi tutte le pellicole del regista, anche in quelle non ambientate in Sicilia (ad eccezione di Divorzio all’italiana, di cui però Urzì ne interpreterà una parodia, dal titolo Divorzio alla siciliana – 1963 – di Enzo Di Gianni), e fra queste il ruolo più importante della sua carriera è quello del pater familias Don Vincenzo Ascalone, ricoperto in Sedotta e abbandonata, con il quale vinse un altro nastro d’argento ed il premio quale migliore attore al festival di Cannes. L’interprete etneo, dopo l’incontro con Germi, continuò a lavorare con tanti altri registi, alcuni anche di talento e non solo italiani (ebbe anche un ruolo in Il padrino, di Francis Ford Coppola), ma mai nessuno, come il cineasta genovese seppe valorizzarne le doti attoriali, come noto a tutti ed in primis allo stesso Saro Urzì che lo ha sempre riconosciuto e dichiarato
Carmelo Franco
Fonte: https://nocturno.it/pietro-germi-un-regista-alla-siciliana-2/
Cinema
Cinema, il bilancio dei primi 6 mesi
Il primo semestre del 2026 ha dimostrato che il cinema in sala è vivo, ma il pubblico non concede più fiducia preventiva: ogni film deve conquistarsela.
Il primo semestre del 2026 è stato, per il cinema, un periodo di crescita e consolidamento, caratterizzato da dinamismo e varietà. Da gennaio a oggi sono emersi segnali importanti sulla direzione che sta prendendo l’industria cinematografica, soprattutto in Europa. Dopo anni complessi si iniziano finalmente a registrare dati incoraggianti rispetto al recente passato, accompagnati da un progressivo ritorno del pubblico nelle sale. Il vero tema di questi primi sei mesi, però, è un altro: la crescente selettività degli spettatori.
Il pubblico
sembra aver cambiato atteggiamento, scegliendo con maggiore attenzione cosa vedere e premiando soprattutto quei film che possiedono una forte identità autoriale e un concept capace di incuriosire. Questo semestre è stato segnato da diversi titoli che hanno monopolizzato il dibattito per settimane e catalizzato l’interesse degli spettatori. Tra i film più popolari e discussi spicca sicuramente Project Hail Mary di Phil Lord e Christopher Miller, capace di rilanciare la fantascienza “high concept” e, allo stesso tempo, di mettere d’accordo critica e pubblico, diventando uno dei fenomeni cinematografici della primavera. Il film ha riportato al centro una fantascienza costruita sul racconto e sui personaggi, dimostrando che gli effetti speciali, da soli, non bastano.
Michael
Tra i titoli che hanno attirato maggiormente l’attenzione c’è anche Michael, il biopic dedicato a Michael Jackson e diretto da Antoine Fuqua. Attesissimo già prima dell’uscita, il film ha continuato a far parlare di sé grazie agli straordinari risultati ottenuti al botteghino, affermandosi come uno dei grandi eventi cinematografici dell’anno e andando ben oltre il pubblico dei fan dell’artista.
Obsession
Infine, merita una menzione Obsession, probabilmente la sorpresa più significativa dell’intero semestre. Diretto dal giovanissimo Curry Barker, questo horror originale, realizzato con un budget estremamente contenuto, è riuscito in poco tempo a trasformarsi in un fenomeno mondiale. Il suo successo dimostra come il pubblico continui a premiare le idee originali quando vengono sviluppate con convinzione.
La grazia
Sul fronte italiano spicca senza dubbio La grazia di Paolo Sorrentino, vero film-evento del semestre. Il regista ha nuovamente catalizzato l’attenzione della critica, alimentando un acceso confronto sul suo stile e sul significato dell’opera. Il film si è imposto come uno dei principali riferimenti del cinema italiano di questi primi sei mesi.
Cena di classe
Tra i titoli italiani che hanno trovato forza soprattutto grazie al passaparola va ricordato anche Cena di classe, diretto da Francesco Mandelli. I temi affrontati e il modo in cui racconta una generazione hanno contribuito a mantenerlo al centro del dibattito per diverse settimane. Infine, Le cose non dette di Gabriele Muccino ha attirato fin da subito l’attenzione per il suo sguardo sulle dinamiche familiari ed emotive, suscitando reazioni contrastanti tra critica e pubblico.
Nel complesso, da questo primo semestre emergono due tendenze piuttosto evidenti. La prima riguarda la rinnovata attenzione verso film capaci di distinguersi per identità e originalità, indipendentemente dal genere. Che si tratti di opere d’autore, horror, drammi o fantascienza, i titoli che hanno lasciato il segno sono quelli che hanno saputo offrire qualcosa di riconoscibile e personale. La seconda riguarda il ruolo dei festival, che continuano a orientare il dibattito culturale, mentre è il pubblico a decretare il vero successo commerciale di un film. Critica e botteghino sembrano dialogare più di quanto accadesse negli ultimi anni, pur continuando a seguire logiche non sempre coincidenti.
Cosa aspettarsi?
Cosa aspettarsi dal prossimo semestre? Molto dipenderà dalla capacità dell’industria di dare continuità ai segnali positivi emersi in questi primi sei mesi. La sfida non riguarda soltanto gli incassi, ma anche la capacità del cinema di continuare a sorprendere il pubblico. Se il primo semestre ha insegnato qualcosa, è che oggi gli spettatori premiano sempre di più la qualità percepita, l’originalità e il valore dell’esperienza in sala. Chi saprà intercettare queste aspettative avrà maggiori possibilità di trasformare un’uscita in un vero evento, indipendentemente dal budget o dalla forza del marchio. Ed è probabilmente questa la chiave di lettura più interessante, anche in vista della seconda metà del 2026.
Andrea Arnone
Cinema
“Avemmaria”
“Avemmaria” è il film d’esordio alla regia dell’attore napoletano Fortunato Cerlino. Uscito nei cinema italiani il 25 giugno, è tratto dal suo romanzo autobiografico Se vuoi vivere felice. Il film racconta con sguardo intimo e poetico la Napoli degli anni ’80 vista attraverso gli occhi di un bambino.
La storia
Felice vive in due stanze buie col padre Raffaele, che ha appena perso il lavoro, sua madre Antonietta, con pochi anni, troppi figli e un lutto da elaborare, nonna Filomena, una donna perennemente vestita di nero e soffocata dal rancore, tre fratelli e un quinto in arrivo. A Pianura, come in tutte le province del mondo, soprattutto quando sei povero, essere bambini o sognatori è uno stigma. Da quelle parti, “Chi è nato tondo nun pò murí quadrato”. Con queste premesse un ragazzino dell’età di Felice ha due destini possibili: essere sopraffatto dalle logiche della miseria e la violenza o avere fede nei suoi sogni
. Come afferma lo stesso regista: «Esiste un’uscita dall’inferno, ma quella porta la si può vedere solo ad occhi chiusi». Realistico e poetico, lontano da Gomorra, il film ci dice che il passato può essere illuminato e che il destino non è mai già scritto.
Nel 2018 scrive “Se vuoi vivere felice”, il suo primo romanzo edito da Einaudi
Cinema
Il regista Edoardo De Angelis si racconta
Ha tenuto una masterclass al Baaria film festival era uno degli ospiti più attesi, il regista Edoardo de Angelis, nel decennale della sua uscita, ha presentato a Villa Cattolica il suo film Indivisibili. Gli organizzatori del BAAFF hanno celebrato così, insieme al regista, uno dei film più significativi e premiati del cinema italiano contemporaneo, un’opera che conserva intatta la sua forza narrativa e la sua capacità di interrogare il pubblico sui temi dell’identità, dell’appartenenza e della libertà. Nell’intervista si parla anche del film Comandante con Pierfrancesco Favino che ha aperto in prima mondiale il festival di Venezia 2023
Guarda l’intervista
-
Arianna Scinardo6 anni agoIl cocker tanto famoso quanto intelligente
-
In Evidenza6 anni agoBiagio Conte: “Non vince il virus, Dio è più forte”
-
In Evidenza6 anni agoSicilia: zero decessi e zero pazienti in terapia intensiva
-
Cinema8 anni agoCinema e Massoneria un binomio misterioso e sorprendente
-
Cocker10 anni agoIl cocker è fra i cani più oziosi del mondo
-
Editoriali18 anni agoL’invidia è la vendetta dell’incapace
-
Cultura10 anni agoLe stanze ferite: diario di viaggio nella Real Casa dei matti
-
Arianna Scinardo11 anni agoIrish setter, cocker spaniel e cavalier king: “I cani rossi adottati prima degli altri”
