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Cinema

Gli incontri del secolo in celluloide

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Nel linguaggio sportivo una delle definizioni più usate (ed abusate) da commentatori, giornalisti e addetti ai lavori è Incontro del secolo, riferita ad un match che si ritiene talmente importante da meritare imperitura memoria.

Tuttavia, trovare dei validi criteri per determinare la predominanza di un incontro, di una partita o di una gara sportiva rispetto ad altre in cento anni di storia non sempre è facile e peraltro questa definizione risente sovente della prospettiva faziosa della nazione vincitrice che ne rivendica il primato ed alle volte non ci trova tutti concordi.
Nondimeno, un parametro attendibile possiamo individuarlo noi, che cinefili siamo, e cioè rintracciare quei film che hanno raccontato alcuni eventi agonistici disputati nel secolo scorso, entrati a far parte della nostra memoria collettiva ed ai quali registi e sceneggiatori hanno attribuito particolare valore mitopoietico, non solo per l’effettiva importanza e spettacolarità dell’incontro, ma pure e principalmente per il portato di vicende umane, implicazioni storiche e componenti sociali ad esso connesse. Confidando, allora, nel valore storico della settima arte, di seguito passeremo in rassegna quegli incontri dello scorso secolo, negli sport più diffusi, che hanno appassionato il pubblico negli impianti sportivi dove si sono disputati e poi emozionato gli spettatori sul grande schermo.

Vogliamo iniziare questo percorso con il pugilato, dove un ruolo fondamentale lo ha sempre giocato la componente umana dei loro due protagonisti che salgono sul ring. Ed è questo che lo rende probabilmente lo sport più cinematografico, insieme all’ambito ristretto nel quale si incontrano i pugili, in cui il gesto agonistico, a differenze di altre discipline, viene simulato dagli attori in scena, come avviene in ogni pellicola di azione che si rispetti, in cui una delle componenti ricorrenti sono le scazzottate.

Di incontri del secolo nella boxe ve ne sono stati talmente tanti, che è difficile tenerne il conto, tuttavia fra questi ve n’è uno particolarmente iconico che è stato pure celebrato al cinema con delle opere di finzione, oltre che da un premiato documentario. Ed in effetti il match di cui parliamo si ricorda più degli altri, non solo per la spettacolarità dell’incontro, ma anche per le implicazioni non solo sportive che esso ha avuto. Siamo nell’anno 1974 e nella massima categoria di questo sport, in quel decennio abbondavano campioni o aspiranti tali, come poche altre volte è avvenuto. Uno solo, però, quell’anno era il detentore fra i pesi massimi, era americano, aveva la pelle nera e si chiamava George Foreman, il quale aveva conquistato il titolo nel 1973, detronizzando Joe Frazier, altro eccezionale peso massimo dalla pelle nera. Lo stesso Frazier era stato protagonista, poi, di tre mitici match con Muhammad Alì anch’essi definiti incontri del secolo, specie il primo, noto come Fight of the Century ossia la battaglia del secolo, disputatosi al Madison Square Garden di New York l’8 marzo 1971, che vide vincitore ai punti Frazier, mentre nei successivi due, a trionfare fu Alì. Nel percorso per arrivare in vetta, Foreman aveva schiantato ogni avversario che aveva incontrato, quasi tutti battuti prima del limite. Ma un’ombra si addensava sul curriculum del pugile nato nello stato del Texas per essere considerato campione assoluto. Qualche anno prima della sua conquista della cintura mondiale, Muhammad Alì il pugile più famoso e amato, era stato privato della corona mondiale che aveva conseguito sul ring da imbattuto, in seguito alla condanna a 5 anni di carcere subita nel 1967, combinatagli per renitenza alla leva che aveva diviso l’opinione pubblica statunitense e indotto le autorità sportive a ritirargli la licenza, costringendolo ad un riposo forzato da ogni competizione. Alla fine l’incontro fra questi due pesi massimi si fece, come era inevitabile che accadesse, si disputò a Kinshasa nell’ex Zaire, oggi repubblica del Congo e venne definito ca sans va dire l’incontro del secolo. Tutte le televisioni del mondo furono collegate sull’evento che si tenne il 30 ottobre 1974. Muhammad Alì aveva già compiuto trentadue anni e nel frattempo era stato assolto da un Tribunale nel 1970, era tornato alle competizioni conseguendo tante vittorie ma anche due sconfitte, e si era guadagnato il diritto di sfidare il detentore mondiale della corona dei pesi massimi, che di anni ne aveva venticinque. I due pugili caratterialmente erano quanto di più diverso potesse esserci: Alì era esuberante, istrionico e rubava la scena ogni volta che appariva in pubblico, inoltre si batteva per i diritti civili dei neri e ciò lo aveva reso ancora più popolare, mentre Foreman era taciturno, riservato ma sicuro di se e all’apparenza indifferente a qualsiasi causa sociale, sul ring, però, picchiava duro e peraltro aveva distrutto Frazier che era riuscito a mandare a tappeto Alì, nel loro primo incontro disputatosi qualche anno prima. Tuttavia, nell’incontro di Kinshasa, noto come the rumble in the jungle ossia la rissa nella giungla, al grido incessante di Alì boma ye (Alì uccidilo) proveniente dal nutrito pubblico presente sugli spalti, Muhammad Alì, dopo avere resistito all’esuberanza del rivale che lo aggredì fin da subito, all’ottavo round riuscì a mandare al tappeto un avversario ormai stremato, nonostante nessuno lo credeva possibile, consegnandolo definitivamente al mito ed alla storia di questo sport. Foreman dopo questa inaspettata sconfitta, per lui e per la maggioranza dei commentatori, entrò in una profonda crisi mistica ed esistenziale, si ritirò dalle competizioni all’età di 28 anni dedicandosi alla religione, per poi tornare a combattere molti anni dopo, riconquistando la corona mondiale all’età di 45 anni contro Michael Moorer, ed in seguito si legò ad Alì, il pugile che aveva cambiato la sua vita, ricordandolo dopo la sua morte come “il migliore di tutti i tempi”.        

Rassegna dei film che hanno  celebrato le partite più iconiche 

Questi avvenimenti sono stati efficacemente raccontati sul grande schermo da due registi, dalla prospettiva di ognuno dei rispettivi pugili.  Il primo è stato Michael Mann con la pellicola Alì (2001), contribuendo diversi lustri dopo a volgere a favore dell’incontro del 1974 la disputa su quale fosse il match più iconico del ventesimo secolo. Il regista di Chicago è autore di tanti apprezzati film nei quali ha dimostrato la sua capacità nel sapere filmare scene di azione, ed anche qui se l’è cavata bene, sia dentro che fuori dal ring. Affidandosi alla recitazione di Will Smith nel ruolo di Alì, l’opera traccia la parabola umana e sportiva del suo protagonista, seguendolo fin dall’incontro nel quale vinse per la prima volta la corona mondiale e narrando gli avvenimenti successivi più importanti, come tappe di avvicinamento al momento più importante e cinematografico della vicenda umana e sportiva di Alì messa in immagini, cioè l’incontro del secolo disputato a Kinshasa. Mann ci consegna, quindi, un prodotto solido, con il quale ha saputo dosare sapientemente le svolte drammatiche della storia del pugile, con i momenti spettacolari svoltisi sul ring resi con sufficiente realismo. Tuttavia, l’opera di Michael Mann non può essere annoverata fra le pellicole più riuscite sul pugilato, né rappresenta il film migliore del regista di Chicago. In tempi più recenti è stata la volta di George Foreman diventare protagonista di un più convenzionale biopic sulla sua vita, nel film George Foreman – Cuore da leone (2023) diretto dal regista di colore George Tillman Jr., il cui film migliore rimane Men of Honor -L’onore degli uomini (2000). In questo adattamento, la storia di Foreman, interpretato da Khris Davis, viene ripercorsa fin dall’infanzia, attraverso i primi successi sul ring che lo porteranno alla corona mondiale, con particolare spazio dedicato all’incontro del secolo in cui trova sulla sua strada il pugile di Lousiville che gli cambierà la vita, ed infine con la sua seconda e vittoriosa carriera sul ring. Sull’evento di Kinshasa, infine, anche il regista Leon Guest ha girato un apprezzato documentario dal titolo Quando eravamo re (1996), premiato con l’Oscar l’anno successivo, che nasceva per filmare il concerto di musica soul precedente l’incontro, ma che si è trasformato poi nel resoconto fedele sui due campioni protagonisti dell’incontro del secolo.

Restiamo agli anni settanta, per parlare ancora di un film che riguarda una competizione agonistica che si svolge sempre fra due soli avversari che cercano di prevalere l’uno sull’altro, ma in questo caso la sfida non è fisica, ma solo mentale. Stiamo parlando dello sport della mente, ossia gli scacchi, gioco da tutti conosciuto, ma non ugualmente praticato. E’ questa la ragione per cui realizzare pellicole incentrate sugli scacchi pone i loro autori di fronte alla difficoltà di rendere cinematograficamente spettacolare un gioco, le cui dinamiche complesse possono essere comprese solo da chi le conosce e padroneggia. Come è noto agli appassionati di questa disciplina, tante sono state le partite disputate da maestri della scacchiera che sono entrate alla storia, specie quando a contendersi la vittoria sono stati due giocatori che rappresentavano le rispettive Nazioni, ancor di più se si trattava di una gara della coppa del mondo ed a giocarla erano un campione sovietico e uno statunitense. La scuola sovietica in quegli anni dominava la scena mondiale, mentre gli Stati Uniti non avevano mai avuto rappresentanti che potessero competere con loro, almeno fino a quando un giovane di origini ebree che era cresciuto a Brooklyn non si fece conoscere per l’innato talento che possedeva, che si chiamava Robert James Fischer, detto Bobby, il quale bruciò le tappe per arrivare in cima al mondo, che raggiunse nell’epica sfida con il campione sovietico Boris Spasskij fino ad allora imbattuto che si disputò a Reykjavik in Islanda. Siamo nell’anno 1972, in piena guerra fredda, e per la prima volta nella storia uno statunitense giocò per il titolo di campione del mondo. Bobby Fischer vinse la sfida disputatasi il 30 ottobre 1972, nell’epico incontro di cui parliamo, che i media non solo americani definirono Incontro del secolo.

A tramandare per immagini questa storia ci penserà, diversi anni dopo, il regista Edward Zwick, avvalendosi della efficace sceneggiatura di Steven Knight, con la pellicola La grande partita (2014). Ad impersonare il maestro americano troviamo l’ex Spiderman Tobey Maguire che riesce a restituirci la personalità di un campione geniale e disturbato, fin dalle prime scene che ci proiettano ai giorni della sfida, quando alla seconda partita Fischer non si presentò. Inizia a quel punto un lungo flashback che segue lo scacchista fin da quando era bambino, nella tormentata parabola che lo porterà a sfidare nel 1972 il campione in carica. Edward Zwick non trascura neanche l’antagonista sovietico, a cui dedica maggiore spazio solo quando la grande partita volge al termine, grazie alla buona interpretazione di Liev Schreiber che del russo fornisce una versione meno problematica del suo sfidante, ma con altrettante luci e ombre. Il resto del cast appare all’altezza nel farci rivivere il clima di tensione fra le due grandi potenze che si respirava in quegli anni durante la presidenza Nixon, che culminerà con quella che per le due Nazioni ha rappresentato molto più di una partita, che il regista ricostruisce con il giusto phatos, non a caso definita la partita del secolo. Fra le pieghe di questa avvincente storia di rivalità sportiva, che coinvolgeva anche delicati intrecci di geopolitica, vi è un risvolto imprevedibile, che il film di Zwick ci fa solo intuire, e cioè il legame di stima reciproca, che diverrà una sincera amicizia, fra il campione russo e quello americano. A documentare tele rapporto esiste un’accorata lettera che nel 2004 Boris Spasskij inviò all’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush, a sostegno dell’amico rivale Fischer, che si trovava ristretto a Tokyo su ordine delle autorità nipponiche in seguito ad una storia di passaporti, ma che originava dalla scelta di Fischer di giocare e vincere la seconda sfida dopo Reykjavik, disputata con Spasskij nel 1992 a Budua nell’ex Jugoslavia, Paese che era stata messo sotto embargo dall’Onu, ma questa è un’altra storia. Altra pellicola di produzione a stelle e strisce che ci parla dell’impresa del campione americano, sia pure in filigrana, è In cerca di Bobby Fischer (1993) diretto dallo sceneggiatore premio Oscar Steven Zaillian, autore anche di due sole due pellicole come regista. Con l’opera citata, Zaillian traspone al cinema il romanzo omonimo sulla vita di un altro talentuoso scacchista statunitense di nome Joshua Waitzikin, scritto dal padre Fred, di cui ripercorre l’infanzia di genio precoce degli scacchi, con sullo sfondo la figura di Fischer, che viene spesso evocata, mentre sullo schermo scorrono alcune immagini di repertorio commentate dalla voce off dello stesso piccolo protagonista il quale, come tutti, invoca il ritorno sulle scene del campione di cui si erano perse le tracce dopo avere sconfitto il suo rivale, poi divenuto amico. 

Abbandoniamo per adesso gli sport individuali, ma non gli anni settanta, per parlare di basket, sport nel quale la definizione di partita del secolo non è usuale come in altre competizioni. In ogni caso, ritenere una partita più importante ed iconica rispetto alle altre dipende dalla molto spesso dalla prospettiva geografica. Nel nostro Paese, ad esempio, dove la pallacanestro è lo sport di squadra più diffuso dopo il calcio, una gara che è rimasta nell’immaginario collettivo di tutti noi è la prima finale europea, giocata e vinta dalla nostra nazionale da imbattuta nella competizione, il 4 giugno 1983 contro la Spagna, ricordata con l’epiteto l’oro di Nantes. Negli Stati Uniti, invece, in cui si disputa il campionato NBA, il più competitivo e seguito al mondo, dove tanti fuoriclasse americani si contendono la palma di migliori giocatori di sempre, vi sono state diverse gare che hanno fatto la storia di questo sport. Tuttavia, nessuno di questi match ha ricevuto consacrazione cinematografica, quindi dobbiamo guardare altrove per individuare una partita che è stata omaggiata in celluloide, e ciò per una serie di fattori, non solo sportivi, tanto da potere essere considerata la partita del secolo scorso, ed ancora una volta immergerci nel clima teso che si viveva fa Stati Uniti e Unione Sovietica, nel periodo della guerra fredda.

Nello stesso anno in cui Fischer sconfiggeva in Islanda il campione sovietico Boris Spasskij detentore del titolo di campione del mondo, si tennero in Germania le XX Olimpiadi, edizione passata alla storia per l’attentato terroristico da parte del commando palestinese settembre nero ai danni degli atleti israeliani, conclusosi con una strage ed immortalato più volte al cinema (fra gli altri, da Steven Spielberg nel 2005 con il film Munich, che narra della vendetta attuato dal Governo israeliano per il massacro dei suoi atleti e più recentemente, nel 2025 con la pellicola September 5 – La diretta che cambiò la storia di Tim Fehlbaum, che si concentra sul lavoro di una troupe di giornalisti sportivi di un emittente statunitense che trasmise in diretta il tragico evento). Dal punto di vista sportivo, in quella edizione ogni competizione disputata fra un sovietico ed un americano si caricava di altri significati, che andavano oltre quelli sportivi. Le due grandi potenze allestirono, quindi, squadre competitive e inviarono atleti di ottimo livello sportivo e oltremodo motivati nel vincere le varie gare. Tuttavia, c’era un torneo che si disputava ai giochi olimpici dove vi era un solo favorito vale a dire la squadra di basket a stelle e strisce che aveva sempre trionfato ad ogni edizione disputata senza mai perdere una partita, da quando nel 1936 questo sport divenne olimpico, ma quell’anno le cose non andarono come tutti si aspettavano. La nazionale sovietica di pallacanestro da decenni primeggiava in Europa, dove aveva dominato tutte le edizioni dei campionati europei, ma ai giochi olimpici si era dovuta accontentare della medaglia d’argento, dietro gli Stati Uniti. La finale di quella edizioni dei giochi, che si disputò a Monaco di Baviera il 9 settembre 1972, vide ancora una volta le nazionali delle due superpotenze giungere all’atto conclusivo e la partita fu combattuta strenuamente dalle rispettive squadre. I sovietici nei primi tre quarti di partita avevano raggiunto un vantaggio considerevole, ma gli avversari riuscirono a rimontare ed a portarsi ad un solo punto di vantaggio e, quando mancavano tre secondi dalla fine della partita, mandarono un loro giocatore in lunetta con due tiri liberi a disposizione che gli avrebbero consentito il sorpasso e la vittoria, ma il suono della sirena pose fine alla partita e sancì la vittoria della nazionale sovietica fra le polemiche per una decisione arbitrale che lasciò tutti perplessi. La finale comunque non aveva tradito le aspettative, fu spettacolare ed emozionante come ci si aspettava, le due squadre diedero il massimo ed alla fine trionfò Davide contro Golia, con l’armata russa che segnava un altro punto a suo favore sui nemici occidentali. Insomma, vi erano tutti gli ingredienti per essere considerata la partita del secolo e neanche il cinema poteva rimanere indifferente a questo evento agonistico che travalicava i confini sportivi per le implicazioni politiche che si portava dietro. Ma ci penseranno i russi ovviamente a immortalare in celluloide questa indimenticabile pagina di sport e non solo, nel 2017 con il lungometraggio dal titolo evocativo Tre secondi per la vittoria, diretto da Anton Megerdicev, che celebra, con eccessiva enfasi patriottica, la loro vittoria storica sui rivali americani, i quali qualche settimana dopo si prenderanno la rivincita in un altro incontro del secolo, disputato in Islanda, con la scacchiera che sostituiva il campo di pallacanestro e, neanche a dirlo, da loro tramandato al cinema. 

Un altro sport di squadra molto seguito in tutto il mondo è il rugby, e per parlare della partita che ci appare più tematica dobbiamo spostarci di continente e fare un salto temporale in avanti di una trentina di anni. Il lungo periodo della guerra fredda lo avevamo lasciato alle spalle e in questa storia che non è solo sportiva, i protagonisti non sono più le due superpotenze, ma il Paese teatro degli eventi, cioè il Sudafrica, che all’epoca in cui si disputò il match di cui parleremo, stava attraversando una fase storica di particolari sconvolgimenti politici e sociali. Nel 1995 si disputò la terza edizione della coppa del mondo di rugby e la competizione fu assegnata al Sudafrica, la cui nazionale aveva disertato le precedenti due edizioni. Le ragioni delle precedenti esclusioni erano legata a fattori storici e politici: dal 1948, infatti, chi governava il Paese aveva improntato ogni aspetto della società sui rigidi principi dell’apartheid, che nella lingua in uso alla casta predominante (Afrikaans) significava segregazione, quindi la popolazione di colore era esclusa da ogni settore della vita quotidiana, compresa quella sportiva, le cui competizioni ufficiali erano appannaggio degli abitanti europeidi, che detenevano ogni diritto e rappresentava la nazione a livello politico. Sul piano internazionale questa situazione di sistematica violazione dei diritti civili aveva creato un isolamento del Sudafrica, sia politico che sportivo, finché le cose cominciarono a cambiare nel 1991 con l’amnistia concessa a Nelson Mandela, da parte di Frederik de Klerk, il presidente riformatore, insieme a Mandela, poi insignito del premio Nobel per la pace nel 1993. E così, dopo 27 anni di carcere il leader dei diritti civili del movimento African National Congress, che di mestiere era Avvocato, poté riacquistare la libertà, per poi essere eletto a capo della Repubblica presidenziale nelle prime elezioni libere tenutesi nel 1994. Iniziò quindi un lento ma graduale processo di democratizzazione del Paese e, a livello sportivo, il Sudafrica fu riammessa nelle varie competizioni sportive. Infine, l’IRFB l’organismo internazionale del rugby, assegnò al Sudafrica, da poco governato da Mandela, l’organizzazione della coppa del mondo, e lui fece le cose in grande. Il primo presidente di colore del Paese africano era consapevole dei valori insiti nello sport e del messaggio che esso poteva veicolare all’esterno, in particolare il gioco del rugby, il più diffuso e popolare del Paese, che avrebbe potuto contribuire a riunificare i due strati sociali della popolazione, tutto questo a condizione che la sua nazionale avesse vinto la competizione iridata. E così fu, gli Springbok, come è definita la squadra nazionale, composta per la prima volta anche da giocatori di pelle nera e condotti da Francois Pieenar il loro capitano, dopo un percorso trionfale prevalsero pure nella finale che si disputò all’Ellis Park Stadium di Johannesburg il 24 giugno 1995, al termine dei supplementari, sui maestri neozelandesi degli All Black, in una partita tiratissima (non vi furono mete, ma solo calci piazzati). Il trionfo ebbe grande risalto internazionale, Mandela che seguì la finale dagli spalti indossando la maglia numero 6, quella del loro capitano, aveva vinto la sua scommessa, in un momento in cui il Sudafrica si avviava a lasciarsi definitivamente alle spalle finalmente l’oscuro passato di segregazione.

Una vicenda così ricca di significati che trascendono lo sport non poteva lasciare indifferenti scrittori e cineasti e, anche se la partita finale non fu spettacolare come altri match disputatisi in questa o in altre competizioni, per il valore storico e politico che ha rappresentato si è sicuramente meritata la palma di incontro del secolo scorso. Così la pensavano anche John Carlin che scrisse un romanzo dal titolo Ama il tuo nemico ispirato a questi eventi ed il regista Clint Eastwood che ne trasse un film nel 2009 dal titolo Invictus – l’invincibile. L’opera del maestro di San Francisco, in questo film solo dietro la mdp (ma suo figlio Scott recita nel ruolo di Joel Stransky, uno dei 15 giocatori sudafricani in campo il giorno della finale), si avvale di due star internazionali nei ruoli più iconici di questa storia, Morgan Freeman nella parte di Nelson Mandala e Matt Demon nel ruolo di Francois Pieenar e non tralascia nessuno degli avvenimenti più importanti che hanno condotto alla vittoria finale il Sudafrica, compresa l’amicizia realmente istauratasi fra il presidente di colore ed il giocatore più rappresentativo della nazionale, il quale apparteneva all’elitè dei bianchi, cresciuto con quei valori distorti su cui si fondava l’apartheid. Grande spazio, infine, viene dedicato alla partita finale, di cui scorrono sullo schermo immagini di gioco ricostruite efficacemente, grazie anche al contributo di giocatori di rugby professionisti, inseriti nel cast. Il film, tuttavia, non fu da tutti apprezzato per alcune parti troppo enfatiche e ridondanti che ne compongono la struttura, come raramente si riscontra nella filmografia di Eastwood. In definitiva, un’opera minore del regista statunitense autore di tanti capolavori, che ha però il merito di averci tramandato in celluloide una fondamentale pagina di storia, non solo sportiva, del XX secolo. Tuttavia, all’uomo simbolo dell’uguaglianza e dell’antirazzismo, diversi registi dedicheranno delle pellicole, con altri interpreti nella parte di Madiba (Il colore della libertà – Goodbye Bafana 2007 di Billy August, con Dennis Haybert nel ruolo del leader, Winnnie Mandela con la regia di Terence Howard e Jennifer Hudson, con lo stesso regista nel ruolo di Nelson e Mandela – La lunga strada verso la libertà 2013 diretto da Justin Chadwick e interpretato da Idris Alba che tratteggia ottimamente il suo protagonista), ma solo l’autore californiano metterà al centro della sua narrazione la partita del secolo. 

Fra gli sport individuali, il più seguito in tutto il mondo è il tennis, che tuttavia non vanta una grande tradizione al cinema. Le ragioni coincidono specularmente con quelle di cui si è detto riguardo alla boxe: se la finzione cinematografica consente agevolmente di trasporre in immagini due uomini che schivano e prendono pugni, il gesto agonistico del tennista che colpisce la pallina non può essere mistificato, se non attraverso tecniche di ripresa che si concentrano su primi piani dei giocatori all’atto di colpire o dopo l’impatto e su un montaggio alternato, a cui spesso si ricorre. Il tennis, poi, da sempre ha vissuto sulle rivalità di campioni che hanno primeggiato nel tempo, sia in campo maschile che femminile: da Evert e Navratilova a Borg e McEnroe, Edberg e Becker ed a Sampras e Agassi; più recentemente la rivalità a tre fra Federer, Nadal e Djokovic ed oggi quella fra il nostro Sinner e lo spagnolo Alcaraz, tutti campioni che hanno scandito le varie epoche regalandoci sfide intense ed epiche, disputate nei tanti tornei che compongono il fitto calendario di ogni stagione che si protrae un anno intero. Non è facile, quindi, individuare l’incontro del secolo scorso, in questo sport ed allora dobbiamo affidarci ancor di più al giudizio insindacabile della settima arte.

Fra le coppie di campioni citate, ve n’è solo una, le cui partite giocate fra i due rivali si è conclusa in perfetta parità ed è quella fra lo svedese Bjorn Borg e l’americano John McEnroe, in attività fra la metà degli anni settanta ed i primi anni ottanta, i quali nella loro carriera si sono incontrati quattordici volte, con sette partite a teste vinte sull’avversario. Epiche, poi, sono state le loro due sfide disputate a Wimbledon, tutte nell’atto conclusivo del torneo. Tuttavia, il campione svedese ha trionfato sull’erba londinese per cinque edizioni di fila, l’ultima volta nel 1980, mentre l’anno successivo sarà l’estroso mancino americano a vincere il suo primo trofeo nei campi in erba più prestigiosi in finale su Borg, determinando di fatto il ritiro precoce dall’attività agonistica dello svedese a soli 26 anni. Ed è proprio l’edizione del torneo più Wimbledon in cui a prevalere sul rivale di sempre è stato per l’ultima volta Bjorn Borg, al centro della riuscita pellicola diretta nel 2017 dal regista danese Janus Metz Pedersen, dal titolo Borg McEnroe. Il film si apre con i due giocatori che giungono a Londra per prepararsi al torneo, quindi inizia subito un lungo flashback che ci fa conoscere il percorso di crescita, agonistica e personale, dei due campioni, con una particolare attenzione sul tennista nato a Stoccolma, che è il vero protagonista di questo biopic sportivo, interpretato da Leo Borg, figlio di Bjorn, nella versione di giovane promessa. Ad impersonare i due tennisti ormai adulti troviamo, invece, Sverrir Gudnason, un attore svedese di origini islandesi che si cala alla perfezione nel ruolo di un campione taciturno ed introverso, che riusciva a mascherare le sue ansie ed i suoi tormenti che teneva dentro, mentre nella parte del fumantino giocatore statunitense vi è il più conosciuto Shia LeBeouf, che ci regala anche lui un ritratto abbastanza realistico del McEnroe in campo e fuori, famoso per le sue intemperanze e le sue bizze. Buona parte del film, poi, è dedicato al cammino dei due giocatori per giungere alla finale, con attori che impersonano i campioni di tennis dell’epoca, fino all’avvincente finale, che il regista riesce a riprodurre abbastanza efficacemente in immagini, non facendoci troppo rimpiangere la partita reale. Infine il film si conclude con i due rivali che vengono ripresi in aeroporto, mentre si promettono di rivedersi l’anno prossimo, in una scena che è preludio di quella sincera amicizia che sarà cimentata negli anni a venire fra i due fuoriclasse.

In conclusione, la finale di Wimbledon del 1980 è stata fra le più avvincenti ed importanti partite giocate a Wimbledon nel secolo scorso e non solo, conclusasi al quinto set, dopo che nel quarto era stato l’americano a prevalere al tie-break per 18-16, rimasta nella storia di questo sport e nei ricordi di tanti di noi e peraltro, ancor prima che venisse immortalata sul grande schermo nel film di Janus Metz Pedersen, da tanti commentatori specializzati era stata già considerata la partita del secolo.

Alla fine di questo percorso fra gli avvenimenti sportivi, avanti e indietro nel tempo, alla ricerca degli incontri del secolo, non resta che dire del calcio, lo sport più seguito e diffuso al mondo che, tuttavia, ha avuto sempre un rapporto non semplice con la settima arte. Non c’è cinematografia al mondo che non abbia dedicato pellicole al calcio, fra biopic sui calciatori o eventi sportivi, opere drammatiche e anche commedie o film comici (come è tradizione del nostro cinema), la difficoltà, però, è stata sempre quella di mettere in scena il gesto agonistico con sufficiente realismo, che ha quale palcoscenico un rettangolo di gioco che misura mediamente 105 metri per 65 e quindi le opere più riuscite sono quelle che lasciano le azioni di gioco ai margini della storia, concentrandosi sui tanti intrecci che questo sport è capace di offrire.

Come in altre competizioni, di presunte partite del secolo, svoltisi nel corso del novecento, specie in occasione della Coppa del Mondo che è la massima competizione, ve ne sono state tante, ed ogni Nazione ha la sua. Nondimeno, vi è solo una gara che ha avuto tale riconoscimento sancito ufficialmente ed è la semifinale giocatasi a Città del Messico il 17 giugno 1970, fra la nostra nazionale di calcio e quella tedesca, nei mondiali del 1970, conclusasi con il punteggio di 4 a 3 in nostro favore, dopo i tempi supplementari. Allo stadio Atzeca, così si chiama lo stadio che ha ospitato l’evento, ad immortalare e tramandare le emozioni che la partita ha saputo regalare al mondo intero, vi è una targa che gli assegna il riconoscimento di Partido del Siglo, cioè di partita del secolo e questo potrebbe bastare a dirimere ogni disputa. Tuttavia, fedeli al nostro assunto iniziale, ciò non appare sufficiente, poiché alla epica semifinale della coppa del mondo non è stata dedicata alcuna pellicola. A scoraggiare i cineasti italiani probabilmente nell’immortalare al cinema questo evento sportivo, ha contribuito l’esito della successiva finale, persa per 4 a 1 contro la nazionale brasiliana, che schierava fuoriclasse assoluti, fra cui Edson Arantes do Nascimento in arte Pelè, al suo quarto ed ultimo mondiale, partita che, invece, ha avuto la sua ribalta sul grande schermo con la pellicola Pelè (2016) di Jeff e Michael Zimbalist dedicata al fuoriclasse brasiliano, interpretato dall’esordiente Kevin De Paula, che si conclude celebrando l’atto finale del mondiale del 1970. Le cronache del tempo raccontano che al rientro dalla trasferta messicana, una folla numerosa ha acclamato i giocatori sbarcati a Fiumicino, ma inveito contro l’allora commissario tecnico Valcareggi ed il suo staff tecnico, rei di avere lasciato in panchina Gianni Rivera nella finale, entrato negli ultimi sette minuti, nonostante fosse stato autore dell’ultima marcatura in semifinale. In realtà, vi è un film italiano che sembra evocare questo incontro fin dal titolo, Italia – Germania 4 a 3 con la regia di Andrea Barzini, uscito nelle sale nel 1990, ma la celebre partita costituisce solo lo spunto narrativo per una pellicola con un buon cast tutto italiano (Massimo Ghini, Giuseppe Cederna, Fabrizio Bentivoglio e Nancy Brilli), che si distingue per un efficace ritratto generazionale di un gruppo di amici che decide di ritrovarsi dopo tanti anni per rivedere insieme la partita della loro vita, ma poi la trama segue altre traiettorie ed il tasto del telecomando del videoregistratore contenente la cassetta dell’avvenimento non verrà mai pigiato.

Non resta, allora, che spostarci dai confini nazionali e guardare ad altre cinematografie, dove in effetti è possibile rintracciare opere che celebrano quelle che potrebbero essere le partite del secolo, almeno per i Paesi che hanno trionfato. Una pellicola che ci appare tematica è di produzione tedesca, si intitola Il miracolo di Berna (2003) diretta da Sonke Wortmann ed è un pò biopic e un po’ opera di fantasia. La storia ha come protagonista un bambino di nome Matthias, che consente al regista di adottare la prospettiva del piccolo appassionato di calcio e con diversi problemi in famiglia, ma con sullo sfondo la storica finale dei mondiali di calcio del 1954 tenutisi in Svizzera, che vide trionfare sorprendentemente la nazionale tedesca che ebbe la meglio sulla mitica Ungheria, grande favorita del torneo.

Le tre partite di cui abbiamo parlato, in effetti, si potrebbero contendere il primato dell’incontro del secolo scorso, sospendendone il giudizio finale perché tutte meritevoli di esserlo. Tuttavia, come abbiamo fatto con gli altri sport, non possiamo con il calcio, che è quello più popolare e diffuso, esimerci dall’indicare una partita che merita di essere ricordata più delle altre.

E quindi, se la spettacolarità della gara, l’imprevedibilità dell’esito finale, l’emozionante successione delle marcature, con i relativi film che li celebrano, non sono sufficienti a determinare quale è stato l’incontro del secolo, dobbiamo affidarci ad altre componenti, che esulano dall’evento sportivo, avendo sempre come punto di riferimento un’opera cinematografica.

Nel 1981 usciva nelle sale la pellicola Fuga per la vittoria, produzione americana diretta da uno dei maestri del cinema statunitense il cui nome è John Huston, da molti considerata fra le opere sportive più riuscite di sempre. Il regista nato nello Stato del Missouri non era nuovo a pellicole sullo sport, circa un decennio prima, infatti, aveva diretto un film altrettanto apprezzato sul mondo della boxe, dal titolo Città amara – Fat City (1972) storia di due pugili disillusi (Stacy Keach e Jeff Bridges), che vedono infrangersi i loro sogni di gloria. Sicuramente, il film del 1981 è quello che ha saputo meglio coniugare una solida struttura narrativa a scene che riproducono il gioco del calcio con una efficacia ed un realismo che ha pochi uguali, anche grazie ad un cast che annoverava diversi ex calciatori di grande livello (Bobby Moore, Osvaldo Ardiles, Van Himst ed altri), fra cui spicca Pelè nelle in un ruolo di maggiore spessore. Gli altri protagonisti non erano da meno in quanto a prestigio, vista la partecipazione, fra gli altri, di Silvester Stallone, Max Von Sydow e Michael Caine nel ruolo di protagonisti. La storia si svolge nel 1942, ed ha come teatro degli eventi un campo di concentramento per prigionieri alleati, con a capo un Maggiore tedesco che ha un passato da calciatore, il quale riconosce fra i prigionieri un ex giocatore della nazionale inglese. Da qui l’idea di organizzare, a fini propagandistici, una partita fra una squadra composta dai prigionieri e una rappresentativa tedesca di stazza in una vicina base. Dopo diverse titubanze, i deportati del lager accettano la sfida, si allenano duramente per essere all’altezza degli avversari più preparati, ma il loro intento è altro, cioè quello di scappare dal campo di calcio, dopo il primo tempo, approfittando della euforia che ci sarebbe stata il giorno della gara fra gli ufficiali nazisti, inebriati da una vittoria annunciata, a cui i prigionieri non sembrano interessati. Le cose andranno in maniera leggermente diversa, come apprendiamo nell’ultima mezz’ora del film che si svolge nel rettangolo da gioco, i reclusi, calciatori in campo, termineranno la partita, vinceranno il confronto con tanto di gol in rovesciata del calciatore impersonato da Pelè, il quale si dice che questa scena non ha avuto bisogno di ripeterla, ed alla fine riusciranno pure a fuggire dal campo di gioco, con l’aiuto degli spettatori.

Non tutti sanno però che la trama del film di Huston è solo in parte un’opera di finzione che si mischia alla realtà, essendo ispirato ad un episodio tanto drammatico, quanto dimenticato della seconda guerra mondiale, che non contiene nessun lieto fine, e di questa storia vogliamo parlare. L’anno è lo stesso, il 1942, siamo in una Kiev occupata dai nazisti dove alcuni calciatori ucraini provenienti dalla Dinamo Kiev, la maggior parte dei quali avevano trovato lavoro in un panificio, compongono una squadra di calcio che primeggiava nei tornei disputati, vincendo spesso anche contro squadre tedesche. Si decise allora di organizzare una partita fra questa rappresentativa di giocatori ucraini che si chiamava Start FC di Kordik contro una formazione della aviazione tedesca Lutwaffe, il cui nome era Flakelf, rafforzata con nuovi giocatori presi fra i membri dell’esercito tedesco, a cui fu data grande risalto dalla propaganda nazista, in modo da mettere le cose a posto e affermare la superiorità ariana anche nel calcio. La partita si disputò il 9 agosto 1942 e quel giorno lo stadio era affollato di soldati e ufficiali nazisti, accorsi per vedere la loro squadra prevalere, ma a vincere furono gli ucraini, con il punteggio di 5-3, risultato simile a quello con il quale prevalsero i prigionieri del campo di concentramento, nel film di Huston, che era di 5-4. Per i nazisti questa sconfitta fu vissuta come un’onta che doveva trovare altre risposte: nei giorni a seguire quasi tutti i giocatori che presero parte alla gara furono prelevati, torturati e uccisi, un tragico epilogo con il quale hanno pagato il loro giorno da leoni, quando trionfarono e ridicolizzarono lo squadrone tedesco, sentendosi liberi e orgogliosi, sia pure per soli 90 minuti.

Come farà tanti anni dopo Quentin Tarantino, in pellicole quali Bastardi senza gloria (2009) e C’era una volta a….Hollywood (2019), con un cinema capace di reinventare il mondo, in grado di modificare gli avvenimenti a cui mai avremmo voluto assistere e rendere in qualche maniera giustizia alle vittime, il maestro americano, in anticipo su tutti, ha anche lui riscritto la realtà, nel suo caso la partita della morte, come è stata definita, quella effettivamente disputata fra due rappresentative di calciatori in tempo di guerra, che aveva visto vincitori le vittime dell’oppressione nazista e sconfitti i loro aguzzini, inserendo però un happy end. Prima di Huston, questa drammatica vicenda aveva ispirato altri registi che ne hanno tratto dei film, e fra questi, una produzione ungherese dal titolo Due tempi all’inferno (1961) di Zoltan Fabri ed il più recente The Match – La grande partita (2013) diretto da Dominik e Jakov Seadlar e realizzato con soldi croati e americani, con il nostro Franco Nero protagonista, contenenti dei plot in parte romanzati, ma più aderenti alla realtà rispetto alla più famosa pellicola del maestro americano.    

In conclusione, abbiamo una pellicola a sfondo sportivo fra le più riuscite in assoluto, almeno altre due produzioni meno note che raccontano la stessa vicenda, una partita di calcio realmente giocata nel secolo scorso in Ucraina, martoriata allora come adesso, in un contesto storico immerso in una delle pagine più tristi del novecento, e chissà che tutto questo non possa essere sufficiente per mutare la definizione di quell’evento tristemente noto come la partita della morte, in partita del secolo.       

Carmelo Franco            

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Cinema

Di chi sono i nostri giorni?

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Il potere ha diverse facce e qui viene raccontato in maniera buona…

Quanti sono i presidenti a cui si è ispirato Paolo Sorrentino nel  film? C’è il Presidente Mattarella con gli applausi alla Scala di Milano,  Cossiga con la sua ironia, Leone con il suo tatto giuridico, Napolitano con le sue trovate. Ci sono molti presidenti in nuovo personaggio che richiama qualche volta De Mita non salì mai al Quirinale. Il film pone una domanda sulle responsabilità da assumere nella nostra vita. E’ di ispirazione fantastica. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis si trova quasi alla fine del suo mandato e deve prendere delle decisioni importanti. Queste decisioni si scontrano con il bilancio esistenziale e i fallimenti della sua vita.

In attesa della grazia

Due persone con un caso complicato attendono la grazia per l’omicidio dei loro coniugi. Isa Rocca sostiene di aver praticato l’eutanasia contro un marito violento, mentre un professore ha ucciso la moglie che non ci stava più con la testa e  da quel momento si è rifiutato di avere i contatti con il mondo. Per il professore la grazia è stata chiesta dagli studenti. Il cavallo del presidente rappresenta anch’esso una metafora e il dubbio atroce della vita stessa,  anche se sta morendo il presidente si rifiuta di farlo abbattere. Questa scena si presta a diverse interpretazioni.  

Servillo – Sorrentino

Lo stile “Sorrentino”

I film di Paolo Sorrentino vanno visti  poiché aprono dibattiti e danno molti spunti di riflessione. Nella Grazia la critica ha scritto in maniera unanime che qui si racchiude la migliore interpretazione di Tony Servillo che al suo settimo film con Sorrentino, ha vinto la coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia.

Va detto, che gli attori sono stati straordinari nell’interpretazione dei personaggi: Anna Ferzetti nella parte di Dorotea la figlia del Presidente della Repubblica profonda conoscitrice delle leggi e dei cavilli giuridici, Massimo Venturiello nella parte del ministro della giustizia compagno d’infanzia del presidente, acuto osservatore della vita politica, Milvia Marigliano nella stupenda parte di Cocò Valori personaggio intellettuale ribelle che vuole incendiare i musei.

Elogio alla fragilità

Il film è un elogio alla fragilità raccontata con lo stile barocco, con la grazia  intesa come stato esistenziale e come istanza giuridica. Ci sono momenti  in cui il film risulta pesante e ripetitivo, soprattutto nel cruccio del tradimento della moglie avvenuto 40 anni prima. La fotografia di Daria D’Antonio risulta molto efficace, qualcuno ha scritto  che ha colori molto belli e si ispira a Caravaggio,  prende lo spettatore e lo fa viaggiare nel tempo creando suggestivi e indimenticabili stati d’animo. Affascinante l’idea di mettere il Presidente della Repubblica con gli altri cittadini in una sala  d’aspetto del carcere. Molto toccante è il dialogo con il professore, cosa inusuale per un Presidente della Repubblica. Risulta struggente  il dialogo  di Dorotea, la figlia del Presidente con Isa Rocca che mette in crisi la sua vita che secondo Isa non ha mai amato nessuno e  ha dedicato la sua vita solo alle carte e al  diritto degli altri…  

Le musiche 

Pur essendo composte da un mix di artisti contemporanei qualche volta  risultano eccessive e non danno respiro soprattutto all’inizio del film  quando viene spiegato agli spettatori  il ruolo del Presidente della Repubblica e le sue funzioni. Di chi sono i giorni nostri se non troviamo il coraggio di prendere una decisione, questa è forse la fragilità del dubbio? Il papa risulta ironico ed  espressivo, colpisce che si muova con la motocicletta. Il film invita a riflettere chi si trova nei posti apicali di responsabilità, ci sono molte suggestioni legati alla politica che è spesso lontana dai problemi della gente. Il film  esplora la morale, la religione e crea un’atmosfera contemplativa. Da vedere!

Nota:

Durante la proiezione che ho visto il 15 gennaio a  Palermo,  ho notato una massiccia presenza di avvocati, giuristi, magistrati e diverse signore della bella società palermitana che hanno apprezzato molto il film.

Maurizio Piscopo

  

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Cinema

Primavera, quando il cinema diventa un sogno

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In Italia ogni anno escono centinaia di film. Alcuni passano quasi inosservati e non lasciano  traccia,  altri finiranno a riempire le grigie serate degli italiani davanti alla Tv di cento pollici, emblema di finto benessere e  tanta solitudine. Amo il cinema alla follia.  Da giovane ho vissuto a Parigi dove il cinema resta un mito e si continua far la fila per assistere ad una proiezione. A Palermo, l’ultimo giorno dell’anno ho voluto trascorrerlo al cinema Tiffany scegliendo un film  per sognare e dimenticare le meschinità della vita.

Primavera di Damiano Michieletto

Ho scelto Primavera di Damiano Michieletto che fa parte dei film a cui sono molto legato: Il cammino della speranza di Pietro Germi, Il Gattopardo di Luchino Visconti, Amarcord di Federico Fellini, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Napoli New York di Gabriele Salvatores, Hugo Cabret di Martin Scorsese. Primavera è  un film colto, ben pensato, con costumi bellissimi, ben diretto con la fotografia di Daria D’Amico, con delle  musiche mozzafiato.

La storia

E’ una storia che  mi ha commosso, un vero capolavoro. La mia stessa sensazione l’ha vissuta il pubblico in sala che ha tributato un lunghissimo applauso, qualcuno piangeva e parlava a voce alta per farlo sentire a tutti come si fa a Palermo, “Bravissimi, gli attori, grande il regista, musiche straordinarie, soldi spesi benissimo!”. La signora seduta accanto mi ha confidato che lo farà vedere alle sue nipoti, una suona il violino al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo e lo rivedrà una seconda volta, cosa che non ha mai fatto nella sua vita. Siamo rimasti seduti, con un groppo in gola, nessuno si è alzato fino a quanto sono scorsi tutti i titoli di coda e non si sono accese le luci della sala. Una fila è rimasta per rivedere il film! Primavera è il racconto dell’anno da vedere con le persone del cuore.

La critica

La critica ha scritto che è un solido racconto sulla musica come e emancipazione e salvezza,  sono d’accordo. Il film ha raffinati, rimandi letterari, (lo spunto narrativo è il romanzo di Tiziano Scarpa Stabat Mater, Einaudi Editore 2008, premio Strega nel 2009) ed è ambientato nella Venezia del 1716,  all’interno dell’Ospedale della Pietà. Qui vivono diverse ragazze abbandonate in fasce dalle proprie madri, tutte in attesa che un matrimonio possa riconsegnarle alla società esterna. Le ospiti più dotate  musicalmente compongono una piccola orchestra, che si esibisce durante ogni messa nascosta da una grata.

Le musiciste

Tra le musiciste spicca Cecilia (Tecla Insolia), promessa sposa ad un uomo, ma ancora in attesa di essere “salvata” dall’ignota madre, scoprirà quanto la musica sia davvero importante per lei grazie all’incontro con il nuovo sacerdote Antonio Vivaldi (Michele Riondino attore straordinario), chiamato a dirigere le musiciste. Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto ha una sua speciale originalità, una grande sicurezza nel dirigere gli attori  con una regia partecipe, asciutta, coinvolgente e sensibile, che non cede  mai  a patemi né a manierismi. Primavera mette in scena Vivaldi, maestro in un orfanotrofio, puntando però grande attenzione sulla sua allieva prediletta. Ne emerge un ritratto femminile vivido e universale, reso magnificamente da Tecla Insolia, nonché un originale rapporto maestro/allieva,  che parla di riscatto, di bellezza alla ricerca del  proprio posto nel mondo…

Al regista Damiano Michieletto Damiano ho voluto porre due domande…

Quando è nata l’idea di realizzare questo film  che lascerà un segno indelebile nella storia del Cinema?

E’ nata circa 5 anni fa quando dopo aver letto il romanzo “Stabat Mater” ho pensato che potesse essere un buon tema per un film. Desideravo fare un film in cui la musica fosse un elemento narrativo importante e questo incontro tra Vivaldi e Cecilia mi ha dato l’opportunità per realizzare questa visione assieme alla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi. 

-Onestamente si aspettava il successo  internazionale che  sta riscuotendo il film  da lei diretto, curato in ogni dettaglio, costumi, fotografia, interpretazione degli attori e  musiche mozzafiato?

No,  non me lo aspettavo anche perché è il mio primo film. Ho avuto a disposizione un team fantastico composto da professionisti di altissima qualità come Daria D’Antonio, Walter Fasano, Fabio Capogrosso, Maria Rita Barbero. 
Mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi: è un’ottima cosa per il cinema italiano.

Qualcosa sulle musiche originali del film…

Sono state composte da Fabio Massimo Capogrosso che ha lavorato fianco a fianco con il regista per integrare sonorità classiche e contemporanee, mentre l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice di Venezia, diretti da Carlo Boccadoro, hanno eseguito i brani, affiancati dai Solisti Aquilani. Al film non manca il  ritmo,  la suspense e l’intensità crescente: si tratta di un’opera colta e raffinata, che racconta della musica del Settecento veneziano, degli ospedali di carità per orfani (nella fattispecie quello della Pietà a Venezia, sede, al tempo, di una rinomata orchestra), di Antonio Vivaldi e della composizione della sua musica, di amore desiderio energia vita e poi si parla di denaro e di classi sociali, in modo semplice e “popolare”, raggiungendo lo spettatore, e immergendolo nel clima di quel periodo.

La fotografia

Nella fotografia di Daria D’Amico appare una Venezia malinconica che rifugge dalla cartolina, la Serenissima  viene descritta  con  toni freddi per rendere, anche visivamente, un contesto sociale duro, in cui la vita delle ragazze come Cecilia dipendeva da fattori fortuiti (una madre che tornava a prenderle dopo averle abbandonate infanti, un nobile che decideva di sposare proprio loro portandole fuori dall’istituto o, come nel caso di Cecilia, una priora comprensiva e alfine complice) ma soprattutto dal denaro, da quanto potevano valere; cioè, in questo caso, da quanto erano brave con il violino. Forse la cosa che rimane più impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film). Una nota di lode alla sceneggiatura di Ludovica Rampoldi,  che riesce a cogliere i sentimenti del tempo, la poesia della musica e le sofferenze delle ragazze  che riescono a riscattarsi con l’arte. Tecla Insolia è come al solito bravissima; Vivaldi è interpretato da un Michele Riondino che caratterizza il suo personaggio, tra sete di vita piena, che manifesta nella musica che compone, e la fatica provocata dalla malattia che mina il suo fisico; Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi offrono corpo e anima al governatore dell’orfanotrofio e alla sua priora, colei che segue da vicino le ragazze; e i camei di Valentina Bellè e Stefano Accorsi arricchiscono profondamente il film. Sono certo, che Primavera riceverà molti premi internazionali e sarà accolto con entusiasmo dal pubblico di tutto il mondo, che è molto legato alla musica e alle bellezze italiane.   

Biografia

Damiano Michieletto ( Venezia 1975) è un regista teatrale e cinematografico italiano, noto per le sue innovative regie d’opera lirica e le produzioni di prosa, che ha portato nei più grandi teatri internazionali, debuttando alla Scala di Milano e lavorando  per il Salzsburg Festival, la Royal Opera House di Londra e il Teatro dell’Opera di Roma. Formatosi alla scuola di Paolo Grassi e di Milano e laureato all’Università di Venezia, ha anche diretto programmi Tv.

Per le foto di scena si ringraziano i fotografi Andrea Pirrello e Kimberley Ross.

 

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Cinema

L’attore Salvo Ficarra nella serie Zorro

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Paramount+   e France Télévisions, insieme a France Tv distribution presentano la loro nuova e attesissima serie Zorro un remake moderno di uno dei titoli più famosi e amati dal pubblico di tutto il mondo. Torna, sul piccolo schermo, la storia dell’affascinante bandito mascherato Don Diego de la Vega che nei panni di Zorro, sua doppia identità, combatte le ingiustizie. Oltre a un cast internazionale, nella serie ci sarà anche l’attore italiano del duo Ficarra e Picone, Salvatore Ficarra. Creata da Benjamin Charbit (Sous Contrôle, Gagarine, Notre Dame, Les Sauvages, En Liberté) e Noé Debré (Parlement, Stillwater, Dheepan), la serie in 8 episodi è co-prodotta da Paramount+, France Télévisions, Le Collectif 64 (Marc Dujardin) e Bien Sûr Productions (Julien Seul). Scritta da Benjamin Charbit, Noé Debré e Emmanuel Poulain-Arnaud (Le Test), la serie è diretta da Jean-Baptiste Saurel (Parallèles) e Emilie Noblet (Bis Repetita, Parlement, Les 7 vies de Léa).

Zorro: la trama

Nel 1821, Don Diego de la Vega diventa sindaco di Los Angeles per migliorare la sua amata città. Tuttavia, la città sta affrontando problemi finanziari a causa di un uomo d’affari locale, l’avido Don Emmanuel, e i suoi poteri come sindaco non sono sufficienti per combattere l’ingiustizia. Per 20 anni Diego non ha usato la sua identità da Zorro, ma sembra che non abbia altra scelta che riportarla indietro per il bene comune. Ma Diego fatica a bilanciare la sua doppia identità sia come Zorro, sia come sindaco, causando tensione al suo matrimonio con Gabriella, che non è a conoscenza del suo segreto. Diego riuscirà a salvare il suo matrimonio e la sua sanità mentale nel caos?

Zorro: chi c’è nel cast internazionale 

Protagonisti della serie Zorro sono: Jean Dujardin, Audrey Dana, André Dussolier, Eric Elmosnino e Grégory Gadebois. Nel cast internazionale anche l’attore italiano Salvatore Ficarra.

Zorro:  su Paramount+

Zorro è uscito  su Paramount+ il 6 dicembre 2024.

Guarda l’intervista a Salvo Ficarra

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