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Cinema

Scacco al cinema

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Breve storia dei film sugli scacchi 

È opinione comune che fra i vari sport più o meno diffusi sia il pugilato quello che meglio si presta alla rappresentazione sul grande schermo e le tante pellicole che sono divenute cult assoluti lo dimostrano. Film quali Lassù qualcuno mi ama (1956) di Robert Wise, Rocky (1976) di John V. Avildsen o Toro scatenato (1980) di Martin Scorsese, tanto per citarne alcuni, mostrano come lo scontro fisico fra due persone, peraltro in quel set naturale e ristretto dove posizionare la macchina da presa che è il ring, sia stata da sempre una scelta vincente per quegli autori che hanno saputo coniugare istanze di spettacolarità a solidi impianti narrativi al cinema.

Altrettanto non può dirsi per quello che è lo sport più diffuso e popolare al mondo: ed infatti filmare ventidue giocatori che si contendono un pallone in un rettangolo da gioco così vasto si è sempre rivelata impresa ardua per i tanti registi che hanno realizzato film sul calcio, tanto che, salvo poche eccezioni (su tutti Fuga per la vittoria 1981 di John Huston, prodotto dall’ottima struttura drammatica, arricchito da eccellenti riprese della partita di calcio fra i prigionieri di un lager e i loro aguzzini nazisti), sono pochi coloro che si può dire siano riusciti nell’impresa di realizzare opere di finzione realistiche e che non facessero rimpiangere le partite reali.

Nondimeno, vi è una competizione che ancor meno si presta alla riduzione cinematografica, e ciò non tanto per l’ambito della gara che è molto ridotto, ma per la difficoltà di rendere esplicite al grande pubblico le regole di gioco ad esso sottese, non da tutti conosciute, che è lo sport della mente ossia gli scacchi, dove lo scontro è mentale e non fisico. Il gesto agonistico alla base di ogni sport possiede sempre qualcosa di spettacolare anche se non si padroneggiano i dettami della disciplina, basti pensare alla sfida finale sul tavolo di biliardo fra Eddie Falson (Paul Newman) e Minnesota Fats (Jackie Gleason) ne Lo spaccone (1961) di Robert Rossen: chi di noi non ha sobbalzato sulla sedia ad ogni colpo di stecca fra i due protagonisti, pur non essendo pratici delle regole di gioco, ed alla fine gioito per l’esito dell’incontro. Nella rappresentazione filmica degli scacchi invece si può percepire il pathos dei giocatori impegnati nella partita, l’adrenalina che scorre in coloro che li attorniano e li osservano con occhi competenti ed ammirati, ma noi spettatori non possiamo comprendere le complesse dinamiche del gioco se non si siamo avvezzi a questa disciplina da tutti conosciuta ma non da tanti praticata.

Eppure, il rapporto fra gli scacchi e la settimana arte ha radici antiche ed il primo film che viene in mente ai cinefili più raffinati è Il Settimo sigillo (1957) diretto da Ingmar Bergman ed in particolare la partita a scacchi fra il protagonista (il cavaliere medievale impersonato da Max Von Sydow) e la morte in persona, dove il gioco diventa metafora della caducità della vita e del rapporto fra l’uomo e Dio. Ed ancora, 2001 odissea nello spazio (1968) in cui vi è un’altra celebre partita a scacchi fra il computer Hall 9000 e l’astronauta Frank Pool (Gary Lokwood), che preconizza le insidie per l’umanità di affidarsi all’intelligenza artificiale.

Immagine generata da IA

Ma non troviamo solo citazioni colte di registi che ricorrono gli scacchi per veicolare le loro idee narrative: diversi infatti sono stati i cineasti che hanno deciso di realizzare opere interamente dedicate a questa disciplina, ricorrendo ad un approccio finzionale indispensabile per renderle più fruibile al grande pubblico e cioè concentrarsi sulla narrazione degli avvenimenti, sulla interazione dei personaggi e sui patemi ed i sacrifici del protagonista che infine riesce a prevalere sugli avversari. Altra costante rintracciabile in gran parte di queste produzioni è l’attinenza a storie e figure realmente esistiti con pellicole che spesso hanno celebrato i loro miti, campioni assoluti di questo gioco, che per molti è anche uno sport, per altri una forma d’arte assoluta.
Fra i titoli di questa produzione che meritano menzione vi sono, innanzitutto, due pellicole americane, entrambe dedicate ad uno degli eroe della loro storia e cioè Robert James Fischer, detto Bobby, che fu il primo ed unico americano a vincere la coppa del mondo di questo sport, quando nel 1972, in un celebre confronto disputato a Reykjavik in Islanda, riuscì a battere contro ogni pronostico il campione russo Boris Spasskij. Il primo film di cui parliamo è In cerca di Bobby Fischer (1993) diretto dallo sceneggiatore premio Oscar Steven Zaillian, autore anche di due sole due pellicole come regista. Con l’opera citata, Zaillian traspone al cinema il romanzo omonimo sulla vita di un altro talentuoso scacchista statunitense di nome Joshua Waitzikin, scritto dal padre Fred, di cui ripercorre l’infanzia di genio precoce degli scacchi, con sullo sfondo la figura di Fischer, che viene spesso evocata mentre sullo schermo scorrono alcune immagini di repertorio commentate dalla voce off dello stesso piccolo protagonista il quale, come tutti, invoca il ritorno sulle scene del campione di cui si erano perse le tracce. Con un cast di rilievo (Joe Mantegna, Joan Allen, Ben Kingsley e Laurence Fishburne), la pellicola si fa apprezzare per la nostalgica ricostruzione di quell’epoca, in cui a seguire le orme del maestro americano è il piccolo Joshua, prodigio degli scacchi già a sette anni, che viene affidato dai genitori alla guida di un insegnante di scacchi che di Fischer conosceva ogni partita ma, durante il suo percorso di formazione, il bambino non sacrificherà la sua infanzia, dedicandosi anche ad altre discipline sportive e ciò non impedirà di diventare anche lui un campione di scacchi.

Durante la visione di questo film, viene voglia di approfondire la vera storia di Bobby Fischer, nel film appena accennata, ed in particolare l’epica sfida con il campione sovietico Boris Spasskij ed a questo ci penserà diversi lustri dopo il regista Edward Zwick, avvalendosi della efficace sceneggiatura di Steven Knight, con l’altra pellicola di cui parliamo dal titolo La grande partita (2014), che si riferisce all’epico incontro tenutosi in Islanda, in piena guerra fredda, fra Fischer e il campione sovietico Boris Spasskij, fino ad allora imbattuto. Ad impersonare il maestro americano troviamo Tobey Maguire che riesce a restituirci la personalità di un campione geniale e disturbato, fin dalle prime scene che ci proiettano ai giorni della sfida quando alla seconda partita Fischer non si presentò. Inizia a quel punto un lungo flashback che segue lo scacchista fin da bambino nella tormentata parabola che lo porterà a sfidare nel 1972 il campione in carica. Edward Zwick non trascura neanche l’antagonista sovietico, a cui dedica maggiore spazio quando la grande partita volge al termine, grazie alla buona interpretazione di Liev Schreiber che del russo fornisce una versione meno problematica del suo sfidante, ma con altrettante luci e ombre. Il resto del cast appare all’altezza nel farci rivivere il clima di tensione fra le due grandi potenze che si respirava in quegli anni durante la presidenza Nixon, che culminerà con quella che per le due Nazioni ha rappresentato molto più di una partita, che il regista ricostruisce con il giusto phatos, non a caso definita la partita del secolo. Un paio di anni dopo, il 30 ottobre 1974, vi sarà un altro incontro agonistico a cui gli americani daranno la stessa (abusata) definizione di partita del secolo, che per importanza e clamore mediatico vissuti nel continente americano può essere accostato alla sfida di Reykjavik, con protagonisti però due statunitensi di colore che si incontreranno per la corona mondiale nella boxe a Kinshasa nell’allora Zaire, i cui nomi erano il campione in carica George Foreman e lo sfidante Muhammad Alì. Quest’ultimo veniva da diversi anni di inattività e tuttavia riuscì a mandare al tappeto il campione fino ad allora imbattuto, nonostante nessuno lo credeva possibile, consegnandolo definitivamente al mito, come ci ha fatto efficacemente rivivere sul grande schermo il regista Michael Mann, con la pellicola Alì (2001), altra opera sul pugilato da tenere in considerazione.

Ma non è solo la vicenda, umana e sportiva, di Bobby Fischer ad avere attirato l’attenzione dei cineasti di tutto il mondo. Vi sono infatti diversi film che ripercorrono e celebrano altri acclamati scacchisti e fra questi un altro prodotto a stelle e strisce dal titolo Queen of Katwe (2006), diretto da Mira Nair. La regista che viene dall’India adatta il romanzo La regina bambina di Tim Crothers, che narra della bambina prodigio ugandese Phiona Mutese, e realizza un biopic che è anche una storia di riscatto e di affermazione da parte della giovane protagonista e del suo percorso verso l’affermazione del suo talento. Spostandoci fra i Continente, vanno ancora ricordati The Dark horse (2014) di James Napier Robertson, pellicola neozelandese sulla figura di Genesis Wayne Pontini che era affetto da disturbi bipolari ma dotato di un talento per gli scacchi che lo porteranno ad insegnare il gioco a bambini disagiati; il film francese Qualcosa di meraviglioso (2019) diretto da Pierre Francois Martin-Laval, incentrato sulla figura del piccolo bengalese Fahim Mohammad, che grazie alla sua innata predisposizione per il gioco degli scacchi, aiutato dal suo insegnante e mentore francese Sylvain (Gerard Depardieu), riesce ad ottenere per se e la sua famigli la cittadinanza francese; ed infine, anche la Russia, che celebra le sue storie e i suoi miti, con la pellicola Cempion mira (2021) diretta da Aleksej Sidorov e dedicata alla storica partita a scacchi per il campionato del mondo fra due campioni di casa loro: il famoso Anatolij Karpov, da molti considerato il più grande giocatore di sempre, e lo sfidante Viktor Korcnoj, campione dalla lunga carriera agonistica che era andato via dall’allora Unione Sovietica qualche anno prima per rifugiarsi in Svizzera, ma vincerà Karpov, ovviamente.

Concludiamo questo breve viaggio sul mondo degli scacchi in celluloide, ricordando alcune pellicole frutto della fantasia degli autori, senza nessuna attinenza a personaggi reali ed il primo titolo che merita menzione è Mosse pericolose (1984), produzione svizzera diretta dal francese Richard Dembo, che nel 1985 si è aggiudicato il premio Oscar come miglior film straniero. Anche questo film narra di una sfida per il campionato mondiale, fra due scacchisti russi dai caratteri opposti, il campione in carica Liebskin (Michael Piccoli) avanti con gli anni e dalla salute malferma ed il suo sfidante Fromm, più irruento e irrispettoso dei protocolli, che aveva lasciato la madrepatria da qualche anno, ma l’esito dell’incontro riserva una sorpresa che riabilita il campione esule russo.

Ed ancora, vengono alla mente atri due titoli, Scacco mortale (1992) film a stelle e strisce diretto dallo svizzero Carl Schenkel, in cui una competizione di scacchi che si disputa in un’isola americana, innesca una serie di omicidi dietro ai quali vi è una mente particolarmente portata per il gioco degli scacchi e A mente fredda (2019) diretto da Lukasz Kosmicki, un thriller spionistico girato con soldi polacchi ma di lingua inglese, ambientato durante la guerra fredda con al centro dell’intrigo ancora una sfida di scacchi fra un campione russo ed uno americano, che nasconde altre finalità di natura geopolitica.

 In ultimo, pure una produzione del nostro Paese, che si sa, non ha mai avuto campioni di scacchi tanto acclamati e famosi da celebrare con un biopic.  Tuttavia, una pellicola sul tema merita citazione ed è La regina di scacchi (2002) diretto da Claudia Florio, al suo terzo ed ultimo lungometraggio, pare ispirato ad una storia vera. La protagonista del film è una giovane ragazza ossessionata dagli scacchi (Barbora Bobulova), ma questa sua nevrosi nasconde un passato traumatico, come infine riuscirà a capire, grazie anche all’aiuto di un giornalista che scopre verità inconfessabili in capo a colui che era stato il maestro di scacchi della giovane.

Carmelo Franco                

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Cinema

Di chi sono i nostri giorni?

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Il potere ha diverse facce e qui viene raccontato in maniera buona…

Quanti sono i presidenti a cui si è ispirato Paolo Sorrentino nel  film? C’è il Presidente Mattarella con gli applausi alla Scala di Milano,  Cossiga con la sua ironia, Leone con il suo tatto giuridico, Napolitano con le sue trovate. Ci sono molti presidenti in nuovo personaggio che richiama qualche volta De Mita non salì mai al Quirinale. Il film pone una domanda sulle responsabilità da assumere nella nostra vita. E’ di ispirazione fantastica. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis si trova quasi alla fine del suo mandato e deve prendere delle decisioni importanti. Queste decisioni si scontrano con il bilancio esistenziale e i fallimenti della sua vita.

In attesa della grazia

Due persone con un caso complicato attendono la grazia per l’omicidio dei loro coniugi. Isa Rocca sostiene di aver praticato l’eutanasia contro un marito violento, mentre un professore ha ucciso la moglie che non ci stava più con la testa e  da quel momento si è rifiutato di avere i contatti con il mondo. Per il professore la grazia è stata chiesta dagli studenti. Il cavallo del presidente rappresenta anch’esso una metafora e il dubbio atroce della vita stessa,  anche se sta morendo il presidente si rifiuta di farlo abbattere. Questa scena si presta a diverse interpretazioni.  

Servillo – Sorrentino

Lo stile “Sorrentino”

I film di Paolo Sorrentino vanno visti  poiché aprono dibattiti e danno molti spunti di riflessione. Nella Grazia la critica ha scritto in maniera unanime che qui si racchiude la migliore interpretazione di Tony Servillo che al suo settimo film con Sorrentino, ha vinto la coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia.

Va detto, che gli attori sono stati straordinari nell’interpretazione dei personaggi: Anna Ferzetti nella parte di Dorotea la figlia del Presidente della Repubblica profonda conoscitrice delle leggi e dei cavilli giuridici, Massimo Venturiello nella parte del ministro della giustizia compagno d’infanzia del presidente, acuto osservatore della vita politica, Milvia Marigliano nella stupenda parte di Cocò Valori personaggio intellettuale ribelle che vuole incendiare i musei.

Elogio alla fragilità

Il film è un elogio alla fragilità raccontata con lo stile barocco, con la grazia  intesa come stato esistenziale e come istanza giuridica. Ci sono momenti  in cui il film risulta pesante e ripetitivo, soprattutto nel cruccio del tradimento della moglie avvenuto 40 anni prima. La fotografia di Daria D’Antonio risulta molto efficace, qualcuno ha scritto  che ha colori molto belli e si ispira a Caravaggio,  prende lo spettatore e lo fa viaggiare nel tempo creando suggestivi e indimenticabili stati d’animo. Affascinante l’idea di mettere il Presidente della Repubblica con gli altri cittadini in una sala  d’aspetto del carcere. Molto toccante è il dialogo con il professore, cosa inusuale per un Presidente della Repubblica. Risulta struggente  il dialogo  di Dorotea, la figlia del Presidente con Isa Rocca che mette in crisi la sua vita che secondo Isa non ha mai amato nessuno e  ha dedicato la sua vita solo alle carte e al  diritto degli altri…  

Le musiche 

Pur essendo composte da un mix di artisti contemporanei qualche volta  risultano eccessive e non danno respiro soprattutto all’inizio del film  quando viene spiegato agli spettatori  il ruolo del Presidente della Repubblica e le sue funzioni. Di chi sono i giorni nostri se non troviamo il coraggio di prendere una decisione, questa è forse la fragilità del dubbio? Il papa risulta ironico ed  espressivo, colpisce che si muova con la motocicletta. Il film invita a riflettere chi si trova nei posti apicali di responsabilità, ci sono molte suggestioni legati alla politica che è spesso lontana dai problemi della gente. Il film  esplora la morale, la religione e crea un’atmosfera contemplativa. Da vedere!

Nota:

Durante la proiezione che ho visto il 15 gennaio a  Palermo,  ho notato una massiccia presenza di avvocati, giuristi, magistrati e diverse signore della bella società palermitana che hanno apprezzato molto il film.

Maurizio Piscopo

  

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Cinema

Primavera, quando il cinema diventa un sogno

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In Italia ogni anno escono centinaia di film. Alcuni passano quasi inosservati e non lasciano  traccia,  altri finiranno a riempire le grigie serate degli italiani davanti alla Tv di cento pollici, emblema di finto benessere e  tanta solitudine. Amo il cinema alla follia.  Da giovane ho vissuto a Parigi dove il cinema resta un mito e si continua far la fila per assistere ad una proiezione. A Palermo, l’ultimo giorno dell’anno ho voluto trascorrerlo al cinema Tiffany scegliendo un film  per sognare e dimenticare le meschinità della vita.

Primavera di Damiano Michieletto

Ho scelto Primavera di Damiano Michieletto che fa parte dei film a cui sono molto legato: Il cammino della speranza di Pietro Germi, Il Gattopardo di Luchino Visconti, Amarcord di Federico Fellini, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Napoli New York di Gabriele Salvatores, Hugo Cabret di Martin Scorsese. Primavera è  un film colto, ben pensato, con costumi bellissimi, ben diretto con la fotografia di Daria D’Amico, con delle  musiche mozzafiato.

La storia

E’ una storia che  mi ha commosso, un vero capolavoro. La mia stessa sensazione l’ha vissuta il pubblico in sala che ha tributato un lunghissimo applauso, qualcuno piangeva e parlava a voce alta per farlo sentire a tutti come si fa a Palermo, “Bravissimi, gli attori, grande il regista, musiche straordinarie, soldi spesi benissimo!”. La signora seduta accanto mi ha confidato che lo farà vedere alle sue nipoti, una suona il violino al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo e lo rivedrà una seconda volta, cosa che non ha mai fatto nella sua vita. Siamo rimasti seduti, con un groppo in gola, nessuno si è alzato fino a quanto sono scorsi tutti i titoli di coda e non si sono accese le luci della sala. Una fila è rimasta per rivedere il film! Primavera è il racconto dell’anno da vedere con le persone del cuore.

La critica

La critica ha scritto che è un solido racconto sulla musica come e emancipazione e salvezza,  sono d’accordo. Il film ha raffinati, rimandi letterari, (lo spunto narrativo è il romanzo di Tiziano Scarpa Stabat Mater, Einaudi Editore 2008, premio Strega nel 2009) ed è ambientato nella Venezia del 1716,  all’interno dell’Ospedale della Pietà. Qui vivono diverse ragazze abbandonate in fasce dalle proprie madri, tutte in attesa che un matrimonio possa riconsegnarle alla società esterna. Le ospiti più dotate  musicalmente compongono una piccola orchestra, che si esibisce durante ogni messa nascosta da una grata.

Le musiciste

Tra le musiciste spicca Cecilia (Tecla Insolia), promessa sposa ad un uomo, ma ancora in attesa di essere “salvata” dall’ignota madre, scoprirà quanto la musica sia davvero importante per lei grazie all’incontro con il nuovo sacerdote Antonio Vivaldi (Michele Riondino attore straordinario), chiamato a dirigere le musiciste. Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto ha una sua speciale originalità, una grande sicurezza nel dirigere gli attori  con una regia partecipe, asciutta, coinvolgente e sensibile, che non cede  mai  a patemi né a manierismi. Primavera mette in scena Vivaldi, maestro in un orfanotrofio, puntando però grande attenzione sulla sua allieva prediletta. Ne emerge un ritratto femminile vivido e universale, reso magnificamente da Tecla Insolia, nonché un originale rapporto maestro/allieva,  che parla di riscatto, di bellezza alla ricerca del  proprio posto nel mondo…

Al regista Damiano Michieletto Damiano ho voluto porre due domande…

Quando è nata l’idea di realizzare questo film  che lascerà un segno indelebile nella storia del Cinema?

E’ nata circa 5 anni fa quando dopo aver letto il romanzo “Stabat Mater” ho pensato che potesse essere un buon tema per un film. Desideravo fare un film in cui la musica fosse un elemento narrativo importante e questo incontro tra Vivaldi e Cecilia mi ha dato l’opportunità per realizzare questa visione assieme alla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi. 

-Onestamente si aspettava il successo  internazionale che  sta riscuotendo il film  da lei diretto, curato in ogni dettaglio, costumi, fotografia, interpretazione degli attori e  musiche mozzafiato?

No,  non me lo aspettavo anche perché è il mio primo film. Ho avuto a disposizione un team fantastico composto da professionisti di altissima qualità come Daria D’Antonio, Walter Fasano, Fabio Capogrosso, Maria Rita Barbero. 
Mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi: è un’ottima cosa per il cinema italiano.

Qualcosa sulle musiche originali del film…

Sono state composte da Fabio Massimo Capogrosso che ha lavorato fianco a fianco con il regista per integrare sonorità classiche e contemporanee, mentre l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice di Venezia, diretti da Carlo Boccadoro, hanno eseguito i brani, affiancati dai Solisti Aquilani. Al film non manca il  ritmo,  la suspense e l’intensità crescente: si tratta di un’opera colta e raffinata, che racconta della musica del Settecento veneziano, degli ospedali di carità per orfani (nella fattispecie quello della Pietà a Venezia, sede, al tempo, di una rinomata orchestra), di Antonio Vivaldi e della composizione della sua musica, di amore desiderio energia vita e poi si parla di denaro e di classi sociali, in modo semplice e “popolare”, raggiungendo lo spettatore, e immergendolo nel clima di quel periodo.

La fotografia

Nella fotografia di Daria D’Amico appare una Venezia malinconica che rifugge dalla cartolina, la Serenissima  viene descritta  con  toni freddi per rendere, anche visivamente, un contesto sociale duro, in cui la vita delle ragazze come Cecilia dipendeva da fattori fortuiti (una madre che tornava a prenderle dopo averle abbandonate infanti, un nobile che decideva di sposare proprio loro portandole fuori dall’istituto o, come nel caso di Cecilia, una priora comprensiva e alfine complice) ma soprattutto dal denaro, da quanto potevano valere; cioè, in questo caso, da quanto erano brave con il violino. Forse la cosa che rimane più impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film). Una nota di lode alla sceneggiatura di Ludovica Rampoldi,  che riesce a cogliere i sentimenti del tempo, la poesia della musica e le sofferenze delle ragazze  che riescono a riscattarsi con l’arte. Tecla Insolia è come al solito bravissima; Vivaldi è interpretato da un Michele Riondino che caratterizza il suo personaggio, tra sete di vita piena, che manifesta nella musica che compone, e la fatica provocata dalla malattia che mina il suo fisico; Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi offrono corpo e anima al governatore dell’orfanotrofio e alla sua priora, colei che segue da vicino le ragazze; e i camei di Valentina Bellè e Stefano Accorsi arricchiscono profondamente il film. Sono certo, che Primavera riceverà molti premi internazionali e sarà accolto con entusiasmo dal pubblico di tutto il mondo, che è molto legato alla musica e alle bellezze italiane.   

Biografia

Damiano Michieletto ( Venezia 1975) è un regista teatrale e cinematografico italiano, noto per le sue innovative regie d’opera lirica e le produzioni di prosa, che ha portato nei più grandi teatri internazionali, debuttando alla Scala di Milano e lavorando  per il Salzsburg Festival, la Royal Opera House di Londra e il Teatro dell’Opera di Roma. Formatosi alla scuola di Paolo Grassi e di Milano e laureato all’Università di Venezia, ha anche diretto programmi Tv.

Per le foto di scena si ringraziano i fotografi Andrea Pirrello e Kimberley Ross.

 

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Cinema

L’attore Salvo Ficarra nella serie Zorro

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Paramount+   e France Télévisions, insieme a France Tv distribution presentano la loro nuova e attesissima serie Zorro un remake moderno di uno dei titoli più famosi e amati dal pubblico di tutto il mondo. Torna, sul piccolo schermo, la storia dell’affascinante bandito mascherato Don Diego de la Vega che nei panni di Zorro, sua doppia identità, combatte le ingiustizie. Oltre a un cast internazionale, nella serie ci sarà anche l’attore italiano del duo Ficarra e Picone, Salvatore Ficarra. Creata da Benjamin Charbit (Sous Contrôle, Gagarine, Notre Dame, Les Sauvages, En Liberté) e Noé Debré (Parlement, Stillwater, Dheepan), la serie in 8 episodi è co-prodotta da Paramount+, France Télévisions, Le Collectif 64 (Marc Dujardin) e Bien Sûr Productions (Julien Seul). Scritta da Benjamin Charbit, Noé Debré e Emmanuel Poulain-Arnaud (Le Test), la serie è diretta da Jean-Baptiste Saurel (Parallèles) e Emilie Noblet (Bis Repetita, Parlement, Les 7 vies de Léa).

Zorro: la trama

Nel 1821, Don Diego de la Vega diventa sindaco di Los Angeles per migliorare la sua amata città. Tuttavia, la città sta affrontando problemi finanziari a causa di un uomo d’affari locale, l’avido Don Emmanuel, e i suoi poteri come sindaco non sono sufficienti per combattere l’ingiustizia. Per 20 anni Diego non ha usato la sua identità da Zorro, ma sembra che non abbia altra scelta che riportarla indietro per il bene comune. Ma Diego fatica a bilanciare la sua doppia identità sia come Zorro, sia come sindaco, causando tensione al suo matrimonio con Gabriella, che non è a conoscenza del suo segreto. Diego riuscirà a salvare il suo matrimonio e la sua sanità mentale nel caos?

Zorro: chi c’è nel cast internazionale 

Protagonisti della serie Zorro sono: Jean Dujardin, Audrey Dana, André Dussolier, Eric Elmosnino e Grégory Gadebois. Nel cast internazionale anche l’attore italiano Salvatore Ficarra.

Zorro:  su Paramount+

Zorro è uscito  su Paramount+ il 6 dicembre 2024.

Guarda l’intervista a Salvo Ficarra

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