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Cinema

Scacco al cinema

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Breve storia dei film sugli scacchi 

È opinione comune che fra i vari sport più o meno diffusi sia il pugilato quello che meglio si presta alla rappresentazione sul grande schermo e le tante pellicole che sono divenute cult assoluti lo dimostrano. Film quali Lassù qualcuno mi ama (1956) di Robert Wise, Rocky (1976) di John V. Avildsen o Toro scatenato (1980) di Martin Scorsese, tanto per citarne alcuni, mostrano come lo scontro fisico fra due persone, peraltro in quel set naturale e ristretto dove posizionare la macchina da presa che è il ring, sia stata da sempre una scelta vincente per quegli autori che hanno saputo coniugare istanze di spettacolarità a solidi impianti narrativi al cinema.

Altrettanto non può dirsi per quello che è lo sport più diffuso e popolare al mondo: ed infatti filmare ventidue giocatori che si contendono un pallone in un rettangolo da gioco così vasto si è sempre rivelata impresa ardua per i tanti registi che hanno realizzato film sul calcio, tanto che, salvo poche eccezioni (su tutti Fuga per la vittoria 1981 di John Huston, prodotto dall’ottima struttura drammatica, arricchito da eccellenti riprese della partita di calcio fra i prigionieri di un lager e i loro aguzzini nazisti), sono pochi coloro che si può dire siano riusciti nell’impresa di realizzare opere di finzione realistiche e che non facessero rimpiangere le partite reali.

Nondimeno, vi è una competizione che ancor meno si presta alla riduzione cinematografica, e ciò non tanto per l’ambito della gara che è molto ridotto, ma per la difficoltà di rendere esplicite al grande pubblico le regole di gioco ad esso sottese, non da tutti conosciute, che è lo sport della mente ossia gli scacchi, dove lo scontro è mentale e non fisico. Il gesto agonistico alla base di ogni sport possiede sempre qualcosa di spettacolare anche se non si padroneggiano i dettami della disciplina, basti pensare alla sfida finale sul tavolo di biliardo fra Eddie Falson (Paul Newman) e Minnesota Fats (Jackie Gleason) ne Lo spaccone (1961) di Robert Rossen: chi di noi non ha sobbalzato sulla sedia ad ogni colpo di stecca fra i due protagonisti, pur non essendo pratici delle regole di gioco, ed alla fine gioito per l’esito dell’incontro. Nella rappresentazione filmica degli scacchi invece si può percepire il pathos dei giocatori impegnati nella partita, l’adrenalina che scorre in coloro che li attorniano e li osservano con occhi competenti ed ammirati, ma noi spettatori non possiamo comprendere le complesse dinamiche del gioco se non si siamo avvezzi a questa disciplina da tutti conosciuta ma non da tanti praticata.

Eppure, il rapporto fra gli scacchi e la settimana arte ha radici antiche ed il primo film che viene in mente ai cinefili più raffinati è Il Settimo sigillo (1957) diretto da Ingmar Bergman ed in particolare la partita a scacchi fra il protagonista (il cavaliere medievale impersonato da Max Von Sydow) e la morte in persona, dove il gioco diventa metafora della caducità della vita e del rapporto fra l’uomo e Dio. Ed ancora, 2001 odissea nello spazio (1968) in cui vi è un’altra celebre partita a scacchi fra il computer Hall 9000 e l’astronauta Frank Pool (Gary Lokwood), che preconizza le insidie per l’umanità di affidarsi all’intelligenza artificiale.

Immagine generata da IA

Ma non troviamo solo citazioni colte di registi che ricorrono gli scacchi per veicolare le loro idee narrative: diversi infatti sono stati i cineasti che hanno deciso di realizzare opere interamente dedicate a questa disciplina, ricorrendo ad un approccio finzionale indispensabile per renderle più fruibile al grande pubblico e cioè concentrarsi sulla narrazione degli avvenimenti, sulla interazione dei personaggi e sui patemi ed i sacrifici del protagonista che infine riesce a prevalere sugli avversari. Altra costante rintracciabile in gran parte di queste produzioni è l’attinenza a storie e figure realmente esistiti con pellicole che spesso hanno celebrato i loro miti, campioni assoluti di questo gioco, che per molti è anche uno sport, per altri una forma d’arte assoluta.
Fra i titoli di questa produzione che meritano menzione vi sono, innanzitutto, due pellicole americane, entrambe dedicate ad uno degli eroe della loro storia e cioè Robert James Fischer, detto Bobby, che fu il primo ed unico americano a vincere la coppa del mondo di questo sport, quando nel 1972, in un celebre confronto disputato a Reykjavik in Islanda, riuscì a battere contro ogni pronostico il campione russo Boris Spasskij. Il primo film di cui parliamo è In cerca di Bobby Fischer (1993) diretto dallo sceneggiatore premio Oscar Steven Zaillian, autore anche di due sole due pellicole come regista. Con l’opera citata, Zaillian traspone al cinema il romanzo omonimo sulla vita di un altro talentuoso scacchista statunitense di nome Joshua Waitzikin, scritto dal padre Fred, di cui ripercorre l’infanzia di genio precoce degli scacchi, con sullo sfondo la figura di Fischer, che viene spesso evocata mentre sullo schermo scorrono alcune immagini di repertorio commentate dalla voce off dello stesso piccolo protagonista il quale, come tutti, invoca il ritorno sulle scene del campione di cui si erano perse le tracce. Con un cast di rilievo (Joe Mantegna, Joan Allen, Ben Kingsley e Laurence Fishburne), la pellicola si fa apprezzare per la nostalgica ricostruzione di quell’epoca, in cui a seguire le orme del maestro americano è il piccolo Joshua, prodigio degli scacchi già a sette anni, che viene affidato dai genitori alla guida di un insegnante di scacchi che di Fischer conosceva ogni partita ma, durante il suo percorso di formazione, il bambino non sacrificherà la sua infanzia, dedicandosi anche ad altre discipline sportive e ciò non impedirà di diventare anche lui un campione di scacchi.

Durante la visione di questo film, viene voglia di approfondire la vera storia di Bobby Fischer, nel film appena accennata, ed in particolare l’epica sfida con il campione sovietico Boris Spasskij ed a questo ci penserà diversi lustri dopo il regista Edward Zwick, avvalendosi della efficace sceneggiatura di Steven Knight, con l’altra pellicola di cui parliamo dal titolo La grande partita (2014), che si riferisce all’epico incontro tenutosi in Islanda, in piena guerra fredda, fra Fischer e il campione sovietico Boris Spasskij, fino ad allora imbattuto. Ad impersonare il maestro americano troviamo Tobey Maguire che riesce a restituirci la personalità di un campione geniale e disturbato, fin dalle prime scene che ci proiettano ai giorni della sfida quando alla seconda partita Fischer non si presentò. Inizia a quel punto un lungo flashback che segue lo scacchista fin da bambino nella tormentata parabola che lo porterà a sfidare nel 1972 il campione in carica. Edward Zwick non trascura neanche l’antagonista sovietico, a cui dedica maggiore spazio quando la grande partita volge al termine, grazie alla buona interpretazione di Liev Schreiber che del russo fornisce una versione meno problematica del suo sfidante, ma con altrettante luci e ombre. Il resto del cast appare all’altezza nel farci rivivere il clima di tensione fra le due grandi potenze che si respirava in quegli anni durante la presidenza Nixon, che culminerà con quella che per le due Nazioni ha rappresentato molto più di una partita, che il regista ricostruisce con il giusto phatos, non a caso definita la partita del secolo. Un paio di anni dopo, il 30 ottobre 1974, vi sarà un altro incontro agonistico a cui gli americani daranno la stessa (abusata) definizione di partita del secolo, che per importanza e clamore mediatico vissuti nel continente americano può essere accostato alla sfida di Reykjavik, con protagonisti però due statunitensi di colore che si incontreranno per la corona mondiale nella boxe a Kinshasa nell’allora Zaire, i cui nomi erano il campione in carica George Foreman e lo sfidante Muhammad Alì. Quest’ultimo veniva da diversi anni di inattività e tuttavia riuscì a mandare al tappeto il campione fino ad allora imbattuto, nonostante nessuno lo credeva possibile, consegnandolo definitivamente al mito, come ci ha fatto efficacemente rivivere sul grande schermo il regista Michael Mann, con la pellicola Alì (2001), altra opera sul pugilato da tenere in considerazione.

Ma non è solo la vicenda, umana e sportiva, di Bobby Fischer ad avere attirato l’attenzione dei cineasti di tutto il mondo. Vi sono infatti diversi film che ripercorrono e celebrano altri acclamati scacchisti e fra questi un altro prodotto a stelle e strisce dal titolo Queen of Katwe (2006), diretto da Mira Nair. La regista che viene dall’India adatta il romanzo La regina bambina di Tim Crothers, che narra della bambina prodigio ugandese Phiona Mutese, e realizza un biopic che è anche una storia di riscatto e di affermazione da parte della giovane protagonista e del suo percorso verso l’affermazione del suo talento. Spostandoci fra i Continente, vanno ancora ricordati The Dark horse (2014) di James Napier Robertson, pellicola neozelandese sulla figura di Genesis Wayne Pontini che era affetto da disturbi bipolari ma dotato di un talento per gli scacchi che lo porteranno ad insegnare il gioco a bambini disagiati; il film francese Qualcosa di meraviglioso (2019) diretto da Pierre Francois Martin-Laval, incentrato sulla figura del piccolo bengalese Fahim Mohammad, che grazie alla sua innata predisposizione per il gioco degli scacchi, aiutato dal suo insegnante e mentore francese Sylvain (Gerard Depardieu), riesce ad ottenere per se e la sua famigli la cittadinanza francese; ed infine, anche la Russia, che celebra le sue storie e i suoi miti, con la pellicola Cempion mira (2021) diretta da Aleksej Sidorov e dedicata alla storica partita a scacchi per il campionato del mondo fra due campioni di casa loro: il famoso Anatolij Karpov, da molti considerato il più grande giocatore di sempre, e lo sfidante Viktor Korcnoj, campione dalla lunga carriera agonistica che era andato via dall’allora Unione Sovietica qualche anno prima per rifugiarsi in Svizzera, ma vincerà Karpov, ovviamente.

Concludiamo questo breve viaggio sul mondo degli scacchi in celluloide, ricordando alcune pellicole frutto della fantasia degli autori, senza nessuna attinenza a personaggi reali ed il primo titolo che merita menzione è Mosse pericolose (1984), produzione svizzera diretta dal francese Richard Dembo, che nel 1985 si è aggiudicato il premio Oscar come miglior film straniero. Anche questo film narra di una sfida per il campionato mondiale, fra due scacchisti russi dai caratteri opposti, il campione in carica Liebskin (Michael Piccoli) avanti con gli anni e dalla salute malferma ed il suo sfidante Fromm, più irruento e irrispettoso dei protocolli, che aveva lasciato la madrepatria da qualche anno, ma l’esito dell’incontro riserva una sorpresa che riabilita il campione esule russo.

Ed ancora, vengono alla mente atri due titoli, Scacco mortale (1992) film a stelle e strisce diretto dallo svizzero Carl Schenkel, in cui una competizione di scacchi che si disputa in un’isola americana, innesca una serie di omicidi dietro ai quali vi è una mente particolarmente portata per il gioco degli scacchi e A mente fredda (2019) diretto da Lukasz Kosmicki, un thriller spionistico girato con soldi polacchi ma di lingua inglese, ambientato durante la guerra fredda con al centro dell’intrigo ancora una sfida di scacchi fra un campione russo ed uno americano, che nasconde altre finalità di natura geopolitica.

 In ultimo, pure una produzione del nostro Paese, che si sa, non ha mai avuto campioni di scacchi tanto acclamati e famosi da celebrare con un biopic.  Tuttavia, una pellicola sul tema merita citazione ed è La regina di scacchi (2002) diretto da Claudia Florio, al suo terzo ed ultimo lungometraggio, pare ispirato ad una storia vera. La protagonista del film è una giovane ragazza ossessionata dagli scacchi (Barbora Bobulova), ma questa sua nevrosi nasconde un passato traumatico, come infine riuscirà a capire, grazie anche all’aiuto di un giornalista che scopre verità inconfessabili in capo a colui che era stato il maestro di scacchi della giovane.

Carmelo Franco                

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La banda muta di Alessia Bottone

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“La banda muta – afferma la regista quarantenne Alessia Bottone – restituisce alla morte e al rito funebre il loro valore originario, ovvero la celebrazione del passaggio dalla vita terrena alla vita spirituale ma, soprattutto, conferisce un tempo al dolore. Un aspetto che, oggi, appare svuotato di significato: basta guardare ai funerali delle celebrità o persino a tragedie come quella di Rigopiano, diventati occasioni per scattare selfie e postare sui social”.

La regista- che  attraverso questo corto ha reso omaggio anche alle sue origini siciliane- , ha voluto portare in scena non solo emozioni, ma una riflessione sul tema della solitudine nella società contemporanea. “Una solitudine valoriale – spiega-  che ci porta ad affogare nell’egocentrismo, fino al punto da non rispettare nemmeno la morte. La domanda che mi faccio e che attraversa il film è: perché abbiamo bisogno di essere sempre al centro della scena, anche quando c’è il dolore di mezzo? Cosa ci manca davvero, cosa ci affligge, e perché oggi il silenzio ci spaventa così tanto?”.

Una riflessione condivisa anche da Gaetano Savatteri, che accoglie con favore questa trasposizione cinematografica del suo racconto “La banda muta”. “Quando affidi un racconto o un romanzo a un regista- dichiara lo scrittore e giornalista- sai che ne nascerà inevitabilmente un’altra cosa. Ed è bello vedere quali nuove letture possa ispirare una storia. La banda muta si ispira ed era un rito pieno di solennità che ho visto con i miei occhi a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. Una tradizione che Alessia ha ben reso nel suo corto,  sottolineando per altro come è cambiato oggi il nostro rapporto con la morte e con il silenzio. Oggi i funerali sono diventati applausi, selfie, show business, soprattutto quando riguardano figure pubbliche. In un tempo di rumore, di chiasso e baccano continuo, è proprio quel silenzio perduto che ci serve, perché è nel silenzio che troviamo lo spazio per guardarci dentro”.

  

Guarda l’intervista alla regista 

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Rosa Elettrica la nuova serie targata Sky

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Nei panni di una giovane agente sotto copertura alle prese con scelte più grandi di lei, Maria Chiara Giannetta è la protagonista di ROSA ELETTRICA, eroina per caso al centro del nuovissimo thriller on-the-run targato Sky Original dall’8 maggio in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW.

Prodotta da Sky Studios e Cross Productions e diretta da Davide Marengo (Un’estate fa, Il cacciatore, Notturno bus), la serie – in sei episodi – adatta liberamente l’omonimo romanzo bestseller di Giampaolo Simi (2007, edito da Sellerio Editore Palermo).

Sinossi

Al centro della storia Rosa, giovane agente del programma protezione testimoni, incaricata di scortare Cocìss, baby boss di camorra deciso a collaborare, interpretato dal co-protagonista Francesco Di Napoli. Quando scopre che qualcosa nell’operazione non torna, Rosa rompe la catena di comando e fugge con lui: da quel momento entrambi diventano bersagli, costretti ad attraversare l’Italia senza potersi fidare di nessuno, nemmeno delle istituzioni che dovrebbero proteggerli. Accanto a Maria Chiara Giannetta (L’amore e altre seghe mentali, Blanca, Don Matteo) e Francesco Di Napoli (Hey Joe, Romulus, La paranza dei bambini) anche Elena Lietti (Il sol dell’avvenire, Il Miracolo, Anna), che interpreta il vicequestore Antonella Reja, diretto superiore di Rosa, pronta a tutto per mettere alla prova la sua giovane recluta; Antonia Truppo (Lo chiamavano Jeeg Robot, Indivisibili, Mare Fuori) presta il suo volto a Nunzia Serafino, insospettabile boss del clan Incantalupo detta “Mamma Camorra”; Pasquale Esposito (Ripley, Hotel Portofino, Gomorra) interpreta Saro Incantalupo, boss latitante da oltre vent’anni che siede al vertice del clan omonimo. E ancora Federico Tocci (C’è ancora domani, La casa degli sguardi, Speravo de morì prima) nei panni di Carlo Morano, collega e amico fedele di Rosa, e Francesco Foti (Il Cacciatore, I Leoni di Sicilia, Un’estate fa) in quelli di Paolo D’Intrò, Sostituto Procuratore di Napoli, figura di spicco della lotta contro la criminalità organizzata.

Il soggetto di serie è stato elaborato da Giordana Mari con Giampaolo Simi e Vittorino Testa. Alla sceneggiatura Giordana Mari, a capo di una writers’ room tutta al femminile che include anche Fortunata Apicella, Serena Patrignanelli e Michela Straniero.

Guarda il trailer

Guarda l’intervista all’attore Francesco Foti che interpreta il sostituto procuratore D’Intrò

 

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Marsala, Mille volti una storia

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 25 maggio 2026: Mattinata ricca di emozioni al Teatro Impero, a Marsala, dove si è tentuta la cerimonia di presentazione del progetto Cinema per la Scuola(Cinema e immagini per la scuola) “Visioni fuori luogo” nell’ambito del quale alcuni studenti, del Liceo Pascasino – Giovanni XXIII e di altre Scuole Secondarie di Primo grado del territorio, sono state protagonisti di una mini serie web, in tre puntate, dal titolo “Marsala: mille volti, una storia”. Il lavorio filmico esplora la realtà multiculturale di #marsala attraverso le storie di giovani immigrati e documenta le loro esperienze, le sfide, i sogni e le speranze, con l’obiettivo di sfatare stereotipi e pregiudizi e promuovere una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione, di cui Marsala è città pilota. Il progetto che ha portato alla realizzazione delle tre puntate, è stato realizzato dagli esperti: Giacomo Di Girolamo (Sceneggiatore), Francesco Dinolfo (Direttore della Fotografia) e Alessio Piazza (Regia) e seguito dalla prof.ssa Rossella Nocera, in qualità di responsabile scientifico, dalle docenti A. Galfano, I. Pellegrino e R. Zizzo, in qualità tutor e dal prof. Luca Facciolo, in qualità di Valutatore. Per l’occasione è stata nominata una giuria di esperti (attori e docenti di cinematografia), composta da Ester Pantano, Sofia Fici, Luana Rondinelli, Claudio Casisa e Ivan Scinardo, che ha premiato, a conclusione dell’evento, i migliori attori protagonisti e non.
 

 

 

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