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Cinema

A Terrasini la 7^ edizione del Sicilia Film Fest

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Dal 13 al 21 agosto il palazzo d’Aumale di Terrasini si trasforma in un palcoscenico cinematografico con la settima edizione del Sicilia Film Fest, un attesissimo evento che propone proiezioni gratuite di grandi film, incontri con i protagonisti del cinema e della cultura e uno spazio dedicato agli autori del domani attraverso la selezione dei migliori cortometraggi.

Una autentica ‘Festa del Cinema’, organizzata dalla società cinematografica Altre Storie in collaborazione con la Regione Sicilia e il Comune di Terrasini, che prevede, ogni sera alle ore 21, la proiezione di un film, introdotta dal direttore artistico Vincenzo Sacco.

Eleonora Cristiani, madrina

Madrina della sesta edizione del Sicilia Film Fest è Eleonora Cristiani. Da inviata on line per una web tv dedicata al Cosenza Calcio, le sue interviste post-partite guadagnano popolarità e vengono condivise su social, tv e radio nazionali fino a collaborare con Sportitalia, RdsNext e a 360 gradi con il mondo social, con il format “Oltre il 90esimo” da lei creato e gestito. Attrice per il cinema in “Hotspot – Amore senza rete”, Eleonora è oggi diventata una content creator apprezzata e conosciuta in tutta Italia: oltre al suo passaggio al cinema, in questi anni come volto social del calcio italiano ha dimostrato di saper creare contenuti coinvolgenti che vanno oltre al semplice intrattenimento, rendendola la figura ideale per incarnare il tema del Sicilia Film Fest di quest’anno che riflette sulla vita come gioco e allo stesso tempo come percorso più profondo.

“La vita (non) è un gioco”

Il motto per l’edizione 2025 del festival che invita a riflettere sulle scelte che facciamo e sulle conseguenze delle nostre azioni, utilizzando il cinema come strumento di intrattenimento e di riflessione per esplorare temi fondamentali. La parentesi “(non)” sottolinea come l’intrattenimento debba essere accompagnato dalla riflessione critica, senza ridurre la vita a un semplice gioco. La Sicilia, con la sua storia e cultura ricca di contrasti, diventa un contesto ideale per questo tema, che invita a considerare la complessità e la profondità delle scelte che ci riguardano.

La giuria

I film in concorso sono valutati da una giuria presieduta da Ester Pantano, attrice siciliana versatile e talentuosa che ha costruito una carriera solida nel cinema, teatro e televisione: ha studiato recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e ha lavorato con registi importanti come Paolo Virzì e Gianluca Maria Tavarelli, ha recitato in diverse serie tv di successo, tra cui “Màkari” e “Imma Tataranni”, e ha partecipato a film come “Notti magiche” e “Diabolik 2”. La sua carriera è stata coronata dalla nomina a Madrina del Festival di Taormina nel 2024, continuando sempre a cimentarsi nel cinema e nella televisione in ruoli diversi e sfidanti. Fanno parte della giuria anche Antonio Panzica, medico per professione e “ShowMed” per passione che si dedica a teatro, radio e tv lavorando come autore, conduttore e imitatore, e Lisa Pitrolo Savà, nota sui social come Labovaryste, scrittrice e poetessa vincitrice di premi letterari, editor freelance e coach di scrittura.

I premi

Il Festival assegna il Faro d’Oro per il miglior film, il Faro dell’emozione per la migliore interpretazione attoriale e il Faro d’Argento scelto dal pubblico. Inoltre, viene assegnato il Faro alla carriera per premiare personalità o istituzioni che si sono distinte in ambito sociale. I cortometraggi sono in gara nella sezione “Faro del domani”.

La giuria conferisce il Faro d’Oro al miglior film, e il Faro dell’emozione alla migliore interpretazione attoriale. Il Faro d’Argento è assegnato dalla votazione del pubblico, mentre il Faro alla carriera è attribuito alla personalità o istituzione che hanno lasciato un’impronta significativa in ambito sociale nell’ultimo anno. In concorso per il Faro del domani ci sono i cortometraggi, che fanno parte di una sezione collaterale del Festival e ogni sera vengono proiettati prima dei film in gara. Per l’edizione 2025 i Fari di cinema, i tradizionali premi del Sicilia Film Fest, sono realizzati esclusivamente a mano con antiche tecniche ceramiche da Ceramiche DiD di Daniela La Vardera.

Per quanto riguarda i cortometraggi in gara per l’assegnazione del Faro d’oro del domani, dopo avere ospitato in passato Produzioni Niche, Studio Rain e Piano Focale, la “scuderia cinematografica” che quest’anno il Sicilia Film Fest ha deciso di promuovere e ospitare è Panormos Officina Artistica, centro polivalente di produzione e formazione. Più che quattro corti quest’anno gareggeranno, e saranno presentati in anteprima, quattro parti di una serie antologica di animazione prodotta appositamente per il Festival: “L’Onore dei Pupi”, un progetto che fonde la tradizione del Teatro dei Pupi – realizzati dallo storico maestro puparo Angelo Sicilia – con il linguaggio cinematografico per sensibilizzare le nuove generazioni sui temi di legalità e impegno civile. 

Ogni episodio, interamente doppiato dagli allievi di Panormos, è dedicato a personaggi iconici della lotta alla mafia, e rispettivamente mettono in scena: Rosario Livatino, Padre Pino Puglisi, Peppino Impastato, Giovanni Falcone & Paolo Borsellino. Ogni sera, alle 21 al Palazzo D’Aumale, sarà proiettato un episodio della serie (della durata di 10-12 minuti) che unisce teatro, animazione e cinema muto, con uno stile evocativo che rompe la quarta parete e coinvolge lo spettatore in un’esperienza formativa, simbolica e profondamente emotiva. A prestare voce, musica e creatività, sono gli allievi di Panormos, protagonisti anche dietro le quinte in tutte le fasi della produzione: dal doppiaggio alle musiche, dalla grafica alla diffusione. Le date previste sono mercoledì 13, lunedì 18, martedì 19 e giovedì 21 agosto.

La programmazione

Il Sicilia Film Fest inizia mercoledì 13 agosto con l’inaugurazione affidata al giurato Antonio Panzica e la proiezione del primo film in gara, “In viaggio con mio figlio” di Tony Goldwyn. Nei giorni successivi saranno programmati “Arrivederci tristezza”, commedia brillante del regista Giovanni Virgilio che il 18 agosto presenterà al pubblico il film, e il 19 agosto il terzo film in gara, “L’amore che ho”, dramma biografico di Paolo Licata: nel corso di questa serata la madrina Eleonora Cristiani consegnerà i primi due premi del Festival, il Faro alla carriera e quello per il miglior cortometraggio. Per la serata finale del 21 agosto è prevista la proiezione dell’ultimo film in concorso, “Maria di Pablo Larraìn”, e la premiazione dei film vincitori alla presenza della presidente della giuria Ester Pantano.

Il Sicilia Film Fest includerà anche gli immancabili Cinetalk, incontri con ospiti speciali del mondo del cinema condotti da Ivan Scinardo, giornalista professionista, direttore della sede Sicilia del Centro Sperimentale di Cinematografia – Scuola Nazionale del Cinema. Tra gli ospiti previsti, il 21 sarà presente l’attrice Ester Pantano.

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Cinema

Testa o croce? Il film di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis

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E venne il giorno in cui il “western all’italiana” smise di essere un’imitazione parodica o cinica per farsi, finalmente, western italiano. Questo passaggio avviene nel 2025, tra le paludi pontine e la polvere della Maremma in Testa o croce?, l’ultima opera di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis. I registi, fedeli alla loro poetica che mescola documento e leggenda, calano i personaggi nell’Italia di fine Ottocento, prendendo le mosse da un evento storico che si mischia con la leggenda: la tappa romana della tournée di Buffalo Bill.

Qui, il West non è più la terra di frontiera d’oltre l’oceano, ma uno spettacolo messo in scena che prende il volto di John C. Reilly, incarnazione di un selvaggio West ormai passato di moda. Secondo la tradizione, i cowboy americani furono sfidati dai butteri locali in una gara di domatura di cavalli, e alla fine, si racconta, ebbero la meglio sui più blasonati cowboy.

La storia

Su questo innesto storico, il film costruisce un racconto romanzato d’amore e sangue. La fuga del giovane buttero Santino con una sposa francese infelice e ribelle (Nadia Tereszkiewicz) non è solo una cavalcata verso la libertà, ma un radicale cambio di prospettiva geografica: la verticalità epica dei canyon fordiani cede il passo all’orizzontalità malinconica e arcaica del paesaggio laziale e toscano, dove i protagonisti siamo noi e la nostra storia.

Santino, interpretato da un magnetico Alessandro Borghi, ne è il protagonista maschile e porta su di sé un’eredità pesante. Con il cappello calcato e gli occhi di un azzurro intenso, spesso ripresi in primo piano, rimanda inevitabilmente a Terence Hill e alle icone solitarie dello spaghetti western. Ma l’analogia si ferma alla maschera. Il buttero fuggitivo non possiede il cinismo spietato o il distacco ironico dei pistoleri di un tempo; è un uomo radicato in un’Italia violenta e ancestrale, in cui la brutalità diventa un rito di passaggio e la frontiera rappresenta un paesaggio puramente interiore. Borghi non cita il passato: è il fantasma di quel cinema che lo attraversa per portarlo verso un’indagine più radicata delle nostre radici.

Buffalo Bill

A fare da ponte ideale fra queste due realtà così diverse, c’è Buffalo Bill con la sua carica leggendaria che insegue gli amanti, e altre schegge di un immaginario western che irrompono all’improvviso: un treno preso in ostaggio dai banditi, una carneficina da parte dei soldati e le facce violente e feroci dei cacciatori di taglie.   

Tuttavia, il plot asciutto e brutale è venato anche da suggestioni magiche che armonizzano le due componenti antropologiche, rendendole unica metafora del raggiungimento della civiltà attraverso la barbarie.

I dannati di Roberto Minervini

In questo senso, Testa o croce? non è un caso isolato, ma il tassello di un mosaico più ampio che sembra voler chiudere un cerchio nel nostro cinema. Lo dimostra una pellicola uscita l’anno prima, I dannati di Roberto Minervini. Seppur ambientato nel cuore della Guerra di Secessione, il film di Minervini condivide con quello di De Righi e Zoppis la medesima urgenza: smontare la retorica bellica e il mito dell’eroe per osservare l’uomo nel fango della realtà.

Entrambi i film segnano forse il ritorno definitivo del western in Italia, ma in una veste inedita. Non più genere di consumo, ma territorio d’autore; non più fuga nell’esotismo, ma scavo brutale nella nostra identità. Sarà il tempo a dirlo, ma oggi la polvere della Maremma sembra avere lo stesso peso specifico della Storia.

Carmelo Franco

 

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Cinema

Déjà-vu in sala: plagio o citazione cinefila?

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Quante volte ci è capitato di avere la sensazione di aver già visto una scena durante la visione di un film per noi inedito? Per coloro che ancora pensano si sia trattato di un semplice déjà-vu, va detto che molto spesso non si è trattato di una percezione illusoria: la storia del cinema è piena di registi che “rubano” sequenze cult girate da altri, facendole proprie e riadattandole a un diverso intreccio, in un’opera che alla fine magari riscuote anche più successo.

Quentin Tarantino

Uno degli esempi più eclatanti ci perviene da Quentin Tarantino, il quale al suo secondo film ottiene un successo planetario; eppure, proprio in Pulp Fiction, vi è un’intera sequenza che sembra la copia carbone di un’altra girata da Fernando Di Leo (uno dei registi più amati dal cineasta del Tennessee) molti anni prima. La pellicola in questione è La mala ordina, dove i due personaggi interpretati da Henry Silva e Woody Strode percorrono un corridoio, seguiti in piano sequenza, fino a giungere all’appuntamento.

Mutatis mutandis, cambiano gli attori (John Travolta e Samuel L. Jackson in luogo di Silva e Strode) e i loro personaggi, ma non il succedersi dell’azione: pure nel film di Tarantino una coppia di malavitosi percorre un corridoio, seguiti dalla macchina da presa, finché non bussano a una porta che infine si apre e li accoglie all’interno. Che Tarantino abbia voluto omaggiare il suo predecessore italiano, o che si sia trattato di un riflesso pavloviano da parte di un cultore del nostro cinema di genere, poco importa: entrambe le scene ci appaiono degne di nota e funzionali al contesto.

Brian De Palma

Ancora un acclamato regista americano è al centro di un altro “plagio d’autore”, che ha le sembianze eleganti di Brian De Palma. In The Untouchables – Gli intoccabili (1987), gli spettatori rimangono col fiato sospeso quando una carrozzina con un bambino piangente rovina lungo una scalinata durante una sparatoria. Qui De Palma ha dimostrato tutta la sua maestria nel mettere in immagini le proprie ossessioni cinefile, certamente debitrici di quella sequenza di culto girata da Sergej M. Ėjzenštejn a inizio Novecento nel suo capolavoro, La corazzata Potëmkin, in cui i soldati cosacchi irrompono sulla scalinata di Odessa facendo strage della folla inerme.

Luigi Comencini

Ritorniamo nei confini italiani per citare due pellicole appartenenti alla nostra commedia all’italiana, ma l’autore è un solo regista: Luigi Comencini. Nel 1958 Comencini dirige Mogli pericolose con un cast di tutto rispetto, in cui spicca una sequenza ambientata all’interno di un ascensore: qui sono Franco Fabrizi e Sylva Koscina a rimanere bloccati, trasformando lo spazio angusto in un palcoscenico di imbarazzi e sottili tensioni seduttive.

Quasi vent’anni dopo, il regista riprende quel medesimo schema narrativo per l’episodio L’ascensore all’interno del film Quelle strane occasioni (1976). Questa volta sono Alberto Sordi (nei panni di un monsignore) e Stefania Sandrelli a restare prigionieri della cabina proprio il giorno di Ferragosto. Chi ha visto entrambe le pellicole non può non notare come Comencini ricalchi la coreografia dei movimenti e la gestione dei silenzi, trasportando un’idea nata nel bianco e nero degli anni Cinquanta nella più smaliziata e cinica atmosfera degli anni Settanta. In questo caso, il “furto” avviene in famiglia: è un’auto-citazione consapevole dove il regista non solo riutilizza un’intuizione tecnica vincente, ma la evolve, trasformando un momento di commedia brillante in un ritratto graffiante dei vizi e delle ipocrisie dell’italiano medio.

William Friedkin

Rimanendo nell’ambito dei piccoli plagi d’autore, è impossibile non citare il debito che un colosso del cinema horror come William Friedkin deve al maestro del brivido italiano Mario Bava. In L’esorcista (1973), una delle inquadrature più famose della storia del cinema è l’arrivo di Padre Merrin davanti alla casa di Regan: l’uomo di profilo, la valigetta in mano, la luce spettrale di un lampione che taglia l’oscurità.

Questa immagine, diventata persino la locandina del film, è la copia speculare di una scena presente ne Operazione paura (1966) di Bava. Friedkin estrapola quell’estetica pittorica da un piccolo film gotico italiano per inserirla in un contesto demoniaco urbano, trasformando un’intuizione visiva altrui nel simbolo stesso del male che bussa alla porta. Anche qui, il “furto” di una sola, potente inquadratura contribuisce a creare un’atmosfera che lo spettatore sente di aver già vissuto, pur trovandosi di fronte a una storia completamente differente.

Steven Spielberg

Per chiudere questo cerchio di “memorie visive”, vale la pena menzionare come anche i più grandi successi popolari non siano immuni da questa pratica. In I predatori dell’arca perduta (1981), Steven Spielberg inserisce un’inquadratura che è un calco preciso di una scena di Ombre rosse (1939) di John Ford. Si tratta del momento in cui il personaggio di Indiana Jones, durante l’inseguimento al camion dei nazisti, passa sotto il veicolo in corsa per poi riemergere da dietro.

Spielberg non sta girando un western, eppure “ruba” quel frammento d’azione acrobatica — eseguito originariamente dallo stuntman Yakima Canutt nel capolavoro di Ford — per iniettare nel suo cinema d’avventura la stessa scarica di adrenalina del cinema classico. Ancora una volta, una singola sequenza estrapolata dal suo contesto originale e riadattata a un nuovo intreccio dimostra che il cinema, più che un’arte dell’invenzione assoluta, è fatta anche di una incessante conversazione privata tra autori che, pur non essendosi mai incontrati, sembrano parlarsi, passandosi il testimone attraverso le epoche.

Carmelo Franco

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Cinema

Agnus Dei di Massimiliano Camaiti

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Dopo il debutto all’82. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e un percorso nei principali festival internazionali, #AgnusDei di Massimiliano Camaiti arriva nelle sale italiane dal 20 aprile, distribuito da #kineadistribuzioni di Dario Cangemi. Presentato nella sezione Biennale College Cinema, Agnus Dei ha ottenuto il Premio Michel Mitrani come migliore opera prima al FIPADOC di Biarritz ed è stato premiato come miglior documentario dell’anno dall’Associazione Documentaristi Italiani. Nel silenzio raccolto del Monastero di Santa Cecilia a Roma, il film segue il legame delicato tra le monache e due agnelli appena nati, affidati alle loro cure grazie ad una tradizione cattolica millenaria. Nei gesti quotidiani dell’accudimento si dischiude una forma di maternità inattesa, fatta di presenza, dedizione e ascolto, che attraversa e ridefinisce il senso stesso della vocazione. 

Il film verrà presentato a Palermo, al cinema Rouge et Noire, lunedi 4 maggio 2026 alle 19.00.

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