Cinema
Gli Sliding Doors del cinema italiano
Quando un film ti cambia la vita
Un giorno come tanti Helen Quilley (Gwyneth Paltrow) si reca alla stazione per prendere la metropolitana e far ritorno a casa. Ma per lei quel giorno non è come gli altri: ha appena perso il lavoro e sta anticipando il rientro nella sua abitazione. Lì l’aspetta il fidanzato Gerry (John Lynch) che ignaro della disavventura lavorativa di Helen, si intrattiene con la sua amante. Tuttavia, che la protagonista del film di cui stiamo parlando irrompa a casa dipende dalle porte girevoli dell’esistenza: se riuscirà a prendere in tempo la metropolitana la sua vita seguirà una direzione inaspettata con la scoperta del tradimento; diversamente, se qualche intoppo gliela farà perdere, quando arriverà a casa troverà Gerry da solo, e tutto scorrerà come sempre. È questa la sintetica sinossi della pellicola diretta dal regista inglese Peter Howitt che ci regala due film a prezzo di uno: due traiettorie dissimili nella vita della protagonista, a seconda della sorte.
Una prospettiva suggestiva quella che il regista ci consegna con il suo film, tuttavia la vita reale non ci offre la possibilità di prevedere cosa sarebbe successo se quella occasione non si fosse presentata o un evento imprevedibile non ci avesse sconvolto i piani.
Allo stesso modo, non sapremo mai come sarebbero andate le carriere di alcuni attori italiani, se i loro sliding doors non gli avessero fatto incontrare quel regista o produttore, se non avessero accettato determinati ruoli o se altri loro colleghi prima di loro non avessero declinato l’offerta.
Stiamo parlando di alcuni protagonisti del cinema italiano i quali, nel corso del cammino della loro vita, hanno incontrato dei cineasti che hanno intuito, prima e più di altri, una loro inclinazione artistica e cambiato il loro destino artistico.
A Mario Monicelli si deve la grande intuizione di aver saputo trasformare alcuni interpreti, che sembravano destinati ad una carriera in ruoli drammatici, in attori da commedia. Alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso si colloca la prima metamorfosi, che il regista compie sul set de I soliti ignoti (1958), con uno dei futuri protagonisti della commedia all’italiana. Monicelli affida a Vittorio Gassman la parte di un pugile balbuziente, gli ispessisce le sopra ciglia e lo rende adatto a quel ruolo, ed in seguito un perfetto corpo da commedia. A quei tempi, l’attore nato a Genova, era stato uno degli interpreti più promettenti dei classici in teatro ed al cinema veniva impiegato in parti melodrammatiche. Alcuni registi avevano individuato in lui il physique du rôle, per impersonare personaggi seducenti e carismatici, a volte nelle vesti di villain. Peraltro, l’attore aveva dalla sua una imponente fisicità che nelle intenzioni degli autori lo faceva il degno erede di Amedeo Nazzari e Rossano Brazzi, i due divi del cinema italiano che a cavallo del secondo conflitto avevano fatto innamorare tante spettatrici. Dopo l’incontro con il regista romano, Gassman, con pochissime eccezioni sceglierà la commedia come terreno d’elezione, almeno in Italia. Tuttavia, reciterà ancora in ruoli drammatici, principalmente negli states dove l’attore comparirà in due pellicole dirette da Robert Altman (Un matrimonio 1978 e Quintet 1979), oltre che nel film Sleepers (1996), con la regia di Barry Levinson.
La seconda di queste transizioni comiche riguarda Monica Vitti. Siamo già negli anni sessanta è la Vitti era nel mentre diventata l’attrice feticcio di Michelangelo Antonioni, che l’aveva impiegata nella sua c.d. tetralogia dell’incomunicabilità (L’avventura, La notte, L’eclisse e Deserto rosso). Nessuno in quel momento avrebbe scommesso sulle doti comiche dell’attrice romana, all’anagrafe Maria Luisa Ceciarelli. Tuttavia, Monicelli le affiderà il ruolo da protagonista nella commedia La ragazza con la pistola (1968), a cui seguiranno, per la Vitti, tanti altri ruoli brillanti, diretta da tutti i migliori registi del genere, che ne hanno fatto di lei un’altra delle protagoniste della commedia all’italiana. Il suo nome viene inserito di diritto nella lista dei principali interpreti maschlili del genere, dei quali è stata perfetta partner brillante in tante pellicole di successo: Vittorio Gassman (A mezzanotte va la ronda del piacere 1975 di Marcello Fondato), Alberto Sordi (Polvere di stelle 1973 di Alberto Sordi), Nino Manfredi (Basta che non si sappia in giro 1976 nell’episodio L’equivoco di Luigi Comencini), Ugo Tognazzi (L’anatra all’arancia 1975 di Luciano Salce) e Marcello Mastroianni (Dramma della gelosia 1970 di Ettore Scola).
A proposito di Gassman, un’opera chiaramente debitrice del film cult di Dino Risi è Nel continente nero, diretto nel 1993 da un altro Risi, di nome Marco, il cui padre è lo stesso autore de Il sorpasso: la pellicola vede Diego Abatantuono nel ruolo di un imprenditore un po’ cialtrone, che si ispira al Bruno Cortona (Vittorio Gassman), creato da papà Dino. Nell’anno in cui uscì il film di Marco Risi, tuttavia, Abatantuono si era già lasciato alle spalle il ruolo di terrunciello, cioè del personaggio meridionale trapiantato al nord, con un accento improponibile, da lui interpretato in ben diciassette film, in soli tre anni. La coazione a ripetere di questa figura aveva caratterizzato i suoi esordi al cinema, ma ormai aveva stancato anche il pubblico più affezionato. Per il proseguo del suo percorso attoriale, importanti sono stati gli incontri con tre registi, in primis Pupi Avati di cui è risaputo il suo estro particolare nelle scelte di casting: Avati è il regista che più di tutti ha individuato nella commedia l’ambito più adatto dove scegliere i protagonisti dei suoi film autoriali. Ed a lui si deve la svolta stilistica dalla maschera grottesca degli esordi dell’attore, in interprete più completo ed adatto ad ogni ruolo. Nel 1986 Pupi Avati dirige Regalo di Natale (1986), affidando ad Abatantuono il suo primo ruolo drammatico in assoluto, cui seguirà un’altra parte di primo piano in Ultimo minuto (1987) ed ancora nel sequel del film del 1986, dal titolo La rivincita di Natale (2004). Oltre all’autore bolognese, altri registi sono stati determinanti in questa sua mutazione: Luigi Comencini (Un ragazzo di Calabria 1987), Giuseppe Bertolucci (Strana la vita 1987) e principalmente Gabriele Salvatores (Marrakech Express 1989, Turnè 1990, Mediterraneo 1991 e Puerto Escondito 1992), che lo hanno impiegato in ruoli più maturi e sfaccettati, spesso anche tragici. Gradualmente, poi, Abatantuono tornerà ad interpretare ruoli brillanti, ma dopo un lungo apprendistato in pellicole che lo hanno reso un attore eclettico.
Claudio Amendola è oggi un affermato attore e regista, protagonista davanti e dietro la macchina da presa di numerose pellicole apprezzate, che spaziano tra generi diversi. Figlio di Ferruccio Amendola e Rita Savagnone, due tra i più noti doppiatori del cinema italiano, debutta come attore a soli 19 anni nella commedia giovanile Lontano da dove (1983) di Stefania Casini e Francesco Marciano. Un genere che continuerà a frequentare anche nei film successivi (Vacanze di Natale, 1983; Amarsi un po’, 1984; Vacanze in America, 1985, tutti diretti da Carlo Vanzina), interpretando sempre il ruolo del giovane latin lover di borgata, conteso dalle ragazze. Tuttavia, già alla quarta interpretazione questo personaggio inizia a stargli stretto, anche per motivi anagrafici: serve una svolta, che arriva nel 1987 con l’incontro ancora con il regista Marco Risi. Reduce a sua volta da tre commedie giovanili, anche per Risi era giunto il momento di cambiare genere. L’occasione per entrambi si presenta con Soldati: 365 giorni all’alba, un film sulla vita di caserma e sul difficile percorso dei giovani chiamati alla leva, tra addestramenti duri ed episodi di nonnismo. Qui Amendola si affida alla sapiente regia del regista figlio d’arte e dimostra di saper affrontare con convinzione un ruolo drammatico. A questo lavoro seguiranno altri film dello stesso filone, come Mary per sempre (1989), ancora diretto da Risi, Ultrà (1991) di Ricky Tognazzi ed altri. Con queste interpretazioni Amendola trova la cifra artistica più congeniale al suo talento, lasciandosi definitivamente alle spalle gli esordi da “giovane belloccio” privo di spessore.
Con Mario Girotti e Carlo Pedersoli, al secolo Terence Hill e Bud Spencer, cambiamo genere ed epoca, tuttavia non il filo conduttore di questo racconto: anche i loro sliding doors sono girati in maniera favorevole. I due attori hanno interpretato insieme ben 18 film, in oltre venticinque anni, se fra questi si vuole annoverare, per dovere storiografico, anche Annibale, produzione in costume sulle gesta del mitico condottiero cartaginese, girata nel 1959 e diretta da Carlo Ludovico Bragaglia e Edgar G Ulmer. Nessuno allora avrebbe immaginato che quei due giovani figuranti, i quali avevano condiviso lo stesso set, pur non recitando mai nelle stesse scene, avrebbero avuto un percorso artistico di prima grandezza, negli anni a seguire. Ed in effetti, i due si ritroveranno quasi per caso, nove anni dopo, nel cast del film diretto da Giuseppe Colizzi dal titolo Dio perdona…io no! (1968), nel periodo d’oro del western spaghetti, in una delle tante produzioni uscite dopo che Sergio Leone nel 1964 aveva (re)inventato il genere, con Per un pugno di dollari. Se Giuseppe Colizzi ha il merito di aver fatto esordire i nostri due attori con ruoli da protagonisti ponendo le basi per esprimere la cifra attoriale che li ha contraddistinti, è Enzo Barboni il regista che li ha consacrati definitivamente come la coppia d’oro del cinema italiano, la cui fama ha travalicato gli italici confini. Il suo film d’esordio, un western spaghetti come tanti, non fu molto apprezzato, tuttavia, nello stesso anno il regista romano decise di infondere nuova linfa ad un genere ormai al collasso, tanto era stato sfruttato e declinato in tutte le sue forme e variazioni. Così realizzò Lo Chiamavano Trinità (1970), con cui nacque la variante comica e quasi parodistica del filone inaugurato da Sergio Leone e dai tanti suoi imitatori all’opera. In realtà, quando scrisse soggetto e sceneggiatura, Barboni non pensò subito alla coppia di protagonisti che stavano avendo successo con i western firmati Colizzi. In particolare, per il ruolo di Trinità, la prima scelta del regista era stata Franco Nero, che però non accettò la parte, perché impegnato in altre produzioni. Si narra che fu lo stesso Bud Spencer, intanto scelto per la parte di Bambino (ma all’inizio si era pensato a George Eastman alias Luigi Montefiori), a consigliare quell’attore con cui aveva recitato nel trittico western di Giuseppe Colizzi. Così fu quasi giocoforza affidare a loro il ruolo di protagonisti, che sembrava fosse stato pensato e scritto per i due interpreti: con quella pellicola venne consacrata definitivamente la coppia d’oro del cinema italiano.
Infine, facciamo tappa nell’anno 1972, quando il regista pugliese Fernando Di Leo scelse di affidare il ruolo di protagonista a Gastone Moschin nel noir italiano Milano, calibro 9. L’attore veneto arrivava all’appuntamento, con quello che costituisce una delle vette più alte del poliziesco italiano, con già alle spalle una più che discreta carriera teatrale ed in quel periodo era già un affermato attore dell’italica commedia all’italiana, grazie alla sua naturale e spiccata carica ironica ed istrionica. Lo si ricorda impegnato in ruoli da protagonista o di comprimario di lusso, in tante pellicole di successo (dall’esordio ne Audace colpo dei soliti ignoti di Nanny Loy a Anni ruggenti di Luigi Zampa e La rimpatriata di Damiano Damiani, fino a Signore e signori di Pietro Germi, film che gli valse il primo dei due nastri d’argento, vinti in carriera). Milano calibro 9 è la seconda pellicola di una ideale trilogia firmata dall’autore pugliese (la trilogia del milieu, che comprende anche La mala ordina e il boss), tratta da un racconto di Giorgio Scerbanenco (Stazione centrale, ammazzare subito), che ci consegna un vivido spaccato della malavita milanese, in cui vengono tratteggiate figure di loser, degne del miglior noir americano. In tale ambito narrativo, va apprezzata l’ottima prova di Moschin ed in particolare la sua eccellente interazione artistica con l’attore svizzero Mario Adorf. Nella pellicola di Di Leo, Moschin interpreta un gangster disilluso da poco uscito di galera (Ugo Piazza), accusato dai sui ex sodali di aver rubato e nascosto una somma di denaro, fra cui il citato Adorf, che caratterizza il villain Rocco Musco, al soldo del boss che gli da la caccia. Adorf, peraltro, era stato l’apprezzato protagonista dell’altra opera di Di Leo, La mala ordina in cui interpreta, in maniera eccellente, un uomo di casino, cui danno la caccia due gangster giunti dall’America. Gastone Moschin, rotto il ghiaccio del passaggio ad un’altra dimensione finzionale, si cimenterà ancora nella parte di boss mafiosi, interpretando un guappo napoletano (Fanucci) nel capolavoro di Coppola Il Padrino-parte seconda e il ruolo di un crudele bandito, detto il marsigliese, nella pellicola di Stelvio Massi (Squadra volante). Successivamente, il percorso artistico di Moschin continua ad essere costellato di tanti successi (celebre il ruolo del Melandri nella trilogia Amici miei, pellicole dirette, le prime due, da Mario Monicelli e l’ultima da Nanni Loy e ne I maghi randagi di Sergio Citti, nella parte di Don Gregorio). A noi, però, nostalgici del cinema bis, ci ritorna in mente la sua magnifica faccia da noir nel cult di Fernando Di Leo, e vogliamo concludere ricordando la scena finale di Milano, calibro 9, quella in cui Rocco Musco (Adorf) infierisce sul giovane che, freddandolo alle spalle, aveva appena ucciso Ugo Piazza (Moschin) e sbattendogli la testa contro uno spigolo, Musco gli ripete Tu, uno come Ugo Piazza non lo uccidi a tradimento…… e neanche noi, un attore ecclettico come Gastone Moschin scomparso nel 2017, lo dimenticheremo mai.
Carmelo Franco
Cinema
La banda muta di Alessia Bottone
“La banda muta – afferma la regista quarantenne Alessia Bottone – restituisce alla morte e al rito funebre il loro valore originario, ovvero la celebrazione del passaggio dalla vita terrena alla vita spirituale ma, soprattutto, conferisce un tempo al dolore. Un aspetto che, oggi, appare svuotato di significato: basta guardare ai funerali delle celebrità o persino a tragedie come quella di Rigopiano, diventati occasioni per scattare selfie e postare sui social”.

La regista- che attraverso questo corto ha reso omaggio anche alle sue origini siciliane- , ha voluto portare in scena non solo emozioni, ma una riflessione sul tema della solitudine nella società contemporanea. “Una solitudine valoriale – spiega- che ci porta ad affogare nell’egocentrismo, fino al punto da non rispettare nemmeno la morte. La domanda che mi faccio e che attraversa il film è: perché abbiamo bisogno di essere sempre al centro della scena, anche quando c’è il dolore di mezzo? Cosa ci manca davvero, cosa ci affligge, e perché oggi il silenzio ci spaventa così tanto?”.
Una riflessione condivisa anche da Gaetano Savatteri, che accoglie con favore questa trasposizione cinematografica del suo racconto “La banda muta”. “Quando affidi un racconto o un romanzo a un regista- dichiara lo scrittore e giornalista- sai che ne nascerà inevitabilmente un’altra cosa. Ed è bello vedere quali nuove letture possa ispirare una storia. La banda muta si ispira ed era un rito pieno di solennità che ho visto con i miei occhi a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia.
Una tradizione che Alessia ha ben reso nel suo corto, sottolineando per altro come è cambiato oggi il nostro rapporto con la morte e con il silenzio. Oggi i funerali sono diventati applausi, selfie, show business, soprattutto quando riguardano figure pubbliche. In un tempo di rumore, di chiasso e baccano continuo, è proprio quel silenzio perduto che ci serve, perché è nel silenzio che troviamo lo spazio per guardarci dentro”.
Guarda l’intervista alla regista
Cinema
Rosa Elettrica la nuova serie targata Sky
Nei panni di una giovane agente sotto copertura alle prese con scelte più grandi di lei, Maria Chiara Giannetta è la protagonista di ROSA ELETTRICA, eroina per caso al centro del nuovissimo thriller on-the-run targato Sky Original dall’8 maggio in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW.
Prodotta da Sky Studios e Cross Productions e diretta da Davide Marengo (Un’estate fa, Il cacciatore, Notturno bus), la serie – in sei episodi – adatta liberamente l’omonimo romanzo bestseller di Giampaolo Simi (2007, edito da Sellerio Editore Palermo).
Sinossi
Al centro della storia Rosa, giovane agente del programma protezione testimoni, incaricata di scortare Cocìss, baby boss di camorra deciso a collaborare, interpretato dal co-protagonista Francesco Di Napoli. Quando scopre che qualcosa nell’operazione non torna, Rosa rompe la catena di comando e fugge con lui: da quel momento entrambi diventano bersagli, costretti ad attraversare l’Italia senza potersi fidare di nessuno, nemmeno delle istituzioni che dovrebbero proteggerli. Accanto a Maria Chiara Giannetta (L’amore e altre seghe mentali, Blanca, Don Matteo) e Francesco Di Napoli (Hey Joe, Romulus, La paranza dei bambini) anche Elena Lietti (Il sol dell’avvenire, Il Miracolo, Anna), che interpreta il vicequestore Antonella Reja, diretto superiore di Rosa, pronta a tutto per mettere alla prova la sua giovane recluta; Antonia Truppo (Lo chiamavano Jeeg Robot, Indivisibili, Mare Fuori) presta il suo volto a Nunzia Serafino, insospettabile boss del clan Incantalupo detta “Mamma Camorra”; Pasquale Esposito (Ripley, Hotel Portofino, Gomorra) interpreta Saro Incantalupo, boss latitante da oltre vent’anni che siede al vertice del clan omonimo. E ancora Federico Tocci (C’è ancora domani, La casa degli sguardi, Speravo de morì prima) nei panni di Carlo Morano, collega e amico fedele di Rosa, e Francesco Foti (Il Cacciatore, I Leoni di Sicilia, Un’estate fa) in quelli di Paolo D’Intrò, Sostituto Procuratore di Napoli, figura di spicco della lotta contro la criminalità organizzata.
Il soggetto di serie è stato elaborato da Giordana Mari con Giampaolo Simi e Vittorino Testa. Alla sceneggiatura Giordana Mari, a capo di una writers’ room tutta al femminile che include anche Fortunata Apicella, Serena Patrignanelli e Michela Straniero.
Guarda il trailer
Guarda l’intervista all’attore Francesco Foti che interpreta il sostituto procuratore D’Intrò
Cinema
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