Cinema
Gli Sliding Doors del cinema italiano
Quando un film ti cambia la vita
Un giorno come tanti Helen Quilley (Gwyneth Paltrow) si reca alla stazione per prendere la metropolitana e far ritorno a casa. Ma per lei quel giorno non è come gli altri: ha appena perso il lavoro e sta anticipando il rientro nella sua abitazione. Lì l’aspetta il fidanzato Gerry (John Lynch) che ignaro della disavventura lavorativa di Helen, si intrattiene con la sua amante. Tuttavia, che la protagonista del film di cui stiamo parlando irrompa a casa dipende dalle porte girevoli dell’esistenza: se riuscirà a prendere in tempo la metropolitana la sua vita seguirà una direzione inaspettata con la scoperta del tradimento; diversamente, se qualche intoppo gliela farà perdere, quando arriverà a casa troverà Gerry da solo, e tutto scorrerà come sempre. È questa la sintetica sinossi della pellicola diretta dal regista inglese Peter Howitt che ci regala due film a prezzo di uno: due traiettorie dissimili nella vita della protagonista, a seconda della sorte.
Una prospettiva suggestiva quella che il regista ci consegna con il suo film, tuttavia la vita reale non ci offre la possibilità di prevedere cosa sarebbe successo se quella occasione non si fosse presentata o un evento imprevedibile non ci avesse sconvolto i piani.
Allo stesso modo, non sapremo mai come sarebbero andate le carriere di alcuni attori italiani, se i loro sliding doors non gli avessero fatto incontrare quel regista o produttore, se non avessero accettato determinati ruoli o se altri loro colleghi prima di loro non avessero declinato l’offerta.
Stiamo parlando di alcuni protagonisti del cinema italiano i quali, nel corso del cammino della loro vita, hanno incontrato dei cineasti che hanno intuito, prima e più di altri, una loro inclinazione artistica e cambiato il loro destino artistico.
A Mario Monicelli si deve la grande intuizione di aver saputo trasformare alcuni interpreti, che sembravano destinati ad una carriera in ruoli drammatici, in attori da commedia. Alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso si colloca la prima metamorfosi, che il regista compie sul set de I soliti ignoti (1958), con uno dei futuri protagonisti della commedia all’italiana. Monicelli affida a Vittorio Gassman la parte di un pugile balbuziente, gli ispessisce le sopra ciglia e lo rende adatto a quel ruolo, ed in seguito un perfetto corpo da commedia. A quei tempi, l’attore nato a Genova, era stato uno degli interpreti più promettenti dei classici in teatro ed al cinema veniva impiegato in parti melodrammatiche. Alcuni registi avevano individuato in lui il physique du rôle, per impersonare personaggi seducenti e carismatici, a volte nelle vesti di villain. Peraltro, l’attore aveva dalla sua una imponente fisicità che nelle intenzioni degli autori lo faceva il degno erede di Amedeo Nazzari e Rossano Brazzi, i due divi del cinema italiano che a cavallo del secondo conflitto avevano fatto innamorare tante spettatrici. Dopo l’incontro con il regista romano, Gassman, con pochissime eccezioni sceglierà la commedia come terreno d’elezione, almeno in Italia. Tuttavia, reciterà ancora in ruoli drammatici, principalmente negli states dove l’attore comparirà in due pellicole dirette da Robert Altman (Un matrimonio 1978 e Quintet 1979), oltre che nel film Sleepers (1996), con la regia di Barry Levinson.
La seconda di queste transizioni comiche riguarda Monica Vitti. Siamo già negli anni sessanta è la Vitti era nel mentre diventata l’attrice feticcio di Michelangelo Antonioni, che l’aveva impiegata nella sua c.d. tetralogia dell’incomunicabilità (L’avventura, La notte, L’eclisse e Deserto rosso). Nessuno in quel momento avrebbe scommesso sulle doti comiche dell’attrice romana, all’anagrafe Maria Luisa Ceciarelli. Tuttavia, Monicelli le affiderà il ruolo da protagonista nella commedia La ragazza con la pistola (1968), a cui seguiranno, per la Vitti, tanti altri ruoli brillanti, diretta da tutti i migliori registi del genere, che ne hanno fatto di lei un’altra delle protagoniste della commedia all’italiana. Il suo nome viene inserito di diritto nella lista dei principali interpreti maschlili del genere, dei quali è stata perfetta partner brillante in tante pellicole di successo: Vittorio Gassman (A mezzanotte va la ronda del piacere 1975 di Marcello Fondato), Alberto Sordi (Polvere di stelle 1973 di Alberto Sordi), Nino Manfredi (Basta che non si sappia in giro 1976 nell’episodio L’equivoco di Luigi Comencini), Ugo Tognazzi (L’anatra all’arancia 1975 di Luciano Salce) e Marcello Mastroianni (Dramma della gelosia 1970 di Ettore Scola).
A proposito di Gassman, un’opera chiaramente debitrice del film cult di Dino Risi è Nel continente nero, diretto nel 1993 da un altro Risi, di nome Marco, il cui padre è lo stesso autore de Il sorpasso: la pellicola vede Diego Abatantuono nel ruolo di un imprenditore un po’ cialtrone, che si ispira al Bruno Cortona (Vittorio Gassman), creato da papà Dino. Nell’anno in cui uscì il film di Marco Risi, tuttavia, Abatantuono si era già lasciato alle spalle il ruolo di terrunciello, cioè del personaggio meridionale trapiantato al nord, con un accento improponibile, da lui interpretato in ben diciassette film, in soli tre anni. La coazione a ripetere di questa figura aveva caratterizzato i suoi esordi al cinema, ma ormai aveva stancato anche il pubblico più affezionato. Per il proseguo del suo percorso attoriale, importanti sono stati gli incontri con tre registi, in primis Pupi Avati di cui è risaputo il suo estro particolare nelle scelte di casting: Avati è il regista che più di tutti ha individuato nella commedia l’ambito più adatto dove scegliere i protagonisti dei suoi film autoriali. Ed a lui si deve la svolta stilistica dalla maschera grottesca degli esordi dell’attore, in interprete più completo ed adatto ad ogni ruolo. Nel 1986 Pupi Avati dirige Regalo di Natale (1986), affidando ad Abatantuono il suo primo ruolo drammatico in assoluto, cui seguirà un’altra parte di primo piano in Ultimo minuto (1987) ed ancora nel sequel del film del 1986, dal titolo La rivincita di Natale (2004). Oltre all’autore bolognese, altri registi sono stati determinanti in questa sua mutazione: Luigi Comencini (Un ragazzo di Calabria 1987), Giuseppe Bertolucci (Strana la vita 1987) e principalmente Gabriele Salvatores (Marrakech Express 1989, Turnè 1990, Mediterraneo 1991 e Puerto Escondito 1992), che lo hanno impiegato in ruoli più maturi e sfaccettati, spesso anche tragici. Gradualmente, poi, Abatantuono tornerà ad interpretare ruoli brillanti, ma dopo un lungo apprendistato in pellicole che lo hanno reso un attore eclettico.
Claudio Amendola è oggi un affermato attore e regista, protagonista davanti e dietro la macchina da presa di numerose pellicole apprezzate, che spaziano tra generi diversi. Figlio di Ferruccio Amendola e Rita Savagnone, due tra i più noti doppiatori del cinema italiano, debutta come attore a soli 19 anni nella commedia giovanile Lontano da dove (1983) di Stefania Casini e Francesco Marciano. Un genere che continuerà a frequentare anche nei film successivi (Vacanze di Natale, 1983; Amarsi un po’, 1984; Vacanze in America, 1985, tutti diretti da Carlo Vanzina), interpretando sempre il ruolo del giovane latin lover di borgata, conteso dalle ragazze. Tuttavia, già alla quarta interpretazione questo personaggio inizia a stargli stretto, anche per motivi anagrafici: serve una svolta, che arriva nel 1987 con l’incontro ancora con il regista Marco Risi. Reduce a sua volta da tre commedie giovanili, anche per Risi era giunto il momento di cambiare genere. L’occasione per entrambi si presenta con Soldati: 365 giorni all’alba, un film sulla vita di caserma e sul difficile percorso dei giovani chiamati alla leva, tra addestramenti duri ed episodi di nonnismo. Qui Amendola si affida alla sapiente regia del regista figlio d’arte e dimostra di saper affrontare con convinzione un ruolo drammatico. A questo lavoro seguiranno altri film dello stesso filone, come Mary per sempre (1989), ancora diretto da Risi, Ultrà (1991) di Ricky Tognazzi ed altri. Con queste interpretazioni Amendola trova la cifra artistica più congeniale al suo talento, lasciandosi definitivamente alle spalle gli esordi da “giovane belloccio” privo di spessore.
Con Mario Girotti e Carlo Pedersoli, al secolo Terence Hill e Bud Spencer, cambiamo genere ed epoca, tuttavia non il filo conduttore di questo racconto: anche i loro sliding doors sono girati in maniera favorevole. I due attori hanno interpretato insieme ben 18 film, in oltre venticinque anni, se fra questi si vuole annoverare, per dovere storiografico, anche Annibale, produzione in costume sulle gesta del mitico condottiero cartaginese, girata nel 1959 e diretta da Carlo Ludovico Bragaglia e Edgar G Ulmer. Nessuno allora avrebbe immaginato che quei due giovani figuranti, i quali avevano condiviso lo stesso set, pur non recitando mai nelle stesse scene, avrebbero avuto un percorso artistico di prima grandezza, negli anni a seguire. Ed in effetti, i due si ritroveranno quasi per caso, nove anni dopo, nel cast del film diretto da Giuseppe Colizzi dal titolo Dio perdona…io no! (1968), nel periodo d’oro del western spaghetti, in una delle tante produzioni uscite dopo che Sergio Leone nel 1964 aveva (re)inventato il genere, con Per un pugno di dollari. Se Giuseppe Colizzi ha il merito di aver fatto esordire i nostri due attori con ruoli da protagonisti ponendo le basi per esprimere la cifra attoriale che li ha contraddistinti, è Enzo Barboni il regista che li ha consacrati definitivamente come la coppia d’oro del cinema italiano, la cui fama ha travalicato gli italici confini. Il suo film d’esordio, un western spaghetti come tanti, non fu molto apprezzato, tuttavia, nello stesso anno il regista romano decise di infondere nuova linfa ad un genere ormai al collasso, tanto era stato sfruttato e declinato in tutte le sue forme e variazioni. Così realizzò Lo Chiamavano Trinità (1970), con cui nacque la variante comica e quasi parodistica del filone inaugurato da Sergio Leone e dai tanti suoi imitatori all’opera. In realtà, quando scrisse soggetto e sceneggiatura, Barboni non pensò subito alla coppia di protagonisti che stavano avendo successo con i western firmati Colizzi. In particolare, per il ruolo di Trinità, la prima scelta del regista era stata Franco Nero, che però non accettò la parte, perché impegnato in altre produzioni. Si narra che fu lo stesso Bud Spencer, intanto scelto per la parte di Bambino (ma all’inizio si era pensato a George Eastman alias Luigi Montefiori), a consigliare quell’attore con cui aveva recitato nel trittico western di Giuseppe Colizzi. Così fu quasi giocoforza affidare a loro il ruolo di protagonisti, che sembrava fosse stato pensato e scritto per i due interpreti: con quella pellicola venne consacrata definitivamente la coppia d’oro del cinema italiano.
Infine, facciamo tappa nell’anno 1972, quando il regista pugliese Fernando Di Leo scelse di affidare il ruolo di protagonista a Gastone Moschin nel noir italiano Milano, calibro 9. L’attore veneto arrivava all’appuntamento, con quello che costituisce una delle vette più alte del poliziesco italiano, con già alle spalle una più che discreta carriera teatrale ed in quel periodo era già un affermato attore dell’italica commedia all’italiana, grazie alla sua naturale e spiccata carica ironica ed istrionica. Lo si ricorda impegnato in ruoli da protagonista o di comprimario di lusso, in tante pellicole di successo (dall’esordio ne Audace colpo dei soliti ignoti di Nanny Loy a Anni ruggenti di Luigi Zampa e La rimpatriata di Damiano Damiani, fino a Signore e signori di Pietro Germi, film che gli valse il primo dei due nastri d’argento, vinti in carriera). Milano calibro 9 è la seconda pellicola di una ideale trilogia firmata dall’autore pugliese (la trilogia del milieu, che comprende anche La mala ordina e il boss), tratta da un racconto di Giorgio Scerbanenco (Stazione centrale, ammazzare subito), che ci consegna un vivido spaccato della malavita milanese, in cui vengono tratteggiate figure di loser, degne del miglior noir americano. In tale ambito narrativo, va apprezzata l’ottima prova di Moschin ed in particolare la sua eccellente interazione artistica con l’attore svizzero Mario Adorf. Nella pellicola di Di Leo, Moschin interpreta un gangster disilluso da poco uscito di galera (Ugo Piazza), accusato dai sui ex sodali di aver rubato e nascosto una somma di denaro, fra cui il citato Adorf, che caratterizza il villain Rocco Musco, al soldo del boss che gli da la caccia. Adorf, peraltro, era stato l’apprezzato protagonista dell’altra opera di Di Leo, La mala ordina in cui interpreta, in maniera eccellente, un uomo di casino, cui danno la caccia due gangster giunti dall’America. Gastone Moschin, rotto il ghiaccio del passaggio ad un’altra dimensione finzionale, si cimenterà ancora nella parte di boss mafiosi, interpretando un guappo napoletano (Fanucci) nel capolavoro di Coppola Il Padrino-parte seconda e il ruolo di un crudele bandito, detto il marsigliese, nella pellicola di Stelvio Massi (Squadra volante). Successivamente, il percorso artistico di Moschin continua ad essere costellato di tanti successi (celebre il ruolo del Melandri nella trilogia Amici miei, pellicole dirette, le prime due, da Mario Monicelli e l’ultima da Nanni Loy e ne I maghi randagi di Sergio Citti, nella parte di Don Gregorio). A noi, però, nostalgici del cinema bis, ci ritorna in mente la sua magnifica faccia da noir nel cult di Fernando Di Leo, e vogliamo concludere ricordando la scena finale di Milano, calibro 9, quella in cui Rocco Musco (Adorf) infierisce sul giovane che, freddandolo alle spalle, aveva appena ucciso Ugo Piazza (Moschin) e sbattendogli la testa contro uno spigolo, Musco gli ripete Tu, uno come Ugo Piazza non lo uccidi a tradimento…… e neanche noi, un attore ecclettico come Gastone Moschin scomparso nel 2017, lo dimenticheremo mai.
Carmelo Franco
Cinema
Di chi sono i nostri giorni?
Il potere ha diverse facce e qui viene raccontato in maniera buona…
Quanti sono i presidenti a cui si è ispirato Paolo Sorrentino nel film? C’è il Presidente Mattarella con gli applausi alla Scala di Milano, Cossiga con la sua ironia, Leone con il suo tatto giuridico, Napolitano con le sue trovate. Ci sono molti presidenti in nuovo personaggio che richiama qualche volta De Mita non salì mai al Quirinale. Il film pone una domanda sulle responsabilità da assumere nella nostra vita. E’ di ispirazione fantastica. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis si trova quasi alla fine del suo mandato e deve prendere delle decisioni importanti. Queste decisioni si scontrano con il bilancio esistenziale e i fallimenti della sua vita.
In attesa della grazia
Due persone con un caso complicato attendono la grazia per l’omicidio dei loro coniugi. Isa Rocca sostiene di aver praticato l’eutanasia contro un marito violento, mentre un professore ha ucciso la moglie che non ci stava più con la testa e da quel momento si è rifiutato di avere i contatti con il mondo. Per il professore la grazia è stata chiesta dagli studenti. Il cavallo del presidente rappresenta anch’esso una metafora e il dubbio atroce della vita stessa, anche se sta morendo il presidente si rifiuta di farlo abbattere. Questa scena si presta a diverse interpretazioni.
Lo stile “Sorrentino”
I film di Paolo Sorrentino vanno visti poiché aprono dibattiti e danno molti spunti di riflessione. Nella Grazia la critica ha scritto in maniera unanime che qui si racchiude la migliore interpretazione di Tony Servillo che al suo settimo film con Sorrentino, ha vinto la coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia.
Va detto, che gli attori sono stati straordinari nell’interpretazione dei personaggi: Anna Ferzetti nella parte di Dorotea la figlia del Presidente della Repubblica profonda conoscitrice delle leggi e dei cavilli giuridici, Massimo Venturiello nella parte del ministro della giustizia compagno d’infanzia del presidente, acuto osservatore della vita politica, Milvia Marigliano nella stupenda parte di Cocò Valori personaggio intellettuale ribelle che vuole incendiare i musei.
Elogio alla fragilità
Il film è un elogio alla fragilità raccontata con lo stile barocco, con la grazia intesa come stato esistenziale e come istanza giuridica. Ci sono momenti in cui il film risulta pesante e ripetitivo, soprattutto nel cruccio del tradimento della moglie avvenuto 40 anni prima. La fotografia di Daria D’Antonio risulta molto efficace, qualcuno ha scritto che ha colori molto belli e si ispira a Caravaggio, prende lo spettatore e lo fa viaggiare nel tempo creando suggestivi e indimenticabili stati d’animo. Affascinante l’idea di mettere il Presidente della Repubblica con gli altri cittadini in una sala d’aspetto del carcere. Molto toccante è il dialogo con il professore, cosa inusuale per un Presidente della Repubblica. Risulta struggente il dialogo di Dorotea, la figlia del Presidente con Isa Rocca che mette in crisi la sua vita che secondo Isa non ha mai amato nessuno e ha dedicato la sua vita solo alle carte e al diritto degli altri…
Pur essendo composte da un mix di artisti contemporanei qualche volta risultano eccessive e non danno respiro soprattutto all’inizio del film quando viene spiegato agli spettatori il ruolo del Presidente della Repubblica e le sue funzioni. Di chi sono i giorni nostri se non troviamo il coraggio di prendere una decisione, questa è forse la fragilità del dubbio? Il papa risulta ironico ed espressivo, colpisce che si muova con la motocicletta. Il film invita a riflettere chi si trova nei posti apicali di responsabilità, ci sono molte suggestioni legati alla politica che è spesso lontana dai problemi della gente. Il film esplora la morale, la religione e crea un’atmosfera contemplativa. Da vedere!
Nota:
Durante la proiezione che ho visto il 15 gennaio a Palermo, ho notato una massiccia presenza di avvocati, giuristi, magistrati e diverse signore della bella società palermitana che hanno apprezzato molto il film.
Maurizio Piscopo
Cinema
Primavera, quando il cinema diventa un sogno
In Italia ogni anno escono centinaia di film. Alcuni passano quasi inosservati e non lasciano traccia, altri finiranno a riempire le grigie serate degli italiani davanti alla Tv di cento pollici, emblema di finto benessere e tanta solitudine. Amo il cinema alla follia. Da giovane ho vissuto a Parigi dove il cinema resta un mito e si continua far la fila per assistere ad una proiezione. A Palermo, l’ultimo giorno dell’anno ho voluto trascorrerlo al cinema Tiffany scegliendo un film per sognare e dimenticare le meschinità della vita.
Primavera di Damiano Michieletto
Ho scelto Primavera di Damiano Michieletto che fa parte dei film a cui sono molto legato: Il cammino della speranza di Pietro Germi, Il Gattopardo di Luchino Visconti, Amarcord di Federico Fellini, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Napoli New York di Gabriele Salvatores, Hugo Cabret di Martin Scorsese. Primavera è un film colto, ben pensato, con costumi bellissimi, ben diretto con la fotografia di Daria D’Amico, con delle musiche mozzafiato.
La storia
E’ una storia che mi ha commosso, un vero capolavoro. La mia stessa sensazione l’ha vissuta il pubblico in sala che ha tributato un lunghissimo applauso, qualcuno piangeva e parlava a voce alta per farlo sentire a tutti come si fa a Palermo, “Bravissimi, gli attori, grande il regista, musiche straordinarie, soldi spesi benissimo!”. La signora seduta accanto mi ha confidato che lo farà vedere alle sue nipoti, una suona il violino al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo e lo rivedrà una seconda volta, cosa che non ha mai fatto nella sua vita. Siamo rimasti seduti, con un groppo in gola, nessuno si è alzato fino a quanto sono scorsi tutti i titoli di coda e non si sono accese le luci della sala. Una fila è rimasta per rivedere il film! Primavera è il racconto dell’anno da vedere con le persone del cuore.
La critica
La critica ha scritto che è un solido racconto sulla musica come e emancipazione e salvezza, sono d’accordo. Il film ha raffinati, rimandi letterari, (lo spunto narrativo è il romanzo di Tiziano Scarpa Stabat Mater, Einaudi Editore 2008, premio Strega nel 2009) ed è ambientato nella Venezia del 1716, all’interno dell’Ospedale della Pietà. Qui vivono diverse ragazze abbandonate in fasce dalle proprie madri, tutte in attesa che un matrimonio possa riconsegnarle alla società esterna. Le ospiti più dotate musicalmente compongono una piccola orchestra, che si esibisce durante ogni messa nascosta da una grata.
Le musiciste
Tra le musiciste spicca Cecilia (Tecla Insolia), promessa sposa ad un uomo, ma ancora in attesa di essere “salvata” dall’ignota madre, scoprirà quanto la musica sia davvero importante per lei grazie all’incontro con il nuovo sacerdote Antonio Vivaldi (Michele Riondino attore straordinario), chiamato a dirigere le musiciste. Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto ha una sua speciale originalità, una grande sicurezza nel dirigere gli attori con una regia partecipe, asciutta, coinvolgente e sensibile, che non cede mai a patemi né a manierismi. Primavera mette in scena Vivaldi, maestro in un orfanotrofio, puntando però grande attenzione sulla sua allieva prediletta. Ne emerge un ritratto femminile vivido e universale, reso magnificamente da Tecla Insolia, nonché un originale rapporto maestro/allieva, che parla di riscatto, di bellezza alla ricerca del proprio posto nel mondo…
Al regista Damiano Michieletto Damiano ho voluto porre due domande…
Quando è nata l’idea di realizzare questo film che lascerà un segno indelebile nella storia del Cinema?
E’ nata circa 5 anni fa quando dopo aver letto il romanzo “Stabat Mater” ho pensato che potesse essere un buon tema per un film. Desideravo fare un film in cui la musica fosse un elemento narrativo importante e questo incontro tra Vivaldi e Cecilia mi ha dato l’opportunità per realizzare questa visione assieme alla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi.
-Onestamente si aspettava il successo internazionale che sta riscuotendo il film da lei diretto, curato in ogni dettaglio, costumi, fotografia, interpretazione degli attori e musiche mozzafiato?
No, non me lo aspettavo anche perché è il mio primo film. Ho avuto a disposizione un team fantastico composto da professionisti di altissima qualità come Daria D’Antonio, Walter Fasano, Fabio Capogrosso, Maria Rita Barbero.
Mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi: è un’ottima cosa per il cinema italiano.
Qualcosa sulle musiche originali del film…
Sono state composte da Fabio Massimo Capogrosso che ha lavorato fianco a fianco con il regista per integrare sonorità classiche e contemporanee, mentre l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice di Venezia, diretti da Carlo Boccadoro, hanno eseguito i brani, affiancati dai Solisti Aquilani. Al film non manca il ritmo, la suspense e l’intensità crescente: si tratta di un’opera colta e raffinata, che racconta della musica del Settecento veneziano, degli ospedali di carità per orfani (nella fattispecie quello della Pietà a Venezia, sede, al tempo, di una rinomata orchestra), di Antonio Vivaldi e della composizione della sua musica, di amore desiderio energia vita e poi si parla di denaro e di classi sociali, in modo semplice e “popolare”, raggiungendo lo spettatore, e immergendolo nel clima di quel periodo.
La fotografia
Nella fotografia di Daria D’Amico appare una Venezia malinconica che rifugge dalla cartolina, la Serenissima viene descritta con toni freddi per rendere, anche visivamente, un contesto sociale duro, in cui la vita delle ragazze come Cecilia dipendeva da fattori fortuiti (una madre che tornava a prenderle dopo averle abbandonate infanti, un nobile che decideva di sposare proprio loro portandole fuori dall’istituto o, come nel caso di Cecilia, una priora comprensiva e alfine complice) ma soprattutto dal denaro, da quanto potevano valere; cioè, in questo caso, da quanto erano brave con il violino. Forse la cosa che rimane più impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film). Una nota di lode alla sceneggiatura di Ludovica Rampoldi, che riesce a cogliere i sentimenti del tempo, la poesia della musica e le sofferenze delle ragazze che riescono a riscattarsi con l’arte. Tecla Insolia è come al solito bravissima; Vivaldi è interpretato da un Michele Riondino che caratterizza il suo personaggio, tra sete di vita piena, che manifesta nella musica che compone, e la fatica provocata dalla malattia che mina il suo fisico; Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi offrono corpo e anima al governatore dell’orfanotrofio e alla sua priora, colei che segue da vicino le ragazze; e i camei di Valentina Bellè e Stefano Accorsi arricchiscono profondamente il film. Sono certo, che Primavera riceverà molti premi internazionali e sarà accolto con entusiasmo dal pubblico di tutto il mondo, che è molto legato alla musica e alle bellezze italiane.
Biografia
Damiano Michieletto ( Venezia 1975) è un regista teatrale e cinematografico italiano, noto per le sue innovative regie d’opera lirica e le produzioni di prosa, che ha portato nei più grandi teatri internazionali, debuttando alla Scala di Milano e lavorando per il Salzsburg Festival, la Royal Opera House di Londra e il Teatro dell’Opera di Roma. Formatosi alla scuola di Paolo Grassi e di Milano e laureato all’Università di Venezia, ha anche diretto programmi Tv.
Per le foto di scena si ringraziano i fotografi Andrea Pirrello e Kimberley Ross.
Cinema
L’attore Salvo Ficarra nella serie Zorro
Paramount+
e France Télévisions, insieme a France Tv distribution presentano la loro nuova e attesissima serie Zorro un remake moderno di uno dei titoli più famosi e amati dal pubblico di tutto il mondo. Torna, sul piccolo schermo, la storia dell’affascinante bandito mascherato Don Diego de la Vega che nei panni di Zorro, sua doppia identità, combatte le ingiustizie. Oltre a un cast internazionale, nella serie ci sarà anche l’attore italiano del duo Ficarra e Picone, Salvatore Ficarra. Creata da Benjamin Charbit (Sous Contrôle, Gagarine, Notre Dame, Les Sauvages, En Liberté) e Noé Debré (Parlement, Stillwater, Dheepan), la serie in 8 episodi è co-prodotta da Paramount+, France Télévisions, Le Collectif 64 (Marc Dujardin) e Bien Sûr Productions (Julien Seul). Scritta da Benjamin Charbit, Noé Debré e Emmanuel Poulain-Arnaud (Le Test), la serie è diretta da Jean-Baptiste Saurel (Parallèles) e Emilie Noblet (Bis Repetita, Parlement, Les 7 vies de Léa).
Zorro: la trama
Nel 1821, Don Diego de la Vega diventa sindaco di Los Angeles per migliorare la sua amata città. Tuttavia, la città sta affrontando problemi finanziari a causa di un uomo d’affari locale, l’avido Don Emmanuel, e i suoi poteri come sindaco non sono sufficienti per combattere l’ingiustizia. Per 20 anni Diego non ha usato la sua identità da Zorro, ma sembra che non abbia altra scelta che riportarla indietro per il bene comune. Ma Diego fatica a bilanciare la sua doppia identità sia come Zorro, sia come sindaco, causando tensione al suo matrimonio con Gabriella, che non è a conoscenza del suo segreto. Diego riuscirà a salvare il suo matrimonio e la sua sanità mentale nel caos?
Zorro: chi c’è nel cast internazionale
Protagonisti della serie Zorro sono: Jean Dujardin, Audrey Dana, André Dussolier, Eric Elmosnino e Grégory Gadebois. Nel cast internazionale anche l’attore italiano Salvatore Ficarra.
Zorro: su Paramount+
Zorro è uscito su Paramount+ il 6 dicembre 2024.
Guarda l’intervista a Salvo Ficarra
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