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Cinema

Slingshot: Missione Titano

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Houston, abbiamo un problema” è la celebre frase pronunciata nel 1970 dall’astronauta Jack Swigert per segnalare un grave guasto a bordo del modulo lunare che mise a rischio la vita dell’equipaggio dell’Apollo 13, trasformando un viaggio verso la Luna in una drammatica lotta per la sopravvivenza. Una storia vera, poi alla base del plot del film Apollo 13 che nel 1995 Ron Howard ha diretto e che si colloca in una ben definita tendenza della fantascienza: quella dei problemi e delle tensioni a bordo di una astronave in viaggio nello spazio profondo, inaugurato nell’era moderna da Alien (1979) di Ridley Scott, cui seguiranno tanti epigoni del genere dove i pericoli hanno genesi diverse.

In questo solco va inserito il recente lavoro del regista svedese Mikael Håfström, da anni in trasferta a Hollywood (Evil – Il ribelle, 1408 e Il rito), intitolato Slingshot: Missione Titano (2024), da noi uscito direttamente su piattaforma Prime Video. La pellicola segue diligentemente tutte le coordinate del filone: tre uomini a bordo di una nave spaziale in missione verso Titano, il satellite più grande di Saturno, per estrarre quelle materie prime necessarie per la sopravvivenza del nostro pianeta ormai al collasso a causa dei cambiamenti climatici estremi.

Il protagonista

Fra i tre, uno solo è il protagonista, l’astronauta John interpretato da un Casey Affleck perfettamente in parte: la sua recitazione sussurrata e quasi monocorde restituisce perfettamente lo stato di annebbiamento del suo personaggio. Attraverso un funzionale montaggio alternato, seguiamo in flashback i suoi ultimi giorni sulla Terra, dove l’ambizioso cosmonauta si preparava per il viaggio non facendosi distrarre da una storia d’amore con una scienziata al seguito della missione.

Non tutto però funziona come dovrebbe nell’astronave Odyssey 1. Nel lungo tragitto verso Saturno, l’equipaggio deve affrontare la manovra della “fionda” (lo slingshot) attorno a Giove, sottoponendosi a lunghi mesi di ibernazione. Un evento improvviso, forse una collisione, mette a rischio la missione e i rapporti interni si incrinano bruscamente. Uno degli astronauti, Nash (interpretato da Tomer Capone), vorrebbe annullare il viaggio, mentre il comandante (un sempre carismatico Laurence Fishburne) non vuole sentir parlare di fallimento.

John si ritrova nel mezzo, indeciso e confuso, vittima degli effetti collaterali dei farmaci criogenici che generano perdita della memoria e allucinazioni. Il regista è abile nel trascinare lo spettatore in questo stato di incertezza: non sappiamo mai se il guasto sia reale o se sia la mente del protagonista a sgretolarsi sotto il peso della sedazione.

Alla fine tutto precipita in un gioco al massacro con un epilogo che non ti aspetti: un doppio finale che lascia sorpresi, un happy end che sembrava profilarsi ma che poi ci viene negato all’improvviso. È a quel punto che la vera essenza del protagonista si palesa: un novello Icaro, travolto dalla sua ambizione di superare i limiti umani, volando più in alto di quanto l’uomo abbia mai fatto e disposto a sacrificare ogni cosa, persino la realtà stessa, pur di raggiungere il suo obiettivo.

Carmelo Franco

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Cinema

Cinema e intelligenza artificiale

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Cinema e intelligenza artificiale: quando la domanda non è più tecnologica, ma umana.

Come cambia il nostro rapporto con l’arte quando non siamo più in grado di distinguere ciò che è stato creato dall’umano da ciò che è stato generato da una macchina?

Non è un caso che negli ultimi anni il cinema sia diventato il luogo in cui questa riflessione si impone con più forza. L’audiovisivo è stato uno dei primi campi in cui l’intelligenza artificiale ha dimostrato di essere capace di cose incredibili: voci, ambientazioni, dettagli e movimenti vengono realizzati e replicati con un realismo tale da non renderci più capaci di distinguere il vero dal falso.

Il valore dell’IA

Come ogni innovazione tecnologica e scientifica, il valore dell’IA dipende dall’uso che ne facciamo (e che ne faremo). La vera novità risiede nel fatto che per la prima volta non si tratta di uno strumento che si limita ad assistere l’uomo nel lavoro manuale, nello studio, nel calcolo: bensì entra in un territorio che abbiamo da sempre considerato unicamente umano, quello della creatività.

Il dibattito si è acceso proprio nel cinema perché un film non è soltanto un film, è il risultato di un processo, di una sensibilità, di un intreccio di scelte e sensazioni maturate attraverso esperienze, intuizioni e visioni del mondo. Dietro ogni autore c’è una biografia che si concilia con lo spettatore. Forse è in questo che risiede la nostra inquietudine: non nella paura che l’intelligenza artificiale generi prodotti sempre migliori, quanto più nel rischio di non riuscire a distinguere un’opera nata dall’esperienza umana da una costruita attraverso prompt informatici e modelli algoritmici.

Autore

Probabilmente se questa distinzione diventasse sempre più effimera e irrilevante, cambierebbe anche il significato che associamo alla parola “autore”. Il rischio dunque non è soltanto lavorativo e finanziario. Il problema è ancora più grande e radicato: riguarda il modo in cui viviamo l’arte, il nostro modo di intendere un’opera artistica, di qualsiasi forma ed espressione essa sia.

Se il pubblico smettesse di interrogarsi su chi ha creato cosa, se venisse meno il nostro desiderio di indagare la sensibilità e le intenzioni di chi l’ha ideata, perderemmo qualcosa che accompagna il cinema fin dalla sua origine: la ricerca di uno sguardo umano dietro ogni immagine.

Non possiamo sapere quale diventerà il ruolo dell’intelligenza artificiale nei prossimi tempi. È molto presto prevedere le nostre prospettive di convivenza con l’IA ed è parecchio prematuro formulare sentenze definitive. Quello che abbiamo imparato dalla storia è che ogni rivoluzione tecnologica ha costretto l’arte a ridefinire se stessa e a rimodellare le nostre abitudini di vita. Probabilmente anche questa volta sarà così.

Allora la sfida non si incentrerà sulla scelta tra uomo e macchina, piuttosto nel decidere quale valore decideremo di attribuire all’operato umano dentro un qualsiasi prodotto artistico.

Quello che rischiamo di perdere non è il cinema con tutta la storia che si porta dietro. È il romanticismo che da sempre si accosta alla creazione artistica: l’idea che dietro ogni inquadratura, ogni battuta e ogni pausa ci sia una persona con delle esperienze accumulate nella vita; una persona che ha osservato, sofferto e immaginato. In fin dei conti, questo è quello che continuiamo a ricercare quando le luci dentro la sala si spengono. Non solo una storia, ma qualcuno che abbia veramente sentito l’urgenza di donarla al
mondo.

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Cinema

Storm: il videoclip che ricorda al cinema il potere delle immagini

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Racconto di un fenomeno online

Nel giro di pochi giorni il cortometraggio musicale firmato da GENER8ION e interpretato da Yung Lean è diventato un piccolo caso culturale. Sui social lo chiamano “il video dell’anno”, un’etichetta che di solito si consuma in fretta.

Stavolta però sembra che dietro l’entusiasmo ci sia davvero qualcosa che vale la pena guardare due volte.Il progetto nasce dai brani Storm I e Storm II e nel complesso supera i sette minuti, con un ritmo visivo che ricorda più il cinema che il classico video promozionale. Musica e immagini qui non si limitano a stare fianco a fianco:
sembrano nate insieme, come se fossero venute fuori dallo stesso pensiero.

GENER8ION

Ed è proprio in questa fusione che si trova il punto più interessante del lavoro. Per capire Storm bisogna partire da chi l’ha fatto. GENER8ION è il progetto di Surkin, produttore francese che da tempo cerca un modo per far dialogare musica elettronica, immagine e sperimentazione. In questo caso specifico si tratta in realtà di un doppio singolo, “Storm I” e “Storm II”, pensato fin dall’inizio per accompagnare un cortometraggio di circa sette minuti e mezzo che tiene insieme le due parti. A dirigerlo è Romain Gavras, uno dei nomi che negli ultimi anni ha contribuito più di altri a cambiare il modo di intendere il videoclip.

Gavras è figlio del regista Costa-Gavras e viene dal collettivo Kourtrajmé. Ha già firmato lavori entrati nell’immaginario comune, da Stress dei Justice a Born Free e Bad Girls di M.I.A., fino a Gosh di Jamie xx. Guardando questi video si nota una cosa: le immagini raramente si limitano a seguire la musica, quanto piuttosto costruiscono un mondo a parte, che finisce per dare più peso al brano stesso. A chiudere il terzetto c’è Yung Lean, svedese, che negli ultimi dieci anni ha lasciato un segno profondo sull’estetica del rap alternativo, al punto che definirlo semplicemente rapper sembra riduttivo. La sua figura ha aiutato a costruire un immaginario fatto di malinconia e senso di estraneità. In Storm la sua presenza funziona proprio perché resta sobria: non ha bisogno di parlare per farsi notare, basta lo sguardo, il modo di muoversi, lo spazio che
occupa in scena.

L’ambientazione

L’ambientazione scelta da Gavras è un collegio maschile: corridoi austeri, uniformi perfette, un ordine apparente che si respira ovunque. Fin dai primi minuti però c’è una tensione che scorre sotto la superficie e che sembra
pronta a esplodere da un momento all’altro. Non ci sono adulti, e questo pesa. I ragazzi vivono chiusi in un microcosmo governato da regole tutte loro, fatte di potere, appartenenza, confronto continuo. Più che un futuro distopico, quello che racconta il video sembra una metafora di cose molto attuali: la ricerca di un’identità, il bisogno di sentirsi accettati, il difficile equilibrio tra chi si è e il gruppo a cui si appartiene.

Certe scelte registiche fanno venire in mente il cinema che ha raccontato l’adolescenza come territorio di scontro, non citazioni dirette, ma suggestioni che riportano a qualcosa come If…. di Lindsay Anderson, dove proprio la perfezione formale diventa lo sfondo perfetto per far esplodere il caos interiore.

La danza finale

La danza finale, firmata dal coreografo Damien Jalet, non è lì per stupire e basta. Ogni gesto porta avanti la storia, trasforma i corpi in un linguaggio a sé. Più che una coreografia sembra un rito collettivo: il disordine iniziale si trasforma, passo dopo passo, in qualcosa di condiviso. Probabilmente è questa la scena che ha fatto girare di più il video online.

Sul significato non c’è una lettura unica: c’è chi ci legge una riflessione sulla mascolinità di oggi, una critica al conformismo dei gruppi chiusi, chi vede nella danza finale un momento di liberazione vera e propria. Ed è forse proprio questo il punto di forza di Storm: non spiega, evoca. Costruisce un’esperienza più che una trama, lasciando a ognuno la possibilità di trovarci qualcosa di diverso. Anche il titolo va in questa direzione — la tempesta non come pura distruzione, ma come quel passagggio dopo il quale niente resta com’era prima.

Negli anni Novanta il videoclip era uno dei terreni più fertili per la sperimentazione visiva. Registi come Michel Gondry, Spike Jonze, Chris Cunningham e Jonathan Glazer hanno dimostrato che bastavano pochi minuti per costruire immaginari capaci di influenzare il cinema stesso. Con gli anni quella stagione è sembrata esaurirsi, ma Storm dimostra che il videoclip d’autore ha solo cambiato pelle.

La lezione

La lezione è semplice: quando una regia ambiziosa, una fotografia curata e una coreografia che racconta quanto una sceneggiatura si incontrano con la musica, il risultato smette di appartenere a un solo linguaggio e finisce per vivere a metà tra cinema, danza e arte contemporanea. Storm non dimostra soltanto che il videoclip è ancora vivo — ricorda che, quando finisce nelle mani giuste, può diventare cinema vero e proprio.

Andrea Arnone

 

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Cinema

Cinema, il bilancio dei primi 6 mesi

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Il primo semestre del 2026 ha dimostrato che il cinema in sala è vivo, ma il pubblico non concede più fiducia preventiva: ogni film deve conquistarsela.

Il primo semestre del 2026 è stato, per il cinema, un periodo di crescita e consolidamento, caratterizzato da dinamismo e varietà. Da gennaio a oggi sono emersi segnali importanti sulla direzione che sta prendendo l’industria cinematografica, soprattutto in Europa. Dopo anni complessi si iniziano finalmente a registrare dati incoraggianti rispetto al recente passato, accompagnati da un progressivo ritorno del pubblico nelle sale. Il vero tema di questi primi sei mesi, però, è un altro: la crescente selettività degli spettatori.

Il pubblico

sembra aver cambiato atteggiamento, scegliendo con maggiore attenzione cosa vedere e premiando soprattutto quei film che possiedono una forte identità autoriale e un concept capace di incuriosire. Questo semestre è stato segnato da diversi titoli che hanno monopolizzato il dibattito per settimane e catalizzato l’interesse degli spettatori. Tra i film più popolari e discussi spicca sicuramente Project Hail Mary di Phil Lord e Christopher Miller, capace di rilanciare la fantascienza “high concept” e, allo stesso tempo, di mettere d’accordo critica e pubblico, diventando uno dei fenomeni cinematografici della primavera. Il film ha riportato al centro una fantascienza costruita sul racconto e sui personaggi, dimostrando che gli effetti speciali, da soli, non bastano.

Michael

Tra i titoli che hanno attirato maggiormente l’attenzione c’è anche Michael, il biopic dedicato a Michael Jackson e diretto da Antoine Fuqua. Attesissimo già prima dell’uscita, il film ha continuato a far parlare di sé grazie agli straordinari risultati ottenuti al botteghino, affermandosi come uno dei grandi eventi cinematografici dell’anno e andando ben oltre il pubblico dei fan dell’artista.

Obsession

Infine, merita una menzione Obsession, probabilmente la sorpresa più significativa dell’intero semestre. Diretto dal giovanissimo Curry Barker, questo horror originale, realizzato con un budget estremamente contenuto, è riuscito in poco tempo a trasformarsi in un fenomeno mondiale. Il suo successo dimostra come il pubblico continui a premiare le idee originali quando vengono sviluppate con convinzione.

La grazia

Sul fronte italiano spicca senza dubbio La grazia di Paolo Sorrentino, vero film-evento del semestre. Il regista ha nuovamente catalizzato l’attenzione della critica, alimentando un acceso confronto sul suo stile e sul significato dell’opera. Il film si è imposto come uno dei principali riferimenti del cinema italiano di questi primi sei mesi.

Cena di classe

Tra i titoli italiani che hanno trovato forza soprattutto grazie al passaparola va ricordato anche Cena di classe, diretto da Francesco Mandelli. I temi affrontati e il modo in cui racconta una generazione hanno contribuito a mantenerlo al centro del dibattito per diverse settimane. Infine, Le cose non dette di Gabriele Muccino ha attirato fin da subito l’attenzione per il suo sguardo sulle dinamiche familiari ed emotive, suscitando reazioni contrastanti tra critica e pubblico.

Nel complesso, da questo primo semestre emergono due tendenze piuttosto evidenti. La prima riguarda la rinnovata attenzione verso film capaci di distinguersi per identità e originalità, indipendentemente dal genere. Che si tratti di opere d’autore, horror, drammi o fantascienza, i titoli che hanno lasciato il segno sono quelli che hanno saputo offrire qualcosa di riconoscibile e personale. La seconda riguarda il ruolo dei festival, che continuano a orientare il dibattito culturale, mentre è il pubblico a decretare il vero successo commerciale di un film. Critica e botteghino sembrano dialogare più di quanto accadesse negli ultimi anni, pur continuando a seguire logiche non sempre coincidenti.

Cosa aspettarsi?

Cosa aspettarsi dal prossimo semestre? Molto dipenderà dalla capacità dell’industria di dare continuità ai segnali positivi emersi in questi primi sei mesi. La sfida non riguarda soltanto gli incassi, ma anche la capacità del cinema di continuare a sorprendere il pubblico. Se il primo semestre ha insegnato qualcosa, è che oggi gli spettatori premiano sempre di più la qualità percepita, l’originalità e il valore dell’esperienza in sala. Chi saprà intercettare queste aspettative avrà maggiori possibilità di trasformare un’uscita in un vero evento, indipendentemente dal budget o dalla forza del marchio. Ed è probabilmente questa la chiave di lettura più interessante, anche in vista della seconda metà del 2026.

Andrea Arnone

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In Tendenza