Cinema
Sorry Baby di Eva Victor
Forse, più che superare, la cosa più difficile quando si vive un trauma è riuscire a visualizzarlo, separarsi dal proprio io e guardare dall’esterno ciò che ci tormenta. Un’ottima spiegazione al perché nel cinema o nella televisione spesso si sbagli tono – o forse sarebbe meglio dire tatto – nel rappresentare cosa significa vivere con un trauma (o più di uno) dentro di sé. Talvolta si indugia nel mostrarne la portata catartica e distruttiva che ha nelle nostre vite, che spazza e sbaraglia tutto ciò che abbiamo, sia dal nostro punto di vista che quello dello spettatore.
La rappresentazione del trauma
Con questo voglio dire che a volte il trauma viene rappresentato in maniera non solo troppo esplicita, ma anche didascalica, invece di tentare (non è facile, sia chiaro) di osservare, in maniera più cauta ma non per questo meno profondo, tutte le sfumature di un trambusto emotivo che nella realtà non si materializza mai in maniera così segmentata, poiché i nostri umori sono estremamente mutevoli, unici l’uno dall’altro a seconda di diversissimi fattori che riguardano il nostro vissuto, carattere, crescita ecc.
La storia di Agnes
A tentare una strada più realisticamente umana è Sorry Baby, lungometraggio scritto, diretto e interpretato dall’esordiente Eva Victor, che sotto l’egida di A24 realizza un dramma di rara delicatezza, che riesce a rappresentare in maniera onesta cosa significa vivere un trauma attraverso la storia di Agnes, una giovane professoressa di lettere in un’università del New England che vive da anni “bloccata” da un evento che l’ha profondamente scossa quando ancora era una studentessa nella stessa università.
La narrazione è suddivisa in dei segmenti corrispondenti agli anni prima, durante e dopo l’evento scatenante, ciascuno di essi indicante una diversa fase dell’esplorazione di questo trauma, che Victor costruisce senza mai scadere in pietismi o lacrime facili, anzi, né esalta la brusca brutalità nel mondo in cui tale avvenimento intercorre annientandoci come persone, in cui il trauma diventa quindi una malevola forza invisibile, onnipresente ma che preme in attimi ben specifici.
Victor
Victor non drammatizza mai gli accadimenti perché non ne ha bisogno, bensì fa leva su una realtà che lascia beffardamente inermi, di fronte all’impossibilità di avere giustizia (su cui la Victor lascia anche un interrogativo di base educativa, sottile ma importante soprattutto nella nostra attualità) e all’inadeguatezza delle istituzioni nel gestire casi come quello di Agnes. Una realtà che più che commuovere lascia sbigottito lo spettatore, mettendoci quasi a disagio nel come ci immerge dentro la ferita di Agnes.
Attraverso una regia fatta di inquadrature fisse e silenzi assordanti, Sorry Baby riesce a farci provare quanto Agnes sia sommessa, isolata, ed è qui che rientra in gioco la questione del tatto: si può scendere in profondità anche con la delicatezza, senza incedere in momenti triggeranti o in spettacolarizzazioni. È come attraversare un tunnel di vetro, al di fuori del quale vedi tutto: non puoi toccare ma puoi sentire, e ciò è molto più impattante di quanto si possa pensare.
Un trauma dormiente
Il film non offre consolazioni né tantomeno soluzioni precise, non ci protegge, ma lascia spaesati, incompleti, come Agnes, che non vive necessariamente male gli anni successivi a quell’evento, ma semplicemente perché il trauma è dormiente, lavora sottobanco nella nostra quotidianità per poi ricomparire furente quando meno ce lo aspettiamo. Un elemento narrativo che si discosta dalle strutture segmentate o schematiche che citavo precedentemente.
Cos’è quindi che ci restituisce l’opera di Victor? Niente di “concreto”, apparentemente, ma anche se fosse, il film non è dovuto a darci una risposta precisa, o doverne sapere una, perché i film sono rappresentazioni, e non tutti hanno delle risposte. Ma in realtà è proprio su questa incertezza che si basa la risposta fondamentale di Sorry, Baby: le cose brutte, semplicemente, accadono, e accadranno nella vita di tutti noi essere umani, e spesso non possiamo sfuggirci.
Un dolore che non sparisce del tutto
Ciò include anche che un trauma possa convivere con noi per sempre, e l’unica cosa che possiamo fare per il nostro bene è imparare a conviverci, consapevoli che possiamo comunque vivere felicemente nonostante ciò che abbiamo passato, anche se il nostro dolore potrebbe non sparire mai del tutto e tornare a colpirci ancora e ancora. Questa lettura non è solamente coerente col resto del film, ma estremamente onesta da un punto di vista umano.
Tornare a vivere non significa necessariamente rinascere, riemergere dalle ceneri in una gloria come nelle grandi storie, ma può voler dire anche solamente consapevolizzare ciò che abbiamo passato, come ci colpisce, e ritornare alla normalità. Per l’ennesima volta SorryBaby diverge dalle narrazioni più assolute, alle fasi cicliche del dolore che si sciorinano come se fosse una fiaba proppiana, ma enfatizza la complessità del vissuto di tutti noi e trova un sentiere personale eppure universalmente riconoscibile.
Naomi Ackie
Oltre alla bravissima Victor, capace di dare a Agnes un’interpretazione impeccabile, trattenuta, dipingendo perfettamente l’alone plumbeo che gravita su di lei e anche i modi in cui di tenta di stemperare la sua condizione in maniera autoironica, un’altra prova splendida la dà Naomi Ackie nel ruolo di Lydie, ex coinquilina e migliore amica di Agnes, una vera e propria protettrice, mai giudicante, silenziosa nell’ascoltare e nel mostrare apprensione verso l’amica, anche quando quest’ultima tenta di nascondere la propria fragilità.
John Caroll Lynch
Infine, una menzione importantissima va fatta per la breve parte di John Caroll Lynch, che rappresenta uno snodo fondamentale nel percorso di elaborazione di Agnes nonostante sia un incontro pressoché fugace, ma di estrema importanza narrativa e che proprio per questo ha bisogno di un character actor come Lynch, uno degli interpreti più capaci a gestire questi ruoli secondari ma tutt’altro che superficiali, anzi, pieni di sfumature atte a renderne imprescindibile la presenza.
Sorry, Baby è un esordio di rara profesionalità, capace di tessere una storia che oscilla perfettamente tra drammaticità e normale quotidianità, rappresentando gli attimi più bui della nostra vita in maniera reale, mai forzata, sfruttando la profondità delle emozioni umane che tutti noi sappiamo provare, ma che pochi hanno la capacità di ricostruire.
Giovanni La Gattuta
Cinema
La banda muta di Alessia Bottone
“La banda muta – afferma la regista quarantenne Alessia Bottone – restituisce alla morte e al rito funebre il loro valore originario, ovvero la celebrazione del passaggio dalla vita terrena alla vita spirituale ma, soprattutto, conferisce un tempo al dolore. Un aspetto che, oggi, appare svuotato di significato: basta guardare ai funerali delle celebrità o persino a tragedie come quella di Rigopiano, diventati occasioni per scattare selfie e postare sui social”.

La regista- che attraverso questo corto ha reso omaggio anche alle sue origini siciliane- , ha voluto portare in scena non solo emozioni, ma una riflessione sul tema della solitudine nella società contemporanea. “Una solitudine valoriale – spiega- che ci porta ad affogare nell’egocentrismo, fino al punto da non rispettare nemmeno la morte. La domanda che mi faccio e che attraversa il film è: perché abbiamo bisogno di essere sempre al centro della scena, anche quando c’è il dolore di mezzo? Cosa ci manca davvero, cosa ci affligge, e perché oggi il silenzio ci spaventa così tanto?”.
Una riflessione condivisa anche da Gaetano Savatteri, che accoglie con favore questa trasposizione cinematografica del suo racconto “La banda muta”. “Quando affidi un racconto o un romanzo a un regista- dichiara lo scrittore e giornalista- sai che ne nascerà inevitabilmente un’altra cosa. Ed è bello vedere quali nuove letture possa ispirare una storia. La banda muta si ispira ed era un rito pieno di solennità che ho visto con i miei occhi a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia.
Una tradizione che Alessia ha ben reso nel suo corto, sottolineando per altro come è cambiato oggi il nostro rapporto con la morte e con il silenzio. Oggi i funerali sono diventati applausi, selfie, show business, soprattutto quando riguardano figure pubbliche. In un tempo di rumore, di chiasso e baccano continuo, è proprio quel silenzio perduto che ci serve, perché è nel silenzio che troviamo lo spazio per guardarci dentro”.
Guarda l’intervista alla regista
Cinema
Rosa Elettrica la nuova serie targata Sky
Nei panni di una giovane agente sotto copertura alle prese con scelte più grandi di lei, Maria Chiara Giannetta è la protagonista di ROSA ELETTRICA, eroina per caso al centro del nuovissimo thriller on-the-run targato Sky Original dall’8 maggio in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW.
Prodotta da Sky Studios e Cross Productions e diretta da Davide Marengo (Un’estate fa, Il cacciatore, Notturno bus), la serie – in sei episodi – adatta liberamente l’omonimo romanzo bestseller di Giampaolo Simi (2007, edito da Sellerio Editore Palermo).
Sinossi
Al centro della storia Rosa, giovane agente del programma protezione testimoni, incaricata di scortare Cocìss, baby boss di camorra deciso a collaborare, interpretato dal co-protagonista Francesco Di Napoli. Quando scopre che qualcosa nell’operazione non torna, Rosa rompe la catena di comando e fugge con lui: da quel momento entrambi diventano bersagli, costretti ad attraversare l’Italia senza potersi fidare di nessuno, nemmeno delle istituzioni che dovrebbero proteggerli. Accanto a Maria Chiara Giannetta (L’amore e altre seghe mentali, Blanca, Don Matteo) e Francesco Di Napoli (Hey Joe, Romulus, La paranza dei bambini) anche Elena Lietti (Il sol dell’avvenire, Il Miracolo, Anna), che interpreta il vicequestore Antonella Reja, diretto superiore di Rosa, pronta a tutto per mettere alla prova la sua giovane recluta; Antonia Truppo (Lo chiamavano Jeeg Robot, Indivisibili, Mare Fuori) presta il suo volto a Nunzia Serafino, insospettabile boss del clan Incantalupo detta “Mamma Camorra”; Pasquale Esposito (Ripley, Hotel Portofino, Gomorra) interpreta Saro Incantalupo, boss latitante da oltre vent’anni che siede al vertice del clan omonimo. E ancora Federico Tocci (C’è ancora domani, La casa degli sguardi, Speravo de morì prima) nei panni di Carlo Morano, collega e amico fedele di Rosa, e Francesco Foti (Il Cacciatore, I Leoni di Sicilia, Un’estate fa) in quelli di Paolo D’Intrò, Sostituto Procuratore di Napoli, figura di spicco della lotta contro la criminalità organizzata.
Il soggetto di serie è stato elaborato da Giordana Mari con Giampaolo Simi e Vittorino Testa. Alla sceneggiatura Giordana Mari, a capo di una writers’ room tutta al femminile che include anche Fortunata Apicella, Serena Patrignanelli e Michela Straniero.
Guarda il trailer
Guarda l’intervista all’attore Francesco Foti che interpreta il sostituto procuratore D’Intrò
Cinema
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