Cinema
Non c’è due senza quattro
Spencer e Hill e i loro cloni
Nel 1994 la Prima Repubblica era stata già essere spazzata via dall’azione giudiziaria di mani pulite e nella scena politica si accingeva a fare irruzione Berlusconi, le stragi mafiose di due anni prima avevano generato la reazione delle istituzioni e risvegliato le coscienze e nel resto del mondo Nelson Mandela era stato eletto presidente del Sudafrica e nei Balcani la guerra impazzava. In quell’anno così pieno di stravolgimenti politici e sociali, esce nelle sale italiane Botte di Natale, l’ultima pellicola interpretata da Mario Girotti e Carlo Pedersoli, in arte Terence Hill e Bud Spencer, uno dei sodalizi più felici e redditizi che il cinema italiano ricordi. Come evocativamente il titolo suggerisce, di botte il film abbonda, specie nell’ultima mezz’ora che è un tripudio di quella che è stata la cifra stilistica più distintiva della coppia: le scazzottate fra i due protagonisti da una parte e i loschi individui di turno dall’altra, che alla fine debbono soccombere di fronte a quei due che menano più di loro (compreso il colpo del piccione, che è il pugno sferrato dall’alto verso il basso con il quale Bud Spencer colpisce il malcapitato che gli capita a tiro).
Tuttavia, Il film dopo poche settimane viene ritirato dai grandi schermi, gli incassi sono molto modesti e i produttori riescono a rientrare nei costi solo grazie agli introiti ottenuti nel mercato estero, in particolare in Germania dove la coppia è stata sempre apprezzata.
Eppure, per oltre un quarto di secolo, i film di Bud Spencer e Terence Hill sono stati una garanzia per i produttori, il pubblico ha sempre risposto al richiamo dei due attori, che hanno saputo dosare le loro apparizioni in coppia, qualsiasi fosse l’ambientazione delle storie e i registi che le hanno messo in scena.
Dietro il mancato successo della pellicola vi sono diversi fattori, in primis probabilmente la scelta autarchica dei due attori, che hanno deciso di produrre il film (Giuseppe Pedersoli figlio di Bud), scrivere soggetto e sceneggiatura (Jess Hill, figlio di Terence) e dirigerlo (Terence Hill). Dopo circa dieci anni dalla loro ultima apparizione insieme, vi erano grandi aspettative per il ritorno della coppia al cinema e la nuova pellicola l’avrebbe dovuto dirigere il regista che li aveva lanciati definitivamente, e cioè E. B. Clucher alias Enzo Barboni. Tuttavia, alla fine si decise per una gestione in ambito familiare e si scelse uno script che riproponeva i personaggi che tanti anni prima avevano reso famosa la coppia, e cioè i due fratelli del selvaggio West, dai caratteri opposti e fra loro litigiosi che ricalcavano quelli di Trinità e Bambino, protagonisti dei due film diretti da Barboni, ma con nomi diversi, dato che il copyright dei personaggi apparteneva alla produzione di Lo chiamavano Trinità e sequel. Questa operazione nostalgia che faceva tanto cinema anni 70, non è bastata per decretare il successo dell’ultima pellicola del duo: la trama troppo semplice, scritta funzionalmente per mettere in scena le tipiche schermaglie della coppia, qualche richiamo ai classici topoi contenuti nei film di riferimento (compresa l’immancabile mangiata di fagioli), con snodi narrativi prevedibili ed un lieto fine scontato e zuccheroso, non hanno contribuito ad appassionare il pubblico, sia i nostalgici che hanno rimpianto i film di riferimento, che i giovani i quali non hanno apprezzato una pellicola appartenente ad un genere già tramontato e sporadicamente rivitalizzato da nuovi autori con idee e stilemi più innovativi. Peraltro i due attori, ormai avanti con gli anni (55 anni Terence, 65 Bud), non avevano più il physique du ròle adatto ai due personaggi.
Negli anni a seguire, entrambi hanno continuato a recitare da solisti, in varie produzioni pure di successo, sia in televisione che al cinema, attendendo, si dice, una proposta di sceneggiatura più consona ad un’età che avanzava e comunque all’altezza della loro fama che non c’è mai stata e quindi, con la scomparsa di Bud Spencer avvenuta il 27 giugno 2026, l’epilogo della loro carriera in coppia rimane il film del 1994.
In definitiva, Mario Girotti e Carlo Pedersoli hanno girato insieme ben 18 film, in oltre venticinque anni, se fra questi si vuole annoverare, per dovere storiografico, anche Annibale, produzione in costume sulle gesta del mitico condottiero cartaginese, girato nel 1959 e diretto da Carlo Ludovico Bragaglia e Edgar G. Ulmer. Nessuno allora avrebbe immaginato che quei due giovani figuranti, che avevano condiviso lo stesso set, pur non recitando mai nelle stesse scene e che sono annoverati nei crediti con il loro nome d’anagrafe, avrebbero avuto un percorso artistico di prima grandezza insieme, negli anni a seguire.
Ed in effetti, i due si ritroveranno quasi per caso, otto anni dopo, nel cast del film diretto da Giuseppe Colizzi dal titolo Dio perdona…io no !, nel periodo d’oro dello spaghetti western, in una delle tante produzioni uscite dopo che Sergio Leone nel 1964 aveva reinventato il genere, firmando la regia di Per un pugno di dollari.
Si narra che per il ruolo interpretato da Terence Hill fosse stato scelto Peter Martell, (pseudonimo dell’altoatesino Pietro Martellanz) più avvezzo a queste produzioni, ma si ruppe una gamba prima di iniziare le riprese (pare per un litigio con la fidanzata), mentre Bud Spencer fu inserito nel cast, nonostante le iniziali titubanze del regista, perché non si riuscì a trovare un attore avente le sue caratteristiche fisiche.
Il napoletano Pedersoli dopo una intensa e vincente attività sportiva, sia da nuotatore che in altri sport, grazie alla sua imponente fisicità (era alto 1,92 cm) viene notato da alcuni produttori che lo fanno esordire in varie pellicole in ruoli secondari, ma il giovane Carlo all’epoca non pensava che il suo futuro sarebbe stato nel cinema. Mario Girotti, nato a Venezia da padre italiano e madre tedesca, anch’egli con un passato di sportivo, invece, aveva iniziato a recitare fin da piccolo, facendo il suo esordio sul grande schermo all’età di 11 anni nel film Vacanze col gangster (1952), primo lungometraggio di finzione di Dino Risi e da allora aveva continuato a calcare le scene in diverse produzioni, sempre in ruoli di contorno e credeva in un futuro nella settima arte, ma ancora non erano arrivate la fama ed il successo, nonostante la sua partecipazione anche in pellicole d’autore (su tutti il ruolo del conte Cavriaghi in Il Gattopardo, di Luchino Visconti) .
Il film di Colizzi ebbe un ottimo risultato a botteghino e subito si intuì la particolare chimica attoriale fra i due interpreti, che spiccava fra gli altri nomi del cast. I due, per la prima volta, assunsero nei crediti i nomi anglofoni con i quali raggiungeranno la notorietà. Come accadeva spesso in quel periodo, i nostri western puntavano anche al mercato estero, ed in Italia venivano scambiati per produzioni importate dall’oltreoceano, quindi tutto il cast doveva avere dei nomi che non tradissero la provenienza autoctona delle pellicole. Così Mario Girotti, fra i tanti nomi suggeritigli dalla produzione, scelse quello le cui iniziali coincidevano con il nome della madre (Hidelgard Thieme), Pedersoli invece si ispirò alla marca di birra che più preferiva per il nome, ed all’attore Spencer Tracy, per il cognome. Altra caratteristica comune dei due, l’aver fatto ricorso a dei doppiatori, che fin da questa pellicola saranno sempre Pino Locchi (Hill) e Glauco Onorato (Spencer), a causa dello spiccato accento napoletano che contraddistingueva la recitazione di Pedersoli e della dizione italiana non proprio perfetta di Girotti, il quale aveva trascorso la sua infanzia dai nonni materni in Germania e poi, dopo le nozze con una donna americana, aveva soggiornato per lungo tempo negli Stati Uniti.
Ed è proprio in quegli anni che esordisce dietro la mdp Giuseppe Colizzi, che è stato il regista che più ha legato le sue fortune a quelle di Bud Spencer e Terence Hill. Nipote di Luigi Zampa, dopo un apprendistato da aiuto regista e direttore di produzione, Colizzi, infatti, ha la grande occasione di esordire da regista con il film del 1967, a cui seguiranno altre tre pellicole con i due attori, altrettanto fortunate al botteghino. Ma se nella prima produzione la presenza dei due era stata quasi occasionale, i film successivi vengono pensati e realizzati per sfruttare la nascente intesa fra i due protagonisti, che affineranno le caratteristiche che li hanno resi famosi come coppia. Nei due anni a seguire, il regista dirigerà ancora due western, I quattro dell’Ave Maria (1968) e La collina degli stivali (1969), dove i toni cupi e violenti, caratteristici dei prodotti leoniani e dei tanti epigoni, si fanno più sfumati, assumendo tinte maggiormente scanzonate e ironiche.
La collaborazione fra il regista e la coppia si concluderà nel 1972, con il film Più forte ragazzi, non più un western ma una storia ambientata nella giungla amazzonica, contenente tutti gli ingredienti tipici che i due interpreti aveva già affinato con i lavori nel mentre realizzati.
Se il regista romano ha il merito di aver fatto esordire i nostri due attori con ruoli da protagonisti ponendo le basi che gli hanno consentito di esprimere la cifra attoriale che li ha contraddistinti, è il già citato Enzo Barboni che li ha consacrati definitivamente come la coppia d’oro del cinema italiano, la cui fama ha travalicato gli italici confini e che ha il primato del maggior numero di pellicole dirette, con i due dall’altra parte della mdp.
Barboni è stato un valido direttore della fotografia e sceneggiatore prima di debuttare alla regia nel 1970, e fu allora che aggiunse al cognome della madre tedesca (Clucher) le iniziali delle sue generalità. Il suo film d’esordio, uno spaghetti western come tanti (Ciack Mull – L’uomo della vendetta 1970), non fu apprezzato, tuttavia, nello stesso anno il regista romano decise di infondere nuova linfa ad un genere ormai al collasso, tanto era stato sfruttato e declinato in tutte le sue forme e variazioni. Così realizzò Lo Chiamavano Trinità (1970), con cui nacque la variante comica e quasi parodistica del filone inaugurato da Sergio Leone e dai tanti suoi imitatori all’opera. In realtà, quando scrisse soggetto e sceneggiatura, Barboni non pensò subito alla coppia di protagonisti che stavano avendo successo con i western firmati Colizzi. In particolare, per il ruolo di Trinità, la prima scelta del regista era stata Franco Nero, che però non accettò la parte, perché impegnato in altre produzioni. Si narra che fu lo stesso Bud Spencer, intanto scelto per la parte di Bambino (ma all’inizio si era pensato a George Eastman alias Luigi Montefiori), a consigliare quell’attore con cui aveva recitato nel trittico western di Giuseppe Colizzi, con il quale irruppero nel genere, e così fu quasi giocoforza affidare a loro il ruolo di protagonisti, che sembrava fosse stato pensato per la coppia. Scritto il copione e formato il cast, occorreva trovare chi producesse un film che avrebbe definitivamente scardinato le coordinate del genere e non fu facile convincere un produttore ad accettare questo azzardo, fino a quando Italo Zingarelli non acconsentì e mise i soldi. La pellicola ebbe un enorme successo, posizionandosi ai primi posti degli incassi, tanto che l’anno successivo venne girato il sequel, sempre diretto da E.B. Clucher, dal titolo …Continuarono a chiamarlo Trinità, con incassi ancora superiori, che lanciò definitivamente la coppia, la cui fama travalicò i confini nazionali, grazie a questi due film che furono esportati all’estero.
Da quel momento, il napoletano Pedersoli, che era una persona gioviale ed estroversa, sullo schermo, in coppia con il veneziano Girotti, interpretò il personaggio (all’apparenza) più burbero e scontroso dei due, dal fisico corpulento ma dall’animo buono, in contrapposizione dell’altro, che nella realtà è una persona dal carattere riservato ed al cinema impersonò il personaggio che era bello e furbo, più empatico e simpatico del socio, e tale alchimia attoriale il duo lo riproporrà negli anni a seguire in (quasi) tutte pellicole che riscossero sempre grandi consensi di pubblico e critica, in cui la componente avventurosa delle storie si amalgama con toni da commedia, compresi i primi western, dove l’uso delle armi e della violenza cedono il passo alle scazzottate contro i cattivi di turno, abilmente costruite e coreografate.
Esaurita la vena western con la pellicola del 1972, Bud Spencer e Terence Hill, furono diretti ancora da Enzo Barboni in tre produzioni (I due superpiedi quasi piatti 1977, Nati con la camicia 1983, Non c’è due senza quattro 1984) e da altri registi, quali Marcello Fondato, che firmò un’altra pellicola cult della coppia dal titolo Altrimenti ci arrabbiamo (1974), Sergio Corbucci che li diresse in Pari e dispari (1978) e Chi trova un amico trova un tesoro (1981), ma anche Franco Rossi (Porgi l’altra guancia 1974), Italo Zingarelli, produttore del dittico su Trinità (Io sto con gli ippopotami 1979) e Bruno Corbucci (Miami Supercop – i poliziotti dell’8° strada 1985). A questi film si deve aggiungere un film anomalo per gli standard della coppia, dal titolo Il corsaro nero, con Terence nel ruolo di protagonista e Bud in quello più defilato dell’antagonista, diretto da Lorenzo Gicca Palli ed uscito l’anno successivo della prima pellicola di Barboni.
Tirando le somme, se è vero che sono diciassette (o diciotto, contando il peplum Annibale) le pellicole girate insieme da Bud Spencer e Terence Hill, è altrettanto vero che sono molte di più le produzioni in cui si trovano i personaggi interpretati dal duo, ma senza i due attori in scena.
La cavalcata trionfale dei due personaggi in coppia, che si protrasse per oltre 25 anni, si è alimentata anche dal successo riscosso dalle pellicole in cui entrambi hanno recitato senza il partner. Dopo il dittico firmato E.B. Clucher, infatti, Spencer e Hill erano divenuti celebri e non solo in Italia, le proposte dei produttori che ne volevano sfruttare la popolarità, anche singolarmente, cominciavano ad arrivare e poi vi era l’esigenza di diluire nel tempo le loro apparizioni in coppia, per preservare una formula di successo che se troppo sfruttata poteva creare un effetto di assuefazione e di rigetto negli spettatori.
Del resto, ci si accorse subito che entrambi gli interpreti funzionavano anche da solisti, i film da loro interpretati riscuotevano ugualmente il riscontro del pubblico, sta di fatto che dopo l’uscita in sala di porgi l’altra guancia (1974), i due decisero di prendersi una pausa un po’ più lunga e di attendere il copione giusto per tornare in scena (che avverrà con nel 1977 con I due superpiedi quasi piatti) e nel mentre dedicarsi alle tante produzioni che gli venivano proposte singolarmente.
Peraltro, i film di Bud Spencer e Terence Hill non incassavano solo in Italia, i due avevano un grande riscontro anche all’estero ed allora perché non sfruttare subito questo momento di stasi della coppia e riproporre la stessa formula vincente di due personaggi aventi le loro caratteristiche fisiche e la loro interazione attoriale, ci si è chiesti. In particolare l’idea venne a Mauro Bolognini: bastava trovare due attori che ricalcassero le loro peculiarità, fisiche ed interpretative, riproporre la formula della loro interazione e così accadde e la scelta ricadde sul calabrese Antonio Cantafora e sull’americano di origini ebraiche Paul L. Smith.
Il primo aveva già fatto il suo debutto al cinema, in diverse pellicole di genere, fra cui alcuni western, accreditato con il suo nome, non aveva mai recitato in ruoli da protagonista ed era molto somigliante a Mario Girotti, Paul L. Smith, invece, che non aveva mai lavorato in Italia, aveva esordito nel grande schermo in diverse pellicole e chi lo vide notò subito la notevole rassomiglianza con il suo collega napoletano. Furono quindi subito scritturati e per tre anni l’attore americano si trasferì nel nostro Paese, dove realizzò insieme con Cantafora, ben cinque pellicole.
L’esordio della nuova coppia, ca sans va dire è stato un western dal titolo Carambola (1974), con la regia di Ferdinando Baldi, che li dirigerà ancora l’anno successivo nel sequel Carambola, filotto…tutti in buca, ed entrambi i film sono prodotti da una casa di produzione riconducibile a Manolo Bolognini, fratello di Mauro. Già a partire da questo dittico, Antonio Cantafora si tinse i cappelli di biondo per essere più somigliante a Terence, cambiò il suo nome in quello più esportabile di Michael Coby ed entrambi gli attori vennero doppiati da Pino Locchi e Glauco Onorato, gli stessi che prestavano la loro voce alle copie originali.
Seguiranno altre tre pellicole, ed alla regia si alterneranno Giuliano Carnimeo, autore di Simone e Matteo – un gioco da ragazzi (1975) e il Vangelo secondo Simone e Matteo (1976), le cui musiche sono curate da Guido e Maurizio De Angelis (gli Oliver Onions), come in tanti film di Bud e Terence, e pure Gianfranco Parolini, che ha firmato un solo film dal titolo Noi non siamo Angeli (1975).
Queste pellicole, pur non raggiungendo gli incassi dei film a cui si ispiravano, ebbero comunque un discreto successo di pubblico, tanto che le storie cinematografiche di Simone e Matteo (come era anche nota la coppia) furono esportate all’estero, in particolare in Francia, in Spagna e nel resto d’Europa, con dei titoli che riecheggiavano il personaggio di Trinità. Si racconta che in Germania, dove Bud Spencer e Terence Hill erano divi assoluti, durante una proiezione, il pubblico in sala insorse appena si rese conto che nel film a cui stavano assistendo, i protagonisti non erano i loro beniamini, ma dei loro cloni.
Gli emuli di Spencer e Hill, dopo questa breve ed intensa parentesi, non reciteranno ma più insieme, P. L. Smith fece ritorno negli States, dove reciterà in tanti altri film, fra cui Fuga di mezzanotte (1978) di Alan Parker, nel ruolo del secondino aguzzino, in servizio nelle carceri da dove il protagonista riuscirà a fuggire e Popeye (1980) di Robert Altman, nel ruolo di Brutus, Cantafora continuò la sua carriera da attore con il suo nome all’anagrafe, comparendo in tante produzioni, alcune dirette da autori prestigiosi, senza più però ricoprire ruoli da protagonista.
Ma non furono solo i due attori – fotocopia di Hill e Spencer a interpretare due personaggi con quelle caratteristiche, potendosi individuare altre produzioni chiaramente ispirate ai film dei due uomini d’oro del cinema italiano.
Seguendo un criterio cronologico, il primo titolo che viene in mente è Anche gli angeli mangiano fagioli, diretto nel 1973 dallo stesso regista di Trinità. Dopo avere firmato il sequel del film campione d’incassi del 1970 e prima di dirigere il terzo film della coppia, Barboni si dedicherà alla realizzazione, sia in fase di scritture che di regista, di due pellicole in cui i due attori recitano separatamente. Dapprima Terence Hill che Barboni dirigerà in E poi lo chiamarono il Magnifico (1972), una sorta di racconto di formazione in chiave western, poi sarà la volta di Bud Spencer, protagonista nella citata pellicola dell’anno successivo. Anche gli angeli mangiano fagioli è pure essa una commedia, che si ibrida con il genere gangster, ambientata in una New York degli anni trenta, in cui Bud impersona un personaggio che ricorda molto quelli interpretati con il partner abituale, tanto che a suo fianco troviamo un attore dalle caratteristiche fisiche affini a quelle di Hill, e cioè Giuliano Gemma, all’epoca volto molto noto ed apprezzato della variante italiana del western. Il motivo per cui non fu scelto per la parte proprio Terence Hill, che Gemma si sforza di imitare e di non fare rimpiangere (riuscendoci), non è dato saperlo con certezza, ma sembra che l’attore in quel periodo, sotto contratto con altre case di produzioni, stesse recitando in un’altra pellicola dal titolo Il mio nome è nessuno (1973) diretta da Tonino Valeri. Nonostante la coppia fosse monca, il film riscosse un buon successo di pubblico, quindi il seguito fu quasi scontato, tant’è che, con la regia dello stesso E.B. Clucher, l’anno successivo uscì nelle sale Anche gli angeli tirano di destro, che riproponeva le stesse dinamiche attoriali fra i due protagonisti, che sono ancora Giuliano Gemma nel ruolo di un giovane che sogna di diventare un gangster nella grande mela degli anni del proibizionismo, ostacolato in questa sua aspirazione da un prete corpulento e manesco, che ricorda i personaggi di Bud, ma che è interpretato dall’attore svedese Richy Brunch, dotato di una grande fisicità (era alto circa due metri), al debutto da attore dopo una eccellente carriera da atleta in patria, nel lancio del disco e del peso.
L’effetto nostalgia coglierà pure il regista che aveva fatto debuttare la coppia nel 1967, vale a dire Giuseppe Colizzi che nello stesso periodo in cui era all’opera Clucher con il duo originale, dirige Arrivano Joe e Margherito (1974), una commedia interpretata da Keith Carradine (Joe) e Tom Skerritt (Margherito), nei ruoli di due picciotti in missione in Sicilia per conto di un boss italoamericano, che alla fine si derimono. Pur non avendo una fisicità affine a quella di Terence e Bud, anche in questa pellicola è evidente come i due si ispirano chiaramente (e dichiaratamente) all’interazione dei due colleghi più illustri.
Alla fine dello scorso millennio, sempre Enzo Barboni decide di concludere la sua carriera di direttore di attori, con la regia di un western che è uno spinoff del suo film del 1970 che lo ha reso celebre, dal titolo Trinità e Bambino….adesso tocca a loro (1995), uscito l’anno successivo di Botte di Natale, la pellicola che avrebbe dovuto dirigere lui. I protagonisti sono proprio i figli dei personaggi di Lo chiamavano Trinità, e cioè Trinità Jr. e Bambino Jr., interpretati da due attori al debutto Heath Kizzer (figlio di Trinità) e Keith Neubert (figlio di Bambino), abbastanza somiglianti ai genitori cinematografici, e anche loro avvezzi a usar le mani in luogo delle pistole.
Per concludere questa nostra carrellata sulle pellicole ispirate alla coppia d’oro del cinema italiano, non si possono non citare due recenti titoli di casa nostra.
Il primo film di cui parliamo è …Altrimenti ci arrabbiamo (2022), produzione omonima di quella diretta da Marcello Fondato nel 1974, che è stato uno dei più grandi successi della coppia. Alla regia di questo remake (o reboot) troviamo gli YouNuts, alias Niccolò Celaia e Antonio Usbergo, che mettono in scena una storia che ricalca abbastanza fedelmente l’originale (compresa la mitica colonna sonora dei Fratelli De Angelis), i cui protagonisti sono però i figli di Ben e Kid, cioè i personaggi interpretati da Bud Spencer e Terence Hill nel film a cui si ispirano, cui danno il volto il corpulento Edoardo Pesce ed il biondo Alessandro Roja; l’altra pellicola è Django Undisputed (2024), che è stata firmata ed interpretata da Claudio Del Falco e presto uscirà sugli schermi italiani. Anche se il titolo evoca un altro personaggio iconico dell’epoca d’oro del western italiano, in realtà il film si ispira al cult interpretato da Hill e Spencer del 1970 e sequel, entrambi diretti da Enzo Barboni. Del Falco ormai da anni è impegnato ad interpretare ruoli in cui può sfoggiare le sue abilità fisiche nell’uso nelle arti marziali, in produzioni realizzate e pensate più per il mercato estero, quindi questo film da lui diretto ed interpretato costituisce un unicum nella sua carriera e vuole essere un sentito omaggio da parte sua ai due personaggi interpretati dalla coppia in Lo chiamavano Trinità e sequel. Nella pellicola lui si è cucito addosso il ruolo ispirato a Trinità, mentre ad impersonare la parte che fu di Bambino, fratello del protagonista, troviamo Fabio Romagnolo, un campione italiano di culturismo, al debutto cinematografico, che aggiorna l’iconografia del personaggio, non più una figura molto corpulenta con qualche chilo di troppo, ma un protagonista in perfetta forma fisica, più in sintonia con i gusti e le mode dei giovani. Fra gli altri nomi del cast vi sono Tomas Arana, Anna Rita Del Piano e nei panni del padre dell’interprete principale, a costituire un ideale ponte con il passato, c’è Ottaviano Dell’Acqua, volto ricorrente in tante pellicole di Bud Spencer e Terence Hill.
Alla fine di questa retrospettiva degli epigoni di Terence Hill e Bud Spencer, ci piace citare Nice Guys, una commedia d’azione diretta nel 2026 da Shane Black ed interpretata dalla coppia di divi d’oltreoceano Ryan Gosling e Russel Crowe. Quando il film uscì negli schermi italiani, al dipanarsi dell’intreccio che vede due personaggi fra loro diversi, uno biondino, piacente ed estroverso, l’altro corpulento e burbero, che loro malgrado si accordano per risolvere una vicenda intricata, non risparmiandosi nel menare le mani quando occorre, in tanti nel nostro Paese videro evidenti assonanze con la nostra coppia di attori.
La detta somiglianza, non stupì più di tanto critica e pubblico: del resto le pellicole di Bud Spencer e Terence Hill erano state apprezzate anche dal pubblico americano. La domanda al cast, in sede di presentazione del film in Italia, quindi, fu quasi d’obbligo, gli si chiese se la fonte d’ispirazione della pellicola fossero stati Terence e Bud, ma il Gladiatore Russel Crowe, glissò l’argomento, apprezzò l’accostamento e si mostrò più che lusingato di questo paragone.
Carmelo Franco
Cinema
Di chi sono i nostri giorni?
Il potere ha diverse facce e qui viene raccontato in maniera buona…
Quanti sono i presidenti a cui si è ispirato Paolo Sorrentino nel film? C’è il Presidente Mattarella con gli applausi alla Scala di Milano, Cossiga con la sua ironia, Leone con il suo tatto giuridico, Napolitano con le sue trovate. Ci sono molti presidenti in nuovo personaggio che richiama qualche volta De Mita non salì mai al Quirinale. Il film pone una domanda sulle responsabilità da assumere nella nostra vita. E’ di ispirazione fantastica. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis si trova quasi alla fine del suo mandato e deve prendere delle decisioni importanti. Queste decisioni si scontrano con il bilancio esistenziale e i fallimenti della sua vita.
In attesa della grazia
Due persone con un caso complicato attendono la grazia per l’omicidio dei loro coniugi. Isa Rocca sostiene di aver praticato l’eutanasia contro un marito violento, mentre un professore ha ucciso la moglie che non ci stava più con la testa e da quel momento si è rifiutato di avere i contatti con il mondo. Per il professore la grazia è stata chiesta dagli studenti. Il cavallo del presidente rappresenta anch’esso una metafora e il dubbio atroce della vita stessa, anche se sta morendo il presidente si rifiuta di farlo abbattere. Questa scena si presta a diverse interpretazioni.
Lo stile “Sorrentino”
I film di Paolo Sorrentino vanno visti poiché aprono dibattiti e danno molti spunti di riflessione. Nella Grazia la critica ha scritto in maniera unanime che qui si racchiude la migliore interpretazione di Tony Servillo che al suo settimo film con Sorrentino, ha vinto la coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia.
Va detto, che gli attori sono stati straordinari nell’interpretazione dei personaggi: Anna Ferzetti nella parte di Dorotea la figlia del Presidente della Repubblica profonda conoscitrice delle leggi e dei cavilli giuridici, Massimo Venturiello nella parte del ministro della giustizia compagno d’infanzia del presidente, acuto osservatore della vita politica, Milvia Marigliano nella stupenda parte di Cocò Valori personaggio intellettuale ribelle che vuole incendiare i musei.
Elogio alla fragilità
Il film è un elogio alla fragilità raccontata con lo stile barocco, con la grazia intesa come stato esistenziale e come istanza giuridica. Ci sono momenti in cui il film risulta pesante e ripetitivo, soprattutto nel cruccio del tradimento della moglie avvenuto 40 anni prima. La fotografia di Daria D’Antonio risulta molto efficace, qualcuno ha scritto che ha colori molto belli e si ispira a Caravaggio, prende lo spettatore e lo fa viaggiare nel tempo creando suggestivi e indimenticabili stati d’animo. Affascinante l’idea di mettere il Presidente della Repubblica con gli altri cittadini in una sala d’aspetto del carcere. Molto toccante è il dialogo con il professore, cosa inusuale per un Presidente della Repubblica. Risulta struggente il dialogo di Dorotea, la figlia del Presidente con Isa Rocca che mette in crisi la sua vita che secondo Isa non ha mai amato nessuno e ha dedicato la sua vita solo alle carte e al diritto degli altri…
Pur essendo composte da un mix di artisti contemporanei qualche volta risultano eccessive e non danno respiro soprattutto all’inizio del film quando viene spiegato agli spettatori il ruolo del Presidente della Repubblica e le sue funzioni. Di chi sono i giorni nostri se non troviamo il coraggio di prendere una decisione, questa è forse la fragilità del dubbio? Il papa risulta ironico ed espressivo, colpisce che si muova con la motocicletta. Il film invita a riflettere chi si trova nei posti apicali di responsabilità, ci sono molte suggestioni legati alla politica che è spesso lontana dai problemi della gente. Il film esplora la morale, la religione e crea un’atmosfera contemplativa. Da vedere!
Nota:
Durante la proiezione che ho visto il 15 gennaio a Palermo, ho notato una massiccia presenza di avvocati, giuristi, magistrati e diverse signore della bella società palermitana che hanno apprezzato molto il film.
Maurizio Piscopo
Cinema
Primavera, quando il cinema diventa un sogno
In Italia ogni anno escono centinaia di film. Alcuni passano quasi inosservati e non lasciano traccia, altri finiranno a riempire le grigie serate degli italiani davanti alla Tv di cento pollici, emblema di finto benessere e tanta solitudine. Amo il cinema alla follia. Da giovane ho vissuto a Parigi dove il cinema resta un mito e si continua far la fila per assistere ad una proiezione. A Palermo, l’ultimo giorno dell’anno ho voluto trascorrerlo al cinema Tiffany scegliendo un film per sognare e dimenticare le meschinità della vita.
Primavera di Damiano Michieletto
Ho scelto Primavera di Damiano Michieletto che fa parte dei film a cui sono molto legato: Il cammino della speranza di Pietro Germi, Il Gattopardo di Luchino Visconti, Amarcord di Federico Fellini, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, Napoli New York di Gabriele Salvatores, Hugo Cabret di Martin Scorsese. Primavera è un film colto, ben pensato, con costumi bellissimi, ben diretto con la fotografia di Daria D’Amico, con delle musiche mozzafiato.
La storia
E’ una storia che mi ha commosso, un vero capolavoro. La mia stessa sensazione l’ha vissuta il pubblico in sala che ha tributato un lunghissimo applauso, qualcuno piangeva e parlava a voce alta per farlo sentire a tutti come si fa a Palermo, “Bravissimi, gli attori, grande il regista, musiche straordinarie, soldi spesi benissimo!”. La signora seduta accanto mi ha confidato che lo farà vedere alle sue nipoti, una suona il violino al Conservatorio Alessandro Scarlatti di Palermo e lo rivedrà una seconda volta, cosa che non ha mai fatto nella sua vita. Siamo rimasti seduti, con un groppo in gola, nessuno si è alzato fino a quanto sono scorsi tutti i titoli di coda e non si sono accese le luci della sala. Una fila è rimasta per rivedere il film! Primavera è il racconto dell’anno da vedere con le persone del cuore.
La critica
La critica ha scritto che è un solido racconto sulla musica come e emancipazione e salvezza, sono d’accordo. Il film ha raffinati, rimandi letterari, (lo spunto narrativo è il romanzo di Tiziano Scarpa Stabat Mater, Einaudi Editore 2008, premio Strega nel 2009) ed è ambientato nella Venezia del 1716, all’interno dell’Ospedale della Pietà. Qui vivono diverse ragazze abbandonate in fasce dalle proprie madri, tutte in attesa che un matrimonio possa riconsegnarle alla società esterna. Le ospiti più dotate musicalmente compongono una piccola orchestra, che si esibisce durante ogni messa nascosta da una grata.
Le musiciste
Tra le musiciste spicca Cecilia (Tecla Insolia), promessa sposa ad un uomo, ma ancora in attesa di essere “salvata” dall’ignota madre, scoprirà quanto la musica sia davvero importante per lei grazie all’incontro con il nuovo sacerdote Antonio Vivaldi (Michele Riondino attore straordinario), chiamato a dirigere le musiciste. Il film d’esordio del regista teatrale Damiano Michieletto ha una sua speciale originalità, una grande sicurezza nel dirigere gli attori con una regia partecipe, asciutta, coinvolgente e sensibile, che non cede mai a patemi né a manierismi. Primavera mette in scena Vivaldi, maestro in un orfanotrofio, puntando però grande attenzione sulla sua allieva prediletta. Ne emerge un ritratto femminile vivido e universale, reso magnificamente da Tecla Insolia, nonché un originale rapporto maestro/allieva, che parla di riscatto, di bellezza alla ricerca del proprio posto nel mondo…
Al regista Damiano Michieletto Damiano ho voluto porre due domande…
Quando è nata l’idea di realizzare questo film che lascerà un segno indelebile nella storia del Cinema?
E’ nata circa 5 anni fa quando dopo aver letto il romanzo “Stabat Mater” ho pensato che potesse essere un buon tema per un film. Desideravo fare un film in cui la musica fosse un elemento narrativo importante e questo incontro tra Vivaldi e Cecilia mi ha dato l’opportunità per realizzare questa visione assieme alla sceneggiatrice Ludovica Rampoldi.
-Onestamente si aspettava il successo internazionale che sta riscuotendo il film da lei diretto, curato in ogni dettaglio, costumi, fotografia, interpretazione degli attori e musiche mozzafiato?
No, non me lo aspettavo anche perché è il mio primo film. Ho avuto a disposizione un team fantastico composto da professionisti di altissima qualità come Daria D’Antonio, Walter Fasano, Fabio Capogrosso, Maria Rita Barbero.
Mi fa piacere che il film sia stato venduto in molti paesi: è un’ottima cosa per il cinema italiano.
Qualcosa sulle musiche originali del film…
Sono state composte da Fabio Massimo Capogrosso che ha lavorato fianco a fianco con il regista per integrare sonorità classiche e contemporanee, mentre l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice di Venezia, diretti da Carlo Boccadoro, hanno eseguito i brani, affiancati dai Solisti Aquilani. Al film non manca il ritmo, la suspense e l’intensità crescente: si tratta di un’opera colta e raffinata, che racconta della musica del Settecento veneziano, degli ospedali di carità per orfani (nella fattispecie quello della Pietà a Venezia, sede, al tempo, di una rinomata orchestra), di Antonio Vivaldi e della composizione della sua musica, di amore desiderio energia vita e poi si parla di denaro e di classi sociali, in modo semplice e “popolare”, raggiungendo lo spettatore, e immergendolo nel clima di quel periodo.
La fotografia
Nella fotografia di Daria D’Amico appare una Venezia malinconica che rifugge dalla cartolina, la Serenissima viene descritta con toni freddi per rendere, anche visivamente, un contesto sociale duro, in cui la vita delle ragazze come Cecilia dipendeva da fattori fortuiti (una madre che tornava a prenderle dopo averle abbandonate infanti, un nobile che decideva di sposare proprio loro portandole fuori dall’istituto o, come nel caso di Cecilia, una priora comprensiva e alfine complice) ma soprattutto dal denaro, da quanto potevano valere; cioè, in questo caso, da quanto erano brave con il violino. Forse la cosa che rimane più impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film). Una nota di lode alla sceneggiatura di Ludovica Rampoldi, che riesce a cogliere i sentimenti del tempo, la poesia della musica e le sofferenze delle ragazze che riescono a riscattarsi con l’arte. Tecla Insolia è come al solito bravissima; Vivaldi è interpretato da un Michele Riondino che caratterizza il suo personaggio, tra sete di vita piena, che manifesta nella musica che compone, e la fatica provocata dalla malattia che mina il suo fisico; Andrea Pennacchi e Fabrizia Sacchi offrono corpo e anima al governatore dell’orfanotrofio e alla sua priora, colei che segue da vicino le ragazze; e i camei di Valentina Bellè e Stefano Accorsi arricchiscono profondamente il film. Sono certo, che Primavera riceverà molti premi internazionali e sarà accolto con entusiasmo dal pubblico di tutto il mondo, che è molto legato alla musica e alle bellezze italiane.
Biografia
Damiano Michieletto ( Venezia 1975) è un regista teatrale e cinematografico italiano, noto per le sue innovative regie d’opera lirica e le produzioni di prosa, che ha portato nei più grandi teatri internazionali, debuttando alla Scala di Milano e lavorando per il Salzsburg Festival, la Royal Opera House di Londra e il Teatro dell’Opera di Roma. Formatosi alla scuola di Paolo Grassi e di Milano e laureato all’Università di Venezia, ha anche diretto programmi Tv.
Per le foto di scena si ringraziano i fotografi Andrea Pirrello e Kimberley Ross.
Cinema
L’attore Salvo Ficarra nella serie Zorro
Paramount+
e France Télévisions, insieme a France Tv distribution presentano la loro nuova e attesissima serie Zorro un remake moderno di uno dei titoli più famosi e amati dal pubblico di tutto il mondo. Torna, sul piccolo schermo, la storia dell’affascinante bandito mascherato Don Diego de la Vega che nei panni di Zorro, sua doppia identità, combatte le ingiustizie. Oltre a un cast internazionale, nella serie ci sarà anche l’attore italiano del duo Ficarra e Picone, Salvatore Ficarra. Creata da Benjamin Charbit (Sous Contrôle, Gagarine, Notre Dame, Les Sauvages, En Liberté) e Noé Debré (Parlement, Stillwater, Dheepan), la serie in 8 episodi è co-prodotta da Paramount+, France Télévisions, Le Collectif 64 (Marc Dujardin) e Bien Sûr Productions (Julien Seul). Scritta da Benjamin Charbit, Noé Debré e Emmanuel Poulain-Arnaud (Le Test), la serie è diretta da Jean-Baptiste Saurel (Parallèles) e Emilie Noblet (Bis Repetita, Parlement, Les 7 vies de Léa).
Zorro: la trama
Nel 1821, Don Diego de la Vega diventa sindaco di Los Angeles per migliorare la sua amata città. Tuttavia, la città sta affrontando problemi finanziari a causa di un uomo d’affari locale, l’avido Don Emmanuel, e i suoi poteri come sindaco non sono sufficienti per combattere l’ingiustizia. Per 20 anni Diego non ha usato la sua identità da Zorro, ma sembra che non abbia altra scelta che riportarla indietro per il bene comune. Ma Diego fatica a bilanciare la sua doppia identità sia come Zorro, sia come sindaco, causando tensione al suo matrimonio con Gabriella, che non è a conoscenza del suo segreto. Diego riuscirà a salvare il suo matrimonio e la sua sanità mentale nel caos?
Zorro: chi c’è nel cast internazionale
Protagonisti della serie Zorro sono: Jean Dujardin, Audrey Dana, André Dussolier, Eric Elmosnino e Grégory Gadebois. Nel cast internazionale anche l’attore italiano Salvatore Ficarra.
Zorro: su Paramount+
Zorro è uscito su Paramount+ il 6 dicembre 2024.
Guarda l’intervista a Salvo Ficarra
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