Cinema
Un semplice incidente
Essere un regista o un qualsivoglia artista che rappresenti uno Stato soggiogato da un regime o una dittatura porta con sé molte responsabilità, la prima delle quali è sicuramente quella di denunciare le condizioni di oppressione di determinate fasce della popolazione, attaccando l’operato delle istituzioni politiche esponendole all’opinione pubblica, anche e soprattutto internazionale. È evidente quindi che tali attività possono “innervosire” i governi al centro di queste pellicole, e chi le realizza potrebbe diventare un soggetto in pericolo poiché ritenuto a sua volta pericoloso. è uno di questi.
Alfiere della Nouvelle vague iraniana degli anni settanta e assistente di un altro grande regista iraniano, Abbas Kiarostami, negli ultimi decenni (dagli anni novanta in poi circa) il lavoro di Panahi ha ricevuto un enorme plauso internazionale, diventando uno dei pochissimi registi ad aver vinto il primo premio dei tre maggiori festival cinematografici internazionali: Leono d’Oro a Venezia per Lo specchio (2000), Orso d’oro a Berlino per Taxi Teheran (2015) e infine la Palma d’oro al Festival di Cannes 2025 proprio con Un semplice incidente.
Una filmografia da clandestino
A fare da contraltare agli elogi internazionali, c’è la costante conflittualità con il regime iraniano per i contenuti di profonda denuncia sociale delle sue pellicole, con numerose censure negli anni che sono culminate nel 2010 con l’arresto e la condanna di Panahi per presunta attività di protesta contro il governo, sentenza che pone tra le altre cose il divieto di realizzare film, rilasciare interviste coi media ma soprattutto gli vieta di lasciare il Paese. Da quel momento l’attività di Panahi si svolge in totale clandestinità, senza impedirgli ma addirittura amplificando la forza del suo cinema, tant’è che quest’anno a Cannes si è presentato dopo essere fuggito dall’Iran con mezzi di fortuna.
Rischiare la vita
Già solo questo contesto dovrebbe farci riflettere sul coraggio necessario a rischiare la propria vita personale e quella dei propri cari per poter continuare a svolgere la funzione politica e sociale della propria arte. Spesso ci diciamo che il lavoro di attori e registi è un privilegio, rispetto a chi svolge compiti diametralmente più importanti e rischiosi nel mondo, ed è vero. Ma ciò non deve farci dimenticare quella funzione politica e sociale di cui molto cinema è portatore fondamentale, per esporre a livello internazionale le situazioni drammatiche di certi territori, aumentare la consapevolezza e stimolare dibattiti e confronti.
E questo va specialmente sottolineato perché noi, inteso come Occidente, non dobbiamo voltare le spalle verso quello che accade nel Medio Oriente, soprattutto considerando che i nostri capi di governi, attuali e del secolo scorso, sono stati spesso complici se non addirittura fautori dei regimi dittatoriali presenti in alcuni stati del Medio Oriente, in cambia di risorse e vantaggi economici. Ma questa è un’altra storia, seppur fondamentale per avere un contesto adatto di ciò che andiamo a vedere.
Un incontro destabilizzante
La pellicola parte da uno spunto semplice ma totalizzante: un uomo, Vahid, incontra casualmente colui che anni addietro l’aveva torturato per mesi in una prigione per chi si ribellava al regime, rovinandogli la vita e segnandola indelebilmente anche sul suo corpo. Alla vista di costui, mette in atto l’azione più impulsivamente estrema possibile: lo rapisce con l’intento di ucciderlo. Ma quando è sull’orlo di finire ciò che ha iniziato, ha un dubbio. Non sa se è veramente lui quello che sta cercando, anche perché durante la sua detenzione è sempre stato bendato, quindi non sa che volto aveva. Ciò che riconosce, come un rumore ossessivo e ripetuto, è il cigolio della sua protesi alla gamba. Ma non basta.
Per espiare questo dubbio Vahid viene condotta da Shiva, una ex fotoreporter anch’essa prigioniera del torturatore anni prima. A sua volta con lei c’è Gholi, giovane ragazza in procinto di sposarsi col compagno, e anch’essa vittima delle sevizie del torturatore. Insieme ad un’ultima vittima, Amid, cercheranno di scoprire la verità e decidere cosa fare di quell’uomo che non hanno mai visto in volto ma che sembrano porter riconoscere da un miglio, quanto è profonda la ferita che ha lasciato dentro di loro.
L’analisi morale e sociale
L’opera di Panahi lavora ad un livello molto più profondo e stratificato rispetto alla semplice vendetta: sarebbe stato troppo facile limitarsi a quello, ma il regista ci tiene a costruire un racconto innanzitutto collettivo, che unisce persone legate tutte tramite un filo spinato a questo torturatore, ma che vivono questo trauma in maniere totalmente differenti tra loro, seppur nessuno lo abbia effettivamente elaborato. Ma ciò non impedisce loro di riflettere sulle implicazioni morali che potrebbe avere quello che è stato fatto e stanno per fare. C’è chi come Hamid pensa che arrivati al punto di rapire una persona non si possa più parlare di etica e di morale, ma è davvero così?
La cosa affascinante di Un semplice incidente è il fatto che il racconto si allarga, devia da quella che è la direzione più plausibile dando più spazio al confronto, alla narrazione di un trauma che affligge un gruppo di persone, che altro non è che un campione, quasi statistico: per come esistono Vahid, Shiva, Golrokh e Hamid legati a Eghbal, ci saranno altrettanti civili iraniani legati ad altrettanti torturatori sparsi in tutto il Paese, imprigionati, torturati se non addirittura uccisi per aver semplicemente protestato per i loro diritti (Vahid era un operaio che chiedeva un salario equo, “banalmente”).
Prove tecnico-etiche di redenzione
Ma proprio qui si inserisce un altro elemento fondamentale e che approfondisce ancora di più l’analisi di Panahi: è più colpevole un singolo torturatore o l’intero sistema oppressivo che ha reso quella persona quello che è? Siamo sicuri che la nostra ira debba essere indirizzata necessariamente su un volto e un corpo che forse è solo il pezzo di un ingranaggio più grande? Quella persona è altro oltre le sue azioni? Panahi non giustifica nulla, ma non si piega neanche a sentenziare. Non è un giudice, ma ci mostra uno spaccato pieno di denuncia ma che apre a nuove possibilità, all’opportunità di riflettere, più che avere speranza.
La regia di Panahi
Perché sarebbe troppo buonista riporre delle speranze, ma ritirarsi nella negatività non manderà un messaggio così potente, sarà soltanto dolore. Un semplice incidente si muove quindi in una zona grigia, tra elementi neri e sprazzi di luce, inserendo anche dei momenti sinceramente divertenti che in realtà esaltano in maniera caustica e satirica un paese estremamente corrotto, ma in cui si deve partire dalla riflessione, dal confronto che probabilmente divide, come divide i nostri protagonisti – e come biasimarli – ma che è fondamentale in quanto motore del cambiamento.
La regia di Panahi è semplice ma capace di inquadrature di grande effetto, preferendo l’enfasi sui protagonisti che sul torturatore, a cui viene dato spazio in momenti brevi ma intensissimi. La fotografia si muove tra le affollate strade dell’Iran e i deserti sconfinati, mentre il finale del film, raggelante per messa in scena, gioca proprio sul bilanciamento etico-morale di cui parlavamo prima: il viscerale desiderio di vendetta e sopraffazione contro il dolore che si trasforma in una nuova consapevolezza.
Conclusioni
Un semplice incidente è una grandissima visione e un ulteriore aggiunta alla filmografia di Panahi e alla sua attività artistica, politica e sociale, che meritatamente si è presa la Palma d’Oro a Cannes. Un film dal linguaggio universale, che si fa forza tramite il racconto della condizione umana prima ancora che politica, sul trauma, sul dolore e su cosa si può fare con esso.
Giovanni La Gattuta
Cinema
C’era una volta l’Odissea
L’ Odissea di Omero è uno dei grandi capolavori della letteratura occidentale e un testo fondamentale. Il poema epico, tradizionalmente attribuito a Omero e composto probabilmente tra il IX e l’VIII secolo a.C., racconta il lungo viaggio di Ulisse, o Odisseo, verso Itaca dopo la guerra di Troia.
A differenza dell’Iliade, centrata sulla guerra e sul valore degli eroi in battaglia, l’Odissea è il poema dell’intelligenza, dell’astuzia, della curiosità e della capacità di sopravvivere alle prove.
Il regista
Il noto regista britannico Christopher Nolan ha girato 13 lungometraggi nel corso della sua carriera tra cui Inception, Oppenheimer e Odissea che è un film epico d’azione, girato in diverse parti del mondo, che utilizza una nuovissima tecnologia di ripresa IMAX 70 mm, che si può apprezzare completamente soltanto in 20 cinema sparsi in tutto il mondo, nessuno in Italia. 
Le difficoltà logistiche
Colpisce sapere che per le riprese del film è stato approntato un ponte aereo nell’isola di Favignana per il trasporto di una pesantissima attrezzatura cinematografica. E’ stata allestita una nave capace di navigare, realizzata secondo una tecnica antica con materiali originalissimi; gli attori hanno dovuto imparare a usare i remi e le vele.
Il parere dei critici
I critici nei confronti di questo film si sono sbizzarriti e divisi alla ricerca di originali chiavi di lettura nell’opera di Omero. Alcuni concordano nell’affermare che questo kolossal è da considerare un traguardo del cinema moderno, dotato di un grande senso di concretezza.
Il suono
Il suono è curatissimo, qualcosa di straordinario con gli effetti della pioggia battente, lo scafo che si scricchiola, lo schiocco delle vele e la tempesta improvvisa con il cambio dei venti. Lo spettatore viene catapultato in mare quasi in un sogno improvviso. Il regista Cristopher Nolan con questo film intende raccontare un’epoca in cui gli uomini sono incapaci di dominare la natura, e riprende un grande e profondo messaggio di Omero.
La scena delle sirene e Polifemo
Splendida la scena delle sirene che stregano i naviganti, poco convincente il gigante Polifemo che è rappresentato come un vecchio pastore abbruttito. Più di un critico ha accostato Polifemo a un film giapponese sulla sia di Godzilla, con creature enormi e distruttive. Manca nel film la classica frase a cui siamo tutti abituati: “Come ti chiami chiede Polifemo ad Ulisse ed egli risponde Nessuno!”
Il ritorno a casa di Ulisse
Alla fine nel racconto di tutti i racconti, Nolan non è riuscito a cogliere la poesia e gli spunti colti da Omero. Secondo il giornalista Corrado Augias nella lacerata coscienza di Ulisse c’è un cruccio, lo scrupolo, il pentimento di avere distrutto la civiltà troiana, una grande civiltà, se pensiamo che Virgilio fa discendere Roma dalla civiltà di Enea. Il ritorno a casa di Ulisse, dopo lo sfiancante assedio di Troia, non è dei più facili, tra sirene, Polifemo e Circe…
Il successo di Nolan
Prodigioso figlio del cinema british (non solo regista ma anche attore, produttore esecutivo, scrittore, sceneggiatore, fotografo, montatore), Nolan ha cavalcato gli ultimi 26 anni con una serie di successi planetari (Memento, The Prestige, Batman Begins, Il Cavaliere oscuro – il ritorno, Inception, Interstellar, Oppenheimer), legando il suo stile ad una personalissima gestione del tempo e dell’inquadratura.
La legge degli dei
Odissea si rivela uno specchio brutale e consolatorio dei nostri tempi, ricordandoci che nessuno torna mai davvero uguale dai propri viaggi. In Odissea è molto presente il tema della colpa, in questo modo Nolan reinterpreta il mito di Omero. Per Nolan la legge degli dei è infranta dal Cavallo. Il regista con quest’opera cinematografica ci regala un pezzo della nostra epoca.
Gli achei (i greci) dell’Iliade, dell’Odissea, tutta la civiltà greca si basava su ospitalità, viaggio, nostoi (ritorno a casa), struggente nostalgia su lunghe navi con giorni e giorni di navigazione…
Il film è stato definito un’opera tragica e necessaria: l’Odissea è il film del nostro tempo!
Ecco una delle domande che ci pone il regista:
“Come sono diventati gli uomini del nostro tempo, cosa stanno cercando… Le cose perdute non ritornano, è un messaggio contro le guerre che stanno distruggendo la nostra civiltà. Occorre la pace è urgente e necessaria”… Tre ore di cinema, di sangue e polvere che fanno riflettere e sognare lo spettatore. Noi che viviamo immersi nelle grandi tecnologie iperconnesi giorno e notte abbiamo perduto l’umanità, ci siamo abituati alle guerre e alla morte di bambini innocenti…
Nolan modernizza Omero è lo rinterpreta?
Alcune variazioni narrative sorprendono e funzionano, altre ribaltano aspettative consolidate. Il film è stato girato in Islanda, in Grecia, in Marocco e in Scozia. I luoghi che hanno stregato il pubblico di ogni parte del mondo sono Favignana, Lipari, e le isole Eolie. Il film è così immenso che lo voglio rivedere un’altra volta, allo Science Museum Imax Theatre di Waterloo. Solo qui potrò provare l’emozione del fim visto con la tecnologia IMAX 70 mm…
Odissey, USA – Grand Bretagna; 2026 (Con: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya (172’)
Giuseppe Maurizio Piscopo
Cinema
La tragedia di Lampedusa; rip Cristiano Giamporcaro
Lampedusa, muore sub falciato dalle eliche di un gommone con a bordo due turisti milanesi
Tornava ogni anno a Lampedusa con le sue macchine da presa per un film costruito nel tempo. Ma ogni volta non rinunciava alle immersioni, com’è accaduto sabato pomeriggio nelle acque cristallite dell’isola, fra Punta Sottile e Cala Francese, a poche decine di metri dalla riva, dove un gommone nelle mani di due turisti milanesi lo ha falciato uccidendolo sotto gli occhi della fidanzata. Finisce così la vita di un regista di 29 anni, Cristiano Giamporcaro, esperto con gli obiettivi anche sott’acqua, ligio alle regole, il pallone dei sub bene in evidenza, come ha ripetuto la sua ragazza che aveva nuotato con lui fino a pochi minuti prima della tragedia. Stanca, appena sulla spiaggia, ha intravisto l’arrivo del gommone a tutta velocità. A bordo un uomo e una donna, due turisti sessantenni da anni con casa a Lampedusa, proprietari del mezzo, adesso distrutti anche loro dal dolore, pentiti di quella che viene considerata da tanti una bravata.
Come dubita l’assessore alla Salute, Aldo di Piazza, medico del Poliambulatorio: «È certo che le misure di sicurezza impongono di procedere a passo d’uomo sotto i 200 metri dalla riva, senza sfrecciare planando…». L’isola che ha vissuto tante tragedie del mare legate all’emigrazione e all’assalto dei disperati su barconi fatiscenti piange adesso un ragazzo che va via con i suoi sogni, lasciando nella disperazione la madre, Marina Castiglione, professoressa all’università di Palermo, linguista e filologa con radici e affetti a Caltanissetta. Partita appena avvertita con il marito Ruben Giamporcaro per abbracciare il figlio frattanto trasferito all’obitorio di Porto Empedocle. Il corpo sabato è stato recuperato dalla Capitaneria di porto, mentre i carabinieri hanno sequestrato il gommone intimando alla coppia di non lasciare l’isola. Le indagini in corso per omicidio nautico, coordinate dalla Procura di Agrigento, dovranno chiarire se il filmaker è morto sul colpo, anche se si ventila l’ipotesi che l’elica del gommone gli abbia tranciato un braccio con un disastroso dissanguamento. Ma questo dovrà chiarirlo l’autopsia. Addolorato anche il sindaco Filippo Mannino che raccomanda cautela ai turisti presenti sull’isola: «Occorre prestare massima prudenza, sia in mare che sulla terraferma. Le vacanze devono essere fatte all’insegna della sicurezza, solo così ci si può divertire e rilassare».
Si aumentano adesso i controlli delle motovedette in una domenica intristita dalla notizia, mentre la fidanzata e i genitori della vittima seguono il corpo anche loro verso Porto Empedocle. Increduli, ripensando alla festa di pochi giorni fa. Un modo per brindare ai 60 anni della professoressa, che in passato è stata vicesindaco di Caltanissetta e che per l’occasione ha donato ad amici e parenti un libretto sui suoi «dodici lustri» dedicata anche allo studio dello zolfo. Un verso riemerge dagli scatti e dai filmati che anche Cristiano inquadrava: «C’è qualcosa che ci avvolge e ci stritola dentro i nostri sogni». Un’amara osservazione che inquieta anche gli amici della Strada degli Scrittori, l’associazione con cui la professoressa collabora da tanti anni e con cui Cristiano ha realizzato un video sulla casa di Andrea Camilleri a Serradifalco, il paesino dove nel 1943 era sfollato con la famiglia.
Flash richiamati anche da Ivan Scinardo, direttore della sede siciliana del Centro sperimentale di cinematografia dove Cristiano si era diplomato nel 2022: «Era tanto bravo che un mese fa lo avevano richiamato per seguire i nuovi allievi come tutor». Una bravura indiscussa soprattutto per il saggio del diploma, il documentario dal titolo pasoliniano «La ricomparsa delle lucciole». Presentato al «Festival dei Popoli 2023» e successivamente inserito fuori concorso al «Sole Luna Doc Film Festival 2024». Un racconto sul paesaggio dell’entroterra siciliano attraverso lo sguardo di un bambino di dieci anni e di un anziano pastore intrecciando memoria, territorio e vita quotidiana. Un po’ seguendo le tracce materne nelle ricerche sulla lingua e sul dialetto. Impegno e sogni stritolati in acque cristalline di botto colorate di rosso.
(Fonte: Corriere della Sera. Articolo di Felice Cavallaro)
Guarda il servizio della TGR Sicilia a cura di Ernesto Oliva
Cinema
Stefano Coco e il mare di Capo Zafferano
Un lavoro per la salvaguardia ambientale
Che cosa significa oggi spendersi per il bene dell’ambiente? Per Stefano Coco vuol dire studiare, documentare, ma più di tutto divulgare.
Stefano Coco
Stefano Coco è un documentarista originario di Ustica, isola che sin da subito lo ha messo a contatto con il patrimonio ambientale del Mediterraneo, dove l’istituzione di un’area marina protetta ha contribuito alla tutela di una biodiversità oggi apprezzata e riconosciuta a livello internazionale.
È da questo legame con il territorio e con il mare che prende forma il percorso professionale di Stefano, che negli anni ha trasformato la sua passione in un lavoro, affermandosi come regista, filmmaker e operatore subacqueo. Ha collaborato con realtà come National Geographic, la RAI e diverse produzioni internazionali.
Il rapporto tra uomo e ambiente
Il suo lavoro si concentra soprattutto sul rapporto tra uomo e ambiente, raccontando attraverso le immagini le trasformazioni che stanno interessando il nostro pianeta. Dal cambiamento climatico alla pressione esercitata sulle risorse naturali, fino alle sfide affrontate dalle comunità per trovare un nuovo equilibrio con l’ambiente, i suoi progetti cercano di portare alla luce questioni spesso lontane dagli occhi del grande pubblico. Le immagini diventano così non soltanto un mezzo per raccontare ciò che accade, ma anche uno strumento per comprendere il presente e stimolare una maggiore consapevolezza e un maggiore senso di responsabilità verso l’ambiente.
Il progetto
Il progetto che Stefano ha iniziato è un’iniziativa completamente indipendente. Alle sue spalle non c’è nessun finanziamento esterno: si tratta di un’autoproduzione che porta avanti da circa un anno.
«Non avendo una committenza o dei finanziatori – ci racconta – ho molta libertà nel modo in cui racconto questa storia. È un progetto che mi appassiona molto e che considero una battaglia importante, anche dal punto di vista sociale.»
Il documentario
Il documentario è finalizzato all’istituzione dell’Area Marina Protetta nella zona di costa corrispondente a Capo Zafferano, area di forte valore naturalistico che si trova al centro del lavoro che sta portando avanti il comitato promotore che si è formato nel 2021. L’obiettivo di Stefano è quello di sostenere questo percorso grazie a un documentario. Non soltanto per mostrare a tutti la bellezza di questo posto, ma anche per raccontarne le fragilità e il patrimonio biologico. Per assemblare questo racconto, Stefano ha raccolto una moltitudine di testimonianze e interviste, affiancando le sue immagini alle voci di chi quel territorio lo vive e lo protegge ogni giorno: ricercatori, associazioni ambientaliste, pescatori e diving center.
Diving e realtà locali
«Da circa un anno sto realizzando riprese e interviste con tutte le persone che si stanno battendo per questo obiettivo. La cosa che mi ha colpito di più è stata la disponibilità di tutti: associazioni, diving e realtà locali hanno scelto di sostenere il progetto mettendosi a disposizione anche dal punto di vista logistico.»
La biodiversità
«Chi vive il mare ogni giorno si rende conto che un mare protetto si rigenera, aumenta la biodiversità, i fondali rimangono in salute e tutto questo rende il territorio ancora più attrattivo anche dal punto di vista turistico.»
La convinzione che emerge dalle sue parole è che la tutela dell’ambiente non può essere imposta, bensì ha origine dalla partecipazione di chi quei luoghi li vive e li abita.
L’area marina protetta
«Un’Area Marina Protetta funziona soltanto se è condivisa dalla popolazione. Deve nascere un legame con quel mare, un vero e proprio senso di appartenenza. Solo così si genera il desiderio di proteggerlo.»
È forse questo il messaggio più emblematico che emerge dalla conversazione con Stefano Coco. Le immagini, da sole, non bastano a cambiare il mondo, ma possono sostenere le persone a osservarlo con occhi diversi. Dal momento in cui un territorio viene conosciuto così per come è, diventa più difficile voltarsi dall’altra parte.
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