Cinema
Babele. Spazio Franco lanciano il Mercurio festival
Mercurio: è il dio che trasporta messaggi, è il pianeta i cui crateri hanno nomi d’artisti, è il metallo liquido dalle particelle che si fondono. E in più, Mercurio è il festival che dal 24 al 29 settembre va in scena ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo.
Si tratta di una prima edizione, curata dell’associazione Babel e da Spazio Franco sostenuto da Fondazione Unipolis quale vincitore del Bando Culturability ’18 e dall’Assessorato alle Culture e alla Partecipazione Democratica.
Un esperimento di multidisciplinarità e fluidità tra le arti, destinato a crescere e a modificare l’idea consolidata di festival. Ma non solo: è anche una riflessione sul ruolo degli artisti nelle direzioni (artistiche) da prendere, laddove per direzione s’intende un processo in evoluzione.
Il Mercurio Festival è nato così: gli Artisti di Babel hanno invitato diversi artisti di diverse discipline.
Dal teatro alla danza, dalla musica alle performing arts, alle arti visive, cinema, fotografia, per un festival senza sezioni o categorie, puntando su progetti che travalicano le arti di riferimento.
Non si sono però scelti i progetti o le Opere ma, rivolgendosi direttamente agli Artisti e ai loro percorsi, si è dato vita a un confronto per scegliere insieme “cosa” realizzare e con che cosa arrivare a/su Mercurio. Per la prima volta, quindi, il Festival ha dato agli artisti stessi la possibilità d’intervento.
Questo accadrà anche in futuro: gli artisti coinvolti nell’edizione 2019, sceglieranno gli artisti da inserire in programma nel 2020, sempre a partire dal confronto, dalla condivisione di percorsi e dalla stima tra colleghi.
Il festival si apre il 24 settembre alle ore 21 con la coppia Carullo-Minasi e la sua “Conferenza
Tragicheffimera” al Cre.Zi.Plus: un discorso sull’anima, su come ritrovarla; un discorso intorno ai temi
dell’uomo, dell’artista e dell’arte, di quell’arte che prescinde da ogni inganno e che, per sua natura effimera, legittima ogni piega della vita.
Il 25 settembre alle 21, allo Spazio Franco, va in scena il gruppo veneto Babilonia Teatri con “Calcinculo” uno spettacolo in cui musica e teatro si contaminano e dialogano in modo incessante e vertiginoso.
A seguire Haus Der Kunst ospita la straordinaria sessione di Bookjockey del collettivo di
Madrid In-Sonora, in collaborazione con il festival spagnolo Fiebre Photobook. L’esperimento combina l’immaginario visivo e sonoro di un gruppo di artisti sperimentali in una sorta di dj session in cui vengono “sfogliati” libri di fotografia e associati alla musica.
Il 25 e il 26 settembre Mercurio incrocia Lo stato dell’arte, un progetto di C.RE.S.CO. – Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea – che vuole far dialogare tra loro le voci più significative della creazione contemporanea italiana negli ambiti del teatro e della danza.
Giunto alla seconda annualità, il progetto rende possibile l’incontro tra artisti, critici e curatori nel momento della creazione invitandoli a condividere i processi in fieri, cioè tutto quell’insieme di idee, pensieri, visioni che permettono il passaggio dall’idea all’opera.
A Palermo parteciperanno le compagnie Abbonzanza-Bertoni, Carullo-Minasi, il Maestro cuntista e puparo Mimmo Cuticchio e il performer Marco D’Agostin insieme al critico teatrale Alessandro Toppi (Il Pickwick, la Repubblica) e all’organizzatore culturale Corrado Russo.
L’incontro pubblico è fissato per mercoledì 26 dalle 18.00 al Cre.Zi.Plus. Nello stesso giorno al Cinema De Seta alle ore 20:30, verrà proiettato il film-documentario Beautiful Things del compositore e fotografo Giorgio Ferrero, co-diretto con il direttore della fotografia e produttore Federico Biasin.
Viaggio sinfonico nell’ossessione del consumismo contemporaneo, il film è stato presentato alla 74ma Mostra del Cinema di Venezia e arriva a Palermo dopo aver ricevuto riconoscimenti in oltre 70 festival in tutti i continenti tra i quali il nostrano Salina Doc Fest 2018.
Alle 22:00 allo Spazio Franco va in scena First Love di Marco D’Agostin, Premio Ubu 2018 come miglior performer: un assolo di danza contemporanea poetico e intimamente autobiografico che ha entusiasmato la critica italiana e sta andando in scena su moltissimi palcoscenici della penisola.
Turi Zinna e Ippolito Chiarello sono i protagonisti degli appuntamenti del 27 settembre. Il primo sarà in scena allo Spazio Franco, alle ore 21:00, con lo spettacolo Il Muro: con questa “Cronachetta drammatronica di una civile apartheid” l’orazione di Turi Zinna, prodotta dalla compagnia catanese Retablo, affronta il tema iper-contemporaneo del muro come divisione attraverso un racconto popolare al centro del quale pone l’antieroe Gioacchino il barbiere.
Alle 22:00 Ippolito Chiarello sarà al Cre.Zi.Plus con Club 27, nei panni di un dj-speaker-narratore notturno che riporta in vita i miti del club 27 composto da quegli artisti della musica internazionale scomparsi a 27 anni: Jim Morrison, Janis Joplin, Jimy Hendrix, Amy Whinehouse.
Attraverso la loro musica, le parole, le suggestioni di una notte molto rock, senza tempo e senza spazio, in cui protagonista è il teatro e il suo pubblico, in una sorta di viaggio onirico.
“Farsi Silenzio” è una performance con Marco Cacciola. La cui drammaturgia è firmata dal talento siciliano di Tindaro Granata, che sarà in scena al Cre.Zi.Plus venerdì 28 settembre alle ore 21:00.
Seguirà alle 22:00 “Esco, sto tornando” di Andrea Masu, componente del collettivo milanese Alterazioni Video noti al pubblico per il progetto dell’Incompiuto Siciliano.
Alle 23:00 nella Piazza Bausch avrà luogo Effimera, uno spettacolo di realtà aumentata fatto di luci, suoni e video-mapping dei visual artists Pixel Shapes. Collaborerà 1999, noto cantautore palermitano.
Chiudono il festival, domenica 29 settembre, La Rappresentante di Lista, band rivelazione della scena musicale italiana. Portano in scena il loro progetto speciale Anatomia Fantastica, da Jodorowsky. A seguire la performance Figura Humana di Paolo Simioni presso il Centro Internazionale di Fotografia diretto da Letizia Battaglia.
Mercurio è inoltre attento alla formazione. Mentori di fama nazionale e internazionale saranno impegnati in workshop, masterclass e seminari destinati a professionisti del cinema, della danza e del teatro.
Dal 24 al 28 settembre Paolo Antonio Simioni, tra i migliori acting coach del panorama europeo, terrà un seminario per attori e registi promosso da Artisti 7607.
Il 24 e il 25 settembre la compagnia Abbondanza-Bertoni condurrà un workshop per danzatori e performer dal titolo L’Essere Scenico.
Il 27 settembre la Masterclass intensiva di Giorgio Ferrero aprirà agli aspiranti registi. Film-maker e sound-designer, esplora la scoperta del cinema contemporaneo nel suo rapporto con la musica. Il 28 settembre Giorgio Canali (ex CCCP) terrà un workshop di composizione e produzione discografica.
Cinema
Stefano Coco e il mare di Capo Zafferano
Un lavoro per la salvaguardia ambientale
Che cosa significa oggi spendersi per il bene dell’ambiente? Per Stefano Coco vuol dire studiare, documentare, ma più di tutto divulgare.
Stefano Coco
Stefano Coco è un documentarista originario di Ustica, isola che sin da subito lo ha messo a contatto con il patrimonio ambientale del Mediterraneo, dove l’istituzione di un’area marina protetta ha contribuito alla tutela di una biodiversità oggi apprezzata e riconosciuta a livello internazionale.
È da questo legame con il territorio e con il mare che prende forma il percorso professionale di Stefano, che negli anni ha trasformato la sua passione in un lavoro, affermandosi come regista, filmmaker e operatore subacqueo. Ha collaborato con realtà come National Geographic, la RAI e diverse produzioni internazionali.
Il rapporto tra uomo e ambiente
Il suo lavoro si concentra soprattutto sul rapporto tra uomo e ambiente, raccontando attraverso le immagini le trasformazioni che stanno interessando il nostro pianeta. Dal cambiamento climatico alla pressione esercitata sulle risorse naturali, fino alle sfide affrontate dalle comunità per trovare un nuovo equilibrio con l’ambiente, i suoi progetti cercano di portare alla luce questioni spesso lontane dagli occhi del grande pubblico. Le immagini diventano così non soltanto un mezzo per raccontare ciò che accade, ma anche uno strumento per comprendere il presente e stimolare una maggiore consapevolezza e un maggiore senso di responsabilità verso l’ambiente.
Il progetto
Il progetto che Stefano ha iniziato è un’iniziativa completamente indipendente. Alle sue spalle non c’è nessun finanziamento esterno: si tratta di un’autoproduzione che porta avanti da circa un anno.
«Non avendo una committenza o dei finanziatori – ci racconta – ho molta libertà nel modo in cui racconto questa storia. È un progetto che mi appassiona molto e che considero una battaglia importante, anche dal punto di vista sociale.»
Il documentario
Il documentario è finalizzato all’istituzione dell’Area Marina Protetta nella zona di costa corrispondente a Capo Zafferano, area di forte valore naturalistico che si trova al centro del lavoro che sta portando avanti il comitato promotore che si è formato nel 2021. L’obiettivo di Stefano è quello di sostenere questo percorso grazie a un documentario. Non soltanto per mostrare a tutti la bellezza di questo posto, ma anche per raccontarne le fragilità e il patrimonio biologico. Per assemblare questo racconto, Stefano ha raccolto una moltitudine di testimonianze e interviste, affiancando le sue immagini alle voci di chi quel territorio lo vive e lo protegge ogni giorno: ricercatori, associazioni ambientaliste, pescatori e diving center.
Diving e realtà locali
«Da circa un anno sto realizzando riprese e interviste con tutte le persone che si stanno battendo per questo obiettivo. La cosa che mi ha colpito di più è stata la disponibilità di tutti: associazioni, diving e realtà locali hanno scelto di sostenere il progetto mettendosi a disposizione anche dal punto di vista logistico.»
La biodiversità
«Chi vive il mare ogni giorno si rende conto che un mare protetto si rigenera, aumenta la biodiversità, i fondali rimangono in salute e tutto questo rende il territorio ancora più attrattivo anche dal punto di vista turistico.»
La convinzione che emerge dalle sue parole è che la tutela dell’ambiente non può essere imposta, bensì ha origine dalla partecipazione di chi quei luoghi li vive e li abita.
L’area marina protetta
«Un’Area Marina Protetta funziona soltanto se è condivisa dalla popolazione. Deve nascere un legame con quel mare, un vero e proprio senso di appartenenza. Solo così si genera il desiderio di proteggerlo.»
È forse questo il messaggio più emblematico che emerge dalla conversazione con Stefano Coco. Le immagini, da sole, non bastano a cambiare il mondo, ma possono sostenere le persone a osservarlo con occhi diversi. Dal momento in cui un territorio viene conosciuto così per come è, diventa più difficile voltarsi dall’altra parte.
Cinema
Gli artigiani della quantità nel cinema popolare italiano
Anni Ottanta, in un cinema della provincia italiana poteva capitare di entrare in una sala come tante, attratti da un manifesto che prometteva Alien 2 sulla Terra (1980). Leggevi il nome del regista, Ciro Ippolito, non lo conoscevi, ma tant’è. Pagavi il biglietto, ti sedevi ed aspettavi di vedere sullo schermo Ellen Ripley, che avevi imparato a temere e amare in Alien di Ridley Scott, uscito l’anno precedente. Solo dopo la visione del film ti rendevi conto dell’inganno: Ripley non c’era, la creatura non aveva acido al posto del sangue e la 20th Century Fox non c’entrava assolutamente nulla. Eri semplicemente incappato in un “sequel apocrifo” di marca italiana, come capitava spesso a quell’epoca nei cinema del Belpaese.
Zombi 2
Quello infatti non era un caso isolato, ma la prassi consolidata di un’industria famelica e rapidissima: nel 1979 Lucio Fulci firmava Zombi 2,
anticipando i sequel ufficiali della saga di George A. Romero (il cui Dawn of the Dead era arrivato in Italia l’anno prima con il titolo Zombi, grazie al montaggio di Dario Argento) che gli aveva dato la notorietà mondiale. Nel 1974 Ovidio G. Assonitis diresse Chi sei? (distribuito all’estero come Beyond the Door), una pellicola che narrava di possessioni demoniache nata a ridosso de L’Esorcista, il cult diretto da William Friedkin l’anno prima; il film riproponeva la stessa iconografia, la stessa croce e lo stesso vomito verde, imponendosi come l’antesignano italiano di tante altre pellicole a sfondo demoniaco. Enzo G. Castellari nel 1982 firmò 1990: I guerrieri del Bronx, cavalcando con furbizia l’onda del travolgente successo di I guerrieri della notte (The Warriors, 1979) di Walter Hill, e poco prima, nel 1981, aveva cannibalizzato il filone dei mostri marini con L’ultimo squalo, terrorizzando le platee sulla scia del capolavoro di Steven Spielberg.
Starcrash
Luigi Cozzi nel 1978 lanciò Starcrash /Scontri stellari oltre la terza dimensione, una evidente e bizzarra crasi in celluloide tra il Guerre stellari di George Lucas (1977) e L’Impero colpisce ancora, che sarebbe uscito solo nel 1980. Infine, Umberto Lenzi nel 1983 rispose a Conan il Barbaro di John Milius, uscito l’anno precedente nelle sale di tutto il mondo, con La guerra del ferro – Ironmaster. Qualche anno dopo, Fabrizio De Angelis inaugurò addirittura una saga tutta italiana – con sei pellicole uscite in pochi anni – sfruttando il successo di Karatè Kid – Per vincere domani (1984) di John G. Avildsen e i suoi tanti seguiti. Firmandosi con il nome anglofono di Larry Ludman, il regista nel 1987 diresse il primo episodio della serie Il ragazzo dal Kimono d’oro, con protagonista un giovane Kim Rossi Stuart, cambiando l’ambientazione ma mantenendo la formula del film di riferimento: un ragazzo emarginato, un maestro saggio e un torneo finale. Il fenomeno del riciclo costante fu così duraturo da spingersi fino alla metà degli anni Novanta, quando Bruno Mattei confezionò Cruel Jaws – Una notte di terrore (1995), venduto nei mercati esteri direttamente come Lo squalo 5.
La tendenza a imitare
Questa lista non è esaustiva, ma fortemente rappresentativa di quella che era la regola d’oro del cinema di genere italiano: Hollywood realizzava una pellicola di successo, l’Italia rispondeva in pochissimo tempo producendo un film dal titolo simile. Alle volte si adattava lo stesso titolo del film a stelle e strisce con l’aggiunta di un numero “2”, correndo a promuoverlo nei cinema con locandine studiate appositamente per richiamare alla mente degli ignari spettatori l’originale a cui si ispirava. Oggi una operazione di questo genere farebbe gridare al plagio e solleverebbe polveroni legali; per i cineasti di allora, invece, si trattava solo di un’ottima occasione per capitalizzare sugli incassi delle pellicole realizzate dalla poderosa macchina produttiva americana, in maniera veloce, intuitiva e con pochi soldi e spesso non proprio in linea con le normative di settore.
I colossi hollywoodiani
Sotto il profilo strettamente giuridico, il conflitto tra le major d’oltreoceano e i produttori nostrani rivelava una profonda divergenza culturale e legislativa. Negli Stati Uniti, la reazione giudiziaria si fondava sulla dottrina della unfair competition (concorrenza sleale), un principio affine a quello disciplinato in Italia dal nostro Codice Civile. I colossi hollywoodiani non tolleravano lo sfruttamento indebito del proprio marchio o la “servile imitazione” delle proprie campagne pubblicitarie. Il dato paradossale è che, dal punto di vista della scrittura, le sceneggiature italiane erano quasi sempre originali: a essere plagiato non era il testo, ma il posizionamento commerciale del prodotto.
Il diritto d’autore in Italia
Al contrario, sul territorio italiano la legislazione sul diritto d’autore si mostrava decisamente più flessibile. I veri problemi per i nostri produttori non nascevano dalla tutela dei marchi privati, bensì sul terreno scivoloso della morale pubblica. I sequestri predisposti dalle autorità giudiziarie italiane non difendevano la proprietà intellettuale di Hollywood, ma applicavano i rigori del Codice Penale: l’articolo 528 in materia di oscenità e l’articolo 403 per vilipendio alla religione cattolica, specchio di una società ancora profondamente conservatrice e attraversata da forti conflitti etici.
The Devil Within Her
Il monitoraggio dei casi storici restituisce l’immagine di una guerriglia legale permanente. Nel 1974, la Warner Bros tentò una causa milionaria negli Stati Uniti contro il finto esorcismo del film di Assonitis. Sebbene i produttori italiani la spuntassero in tribunale dimostrando l’originalità dello script, la pellicola dovette navigare nel complicato mercato inglese uscendo con il titolo alternativo The Devil Within Her. In Italia, invece, il film subì un pesante sequestro penale per oscenità e oltraggio alla religione, tornando visibile solo dopo mesi e al prezzo di una drastica mutilazione di quattro minuti di girato.
Un destino simile toccò a Zombi 2 di Fulci. Le Procure di Roma, Bologna e Torino ordinarono il sequestro della pellicola a causa del suo impatto gore estremo – rimasto celebre per lo scontro subacqueo tra uno squalo e un morto vivente e per la tortura dell’occhio. Liquidato dalla censura nostrana come uno spettacolo «nauseabondo», il film subì pesanti tagli prima di poter circolare. Anni dopo, a metà degli anni Ottanta, l’opera finì addirittura nella famigerata lista dei video nasties nel Regno Unito, subendo il bando totale dal mercato dell’Home Video fino al 1998.
Ciro Ippolito
L’apice della spregiudicatezza venne toccato però da Ciro Ippolito con Alien 2 sulla Terra. Nel 1980 la 20th Century Fox avviò un’azione legale per violazione di marchio e concorrenza sleale. La major americana, tuttavia, perse la battaglia legale poiché la parola “Alien” non era legalmente monopolizzabile in quel modo. Il film riuscì a circolare all’estero come Alien 2 on Earth, pur dovendo affrontare forti resistenze nella distribuzione. In Italia, la magistratura non intervenne, ma fu la SIAE a imporre la modifica dei manifesti per attenuare una combinazione visiva giudicata fuorviante per il pubblico.
L’ultimo squalo
Ancora più clamoroso fu il caso de L’ultimo squalo di Enzo G. Castellari. La Universal Pictures, gelosissima del franchise avviato da Steven Spielberg, citò in giudizio la produzione italiana negli Stati Uniti. Forte di una netta vittoria legale basata proprio sulla unfair competition, la major ottenne il ritiro definitivo del film dalle sale americane dopo poche settimane di programmazione, nonostante l’opera stesse registrando incassi straordinari, persino superiori a quelli dei sequel ufficiali dello squalo bianco.
Lucasfilm monitorò con analoga durezza le dinamiche di Starcrash di Luigi Cozzi, dove l’uso di armi simili alle spade laser e la presenza di un robot antropomorfo sfidavano apertamente il colosso americano. Sebbene il film riuscì a farsi strada grazie alla distribuzione della spregiudicata New World Pictures di Roger Corman, l’opera rimase l’emblema di una sfida visiva diretta al cuore dell’impero di George Lucas.
Gli unici a schivare un verdetto di condanna nei tribunali americani furono registi come Enzo G. Castellari e Fabrizio De Angelis. Il primo con 1990: I guerrieri del Bronx (1982), sebbene la Paramount avesse minacciato azioni legali a tutela della pellicola, gli avvocati dello studio hollywoodiano dovettero arrendersi all’evidenza: l’idea di gang giovanili in uno scenario metropolitano post-apocalittico non era un marchio registrato, né legalmente monopolizzabile. Il film completò il suo percorso nelle sale, anche se la Germania ne dispose successivamente il sequestro in Home Video per l’eccessiva violenza. Stesso discorso va fatto per la saga firmata De Angelis: la produzione americana che aveva inventato il brand di Karatè Kid, di cui la variante italiana ne costituiva un calco quasi fedele, non intentò mai alcuna causa legale nei confronti dei colleghi italiani, che avevano dato vita ad un loro autonomo franchise.
Il cinema di genere
La genesi produttiva di queste pellicole narra di un cinema italiano che non esiste più, i cui risvolti produttivi e legali oggi sopravanzano il valore stesso delle opere. Il cinema di genere degli anni Settanta e Ottanta visse costantemente sul filo del rasoio: la concorrenza sleale negli USA, l’oscenità in patria, il vilipendio alla religione. Erano rischi calcolati di un mercato affamato di storie, i cui registi erano validi artigiani del prolifico genere “bis”, capaci di adattarsi a qualsiasi situazione produttiva. Realizzavano così opere a basso costo che navigavano fra le pieghe della legge e, a volte, la violavano, ma costruivano cult che adesso studiamo nelle università e proiettiamo nei festival di tutto il mondo.
Sergio Leone
Ma non possiamo concludere questa narrazione fra le pieghe di un cinema aduso a navigare fra mille difficoltà produttive e giudiziarie senza citare un precedente più illustre, firmato da uno dei maestri assoluti del nostro cinema:Sergio Leone. Il regista che ha inaugurato la grande stagione del western all’italiana è infatti incappato, agli inizi della sua carriera, nella scure della giustizia per una causa intentata da Akira Kurosawa, il quale riconobbe in Per un pugno di dollari (1964) affinità fin troppo manifeste con la sua precedente opera La sfida del samurai (1961).
Davanti all’evidenza della copia non autorizzata – nata dal fatto che la casa di produzione italiana Jolly Film non aveva mai acquistato i diritti del film giapponese, nonostante le rassicurazioni iniziali – Leone e i produttori dovettero capitolare. La transizione giudiziaria fu sanguinosa sotto il profilo economico: a Kurosawa e alla Toho vennero riconosciuti i diritti di distribuzione esclusiva di Per un pugno di dollari in Giappone, Taiwan e Corea del Sud, oltre al 15% degli incassi globali del film. Il maestro giapponese ammetterà in seguito di aver guadagnato molto più dalla percentuale sul capolavoro di Leone che da tutti i suoi film messi insieme.
Carmelo Franco
Cinema
Luciano Traina e “I ragazzi delle scorte”
“I ragazzi delle scorte” è il nome della docu-serie uscita nel 2026 su Rai Play, che ricorda gli agenti delle scorte uccisi negli attentati di mafia del 1992 insieme ai giudici Falcone e Borsellino.
Il quarto episodio della serie (“Ricordo tutto”) tratta gli eventi che sono avvenuti nel giorno della strage di via D’Amelio e ripercorre in modo particolare la vita di due agenti della scorta del magistrato Borsellino: Giampaolo Blanda e Claudio Traina.
Il primo semestre del 2026 è stato, per il cinema, un periodo di crescita e consolidamento, caratterizzato da dinamismo e varietà. Da gennaio a oggi sono emersi segnali importanti sulla direzione che sta prendendo l’industria cinematografica, soprattutto in Europa. Dopo anni complessi si iniziano finalmente a registrare dati incoraggianti rispetto al recente passato, accompagnati da un progressivo ritorno del pubblico nelle sale.
Proprio a tal proposito, abbiamo intervistato il fratello di Claudio Traina, Luciano, ispettore superiore di polizia in quiescenza. Con lui abbiamo parlato di come è stato lavorare alla realizzazione della docu-serie, di cosa abbia significato narrare nuovamente quella storia e di come sia stato fare ritorno nei luoghi legati alla strage.
Raccontare una storia che continua a vivere
Collaborare alla realizzazione della docu-serie, per Traina, ha significato più di ogni altra cosa confrontarsi con persone consapevoli di comprendere la delicatezza della testimonianza. Raccontare in poche ore la successione di vicende così articolate e complesse non è facile.
“Mi sono trovato persone veramente in gamba che hanno capito la mia situazione”, racconta. “Sono stati molto collaborativi e disponibili, anche perché non è facile in un paio d’ore raccontare tutto per filo e per segno”.
Durante le riprese, Traina ha avuto bisogno di un po’ di pause. Non perché si sentisse semplicemente emozionato di fronte alle telecamere: per lui, il racconto significa fare continuamente ritorno a quei momenti della vita.
“Per me è come un film che mi gira in testa”, spiega. “Ho un filmato in testa, che non si ferma mai, anche la notte, le mie agitazioni e quello che passa… perché il subconscio ti riporta tutto quello che forse nell’atto pratico non hai potuto fare”.
Probabilmente è proprio questo uno dei tratti che, secondo l’opinione di Traina, distingue il racconto di una vicenda vissuta in prima linea dalla semplice ricostruzione di un fatto.
La fedeltà alla storia
Il giudizio sulla docu-serie è positivo. Traina si dice “molto, molto contento” del risultato, soprattutto per la fedeltà con cui, a suo avviso, sono state riportate le sue parole e le sue testimonianze.
“Ho visto, non dico per la prima volta ma quasi, che tutto quello che io ho detto è stato riportato fedelmente”.
Un elemento particolarmente importante per Traina, anche considerate le precedenti esperienze con produzioni che avevano esposto la storia di Borsellino e dei suoi agenti, senza rispettare pienamente la realtà dei fatti.
Per questo motivo, il valore della docu-serie sta più che altro nel non aggiungere elementi al di fuori della testimonianza: “Non è che perché ti censurano questo tu devi mettere del tuo. Però ci sono molti film che lo fanno fedelmente, rientrano nei canoni”.
La sua soddisfazione nasce soprattutto dalla possibilità di rivedersi nel racconto e di sentire la propria testimonianza usata per ricreare una vicenda che continua ad avere un enorme peso nella memoria collettiva.
Per realizzare il documentario, Traina è tornato anche in via D’Amelio, luogo della strage in cui il 19 luglio 1992 persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, tra cui suo fratello Claudio.
“Io in via D’Amelio ci vado poco. Vado più al cimitero”, racconta. “Perché per me andare in via D’Amelio è un colpo”.
Anche in occasione delle riprese, il luogo ha avuto un peso determinante. Non si è trattato soltanto di tornare davanti a una telecamera per raccontare un episodio del passato, ma di ritrovare fisicamente gli spazi in cui quegli eventi si sono susseguiti.
“Tu l’hai visto in televisione, non è la stessa cosa”, racconta Traina. “Io percepisco quegli odori, quelle emozioni, quelle cose che sono difficili pure da spiegare”.
Una storia da raccontare ai più giovani
La collaborazione a “I ragazzi delle scorte” si inserisce, per Traina, in un impegno più ampio che porta avanti da oltre vent’anni: raccontare la propria esperienza nelle scuole.
“Sono pezzi di storia che i ragazzi devono sapere”.
Il racconto di Traina
Traina racconta di aver girato numerose scuole in tutta Italia, portando la propria testimonianza alle nuove generazioni. Un’attività che considera parte del proprio impegno per la legalità e che, a suo avviso, deve essere adattata all’età degli studenti.
Il messaggio
Il suo messaggio non riguarda soltanto le stragi del 1992, ma anche la prevenzione e la cultura della legalità. “Per me il bullismo è l’anticamera della mafia”, afferma.
È anche in questa prospettiva che vede il valore di progetti come “I ragazzi delle scorte”: non semplicemente raccontare ciò che è successo, ma fare in modo che quella memoria possa arrivare a chi, nel 1992, non era nemmeno nato.
Andrea Arnone
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