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Nella vita si può ridere di tutto e tutti sono liberi di amare

Giorgia Li Greci

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Nella vita si può ridere di tutto. Ad insegnarmelo è stato Cristian, che ho conosciuto grazie ad un post social in cui raccontava la sua malattia. Cristian ha 22 anni ed è affetto da SMA, conosciuta anche come atrofia muscolare spinale, una malattia neuromuscolare rara che causa un’atrofia muscolare progressiva e irreversibile. 

Una domanda che faccio sempre a Cristian, da quando lo conosco, è: ma come fai ad essere sempre così felice?

Cristian mi risponde che in realtà non c’è un segreto o un trucco, semplicemente perché si può essere felici, anche con la SMA e da sdraiati, perché è proprio da sdraiati che si vede il cielo. Cristian è una persona molto ironica, per questo alla risposta ha aggiunto anche che, ogni tanto, per essere felici qualche prosecco aiuta.

E a proposito di prosecco, Cristian continua dicendomi “Che bello sarebbe se un giorno un disabile, conoscendo qualcuno, non si sentisse dire come prima cosa “Come stai, non stai male vero?, ma bensì “Cosa vuoi da bere?”.

E in effetti un po’ di domande me le pongo anche io tutte le volte che chiedo a Cristian come faccia ad essere sempre così felice. Perché spesso diamo per scontato che la felicità appartenga ad una classe elitaria di fortunati, possessori di caratteristiche ben definite, come il rientrare perfettamente nei canoni estetici della modernità, avere un conto in banca che ti permetta di comprare uno yacht, o ad esempio nell’essere normodotati. 

Invece Cristian, che non fa il modello e non ha uno yacht, è proprio felice, sempre. Anche quando dovrebbe arrabbiarsi moltissimo per delle cose che gli sono negate e che non dovrebbero esserlo soltanto per il fatto che è disabile. Avevo già parlato di abilismo in un precedente articolo, ma ne riassumo velocemente il suo concetto qui perché vi sarà utile a capire meglio quello che ci racconterà Cristian qualche riga più avanti. L’abilismo è la discriminazione nei confronti di persone con disabilità e, più in generale, il presupporre che tutte le persone abbiano un corpo abile. Si può manifestare attraverso barriere fisiche, quando non vengono poste le condizioni strutturali che rendano accessibile uno spazio a tutt*. Molto spesso invece l’abilismo prende forma nei giudizi, negli sguardi e nelle parole. 

L’abilismo incontra i suoi ostacoli anche nella sfera più intima, quella dell’amore e del sesso. Nell’immaginario collettivo c’è infatti un tabù molto forte che porta a considerare le persone disabili come impossibilitate ad avere dei rapporti sessuali, o persino impossibilitate ad avere delle relazioni amorose. Lascio spazio alle risposte di Cristian per darvi qualche punto di vista più oggettivo sul tema.

  • Cristian, cosa pensi dell’amore e del sesso?

“Premessa: non ho ancora mai avuto una storia d’amore (quindi care donne fatevi avanti!), ma da sognatore e da romantico lo vedo come una vera unione di due cuori, di due anime che in qualche modo si fondono per completare l’altra. A proposito di ”fusioni”, beh, a volte una donna è più importante spogliarla a livello mentale che fisico, ma anche fare il resto è molto importante.”

  • Vivi delle discriminazioni in questo campo? Se sì, ti va di raccontarle?

“Su questa domanda potrei scrivere un papiro che Bibbia levati proprio, e la risposta è parecchio articolata. Questo è uno degli ambiti, se non l’ambito numero 1, in cui un disabile è più discriminato in assoluto, vuoi perché la società di oggi si basa molto sull’aspetto fisico, vuoi perché il nostro Paese è ancora molto indietro mentalmente e poco preparato al tema. In tanti credono che un disabile non provi desiderio, pulsioni, qualcuno crede addirittura che sia immorale che un disabile faccia sesso. Non lo nascondo, a volte mi rivolgo a delle prostitute, ma anche lì è una corsa ad ostacoli, perché molte non accettano di farlo con un disabile e molte ne approfittano chiedendo cifre raddoppiate rispetto al cliente normale. Insomma, è più facile che all’improvviso mi alzi e cammini piuttosto che trovare una lei per avere un rapporto sessuale.”

  • Cosa potrebbero fare le politiche sociali per aiutarti in tal senso?

“Non moltissimo, ma qualcosina sì, come legalizzare la figura dell’assistente sessuale, figura che in altri Paesi esiste già da anni. Per fare un po’ di chiarezza, l’assistente sessuale non è dovuta ad effettuare veri atti sessuali, ma accompagna il disabile nel mondo delle coccole, del contatto fisico e della masturbazione. Non è tutto, ma è qualcosa di molto importante, perché anche a livello culturale aiuterebbe a far percepire le cose in modo diverso, normale, come dovrebbe essere.”

  • Cristian, come lo vedi il futuro? Qualcosa cambierà?

“Ne sono abbastanza sicuro, perché le nuove generazioni hanno tantissimi pregi, e non solo difetti come qualcuno vuole far credere. Con una persona giovane ad esempio non mi sono mai sentito discriminato e non mi sono mai state fatte domande strane in modo invadente, questo è un importantissimo segno di apertura mentale e di inclusione verso il ”diverso”, che è proprio la cosa di cui abbiamo bisogno.”

Un disabile può essere felice? Sì, come tutti, senza differenze, e non dovremmo neanche chiedercerlo e chiederlo (scusa per tutte le volte che l’ho fatto Cri).
Un disabile può avere il diritto di amare? Sì. E qui aggiungo che altrimenti non sarei nata io, grazie papà (anche mio papà è disabile).

Nella vita si può ridere di tutto e tutti sono liberi di amare.

Se volete fare due chiacchiere con Cristian lo trovate qui su Facebook (scrivetegli senza timore, gli farà piacere).
Se volete aiutarlo nella raccolta fondi della sua meravigliosa associazione Favola Semplice andate qui.

Giorgia Li Greci

Cinema

Foto di scena, vetrina di film capolavoro

Ivan Scinardo

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36 scatti inediti rivivono grazie a un libro curato dalla figlia del grande fotoreporter Nicola Scafidi

“Mio padre Nicola, oltre al grande senso di responsabilità e affetto che nutriva nei confronti della propria famiglia, ha sempre avuto una sola grande passione, il suo lavoro, ossia la Fotografia. Mio nonno Giusto era un fotografo ritrattista. Mio padre era il più grande di nove figli, rimasti vivi solo cinque, cresciuto a Pane e Fotografia”.

Inizia così il racconto di Angela Scafidi che fa da premessa  a un corposo catalogo di un centinaio di pagine, con 36 “scatti – capolavoro” in bianco e nero, inediti;  raccontano scene di film che fanno parte, pieno titolo, della storia del cinema, come il “Gattopardo” di Luchino Visconti, la trilogia sui misteri italiani di Francesco Rosi (“Salvatore Giuliano”, “Il Caso Mattei”, “Lucky Luciano”);  “Viva L’Italia” di Roberto Rossellini, “Il Viaggio” di Vittorio De Sica, “Vulcano” di William Dieterle , “I racconti di Canterbury” di Pierpaolo Pasolini”; “Il Giorno della Civetta” di Damiano Damiani, il “Mafioso” di Alberto Lattuada.

“Set Cinematografici Siciliani. Foto di Nicola Scafidi” è un libro e una mostra fortemente voluta dalla casa del cinema di Villa Borgehese a Roma, per ricordare il noto fotoreporter palermitano Nicola Scafidi a 17 anni dalla sua scomparsa. A curarlo, la figlia Angela, dopo anni di meticolosa catalogazione e ricerca di un patrimonio immenso di negativi, lasciato dal padre e ancora prima dal nonno Giusto. Si stima 1 milione di scatti, in larga parte ancora da visionare e archiviare.

Nel volume e nella mostra, lo sguardo curioso e attento del fotoreporter, nato a Palermo nel 1925, collaboratore del quotidiano “L’Ora”, ma anche della voce della Sicilia e L’unità. I suoi servizi fotografici furono pubblicati da prestigiose testate straniere quali: New York Times, Daily telegraph, Life, Time, Stern, Der Spieghel Paris Match. Per molti anni fu corrispondente dell’Associated Press, dell’United Press e dell’agenzia Italia. Nel 1966 l’Interpress Photo di Mosca bandì un concorso sul tema “Per la pace e l’amicizia, per l’umanesimo e per il progresso”, a cui Nicola Scafidi partecipò su invito del giornale L’ORA. Su 1106 fotografi partecipanti di 71 paesi, l’autore venne premiato con la medaglia d’argento per la serie dal titolo: “Foto di Sicilia amara fino a quando?”. Il più importante riconoscimento lo ottenne a Milano nel 1968 quando ricevette il Premio Nazionale Fotoreporter. Non a caso la critica cinematografica lo considera uno dei più grandi fotografi di scena. Gli scatti, rigorosamente in bianco e nero, rappresentano ancora oggi un punto di vista diverso che non si allontana mai dal set.

Scafidi se ne stava spesso in penombra, quasi a diventare invisibile; non era illuminato dalla key light che generalmente sta sempre puntata sugli attori.  Il suo occhio, fuori dal set, ha convinto registi a rivedere alcune scene che magari erano state tagliate; è questo il valore di una produzione cinematografica.  Le sue foto di scena, come vetrina di un film, che raccontano il complesso processo di immagine attorno al quale poi venivano costruiti i trailers e tutto il packaging, da intendersi chiaramente come impalcatura estetica.

Scafidi ha lavorato tantissimo nella sua lunga carriera di fotografo di scena, incarnando un ruolo, che va sicuramente annoverato fra i mestieri più affascinanti e discreti del cinema. La storia della settima arte italiana ci insegna, anche in quella affascinante corrente del neorealismo, che spesso il professionista è stato determinante nell’aiutare gli autori anche a costruire le scene più reali. Scafidi, nel suo ruolo, diventa così quasi inconsapevolmente il primo interprete di storie nascoste dietro il ciak, di volti smarriti e ansiosi che stanno per andare in scena, di nevrosi di registi e assistenti che si muovono convulsi sulla scena prima che il “maestro d’orchestra” il regista, pronunci le fatidiche parole “motore” “azione” “Ciak si gira”.

Angela ha la passione per la fotografia fin da bambina, ha sentito forte l’influenza del nonno prima e del padre; il lavoro certosino di ricostruzione e catalogazione che porta avanti ormai da tanti anni, finora ha catalogato 40.000 negativi su 300.000, è un vero e proprio atto d’amore, per mantenere viva la memoria di un grande cineasta. D’altronde è lei stessa a scrivere che: “un grande scrittore in fondo non muore, perché la sua parola permane grazie ai suoi libri; così è per un grande fotografo che lascia una fetta del suo mondo e della sua memoria, quindi della nostra storia”.

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Cinema

“Fellini e l’ombra” da oggi nelle sale cinematografiche

Ivan Scinardo

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fellini

Il lato oscuro del più luminoso genio del nostro cinema. Questo esplora il film documentario Fellini e l’ombra, diretto da Catherine McGilvray, che arriva sugli schermi dal 17 gennaio con Luce Cinecittà, che lo distribuisce in occasione del compleanno del grande regista, giovedì 20 gennaio, con un tour di proiezioni evento, accompagnate dalla regista e ospiti speciali. (ELENCO SALE)

Presentato in prima mondiale nelle ‘Notti veneziane’ delle Giornate degli Autori 2021, Fellini e l’ombra indaga il ‘segreto’ di Federico Fellini puntando la lente sul rapporto tra il regista e il suo mitico analista, il dottor Ernst Bernhard, pioniere dell’analisi junghiana in Italia; e attraverso un racconto che mescola docufiction, testimonianze, documenti rari, splendidi filmati d’archivio e animazioni ispirate a quel lascito straordinario che è il Libro dei Sogni di Fellini, caso unico di storyboard dell’inconscio.

Il documentario regala un’angolazione originale e una prospettiva femminile restituendo il discorso interiore di Fellini tratto dai suoi scritti autobiografici, che racconta la battaglia universale di un artista tra creatività e angoscia, ombra e luce. Il film è prodotto da Verdiana e Célestes Images, in associazione con Luce Cinecittà, coprodotto con RSI, in associazione con Le 400 Coups, e vede il contributo di Fellini 100, il comitato per il centenario del regista, e di Roma Lazio Film Commission. Scritto dalla regista insieme a Caterina Cardona e Bruno Roberti, è interpretato da Claudia De Oliveira Teixeira nelle vesti della regista che vuole realizzare un film sul grande riminese, e vede nel cast Gianfranco Angelucci, collaboratore di Fellini e sua preziosa memoria storica.

Fellini e l’ombra inizia il suo tour lunedì 17 gennaio dal cinema Fulgor di Rimini (la sala in cui il piccolo Federico scoprì la settima arte), per arrivare a Roma, Milano, Bologna, Firenze, Torino, Perugia e altre città, con proiezioni alla presenza della regista Catherine McGilvray, di Gianfranco Angelucci, e di altri ospiti tra cui illustri psicoanalisti, in un dialogo in cui cinema e analisi si specchiano.

“Fellini – spiega la regista Catherine McGilvray – incontra la psicologia analitica di C.G. Jung grazie un terapeuta d’eccezione: l’ebreo tedesco Ernst Bernhard, vera anima nascosta della cultura del secondo dopoguerra a Roma, che intorno agli anni Sessanta ebbe grande influenza su intellettuali e artisti come Giorgio Manganelli, Bobi Bazlen, Natalia Ginzburg, Adriano Olivetti, Luciano Emmer e Vittorio De Seta.  Bernhard divenne per Fellini molto più di un semplice analista: un maestro di vita, una guida spirituale che lo sostenne nel suo lavoro di cineasta. Il capolavoro cinematografico 8 ½ nasce proprio in seno alla loro relazione terapeutica; è noto in particolare che la sequenza finale del film, con la passerella riconciliatrice di tutti i personaggi, venne suggerita dall’analista. È sempre su consiglio di Bernhard che Fellini inizia a trascrivere e disegnare i propri sogni, cosa che farà regolarmente nell’arco di trent’anni. Questa attività di autoanalisi, da lui condotta con grandissimo impegno e serietà, è all’origine del suo monumentale “Libro dei Sogni”, pubblicato per la prima volta nel 2007 e oggi ristampato nel mondo intero. Questo Libro è al tempo stesso un diario onirico e un’opera di creazione straordinaria, parallela ai capolavori cinematografici del Maestro: un labirinto di visioni notturne da percorrere liberamente, seguendo il filo misterioso del suo immaginario.  Dopo la morte dell’analista, avvenuta nel 1965, l’universo junghiano continua ad essere un riferimento fondamentale per Fellini, come testimoniano il Libro dei Sogni, le interviste e l’autobiografia “Fare un film”, ma anche le sue lettere a Georges Simenon, l’amico scrittore con il quale intrattiene una lunga e appassionata corrispondenza. È Simenon a usare il termine “inconscio creatore” per definire il genio di Fellini, e a consigliargli di continuare a lasciarsi guidare da Jung e dal proprio inconscio nel processo di creazione artistica. Fellini e l’ombra si propone quindi di raccontare l’inconscio creativo di Fellini, di scandagliare il suo immaginario alla luce della psicologia analitica, facendone affiorare simboli ricorrenti, ossessioni, fantasmi. Non attraverso interviste e testimonianze, ma con gli strumenti della docu-fiction, così da permettere agli spettatori di identificarsi con il soggetto e di seguire questo affascinante percorso dall’interno, in modo non concettuale ma empatico, in un’immersione totale nella visionarietà onirica di Fellini.”

Fonte: https://cinecitta.com/IT/it-it/news/45/9539/fellini-e-l-ombra-nelle-sale-dal-17-gennaio.aspx

 

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Cultura

Covid-19 e bambini. “Bonus psicologo” non accordato

Giuseppe Adernò

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Lunedì 17 gennaio anche in Sicilia riapriranno le scuole dopo la prolungata pausa delle festività natalizie, che ha creato non pochi problemi.

Si registra che la variante Omicron provoca effetti e sintomi lievi sui bambini di età inferiore ai 5 anni e secondo lo studio condotto negli Stati Uniti che ha coinvolto circa 80.000 bambini contagiati dal Covid la variante Omicron è “intrinsecamente lieve”, con un’infezione che provoca “effetti significativamente meno gravi” rispetto alla variante Delta, Tra i bambini contagiati da Omicron, circa l’1% ha avuto bisogno del ricovero.

Le ansie e le preoccupazioni dei genitori, dei docenti e dei dirigenti che devono organizzare la complessa macchina della ripresa delle lezioni, sono di enorme quantità.

Molti bambini e adolescenti vivono una fase di crescente incertezza che genera in loro ansia e depressione e spesso anche le preoccupazioni trasmesse dai genitori contribuiscono a far crescere il desiderio di rimanere a casa e sentirsi protetti e “al sicuro”.

Tale sintomo definito: “ritiro sociale”, come spiega Maria Pontillo, psicologa e psicoterapeuta dell’unità operativa complessa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, fa registrare gli effetti a lungo termine del periodo di isolamento e di chiusura delle scuole.  Nel 2021, è stata registrata una percentuale di diagnosi per depressione pari al 70% sul totale delle richieste di visita neuropsichiatrica urgente.

Il senso di smarrimento in adolescenza è uno dei primi fattori di rischio per le condizioni ansiose-depressive.

Molti bambini manifestano un aumento dell’ansia, hanno paura di separarsi dai genitori per il timore che si possano ammalare di Covid e non dormono più da soli.

A queste manifestazioni si aggiunge la gravità di alcuni casi particolari quando gli stessi genitori presentano disturbi psicologici, aggressività o violenza.

Molti genitori si sono trovati a dover affrontare la funzione genitoriale in maniera non supportata dalla scuola. Si sono sentiti soli davanti ai cambiamenti e incapaci a gestirli.

La psicoterapeuta Michela Pensavalli, coordinatrice dell’ Istituto di terapia cognitivo interpersonale (Itci) di Roma. ha evidenziato come nel nostro Paese “manca la cultura del benessere psicologico” e la proposta di inserire nella manovra finanziaria 2022   il “bonus psicologo” di 50 milioni è stata bocciata in Parlamento.

Ci si preoccupa tanto dei tamponi e dei vaccini e si trascura la salute mentale, “cenerentola della sanità”, mentre, la cultura del benessere psicologico è centrale per la vita di ogni persona e di ogni famiglia.

La scuola ha il compito di riconquistare non solo la funzione didattica, ma principalmente quella di qualificata “agenzia educativa”, capace di contribuire alla formazione integrale della persona, uomo, cittadino.

Giuseppe Adernò

 

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In Tendenza