In Evidenza
Politica rispetto a gestione Covid-19 ha tempi anacronistici
E’ arrivato il momento di fare un’analisi, e di tirare un pò le somme sull’emergenza sanitaria in atto, non tralasciando gli errori commessi all’inizio della pandemia, provando a tracciare le linee guida per gli scenari futuri.
“Numeri alla mano, il numero dei ricoverati in terapia intensiva in Italia sembrerebbe essersi stabilizzato rispetto a due settimane fa”. Lo ha affermato l’infettivologo genovese Matteo Bassetti; un dato che deve far ben sperare. Sugli ospedali italiani, ed in particolare sulle terapie intensive c’è meno pressione e anche se continuano in qualche modo a crescere i contagi, noi dobbiamo pensare alla variante Omicron in maniera diversa. Perché tanti casi non portano oggi a tanti ricoveri come accadeva con la variante Delta e le precedenti, che hanno asfaltato la popolazione italiana e sfibrato i camici bianchi.
Come detto in precedenza stiamo entrando in una nuova fase: altri Paesi, come l’Inghilterra, gli Stati Uniti e il nord Europa, hanno già vissuto la fase che ci prepariamo ad affrontare. È arrivato il momento di convivere con questo virus, di provare a cambiare le regole di convivenza che non possono essere quelle che avevamo un anno fa. E’ arrivato il momento di cambiare passo, oggi la situazione è molto diversa non solo perché abbiamo una variante nuova, ma soprattutto perché abbiamo una popolazione protetta al 90% da questo virus. L’Italia rientra tra le popolazioni più vaccinate al mondo; dobbiamo affrontare l’epidemia in modo diverso.
Oggi abbiamo una popolazione ampiamente vaccinata, e quindi protetta dalle forme gravi. Dobbiamo considerare diverse anche le “morti di covid”; ovvero se uno entra in ospedale perché, per esempio, si è rotto una gamba, perché ha un problema al cuore, perché deve fare una dialisi, e lo si trovasse positivo e per l’evoluzione della sua malattia muore, in realtà il decesso non può e non deve essere associato al Covid. Oggi ci troviamo in una fase diversa in cui dobbiamo mutare le modalità con cui classifichiamo le persone con il Covid.
Sottolineamo ancora di più l’importanza della vaccinazione, in quasi tutte le regioni dello stivale, i dati dei ricoveri nelle terapie intensive ci dicono che il 95% riguardano soggetti non vaccinati: i veri malati con la polmonite da Covid, sono soggetti non vaccinati. E soprattutto sono nella fascia che va dai 50 ai 60 anni d’età. Sono soggetti che arrivano in ospedale con una forma molto grave e purtroppo possono finire in terapia intensiva. La vaccinazione che piaccia o no dà una protezione nei confronti della malattia grave e ci mette con le tre dosi praticamente al sicuro.
In molti mi chiedono quanto tempo ancora ci resta di questo periodo emergenziale e quanto manca, soprattutto, alla fine dell’incubo.
Nessuno ha la sfera di cristallo, ed è difficile anche fare una proiezione nel tempo di come il virus possa evolvere; di certo non va dimenticato che si tratta di un virus ad RNA e per questo è mutevole più degli altri. Dobbiamo però fare in modo che si arrivi quanto prima alla fase endemica cambiando procedure e regole del gioco; Francia, Spagna e Inghilterra hanno già messo in atto quel cambio di passo che li farà giungere, probabilmente, alla fase endemica. Penso che le regole erano forse adeguate un anno fa, oggi sono anacronistiche. Basti pensare alle quarantene, che non hanno saputo adeguarsi ai tempi e alla nuova variante, ai disastri della scuola, del mondo del lavoro. La politica, la politica sanitaria in particolare, è lontana anni luce dalla vita reale. Qui le decisioni andrebbero prese da un giorno all’altro se le cose cambiano. E invece noi oggi vediamo un immobilismo, una ingessatura di regole, di norme, che oltretutto non servono a nulla.
“Tenere a casa i ragazzi perché hanno avuto forse un contatto con un positivo asintomatico è una cosa demenziale, afferma infatti Matteo Bassetti. Su questo bisognava essere più dinamici e dire smettiamola di fare tamponi agli asintomatici e, soprattutto a scuola, concentriamoci su chi ha sintomi e teniamoli a casa come si faceva una volta”.
Nella gestione di un problema virale, non possiamo avere i tempi della politica. La politica ha dei tempi che oggi sono anacronistici rispetto alla gestione del Covid. Urge un cambio di passo.
In Evidenza
“Un posto nel mondo”
Il viaggio sonoro e personale di Jack Scinardo
“Un posto nel mondo”, il nuovo album di Jack Scinardo, su tutte le piattaforme musicali, è un’opera che non rappresenta soltanto un traguardo artistico, ma l’approdo consapevole di una profonda traiettoria personale e musicale.
La genesi: la ricerca di una direzione
L’intero progetto si sviluppa attorno a una domanda fondamentale: dove ci collochiamo quando la musica diventa il nostro linguaggio principale?
Per Jack Scinardo, l’album è stato fin da subito un laboratorio d’ascolto e di sperimentazione. Non un semplice insieme di brani messi in sequenza, ma un racconto coeso, che riflette il desiderio di superare i propri confini artistici. La composizione si è trasforma così in un viaggio alla ricerca di una direzione chiara, capace di fondere istinto ed eleganza e di trasformare dubbi ed esperienze vissute in materia sonora.
Il suono: equilibrio e identità
Sul piano musicale, “Un posto nel mondo” si distingue per una cura scrupolosa del dettaglio e dell’atmosfera. L’architettura dell’album vive di contrasti ben bilanciati, gli arrangiamenti caldi e organici lasciano ampio respiro alle melodie, il dialogo costante tra intimismo acustico ed energia ritmica pensato per accompagnare l’ascoltatore in differenti stati d’animo e una linea vocale e strumentale autentica, priva di orpelli inutili, dove ogni singola nota ha un peso specifico.
Il risultato è una firma sonora riconoscibile, frutto di un lavoro di rifinitura che trasforma la ricerca di un “suono” nella scoperta della propria identità.
Tra intimità e universalità
Ciò che rende l’album particolarmente incisivo è la sua capacità di parlare a chiunque si sia mai sentito smarrito o in cammino. Le tracce esplorano il senso di appartenenza, la fatica della ricerca e la bellezza di scoprirsi vulnerabili. Jack firma un lavoro sincero e maturo, dimostrando che cercare un posto nel mondo non significa trovare una destinazione definitiva, ma imparare ad abitare con sicurezza la propria musica.
I brani in sequenza
“Accelera” mescola sonorità che richiamano un saloon western con un ritmo elettronico sapientemente mixato.
“Jack”, è un vero e proprio inno all’autostima e nello stesso tempo all’irriverenza e al sentirsi liberi di esprimere il proprprio pensiero, in una società un pò troppo omologata.
“Dormi”, la musica non cerca di addormentare con la forza, ma crea uno spazio sicuro e ovattato. È il momento in cui i pensieri della giornata perdono peso, i muscoli si rilassano e la mente comincia a galleggiare, in un’assenza di gravità tiepida e rassicurante.
“Amuri”, è un brano interamente in lingua siciliana che intreccia il rap contemporaneo con il lirismo della tradizione popolare siciliana, prendendo forza dai due celebri moduli espressivi: “Moru, stidda d’amuri” (richiamo alla classica serenata) e “Ciautu di lu me cori” (l’antico e viscerale “fiato del mio cuore”). Il brano racconta un amore totale, quasi ossessivo e salvifico: l’amata non è solo l’oggetto del desiderio, ma la stidda (la stella polare che guida nelle notti buie) e il ciautu (il fiato vitale senza cui non si può respirare). Il contrasto tra il rap duro e la melodia antica dimostra come i sentimenti popolari di un tempo siano esattamente gli stessi che animano i giovani d’oggi.
“Distesi sui fiori”, è un brano per chitarra classica che concepisce lo strumento come uno specchio acustico della natura, offrendo una catarsi sonora e un rifugio dalla frenesia del mondo. Le note fluttuano leggere, evocando il contatto con la terra e la sensazione del corpo che si adagia sul prato. Il brano non cerca la virtuosismo fine a se stesso, ma la purezza di un timbro sonoro unico, producendo una sensazione di sospensione temporale, un respiro profondo in cui la natura, con i suoi elementi naturali, cessa di essere uno sfondo e diventa un riparo sicuro.
“Un posto nel mondo” è una ballad pop-rock intensa e introspettiva che esplora il viaggio emotivo tra la vulnerabilità dell’incertezza e il desiderio di autenticità, culminando in una catarsi sonica e liberatoria. Il brano si sviluppa su una dinamica in crescendo: parte da un’atmosfera intima e rarefatta, per poi aprirsi progressivamente verso sonorità più ampie e graffianti, sorrette da una sezione ritmica profonda e avvolgente.Nelle battute iniziali, la fragilità dell’anima emerge senza filtri (“Mi tormento e non trovo le parole”). È il ritratto della frustrazione espressiva, dove il rumore interiore blocca la capacità di comunicare. L’insofferenza cresce di fronte a una stabilità apparente che non soddisfa (“Questo equilibrio sordo non mi consola”). Il silenzio e l’apatia pesano più del conflitto, rendendo l’immobilità insopportabile. Subentra una nota di struggente consapevolezza (“Distoglierai il tuo sguardo da me”), che anticipa la distanza emotiva e il rischio di perdersi agli occhi dell’altro. Il punto di svolta del testo risiede nella ricerca di una guida o di un ponte verso l’esterno (“Tu prova a dare il senso alle cose”, “Tu prova a dare amore alle cose con una parola”). È l’invito a trasformare il caos in significato attraverso un gesto minimo ma profondo, capace di riempire i vuoti. La frase (“Non ho paura”), una dichiarazione di forza che rifiuta la resa e accetta la sfida della ricerca personale. Nel finale esplode un assolo di chitarra elettrica viscerale e melodico.
“Mi senti anche tu”, è un brano concepito come una lettera aperta rivolta verso il cielo. È l’omaggio accorato di un nipote al nonno Giacomo, pittore e poeta scomparso da poco, la cui presenza continua a risuonare nella memoria e nell’arte lasciata in eredità. Il brano si muove su un tempo lento e sospeso, guidato dal tatto delle corde di una chitarra classica, accompagnato da una doppia voce dai toni caldi e nostalgici. La melodia nasce spoglia, accompagnata soltanto dalle note basse dello strumento, per poi arricchirsi gradualmente in sonorità ed echi che stendono un tappeto armonico avvolgente, capace di trasformare il dolore della perdita in una dolce e luminosa speranza. Il ricordo del nonno Giacomo prende vita attraverso la sua arte. Il titolo del suo libro, “I colori della notte”, diventa il ponte ideale tra il mondo terreno e la dimensione in cui ora dimora. La notte non è più un luogo di buio o di fine, ma la tavolozza su cui il pittore e poeta continua a dipingere le sue emozioni. “Dimmi che mi senti anche tu” il grido sommesso di chi cerca una conferma che il legame non si sia spezzato con la morte. “Fammi sentire che vivo nel tuo cielo blu” il desiderio del nipote di ritrovare la forza di vivere, sapendosi custodito e riflesso nelle sfumature azzurre che il nonno amava dipingere. “In mezzo a quei colori noi possiamo sognare di più” il quadro finale in cui l’arte e l’affetto abbattono ogni confine temporale, trasformando i pennelli e le poesie di Giacomo in uno spazio eterno dove incontrarsi ancora. Sul finale, le note sfumano gradualmente lasciando l’ultima frase pronunciata quasi senza fiato, come una domanda lasciata ad aleggiare nell’aria, con la certezza che, tra le sfumature di quel cielo blu, il nonno Giacomo stia ancora ascoltando.
Cinema
C’era una volta l’Odissea
L’ Odissea di Omero è uno dei grandi capolavori della letteratura occidentale e un testo fondamentale. Il poema epico, tradizionalmente attribuito a Omero e composto probabilmente tra il IX e l’VIII secolo a.C., racconta il lungo viaggio di Ulisse, o Odisseo, verso Itaca dopo la guerra di Troia.
A differenza dell’Iliade, centrata sulla guerra e sul valore degli eroi in battaglia, l’Odissea è il poema dell’intelligenza, dell’astuzia, della curiosità e della capacità di sopravvivere alle prove.
Il regista
Il noto regista britannico Christopher Nolan ha girato 13 lungometraggi nel corso della sua carriera tra cui Inception, Oppenheimer e Odissea che è un film epico d’azione, girato in diverse parti del mondo, che utilizza una nuovissima tecnologia di ripresa IMAX 70 mm, che si può apprezzare completamente soltanto in 20 cinema sparsi in tutto il mondo, nessuno in Italia. 
Le difficoltà logistiche
Colpisce sapere che per le riprese del film è stato approntato un ponte aereo nell’isola di Favignana per il trasporto di una pesantissima attrezzatura cinematografica. E’ stata allestita una nave capace di navigare, realizzata secondo una tecnica antica con materiali originalissimi; gli attori hanno dovuto imparare a usare i remi e le vele.
Il parere dei critici
I critici nei confronti di questo film si sono sbizzarriti e divisi alla ricerca di originali chiavi di lettura nell’opera di Omero. Alcuni concordano nell’affermare che questo kolossal è da considerare un traguardo del cinema moderno, dotato di un grande senso di concretezza.
Il suono
Il suono è curatissimo, qualcosa di straordinario con gli effetti della pioggia battente, lo scafo che si scricchiola, lo schiocco delle vele e la tempesta improvvisa con il cambio dei venti. Lo spettatore viene catapultato in mare quasi in un sogno improvviso. Il regista Cristopher Nolan con questo film intende raccontare un’epoca in cui gli uomini sono incapaci di dominare la natura, e riprende un grande e profondo messaggio di Omero.
La scena delle sirene e Polifemo
Splendida la scena delle sirene che stregano i naviganti, poco convincente il gigante Polifemo che è rappresentato come un vecchio pastore abbruttito. Più di un critico ha accostato Polifemo a un film giapponese sulla sia di Godzilla, con creature enormi e distruttive. Manca nel film la classica frase a cui siamo tutti abituati: “Come ti chiami chiede Polifemo ad Ulisse ed egli risponde Nessuno!”
Il ritorno a casa di Ulisse
Alla fine nel racconto di tutti i racconti, Nolan non è riuscito a cogliere la poesia e gli spunti colti da Omero. Secondo il giornalista Corrado Augias nella lacerata coscienza di Ulisse c’è un cruccio, lo scrupolo, il pentimento di avere distrutto la civiltà troiana, una grande civiltà, se pensiamo che Virgilio fa discendere Roma dalla civiltà di Enea. Il ritorno a casa di Ulisse, dopo lo sfiancante assedio di Troia, non è dei più facili, tra sirene, Polifemo e Circe…
Il successo di Nolan
Prodigioso figlio del cinema british (non solo regista ma anche attore, produttore esecutivo, scrittore, sceneggiatore, fotografo, montatore), Nolan ha cavalcato gli ultimi 26 anni con una serie di successi planetari (Memento, The Prestige, Batman Begins, Il Cavaliere oscuro – il ritorno, Inception, Interstellar, Oppenheimer), legando il suo stile ad una personalissima gestione del tempo e dell’inquadratura.
La legge degli dei
Odissea si rivela uno specchio brutale e consolatorio dei nostri tempi, ricordandoci che nessuno torna mai davvero uguale dai propri viaggi. In Odissea è molto presente il tema della colpa, in questo modo Nolan reinterpreta il mito di Omero. Per Nolan la legge degli dei è infranta dal Cavallo. Il regista con quest’opera cinematografica ci regala un pezzo della nostra epoca.
Gli achei (i greci) dell’Iliade, dell’Odissea, tutta la civiltà greca si basava su ospitalità, viaggio, nostoi (ritorno a casa), struggente nostalgia su lunghe navi con giorni e giorni di navigazione…
Il film è stato definito un’opera tragica e necessaria: l’Odissea è il film del nostro tempo!
Ecco una delle domande che ci pone il regista:
“Come sono diventati gli uomini del nostro tempo, cosa stanno cercando… Le cose perdute non ritornano, è un messaggio contro le guerre che stanno distruggendo la nostra civiltà. Occorre la pace è urgente e necessaria”… Tre ore di cinema, di sangue e polvere che fanno riflettere e sognare lo spettatore. Noi che viviamo immersi nelle grandi tecnologie iperconnesi giorno e notte abbiamo perduto l’umanità, ci siamo abituati alle guerre e alla morte di bambini innocenti…
Nolan modernizza Omero è lo rinterpreta?
Alcune variazioni narrative sorprendono e funzionano, altre ribaltano aspettative consolidate. Il film è stato girato in Islanda, in Grecia, in Marocco e in Scozia. I luoghi che hanno stregato il pubblico di ogni parte del mondo sono Favignana, Lipari, e le isole Eolie. Il film è così immenso che lo voglio rivedere un’altra volta, allo Science Museum Imax Theatre di Waterloo. Solo qui potrò provare l’emozione del fim visto con la tecnologia IMAX 70 mm…
Odissey, USA – Grand Bretagna; 2026 (Con: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya (172’)
Giuseppe Maurizio Piscopo
Cinema
La tragedia di Lampedusa; rip Cristiano Giamporcaro
Lampedusa, muore sub falciato dalle eliche di un gommone con a bordo due turisti milanesi
Tornava ogni anno a Lampedusa con le sue macchine da presa per un film costruito nel tempo. Ma ogni volta non rinunciava alle immersioni, com’è accaduto sabato pomeriggio nelle acque cristallite dell’isola, fra Punta Sottile e Cala Francese, a poche decine di metri dalla riva, dove un gommone nelle mani di due turisti milanesi lo ha falciato uccidendolo sotto gli occhi della fidanzata. Finisce così la vita di un regista di 29 anni, Cristiano Giamporcaro, esperto con gli obiettivi anche sott’acqua, ligio alle regole, il pallone dei sub bene in evidenza, come ha ripetuto la sua ragazza che aveva nuotato con lui fino a pochi minuti prima della tragedia. Stanca, appena sulla spiaggia, ha intravisto l’arrivo del gommone a tutta velocità. A bordo un uomo e una donna, due turisti sessantenni da anni con casa a Lampedusa, proprietari del mezzo, adesso distrutti anche loro dal dolore, pentiti di quella che viene considerata da tanti una bravata.
Come dubita l’assessore alla Salute, Aldo di Piazza, medico del Poliambulatorio: «È certo che le misure di sicurezza impongono di procedere a passo d’uomo sotto i 200 metri dalla riva, senza sfrecciare planando…». L’isola che ha vissuto tante tragedie del mare legate all’emigrazione e all’assalto dei disperati su barconi fatiscenti piange adesso un ragazzo che va via con i suoi sogni, lasciando nella disperazione la madre, Marina Castiglione, professoressa all’università di Palermo, linguista e filologa con radici e affetti a Caltanissetta. Partita appena avvertita con il marito Ruben Giamporcaro per abbracciare il figlio frattanto trasferito all’obitorio di Porto Empedocle. Il corpo sabato è stato recuperato dalla Capitaneria di porto, mentre i carabinieri hanno sequestrato il gommone intimando alla coppia di non lasciare l’isola. Le indagini in corso per omicidio nautico, coordinate dalla Procura di Agrigento, dovranno chiarire se il filmaker è morto sul colpo, anche se si ventila l’ipotesi che l’elica del gommone gli abbia tranciato un braccio con un disastroso dissanguamento. Ma questo dovrà chiarirlo l’autopsia. Addolorato anche il sindaco Filippo Mannino che raccomanda cautela ai turisti presenti sull’isola: «Occorre prestare massima prudenza, sia in mare che sulla terraferma. Le vacanze devono essere fatte all’insegna della sicurezza, solo così ci si può divertire e rilassare».
Si aumentano adesso i controlli delle motovedette in una domenica intristita dalla notizia, mentre la fidanzata e i genitori della vittima seguono il corpo anche loro verso Porto Empedocle. Increduli, ripensando alla festa di pochi giorni fa. Un modo per brindare ai 60 anni della professoressa, che in passato è stata vicesindaco di Caltanissetta e che per l’occasione ha donato ad amici e parenti un libretto sui suoi «dodici lustri» dedicata anche allo studio dello zolfo. Un verso riemerge dagli scatti e dai filmati che anche Cristiano inquadrava: «C’è qualcosa che ci avvolge e ci stritola dentro i nostri sogni». Un’amara osservazione che inquieta anche gli amici della Strada degli Scrittori, l’associazione con cui la professoressa collabora da tanti anni e con cui Cristiano ha realizzato un video sulla casa di Andrea Camilleri a Serradifalco, il paesino dove nel 1943 era sfollato con la famiglia.
Flash richiamati anche da Ivan Scinardo, direttore della sede siciliana del Centro sperimentale di cinematografia dove Cristiano si era diplomato nel 2022: «Era tanto bravo che un mese fa lo avevano richiamato per seguire i nuovi allievi come tutor». Una bravura indiscussa soprattutto per il saggio del diploma, il documentario dal titolo pasoliniano «La ricomparsa delle lucciole». Presentato al «Festival dei Popoli 2023» e successivamente inserito fuori concorso al «Sole Luna Doc Film Festival 2024». Un racconto sul paesaggio dell’entroterra siciliano attraverso lo sguardo di un bambino di dieci anni e di un anziano pastore intrecciando memoria, territorio e vita quotidiana. Un po’ seguendo le tracce materne nelle ricerche sulla lingua e sul dialetto. Impegno e sogni stritolati in acque cristalline di botto colorate di rosso.
(Fonte: Corriere della Sera. Articolo di Felice Cavallaro)
Guarda il servizio della TGR Sicilia a cura di Ernesto Oliva
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