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Tutto pronto per la beatificazione del giudice Livatino

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La Sicilia terra di Santi, di Martiri e di Eroi è in festa per la solenne beatificazione del Giudice Rosario Livatino che avrà luogo domenica 9 maggio presso la Cattedrale di Agrigento.

La data evoca il discorso memorabile di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi, quando il 1993 proclamò l’anatema contro la mafia.

Nella prefazione al libro “Il giudice ragazzino” che il vescovo di Catanzaro, Vincenzo Bertolone, ha dedicato a Rosario Livatino, Papa Francesco ha scritto: “Picciotti, che cosa vi ho fatto? riuscì a domandare, prima che il suo viso fosse deturpato dai proiettili. Erano le parole di un profeta morente, che dava voce alla lamentazione di un giusto che sapeva di non meritare quella morte ingiusta”.

Per il Papa quello di Livatino è un grido di dolore e al tempo stesso di verità, che con la sua forza annienta gli eserciti mafiosi, svelando delle mafie in ogni forma l’intrinseca negazione del Vangelo, a dispetto della secolare ostentazione di santini, di statue sacre costrette ad inchini irriguardosi, di religiosità sbandierata quanto negata”.

Nel giorno della beatificazione, rendiamo grazie per l’esempio che il giudice Livatino ci lascia, per aver combattuto ogni giorno la buona battaglia della fede con umiltà, mitezza e misericordia.

Il piccolo seme ora ha dato i suoi frutti e l’intera comunità ne trae beneficio e sostegno

Il luogo del delitto

Assassinato all’età di 37 anni ad Agrigento, il 21 settembre 1990, Rosario Livatino è il primo magistrato Beato nella storia della Chiesa e San Giovanni Paolo II già nel 1993 lo definì “Martire della giustizia e indirettamente della fede

La sigla che compariva tra i suoi scritti “S.T.D.” indica le iniziali di “Sub tutela Dei” attestazione dell’atto di affidamento totale che Rosario faceva con frequenza alla volontà di Dio. Il suo “Fiat” oggi ha prodotto una grande luce sul sentiero della Giustizia e della Legalità.

Nel libro di Marco Pappalardo “Non chiamatelo ragazzino”, (Edizioni Paoline) vengono ben evidenziati i principi e di valori dell’onestà intellettuale, della correttezza, dell’irreprensibilità del giovane magistrato, che non fu “un ragazzino”, ma si è impegnato nella lotta contro la malavita e il malaffare, mandato allo sbaraglio dalle istituzioni contro l’organizzazione mafiosa de “la stidda”.

La sua lezione di vita raggiunge i giovani studenti, costretti dal Covid alla didattica a distanza, tra solitudine e incertezza per il futuro. Il suo esempio diventa testimonianza per maggiormente credere che sia possibile cambiare le cose, “Basta volerlo!”

Il giudice Rosario Livatino

Nel libro di Pappalardo, Livatino è presentato non come un eroe, ma come un uomo rispettoso della dignità degli altri e ancor più dei deboli, dei fragili, degli ultimi, considerati “scarti sociali”.

La sua scelta coerente per i valori e i principi cristiani gli è costata ieri la morte, ora la gloria della beatificazione, arricchendo la schiera dei giovani santi come Carlo Acutis, e i loro messaggi giungono al cuore dei giovani per un cammino di rinnovamento spirituale.

Le parole di Livatino: “Nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti ma credibili”, sono confermati dal suo impegno di vita professionale, nel fare bene ogni cosa e dare alle azioni comuni la valenza delle cose eccezionali.

Giuseppe Adernò

 

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Cinema

Cinema, il bilancio dei primi 6 mesi

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Il primo semestre del 2026 ha dimostrato che il cinema in sala è vivo, ma il pubblico non concede più fiducia preventiva: ogni film deve conquistarsela.

Il primo semestre del 2026 è stato, per il cinema, un periodo di crescita e consolidamento, caratterizzato da dinamismo e varietà. Da gennaio a oggi sono emersi segnali importanti sulla direzione che sta prendendo l’industria cinematografica, soprattutto in Europa. Dopo anni complessi si iniziano finalmente a registrare dati incoraggianti rispetto al recente passato, accompagnati da un progressivo ritorno del pubblico nelle sale. Il vero tema di questi primi sei mesi, però, è un altro: la crescente selettività degli spettatori.

Il pubblico

sembra aver cambiato atteggiamento, scegliendo con maggiore attenzione cosa vedere e premiando soprattutto quei film che possiedono una forte identità autoriale e un concept capace di incuriosire. Questo semestre è stato segnato da diversi titoli che hanno monopolizzato il dibattito per settimane e catalizzato l’interesse degli spettatori. Tra i film più popolari e discussi spicca sicuramente Project Hail Mary di Phil Lord e Christopher Miller, capace di rilanciare la fantascienza “high concept” e, allo stesso tempo, di mettere d’accordo critica e pubblico, diventando uno dei fenomeni cinematografici della primavera. Il film ha riportato al centro una fantascienza costruita sul racconto e sui personaggi, dimostrando che gli effetti speciali, da soli, non bastano.

Michael

Tra i titoli che hanno attirato maggiormente l’attenzione c’è anche Michael, il biopic dedicato a Michael Jackson e diretto da Antoine Fuqua. Attesissimo già prima dell’uscita, il film ha continuato a far parlare di sé grazie agli straordinari risultati ottenuti al botteghino, affermandosi come uno dei grandi eventi cinematografici dell’anno e andando ben oltre il pubblico dei fan dell’artista.

Obsession

Infine, merita una menzione Obsession, probabilmente la sorpresa più significativa dell’intero semestre. Diretto dal giovanissimo Curry Barker, questo horror originale, realizzato con un budget estremamente contenuto, è riuscito in poco tempo a trasformarsi in un fenomeno mondiale. Il suo successo dimostra come il pubblico continui a premiare le idee originali quando vengono sviluppate con convinzione.

La grazia

Sul fronte italiano spicca senza dubbio La grazia di Paolo Sorrentino, vero film-evento del semestre. Il regista ha nuovamente catalizzato l’attenzione della critica, alimentando un acceso confronto sul suo stile e sul significato dell’opera. Il film si è imposto come uno dei principali riferimenti del cinema italiano di questi primi sei mesi.

Cena di classe

Tra i titoli italiani che hanno trovato forza soprattutto grazie al passaparola va ricordato anche Cena di classe, diretto da Francesco Mandelli. I temi affrontati e il modo in cui racconta una generazione hanno contribuito a mantenerlo al centro del dibattito per diverse settimane. Infine, Le cose non dette di Gabriele Muccino ha attirato fin da subito l’attenzione per il suo sguardo sulle dinamiche familiari ed emotive, suscitando reazioni contrastanti tra critica e pubblico.

Nel complesso, da questo primo semestre emergono due tendenze piuttosto evidenti. La prima riguarda la rinnovata attenzione verso film capaci di distinguersi per identità e originalità, indipendentemente dal genere. Che si tratti di opere d’autore, horror, drammi o fantascienza, i titoli che hanno lasciato il segno sono quelli che hanno saputo offrire qualcosa di riconoscibile e personale. La seconda riguarda il ruolo dei festival, che continuano a orientare il dibattito culturale, mentre è il pubblico a decretare il vero successo commerciale di un film. Critica e botteghino sembrano dialogare più di quanto accadesse negli ultimi anni, pur continuando a seguire logiche non sempre coincidenti.

Cosa aspettarsi?

Cosa aspettarsi dal prossimo semestre? Molto dipenderà dalla capacità dell’industria di dare continuità ai segnali positivi emersi in questi primi sei mesi. La sfida non riguarda soltanto gli incassi, ma anche la capacità del cinema di continuare a sorprendere il pubblico. Se il primo semestre ha insegnato qualcosa, è che oggi gli spettatori premiano sempre di più la qualità percepita, l’originalità e il valore dell’esperienza in sala. Chi saprà intercettare queste aspettative avrà maggiori possibilità di trasformare un’uscita in un vero evento, indipendentemente dal budget o dalla forza del marchio. Ed è probabilmente questa la chiave di lettura più interessante, anche in vista della seconda metà del 2026.

Andrea Arnone

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Cinema

“Avemmaria”

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“Avemmaria” è il film d’esordio alla regia dell’attore napoletano Fortunato Cerlino. Uscito nei cinema italiani il 25 giugno, è tratto dal suo romanzo autobiografico Se vuoi vivere felice. Il film racconta con sguardo intimo e poetico la Napoli degli anni ’80 vista attraverso gli occhi di un bambino.

La storia

Felice vive in due stanze buie col padre Raffaele, che ha appena perso il lavoro, sua madre Antonietta, con pochi anni, troppi figli e un lutto da elaborare, nonna Filomena, una donna perennemente vestita di nero e soffocata dal rancore, tre fratelli e un quinto in arrivo. A Pianura, come in tutte le province del mondo, soprattutto quando sei povero, essere bambini o sognatori è uno stigma. Da quelle parti, “Chi è nato tondo nun pò murí quadrato”. Con queste premesse un ragazzino dell’età di Felice ha due destini possibili: essere sopraffatto dalle logiche della miseria e la violenza o avere fede nei suoi sogni

. Come afferma lo stesso regista: «Esiste un’uscita dall’inferno, ma quella porta la si può vedere solo ad occhi chiusi». Realistico e poetico, lontano da Gomorra, il film ci dice che il passato può essere illuminato e che il destino non è mai già scritto.

Nel 2018 scrive “Se vuoi vivere felice”, il suo primo romanzo edito da Einaudi

Guarda l’intervista

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Cinema

Re per una notte

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Breve storia dei registi che hanno firmato un solo grande film

Ci sono registi di cui è difficile scegliere quale sia il miglior film. Chi di noi è in grado di stabilire con certezza quale sia il capolavoro assoluto di Martin Scorsese, di Michael Mann, di Francis Ford Coppola o di John Ford, restando in ambito hollywoodiano? La lista di autori che hanno firmato una sequela di pellicole di culto è ancora lunga. Di contro, per altri loro colleghi la scelta appare più semplice, alle volte obbligata. Nella settima arte vi sono delle pellicole che hanno fatto la storia, eppure chi le ha dirette non ha saputo replicare quello stato di grazia che gli ha permesso di girare il “film della vita”; ed è su alcune di queste opere e sui loro autori che vogliamo focalizzare la nostra attenzione.

Highlander – L’ultimo immortale

Questo nostro viaggio in celluloide, che non vuole essere esaustivo ma solo esplicativo del tema di cui trattiamo, non può non iniziare dagli anni ottanta, con un film di cui in questi giorni ricorre l’anniversario dei quarant’anni dalla sua uscita in sala: Highlander – L’ultimo immortale (1986) di Russell Mulcahy, che possiede tutti gli ingredienti per un successo annunciato. Intanto l’intreccio, che si dipana avanti e indietro nel tempo e narra di una stirpe di guerrieri immortali che si sfidano fra loro, finché “ne rimarrà solo uno”. La storia, scritta dallo sceneggiatore Gregory C. Widen — autore poi di altri script, ma nessuno così ispirato — innesta uno spunto fantastico in una struttura narrativa a tema medievale e vede nel ruolo principale un Christopher Lambert nel momento migliore della sua carriera, supportato da un cast all’altezza in cui primeggia Sean Connery, scozzese di nascita proprio come il protagonista del film.

Infine, anche la colonna sonora curata dai Queen ha contribuito a far accrescere la fama di quest’opera, all’inizio accolta timidamente dal pubblico e poi assurta al ruolo di cult assoluto. Non resta che dire del regista, che veniva dall’Australia dove era celebre come autore di video musicali e dove, prima di sbarcare in America, aveva girato un folk-horror di discreta fattura dal titolo Razorback – Oltre l’urlo del demonio (1984). Tuttavia, dopo gli onori del suo esordio a stelle e strisce, Mulcahy ha continuato a frequentare i set di Hollywood girando alcuni lungometraggi, nessuno dei quali merita davvero di essere ricordato; tra questi, figura anche il primo dei quattro sequel del suo film più famoso, ognuno dei quali di livello chiaramente inferiore all’originale.

The Hitcher – La lunga strada della paura

Rimaniamo nell’anno di grazia 1986 per parlare di un’altra pellicola americana, tesa e avvincente, anch’essa rimasta nel nostro immaginario cinefilo: The Hitcher – La lunga strada della paura. La storia del serial killer psicopatico che semina morte lungo le assolate strade degli States — splendidamente interpretato da un feroce Rutger Hauer — che prende di mira un giovane automobilista solitario trascinandolo in un incubo senza fine, la ricordano tutti. La stessa cosa non si può dire del regista che l’ha diretta. Robert Harmon è il nome dell’autore statunitense che, a metà degli anni ottanta, ha diretto il film della sua vita proprio al suo esordio sul grande schermo, non sapendosi poi ripetere con le pellicole a venire, nessuna delle quali ha riscosso successo. Gran merito dell’accoglienza entusiastica di The Hitcher la si deve in realtà alla sceneggiatura di ferro scritta da Eric Red, nome di punta fra gli scrittori del cinema americano e autore di altri acclamati lungometraggi, fra cui Il buio si avvicina (Near Dark), film del 1987 diretto da Kathryn Bigelow.

La cosa da un altro mondo

Facciamo un repentino salto indietro nel tempo per parlare di un capolavoro assoluto della fantascienza di scuola americana: La cosa da un altro mondo (1951). Di questo film si è detto e scritto già tanto; vale la pena allora ricordare come esso risentisse del clima da Guerra Fredda che attanagliava il mondo intero. Molti videro nel plot un’evidente metafora narrativa per mettere in scena ed esorcizzare la paura di un attacco nucleare o di un’infiltrazione da parte dei sovietici. La trama vede infatti piombare in una base artica un’improvvisa minaccia aliena capace di assumere sembianze umane, a cui si oppongono i malcapitati membri della spedizione. Osannata da molti e omaggiata decenni dopo da un remake altrettanto efficace diretto dal maestro John Carpenter (La cosa, 1982), la pellicola riporta nei crediti, alla voce regia, il nome dello statunitense Christian Nyby, allora sconosciuto al grande pubblico e con all’attivo principalmente serie televisive. Scorrendo i titoli troviamo però, fra i produttori, un nome assai noto: quello di Howard Hawks, autore di innumerevoli film memorabili. In definitiva, la combinazione tra un regista esordiente, un produttore che era in realtà un gigante della regia e un risultato artistico eccelso, spinse i critici ad affermare che il vero autore “occulto” fosse proprio Hawks. Tuttavia, a tale ricostruzione Nyby si è sempre opposto fermamente, dichiarando che, sebbene il grande produttore lo avesse ispirato nelle scelte stilistiche, il girato era esclusivamente farina del suo sacco.

Il pianeta proibito

Qualche anno dopo, irrompe come un UFO nel panorama mainstream del cinema di fantascienza Il pianeta proibito (1956) diretta dallo statunitense Fred McLeod Wilcox. La portata innovativa di questo Sci-Fi è dirompente: tratto molto liberamente da La tempesta di Shakespeare, si avvale di effetti speciali all’avanguardia che conferiscono all’opera un effetto straniante per gli standard dell’epoca, armonizzandosi perfettamente ad un intreccio metafisico che spiazza critica e pubblico. Un film che non ti aspetti da parte di un regista che fino ad allora si era mantenuto sul piano di una medietà artistica, con un esordio destinato ad un pubblico adolescenziale (Torna a casa, Lassie! 1943 e Il coraggio di Lassie 1946) ed altri b-movie che hanno caratterizzato, senza troppi guizzi, tutta la sua carriera.     

Immagine generata da IA

The Wicker man

Spostandoci nel Regno Unito, troviamo un caso di “folgorazione isolata” ancora più emblematico: quello di Robin Hardy. Nel 1973, Hardy dirige The Wicker Man, un’opera disturbante e magnetica che scardina i canoni dell’horror tradizionale, sostituendo i castelli gotici con i prati soleggiati di un’isola scozzese e i mostri classici con un paganesimo ancestrale. Il film è diventato un pilastro della cultura cinematografica, ma Hardy non è mai riuscito a dare un seguito degno di nota a quella visione. La sua carriera si è praticamente arenata, trasformandolo nell’autore di un unico, immenso capolavoro che continua a influenzare il cinema moderno, in particolare i suoi epigoni del genere folk horror (si pensi al recente Midsommar di Ari Aster).

Il fenomeno del successo che “divora” l’autore non risparmia nemmeno le epoche più recenti. È il caso di Richard Kelly, che all’alba del nuovo millennio ha sconvolto il panorama indipendente con Donnie Darko (2001). Un’opera complessa, stratificata, capace di mescolare viaggi nel tempo, angosce adolescenziali e una colonna sonora indimenticabile. Kelly sembrava destinato a diventare il nuovo messia del cinema sci-fi intellettuale, ma la sua stella si è offuscata rapidamente. I lavori successivi, pur ambiziosi, si sono persi in un eccesso di ermetismo, lasciando Donnie Darko come un’isola felice e irraggiungibile in una filmografia altrimenti claudicante.

Pet Sematary – Cimitero vivente

Infine, vale la pena citare un’altra figura che, come Mulcahy, ha trovato il proprio momento di gloria partendo dal linguaggio visivo dei videoclip: Mary Lambert. Sebbene il suo nome resti legato indissolubilmente alla regia dei video più celebri di Madonna, nel 1989 ha firmato quello che è unanimemente considerato uno dei migliori adattamenti kinghiani: Pet Sematary – Cimitero vivente. Con un’atmosfera funerea e un ritmo implacabile, la Lambert è riuscita a trasporre sullo schermo il terrore della perdita tipico del romanzo. Eppure, nonostante il grande successo commerciale, la regista è rimasta intrappolata nel circuito delle produzioni minori e dei sequel direct-to-video, non ritrovando mai più quell’alchimia perfetta tra visione d’autore e consenso popolare.

Questa carrellata fra le pieghe dei generi e delle epoche potrebbe continuare, citando altri autori che non hanno replicato il successo dei loro film più memorabili per ragioni diverse. In alcuni casi legate alle rigide logiche dello star system americano: l’esempio più eclatante è quello di Michael Cimino che, nel 1978, dopo un discreto esordio da regista (Una calibro 20 per lo specialista 1974) firma l’immenso Il Cacciatore, rimanendo poi imbrigliato nel flop colossale de I cancelli del cielo e non trovando più finanziamenti all’altezza del suo estro creativo, sebbene sia stato autore di altre efficaci pellicole. In altri casi, per scelta dello stesso cineasta, come capitato all’attore inglese Charles Laughton: interprete hollywoodiano di prima grandezza, passò una sola volta dietro la macchina da presa per dirigere un capolavoro assoluto, La morte corre sul fiume (1955), un esordio folgorante che non volle mai più ripetere.

Tuttavia, l’essenza che traspare da queste storie è che il genio cinematografico può risiedere anche in una sola opera, se essa è talmente grande da rimanere per sempre nella memoria collettiva degli spettatori.

Carmelo Franco

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