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Cinema

Kinea distribuzioni, nuove prospettive per il cinema indipendente

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La presenza del direttore di Hot Corn, uno dei più importanti ed efficaci canali di comunicazione sul cinema, alla festa del cinema di Roma, è servita anche a fare il punto sulla sua creatura, Kinèa Distribuzioni,  che, a poco meno di un anno dal lancio, sta sempre più diventando un importante   punto di riferimento  nel panorama nazionale per chi ha necessità di promuovere il proprio lavoro filmico.

Una vetrina fondato da un appassionato giornalista palermitano, Dario Cangemi, autore di uno splendido documentario “Dietro la curva“,  che spiega come nasce Kinèa, con l’obiettivo di offrire una reale alternativa alle logiche escludenti della distribuzione tradizionale. Il canale ospita documentari d’autore italiani e internazionali, molti dei quali rimasti invisibili dopo il circuito festivaliero o mai distribuiti, offrendo accesso gratuito e professionale a un catalogo curato e in costante espansione.

Un progetto giovane

Un progetto giovane, ma in forte crescita. Il canale Yotube ,si è già imposto come punto di riferimento per chi cerca contenuti di valore nel campo del cinema del reale, e per tutti quegli autori che non si riconoscono più nei modelli distributivi attuali.

Spazio agli autori

Kinèa offre agli autori una formula semplice e chiara: 50% di revenue share dalle entrate pubblicitarie YouTube, Una fee di preacquisto garantita, già prima della pubblicazione, contratti non esclusivi, con la possibilità per i film di continuare a vivere su altri canali. Inoltre, Kinèa affianca i registi in ogni fase del percorso distributivo, dalla selezione festivaliera alla promozione social, fino alla comunicazione editoriale.

Kinèa è attualmente alla ricerca di nuovi documentari da inserire nel proprio catalogo 2026. La call è aperta a tutti i registi che abbiano realizzato opere già concluse (short o feature), inedite o già passate per i festival, ma ancora in cerca di pubblico.

Garda l’intervista

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Cinema

“The Nameless Ballad”

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Note di regia di “The Nameless Ballad”

The Nameless Ballad è probabilmente il mio film più personale. Nasce dall’incontro tra le due anime che hanno accompagnato tutta la mia vita: la musica e il cinema horror. Ho sempre pensato che una canzone possa contenere qualcosa di misterioso, capace di guarirci ma anche di divorarci. Da questa suggestione è nata la storia di Sam, un giovane musicista che cerca disperatamente l’ispirazione e finisce per trasformarla in un’ oscura ossessione. Con Barbara Baraldi abbiamo lavorato su una paura che non arrivasse soltanto dall’esterno. Le presenze che circondano Sam sono anche il riflesso delle sue ferite, delle dipendenze e di un passato dal quale non riesce a liberarsi. Il soprannaturale entra progressivamente nella storia, fino a confondere realtà, memoria e allucinazione.

Horror sensoriale

Volevo realizzare un horror sensoriale: un film che non si limitasse a raccontare la paura, ma la facesse percepire fisicamente attraverso il suono, la musica, i silenzi e le immagini. Con il direttore della fotografia Yuri Santurri abbiamo costruito uno spazio inizialmente realistico e moderno, destinato però a diventare sempre più chiuso, sinistro e destabilizzante. Anche la colonna sonora non accompagna semplicemente il racconto: ne diventa parte, come una presenza viva che lentamente prende possesso del protagonista.

Dentro Sam

Dentro Sam ci sono frammenti della mia esperienza personale. Conosco il desiderio di creare, la paura di non riuscirci più e il confine pericoloso oltre il quale la passione può trasformarsi in autodistruzione. Per questo, rispetto ai miei film precedenti, ho puntato di più sulla tensione, su un senso di angoscia crescente e sull’inquietudine. The Nameless Ballad parla del prezzo che siamo disposti a pagare per inseguire i nostri sogni, dell’attrazione verso il buio e di quelle melodie che una volta ascoltate, non smettono più di vivere dentro di noi: si insinuano nella mente, si nutrono dei nostri ricordi e, quando tutto tace, tornano a risuonare nell’oscurità. Con The Nameless Ballad ho esplorato un territorio diverso dell’horror, affidandomi meno alla violenza grafica e più alle atmosfere, alla musica e alla suspense. Credo che il genere offra possibilità molto diverse: dai prostetici e dal gore più brutale fino alla paura invisibile, quella che cresce lentamente e continua a lavorare nella mente dello spettatore.
Federico Zampaglione

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Cinema

Il Canto di Alina

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Il Canto di Alina: la fuga, il riscatto e la poetica del margine nel film d’esordio di Braccialini e Oriente

C’è un cinema indipendente capace di guardare oltre le narrazioni consolidate, addentrandosi nei territori d’ombra della contemporaneità senza cedere al pietismo né al sensazionalismo. È in questo orizzonte che si inserisce Il Canto di Alina, l’opera prima co-diretta da Ilaria Braccialini e Federica Oriente, distribuita nelle sale italiane da Lo Scrittoio dopo un attento percorso festivaliero (tra cui la presentazione al Trieste Film Festival).

Nato in seno al collettivo Oxymoro Creative Studio, il film unisce la sensibilità drammaturgica e attoriale di Ilaria Braccialini con la ricerca visiva e pittorica di Federica Oriente, dando vita a un’opera tesa, intimista e viscerale.

La trama: un road movie dell’anima oltre i confini

Il racconto prende le mosse lungo i margini della rotta balcanica e del traffico di esseri umani. La protagonista è Johana (interpretata da Caterina Truci), una giovane clandestina moldava vittima del racket della prostituzione.

In seguito alla drammatica scomparsa di Alina (Adriana Papana) — amica e figura salvifica con cui aveva condiviso la durezza del viaggio e del soprassalto quotidiano —, Johana compie un gesto estremo: sequestra un tassista (Lorenzo, interpretato da Cristiano Caldironi) per tentare una disperata fuga dal sistema di sfruttamento che la tiene in pugno.

Quella che parte come una fuga dettata dalla disperazione e dall’istinto di sopravvivenza si trasforma progressivamente in un viaggio di formazione on the road, un percorso sotterraneo di riscatto interiore e di riappropriazione della propria identità e libertà.

Temi e stile: il realismo incontra la ricerca visiva

Le registe affrontano il tema della tratta e dello sfruttamento sessuale con grande rigore e sensibilità, frutto anche di un confronto diretto con associazioni del settore impegnate nel reinserimento sociale delle sopravvissute.

Guarda l’intervsta all’attore co-protagonista

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Cinema

Noi, un pò meglio

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“Noi, un po’ meglio”: l’amore, l’imperfezione e il coraggio di scegliersi secondo Daniele Luchetti

C’è un momento preciso in cui l’amore smette di essere l’abbagliante scintilla del caso e diventa scelta, costruzione e custodia quotidiana. È in quel territorio intermedio — fatto di gesti minimi, spigoli caratteriali e pratiche burocratiche che mettono a nudo le nostre fragilità — che si muove Noi, un po’ meglio, il nuovo film di Daniele Luchetti presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026.

Dopo aver esplorato i nodi complessi dei legami familiari e sentimentali in opere come Lacci e Confidenza, Luchetti torna alla regia con una commedia sentimentale originale, tenera e profondamente umana, trovando in Elio Germano e Maria Chiara Giannetta due interpreti di straordinaria grazia e naturalezza.

La storia: due “irrisolti” di fronte alla prova della cura

Simone (Elio Germano) fa il pompiere; Lucia (Maria Chiara Giannetta) fa l’infermiera. Il loro primo incontro nasce sotto il segno dell’emergenza e dell’imprevisto — un incidente stradale con un’auto ribaltata — ma è ciò che accade nei quattro anni successivi a costituire il vero cuore narrativo.

La relazione tra Simone e Lucia non è esente da zone d’ombra: lui, apparentemente solido ma condizionato dai ritmi e dai condizionamenti familiari; lei, tirocinante riflessiva e inizialmente scettica verso l’idea di maternità. Quando la coppia si trova ad affrontare la sfida dell’adozione, il percorso burocratico tra colloqui, test psicologici e valutazioni si trasforma in uno specchio implacabile.

Non si tratta solo di capire se siano “idonei” per lo Stato, ma di scoprire se siano pronti a guardarsi dentro, a perdonarsi i rispettivi difetti e ad accettarsi nella propria irresistibile imperfezione.

Una scrittura originale che celebra la normalità

In un panorama cinematografico spesso dominato da remake facili o adattamenti seriali, Noi, un po’ meglio (scritto da Luchetti insieme a Davide Lantieri ed Enrico Audenino) si distingue come una benefica boccata d’aria fresca. Il film sceglie di raccontare la normalità dei sentimenti: non ci sono eroi senza macchia né drammi esasperati, ma la complessa architettura dei legami reali.

Luchetti dirige con un registro fluido e verista, alternando la leggerezza del sorriso alla commozione intima. Il cammino di adozione diventa una brillante metafora del concetto stesso di cura: amare non significa trovare qualcuno di perfetto, ma essere disposti a mettersi in gioco, giorno dopo giorno, per diventare — appunto — un po’ migliori di come si è partiti.

Il valore del cast

La sintonia tra Elio Germano — attore feticcio di Luchetti che conferma qui un affinato affiatamento registico — e Maria Chiara Giannetta porta sullo schermo un’alchimia immediata. Intorno a loro ruota un cast di contorno misurato e ben calibrato (tra cui spiccano le interpretazioni di Anna Bonaiuto, Caterina Guzzanti e Filippo Nigro), che restituisce il ritratto di una comunità di affetti con cui è impossibile non empatizzare

Guarda l’intervista a Francesca Romana De Martini, nel film interpreta Ornella

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