In Evidenza
La zattera della medusa, soundtrack di Jack Scinardo
La vita di Théodore Géricault si concluse a soli 33 anni, nel 1824. La sua produzione, in campo figurativo, fu ereditata dall’amico Euène Delacroix, considerato il principale esponente del movimento romantico francese.
A lui si deve questo straordinario dipinto in olio realizzato a soli 29 anni. La zattera della Medusa (Le Radeau de la Méduse) oggi è conservata al Museo del Louvre di Parigi ed è considerata a pieno titolo uno dei capolavori della scuola neoclassica del tempo.
Il musicista Jack Scinardo, 20 anni, si è ispirato ai volti e ai corpi raffigurati a mare aperto e recuperati in una zattera di fortuna dopo il naufragio della fregata francese Méduse, avvenuto il 2 luglio del 1816 davanti alle coste della Mauritania.
La potenza evocativa della musica accompagna lo strazio e la rassegnazione della ciurma, costretta a rimanere stipata in 20 metri per 7 su una zattera di fortuna. Soltanto in 10 su 150 si salvarono.
Come per la scelta che Géricault fece del soggetto del suo primo grande lavoro, così anche il giovane musicista palermitano scandisce con il suono ogni dettaglio del dipinto.
Scrupoloso e attento, l’artista francese trascorse un lungo periodo di studio sul corpo umano e sulla luce, producendo moltissimi disegni preparatori, grazie anche alla testimonianza di due sopravvissuti e la ricostruzione di un modellino della zattera del del naufragio.
La colonna sonora scritta da Giacomo Scinardo per questo quadro è di grande suggestione.
Eventi
Notre Dame de Paris: Il Trionfo dell’Amore Senza Tempo
Quando Riccardo Cocciante scrisse le musiche di Notre Dame De Paris, parlò di una “gabbia”, ovvero una partitura rigida dentro la quale oltre 25 elementi sul palco, tra attori, trapezisti e funamboli si muovono occupando l’intero spazio scenico, in 2 ore e 40; ma dentro quella gabbia ognuno esprime la propria personalità, ed è proprio lì che succede la magia di un opera popolare, che il prossimo anno toccherà il traguardo di 25 anni, divenuta la più famosa al mondo; uno spettacolo tra i più imponenti mai realizzati, con oltre 400.000 biglietti venduti, e un tour da oltre 200 repliche. Tradotto in 9 lingue, portato in scena in 24 Paesi, con oltre 5.650 spettacoli e 18 milioni di spettatori nel mondo.
Le musiche
Le musiche sono al centro di questo incredibile progetto, che vede l’adattamento in italiano di Pasquale Panella, i testi di Luc Plamondon, tratti dell’omonimo romanzo di Victor Hugo, che racconta la drammatica storia d’amore tra Esmeralda e Quasimodo, sullo sfondo della maestosa Cattedrale parigina. La versione italiana ha debuttato nel 2002, prodotta dal visionario David Zard.
Un opera titanica
Notre Dame de Paris è un’opera titanica, travolgente e immortale che anche ieri sera ha incantato i cuori in un teatro di Verdura a Palermo gremito. Fin dal primo accordo de Il Tempo delle Cattedrali, il pubblico viene risucchiato in un vortice scenico dove la maestosità delle scenografie, le acrobazie sfidanti la gravità e le voci viscerali dei protagonisti creano un’atmosfera quasi ipnotica. Notre Dame de Paris non si limita a raccontare il dramma di Quasimodo, Esmeralda, Frollo e Phoebus: lo fa vivere sulla pelle di chi ascolta.
Un trionfo sensoriale
Ogni nota, musicalmente incisiva di Cocciante, scava nelle fragilità dell’animo umano, parlando di amore e possessione, di emarginazione, di riscatto e di quell’eterna ricerca di inclusione che risuona oggi con spaventosa attualità.
La potenza lirica che unisce più generazioni
La potenza lirica dei brani iconici come Bella o Le campane solleva standing ovation spontanee, connettendo spettatori storici e nuove generazioni in un unico, lunghissimo abbraccio di applausi.
Notre Dame de Paris si conferma una forza della natura, un rito collettivo di pura bellezza che continua a dimostrare che l’arte vera non invecchia mai: si limita a risplendere di una luce sempre più viva. Un’esperienza teatrale totale da vivere, riascoltare e portare nel cuore.
Il corpo di ballo
Artisti professionisti selezionati da Martino Müller autore dei movimenti scenici, unisce danza contemporanea, moderna e acrobatica, scelti per le loro competenze multidisciplinari. Occupano ogni metro del palco, si arrampicano nel muro scenografico, stanno in bilico nelle maestose campane. Sono acrobati, ginnasti e breaker che danno vita a scene corali coinvolgenti come “Le campane”, la “Festa dei folli” e “Clopin”.
I personaggi
Quasimodo
E’ l’anima dello spettacolo, il bravissimo Angelo Del Vecchio; interpreta l’Amore Puro e Tragico, emblema della bellezza interiore nascosta dietro la deformità fisica. Il campanaro di Notre Dame incarna un amore incontaminato, privo di egoismo o possesso. La sua voce viscerale porta il peso dell’emarginazione sociale, trasformando la sofferenza in una devozione assoluta e protettiva per Esmeralda, fino all’estremo sacrificio. Per interpretare questo difficile ruolo ha dovuto sviluppare una tecnica di respirazione sperimentale, dovendo assumere posizioni innaturali. Canta piegato, si arrampica, occupando uno spazio scenico enorme.
Esmeralda
La bravissima cantante albanese Elhaida Dani, rappresenta la Libertà e il Desiderio. Vincitrice di The Voice of Italy nel 2013 proprio nel team di Riccardo Cocciante, è stata scelta dall’autore per vestire i panni della protagonista gitana. Ha iniziato a interpretare Esmeralda (e Fiordaliso) nella versione internazionale e francese del tour dal 2016. Attorno a lei ruotano le passioni e i destini di tutti i personaggi maschili. Rappresenta l’innocenza, la libertà e lo spirito indomabile degli ultimi. La sua figura è un catalizzatore di desideri contrastanti: attrazione romantica, ossessione oscura e pura empatia.
Frollo
Il maestoso Vittorio Matteucci incarna Il Tormento e la Perdizione. E’ lui l’arcidiacono di Notre Dame, la figura più complessa e tragica del dramma. Lacerato dal conflitto insanabile tra la rigida fede religiosa e una passione carnale ossessiva per Esmeralda, incarna la caduta morale. La sua incapacità di gestire il desiderio si trasforma in odio, manipolazione e distruzione.
Phoebus
Graziano Galatone, con la sua voce inconfondibile fra i più longevi del musical è il capitano che incarna La Superficialità e il Compromesso. Rappresenta la bellezza estetica e l’arroganza del potere, prive di reale profondità morale. Diviso tra l’amore romantico per la fidanzata Fiordaliso e la passione travolgente per Esmeralda, sceglie infine la comodità del proprio status sociale, abbandonando la gitana al suo destino.
Gringoire
Il bravissimo Gian Marco Schiaretti è Il Poeta e il Testimone. Narratore e guida della storia. Osserva gli eventi con distacco critico ed estetico, tessendo la trama per il pubblico. È la voce dell’arte e della memoria, colui che canta Il tempo delle cattedrali e interpreta le mutazioni del mondo e dell’animo umano.
Fiordaliso
Rappresenta la Gelosia e la Convenzione. Magistrale l’interpretazione di Camilla Rinaldi. La giovane e ricca promessa sposa di Phoebus. Rappresenta l’ordine sociale borghese e l’apparenza. Inizialmente ingenua, di fronte al tradimento del fidanzato rivela un lato spietato, condizionando il suo perdonando a Phoebus alla condanna a morte di Esmeralda.
Clopin
Alessio Spini interpreta la Ribellione e la Protezione. Il re della “Corte dei Miracoli” e protettore degli immigrati e dei clandestini di Parigi. Incarna la lotta sociale, la fratellanza e la resistenza contro l’oppressione del potere costituito. Per Esmeralda è una figura paterna, pronto a combattere a costo della vita per la libertà del suo popolo.
(Immagini per gentile concessione dell’Ufficio Stampa)
Cultura
“Gelone” incanta il Parco archeologico Himera
Un successo straordinario e un’atmosfera magnetica hanno accompagnato ieri sera il debutto di “Gelone” nell’area archeologica di Himera. L’evento ha registrato il sold-out, confermando la forza di un’operazione culturale capace di coniugare il rigore scientifico alla grande suggestione teatrale, con un’aura di assoluta ed emozionante autenticità.
Teatro di Pietra e Notti clandestine
Inserito nel prestigioso circuito della rete nazionale Teatri di Pietra 2026 e nel programma della XVI edizione di Notti Clandestine, lo spettacolo ha trasformato le pietre millenarie del sito archeologico in uno spazio narrativo vivo.
Tra ricerca storica e magia scenica
Ispirata al romanzo “Gelone nella terra di Athena” di Roberto Tedesco, l’opera rievoca le gesta del celebre tiranno, figura chiave per la storia di Himera e pietra d’angolo dell’identità siciliana. Fu proprio Gelone il trionfatore della storica Battaglia di Himera del 480 a.C.
Pubblico soddisfatto, con i sindaci di Termini Imerese e Campofelice in prima fila, che per l’occasione sono stati coinvolti, in un piacevole esperimento, dal regista Giuseppe Vignieri,(capitano della compagnia teatrale “I Trovatori ” di Castelbuono), in una sorta di “meta-teatro”, dentro e fuori la rappresentazione. Il suo contributo da regista e attore ha assicurato un perfetto equilibrio storico, permettendo al pubblico di non essere un mero spettatore, ma un vero e proprio testimone dell’epoca greca.
Brava l’attrice protagonista Delia Oddo, accompagnata da strumenti a corde antichi suonati dal vivo dal maestro Giuseppe Aiosi. Vignieri e Oddo hanno dato corpo e voce al dramma con una l’intensa interpretazione, capace di catturare l’attenzione della platea con una prova recitativa carica di pathos ed energia.
Le gesta eroiche
Suggestivo rivivere le gesta eroiche dei personaggi del tempo, proprio tra le vestigia del tempio eretto per celebrare quella leggendaria vittoria
La consulenza scientifica del direttore del parco, Domenico Targia, garanzia di un’esperienza che trascende la semplice finzione per farsi divulgazione alta.
L’operazione si attesta così come un riuscito volano di attrazione turistica e valorizzazione del territorio, dimostrando come l’intrattenimento di qualità possa farsi strumento di approfondimento culturale necessario e moderno.
L’opera “Gelone”, grazie alla magistrale scrittura di Roberto Tedesco lascia un segno profondo nell’estate culturale siciliana, restituendo al Tempio della Vittoria il suo antico ruolo di faro della memoria.
In Evidenza
“Un posto nel mondo”
Il viaggio sonoro e personale di Jack Scinardo
“Un posto nel mondo”, il nuovo album di Jack Scinardo, su tutte le piattaforme musicali, è un’opera che non rappresenta soltanto un traguardo artistico, ma l’approdo consapevole di una profonda traiettoria personale e musicale.
La genesi: la ricerca di una direzione
L’intero progetto si sviluppa attorno a una domanda fondamentale: dove ci collochiamo quando la musica diventa il nostro linguaggio principale?
Per Jack Scinardo, l’album è stato fin da subito un laboratorio d’ascolto e di sperimentazione. Non un semplice insieme di brani messi in sequenza, ma un racconto coeso, che riflette il desiderio di superare i propri confini artistici. La composizione si è trasforma così in un viaggio alla ricerca di una direzione chiara, capace di fondere istinto ed eleganza e di trasformare dubbi ed esperienze vissute in materia sonora.
Il suono: equilibrio e identità
Sul piano musicale, “Un posto nel mondo” si distingue per una cura scrupolosa del dettaglio e dell’atmosfera. L’architettura dell’album vive di contrasti ben bilanciati, gli arrangiamenti caldi e organici lasciano ampio respiro alle melodie, il dialogo costante tra intimismo acustico ed energia ritmica pensato per accompagnare l’ascoltatore in differenti stati d’animo e una linea vocale e strumentale autentica, priva di orpelli inutili, dove ogni singola nota ha un peso specifico.
Il risultato è una firma sonora riconoscibile, frutto di un lavoro di rifinitura che trasforma la ricerca di un “suono” nella scoperta della propria identità.
Tra intimità e universalità
Ciò che rende l’album particolarmente incisivo è la sua capacità di parlare a chiunque si sia mai sentito smarrito o in cammino. Le tracce esplorano il senso di appartenenza, la fatica della ricerca e la bellezza di scoprirsi vulnerabili. Jack firma un lavoro sincero e maturo, dimostrando che cercare un posto nel mondo non significa trovare una destinazione definitiva, ma imparare ad abitare con sicurezza la propria musica.
I brani in sequenza
“Accelera” mescola sonorità che richiamano un saloon western con un ritmo elettronico sapientemente mixato.
“Jack”, è un vero e proprio inno all’autostima e nello stesso tempo all’irriverenza e al sentirsi liberi di esprimere il proprprio pensiero, in una società un pò troppo omologata.
“Dormi”, la musica non cerca di addormentare con la forza, ma crea uno spazio sicuro e ovattato. È il momento in cui i pensieri della giornata perdono peso, i muscoli si rilassano e la mente comincia a galleggiare, in un’assenza di gravità tiepida e rassicurante.
“Amuri”, è un brano interamente in lingua siciliana che intreccia il rap contemporaneo con il lirismo della tradizione popolare siciliana, prendendo forza dai due celebri moduli espressivi: “Moru, stidda d’amuri” (richiamo alla classica serenata) e “Ciautu di lu me cori” (l’antico e viscerale “fiato del mio cuore”). Il brano racconta un amore totale, quasi ossessivo e salvifico: l’amata non è solo l’oggetto del desiderio, ma la stidda (la stella polare che guida nelle notti buie) e il ciautu (il fiato vitale senza cui non si può respirare). Il contrasto tra il rap duro e la melodia antica dimostra come i sentimenti popolari di un tempo siano esattamente gli stessi che animano i giovani d’oggi.
“Distesi sui fiori”, è un brano per chitarra classica che concepisce lo strumento come uno specchio acustico della natura, offrendo una catarsi sonora e un rifugio dalla frenesia del mondo. Le note fluttuano leggere, evocando il contatto con la terra e la sensazione del corpo che si adagia sul prato. Il brano non cerca la virtuosismo fine a se stesso, ma la purezza di un timbro sonoro unico, producendo una sensazione di sospensione temporale, un respiro profondo in cui la natura, con i suoi elementi naturali, cessa di essere uno sfondo e diventa un riparo sicuro.
“Un posto nel mondo” è una ballad pop-rock intensa e introspettiva che esplora il viaggio emotivo tra la vulnerabilità dell’incertezza e il desiderio di autenticità, culminando in una catarsi sonica e liberatoria. Il brano si sviluppa su una dinamica in crescendo: parte da un’atmosfera intima e rarefatta, per poi aprirsi progressivamente verso sonorità più ampie e graffianti, sorrette da una sezione ritmica profonda e avvolgente.Nelle battute iniziali, la fragilità dell’anima emerge senza filtri (“Mi tormento e non trovo le parole”). È il ritratto della frustrazione espressiva, dove il rumore interiore blocca la capacità di comunicare. L’insofferenza cresce di fronte a una stabilità apparente che non soddisfa (“Questo equilibrio sordo non mi consola”). Il silenzio e l’apatia pesano più del conflitto, rendendo l’immobilità insopportabile. Subentra una nota di struggente consapevolezza (“Distoglierai il tuo sguardo da me”), che anticipa la distanza emotiva e il rischio di perdersi agli occhi dell’altro. Il punto di svolta del testo risiede nella ricerca di una guida o di un ponte verso l’esterno (“Tu prova a dare il senso alle cose”, “Tu prova a dare amore alle cose con una parola”). È l’invito a trasformare il caos in significato attraverso un gesto minimo ma profondo, capace di riempire i vuoti. La frase (“Non ho paura”), una dichiarazione di forza che rifiuta la resa e accetta la sfida della ricerca personale. Nel finale esplode un assolo di chitarra elettrica viscerale e melodico.
“Mi senti anche tu”, è un brano concepito come una lettera aperta rivolta verso il cielo. È l’omaggio accorato di un nipote al nonno Giacomo, pittore e poeta scomparso da poco, la cui presenza continua a risuonare nella memoria e nell’arte lasciata in eredità. Il brano si muove su un tempo lento e sospeso, guidato dal tatto delle corde di una chitarra classica, accompagnato da una doppia voce dai toni caldi e nostalgici. La melodia nasce spoglia, accompagnata soltanto dalle note basse dello strumento, per poi arricchirsi gradualmente in sonorità ed echi che stendono un tappeto armonico avvolgente, capace di trasformare il dolore della perdita in una dolce e luminosa speranza. Il ricordo del nonno Giacomo prende vita attraverso la sua arte. Il titolo del suo libro, “I colori della notte”, diventa il ponte ideale tra il mondo terreno e la dimensione in cui ora dimora. La notte non è più un luogo di buio o di fine, ma la tavolozza su cui il pittore e poeta continua a dipingere le sue emozioni. “Dimmi che mi senti anche tu” il grido sommesso di chi cerca una conferma che il legame non si sia spezzato con la morte. “Fammi sentire che vivo nel tuo cielo blu” il desiderio del nipote di ritrovare la forza di vivere, sapendosi custodito e riflesso nelle sfumature azzurre che il nonno amava dipingere. “In mezzo a quei colori noi possiamo sognare di più” il quadro finale in cui l’arte e l’affetto abbattono ogni confine temporale, trasformando i pennelli e le poesie di Giacomo in uno spazio eterno dove incontrarsi ancora. Sul finale, le note sfumano gradualmente lasciando l’ultima frase pronunciata quasi senza fiato, come una domanda lasciata ad aleggiare nell’aria, con la certezza che, tra le sfumature di quel cielo blu, il nonno Giacomo stia ancora ascoltando.
Guarda l’intervista a Radio in, Open day a cura di Eliana Chiavetta
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