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Editoriali

Giovani in emigrazione. Un bilancio a vacanze finite

Ivan Scinardo

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Vacanze quasi terminate per molte famiglie siciliane rientrate dall’estero, perché hanno trascorso le ferie con i figli, che per mancanza di lavoro, sono stati costretti a emigrare.  Per molti di essi niente ferie soltanto duro lavoro e una esperienza all’estero che li segnerà per tutta la vita. Difficile sapere in quanti rientreranno. Giorni fa il quotidiano il Sole 24 ore, ha descritto questa situazione con un articolo emblematico in cui il giornalista scriveva:”…molti genitori rinunciano al mare di Mondello per trascorrere un pò di tempo con i pargoli, ormai grandi, laureati brillantemente, magari in carriera in una multinazionale”. 12.145 ragazzi, tra i 18 e i 35 anni,  nell’arco di tempo che va dal 2012 ai primi mesi di quest’anno, hanno lasciato  Palermo, facendo registrare una flessione pari all’8%. Dati allarmanti se si confrontano con i residenti dello stesso periodo, aumentati (da 656.829 a 663.401). E’ chiaro che non sono aumentati i giovani i quali sono andati via o per lavoro o per studio. Il rettore dell’università di Palermo Fabrizio Miccari, ai microfoni di Blog sicilia ha spiegato: “noi non abbiamo registrato cali di iscrizioni. Sono i ragazzi dell’agrigentino e del trapanese che scelgono spesso di andare a studiare altrove, magari al Nord ed è per questo che stiamo potenziando i corsi di studio nelle sedi decentrate. Altro discorso è quello che riguarda le iscrizioni alla specialistica: spesso i ragazzi scelgono di completare il ciclo di studi in altre università soprattutto in quelle aree in cui sono presenti aziende importanti. Volevo confrontare l’impatto lavorativo con la città di  Catania, Palermo nel fa le spese,  perché all’ombra dell’Etna sono insediate da anni le multinazionali (da StM per l’elettronica a Pfizer per la farmaceutica e così via) e cresce un ecosistema delle startup grazie anche agli stimoli dei colossi nostrani come Tim e Enel. Un’eccezione che però conferma la regola di una disoccupazione che resta alta. L’ultimo dato fornito dall’Ufficio statistica del Comune di Palermo (riferito al 2018) parla di un tasso di disoccupazione al 17,4% in lieve miglioramento sul 2017 ma con un incremento del 2,6% rispetto al 2008. Si prendano i dati dei redditi, quelli ufficiali che si possono trovare sul sito del Mef: nel 2017 358.476 palermitani hanno presentato la dichiarazione con redditi totali per poco più di 6,914 miliardi e dunque un reddito medio per contribuente pari a 19.288 euro. Secondo Adam Asmundo, docente di Economia dello sviluppo all’Università di Palermo, “in questi anni molto risparmio è finito nella rendita urbana, è cresciuto il food e wine, sono aumentate le ristrutturazioni, il tutto mentre cadevano pezzo per pezzo le industrie e non solo quelle grandi come Fiat che per la verità ha solo deciso di andare via da Termini Imerese lasciando orfana un’intera isola e non solo l’area del palermitano”. Si spera che molti giovani dopo un periodo di studi e di esperienze professionali possano tornare in Sicilia e spendere tutto il loro expertise per il rilancio di questa martoriata terra.

Editoriali

La famiglia pilastro indistruttibile, lo dice il prof. Favole

Ivan Scinardo

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Mi ha molto colpito nei giorni scorsi un’intervista a cura del professor Adriano Favole, docente di Antropologia culturale, Cultura e potere all’Università di Torino, pubblicata nei giorni scorsi sul quotidiano Avvenire. A parlare è una delle più illustri antropologhe del nostro tempo, la francese Martine Segalen. La versione integrale è stata pubblicata sula rivista “Dialoghi sull’uomo”, il quotidiano cattolico ne ha pubblicato ampi stralci considerata la grande valenza culturale. Al centro la famiglia, secondo la Segalen, “bistrattata, attaccata, “imitata” e condannata alla sparizione ormai da oltre 30 anni, è invece l’unico verso pilastro della società anche nell’epoca della pandemia e della crisi delle comunità”. La studiosa spiega come “questi ultimi due anni hanno sicuramente cambiato le abitudini e anche le fatiche della vita familiare, ma non hanno cancellato l’essenza stessa dell’utilità sociale e umana che riveste la famiglia”. “Mi sembra quindi che vi sia stata, da parte dei media, una sorta di riscoperta – dico riscoperta perché è qualcosa che già esisteva – del fatto che la famiglia – un’istituzione in costante mutazione”, spiega Segalen. I problemi restano, dalla crisi della natalità alla crisi dei matrimoni, tanto quelli religiosi quanto quelli civili: eppure, nonostante tutte queste difficoltà che l’Occidente tristemente riscopre anche dopo la pandemia, «questa famiglia in quanto istituzione costantemente rinnovata, è davvero – sarà anche sciocco usare questo termine mah… – un pilastro della società: se non ci fosse la famiglia, sarebbe ancora più grave, a mio parere». Interessante infine il passaggio sui giovani, con l’antropologa francese che riflette sulle enorme differenze sociali acuite dall’epoca del Covid-19: “Io effettivamente nutro una grande fiducia in questa generazione, e penso che senza di loro e senza la loro energia non ce la caveremo, spiega Segalen, aggiungendo «è proprio da questi giovani che possiamo aspettarci una resurrezione, e hanno tanto più merito, dopo questa pandemia interminabile che ha fatto loro subire la didattica a distanza davanti al computer, e ancora, quando non avevano una famiglia che li sostenesse, delle condizioni molto difficili». Una politica che però fa della famiglia e dei giovani un elemento non centrale, è definita «disperante» dalla antropologa, con esplicito riferimento alle mancate riforme del suo govern

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Editoriali

Bulli si diventa! Un interessante titolo di libro

Ivan Scinardo

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E’ il titolo di un libro scritto da due esperti, il professor Gaetano Mollo e Roberto De Vivo. Frutto di due anni di sperimentazione negli istituti scolastici, i due autori affermano che il bullismo è presente tra i giovani perché non passa il concetto di inclusività, di cooperazione, di aiuto e amicizia. I ragazzi percepiscono cosa è normale nei rapporti tra simili, ma agiscono al contrario. Il bullismo e il cyberbullismo ancor di più, sono fenomeni che risentono fortemente dei tempi in cui viviamo: egoismo, narcisismo, mancanza di empatia, assenza di amicizia. “Sono tre i cerchi all’interno dei quali possiamo classificare i comportamenti bullizzanti, afferma il professor Gaetano Mollo, ordinario di Pedagogia generale e sociale all’Università di Perugia: Sociologico, quello in cui viviamo una realtà violenta, piena di indifferenza e solitudine, una realtà isolante che la scuola rafforza con i banchi singoli. Uno spazio sociale in cui l’aggressività che nasce dal mancato riconoscimento personale viene scaricata sugli altri. Si diventa bulli per alleggerire l’aggressività che i ragazzi non riescono a trasportare nello sport. Comportamenti aggressivi per raccogliere attorno a sé dei seguaci, perché il bullo si sente protagonista in questo modo e il sadismo diventa un modo per emergere nella vita quotidiana. Si diventa bulli per concause e mancanze personali e strutturali. Gli altri due cerchi sono quello psicologico, afferente alle carenze educative, al bisogno di sentirsi importanti, all’assoluta mancanza di rispetto per sé e gli altri; e quello pedagogico: la famiglia non segue il giovane o produce comportamenti devianti, la scuola non insegna a superare le distanze e a cooperare, il quartiere è un ambiente ostile, che spinge all’isolamento”.

tidiana per tanti giovani: il 68% di essi dichiara di aver assistito ad episodi di bullismo, o cyberbullismo, mentre il 61% ne è stato vittima. Secondo i rilevamenti Istat ragazzi e ragazze esprimono sofferenza per episodi di violenza psicologica subita da parte di coetanei (42,23%) e in particolare il 44,57% delle ragazze segnala il forte disagio provato dal ricevere commenti non graditi di carattere sessuale online.  Le statistiche confermano anche che il cyberbullismo colpisce di più le ragazze, tanto che il 12,4% delle giovani ha ammesso di esserne state vittima, rispetto al 10,4% dei ragazzi. L’Università di Perugia ha pubblicato i risultati di una ricerca; Roberto De Vivo, dottore in filosofia e pedagogista, afferma che manca l’educazione fra i giovani, non c’è empatia, non si scoprono gli elementi fondamentali di una relazione tra pari e, infine, mancano i valori. I ragazzi messi di fronte a parole significative relative all’inclusività, alla violenza, al bullismo, all’amicizia, esprimono bene il concetto dietro la parola, ma quando si tratta di metterle in connessione con le azioni si nota uno scollamento: a parole nessuno è bullo, ma nei fatti le cose non vanno nella stessa direzione”.

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Editoriali

L’isolamento dei giovani, preoccupanti i dati sulla pandemia

Ivan Scinardo

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Lo scorso anno, in piena la pandemia, l’Associazione Italiana Consulenti Coniugali e Familiari A.I.C.C.eF ha instituito la prima Giornata Nazionale della Consulenza Familiare. Il senso della giornata, che si è svolta pochi giorni fa, il 22 maggio, è stato quello di divulgare la conoscenza della consulenza familiare e al contempo evidenziare il valore della professione del Consulente Familiare, nonchè il benessere che essa produce. Gli esperti si sono prefissati la volontà di accompagnare il singolo, la coppia o l’intero nucleo familiare a superare il momento di disagio legato alla pandemia, in primis la fatica dell’isolamento e le difficoltà del vivere costantemente all’interno di quattro mura con le stesse persone. Secondo gli esperti questa situazione ha sviluppato uno stato di ansia continua e costante che spesso è sfociata in problemi personali ma anche familiari. Sono queste le problematiche più rilevanti per chi, in questi mesi, ha sofferto di patologie legate alla pandemia da Covid-19. Sono patologie della mente più che del corpo.  Non solo i giovani hanno sofferto l’assenza di spazi e di libertà ma anche molte coppie, alcune hanno ritrovato una stabilità perduta, altre invece no e si sono separate. Ci sono state molte famiglie che hanno subìto la pressione dello stare chiusi in casa, per tutto il periodo del lockdown e che proprio adesso stanno patendo anche le conseguenze del “long Covid”, ossia la permanenza nello stato di difficoltà legata alle regole imposte per evitare i contagi da Coronavirus. “Le famiglie si sono dovute riadattare e hanno dimostrato uno spirito di resilienza durante questo lungo anno di pandemia – ha affermato una delle esperte dell’associazione, Ivana De Leonardis – ci sono state famiglie che hanno sofferto tanto durante il momento della pandemia per la difficoltà a convivere in spazi stretti. Si tratta di momenti che possono portare a situazioni di difficoltà e conflittualità soprattutto se si è di fronte a situazioni che di partenza non erano appaganti e serene”. Si spera che con l’allentamento delle misure restrittive sanitarie, molti giovani possa ritrovare quel giusto riequilibrio psichico che il covid ha messo seriamente in crisi.

 

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