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Hand in cap

E’ il nome di un nuovo capitolo della nostra testata online, che si inaugura oggi. E’ un viaggio alla scoperta della diversità, intesa come caratteristica propria di ogni essere umano e, proprio per questo, a ben riflettere, come elemento che ci accomuna: se ognuno di noi è profondamente diverso dall’altro, tutti abbiamo in comune almeno una cosa: la diversità. Per questo essa ci rende simili. E’ un postulato matematico. Se poi, per associazione di idee o per luoghi comuni, “diversità” richiama la parola “handicap”, ecco allora che il titolo della rubrica potrebbe fare suscitare altre associazioni di idee. Per questo motivo, soddisfare la prevedibile curiosità del lettore sul significato, e la storia, delle tre parole “hand in cap”, che, mi spiace deludervi, tutt’altro hanno a che vedere con il comune significato di “handicap”, non solo diventa atto di doverosa giustizia e di rispetto nei confronti di chi legge, ma, forse ancor più, di civiltà.

Nell’Inghilterra del XIV secolo un gioco d’azzardo prevedeva che i concorrenti estraessero a sorte una moneta presente in un cappello, ponendo la mano (hand) all’interno di esso (cap). Successivamente la frase fu contratta in handicap e, nel XVII secolo, fu collegata, forse perché il binomio cavallo cavaliere veniva estratto a sorte, a quelle corse ippiche nelle quali accadeva che a concorrere ci fossero equipaggi così forti rispetto agli altri, da rendere scontato il risultato della vittoria e delle scommesse. E allora succedeva che, per dare a tutti i partecipanti le stesse possibilità di vittoria, i fantini migliori sui i cavalli migliori correvano partendo più in dietro rispetto agli altri o caricati con pesi maggiori. Per cui la parola handicap, appunto, assumeva il significato di ostacolo, impedimento. Ma chi aveva l’handicap era il migliore e disponeva della risorsa migliore.

Quanto appena letto potrebbe essere sufficiente ad ammettere il beneficio di un dubbio? E’ proprio indispensabile associare le parole handicap e disabilità esclusivamente a impedimento e problema? O, nella migliore delle ipotesi, per assumere come “normale” una persona disabile, per quale motivo la mente umana è costretta ad avviare processi di faticosa metabolizzazione?

Mi corre l’obbligo, giunto a questo punto, di essere autobiografico. Ho un figlio con l’handicap: Stefano, 10 anni da poco compiuti, nato con la sindrome di Down. E’ nato dopo tre splendide figlie femmine, piccoli capolavori di vivacità, grazia, intelligenza. Ben collocato nel mito del padre siciliano in attesa del figlio maschio, le mie aspettative su Stefano erano grandi: “E vuoi vedere che farà magari il medico come il padre e come il nonno?” Lo ammetto: l’ho pensato. E anche più di una volta.

In una calda sera di primavera Stefano viene al mondo e la diagnosi è pressoché immediata. La più pesante delle tegole mi piomba in testa. Si spegne la luce. Sono attimi terribili, che riempiono lunghi giorni di rabbia, smarrimento, solitudine. Ma grazie alle mie radici cristiane, al grande amore per la vita (linfa vitale della mia famiglia), al rapporto con mia moglie, con e fra le mie figlie, ma soprattutto grazie a lui, si fa strada dentro di me e dentro di noi una certezza: non è come sembra.

Ed è proprio Stefano a narrarci una storia nuova, imprevedibile, ben diversa da quella che avevamo letto su Google.

Stefano ci dice, anzitutto, che è una persona, assolutamente non coincidente con la sua sindrome. E’, semplicemente, un figlio e non un errore genetico né uno scherzo della natura. E come le sue sorelle, ci chiede di fare, semplicemente, i genitori, favorendo noi le circostanze perché possa esprimere le sue potenzialità. Ci aiuta ad essere quelli che dobbiamo essere.

E’ uno straordinario allenatore perché ci aiuta dare il meglio di noi stessi.

La vita con lui ha fatto il salto di qualità, lui che ha somministrato energia ad un elettrone che girava pacifico nella sua orbita, portandolo ad un livello più in alto. Ecco cosa rappresenta Stefano per me, per noi.

Ecco cosa rappresentano figli come Stefano per tante famiglie, tanti genitori, tanti amici con i quali ho la fortuna di condividere la mia esistenza.

Un giorno, la Vita, ha messo per noi la sua mano nel cappello e ne ha estratto una moneta preziosa ed unica, dal valore inestimabile, in un gioco in cui l’unica regola è: nessuna moneta è uguale all’altra.

Il nostro viaggio inizia così e ad ogni tappa scopriremo nuove monete.

E’ un viaggio alla scoperta di un tesoro, neanche poi così nascosto.

 

Marco Milazzo

mail: ass.vita21enna@gmail.com

Di Marco Milazzo

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