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Cinema

18 regali, una storia commovente del regista Amato

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Ispirato alla straordinaria storia di Elisa Girotto, la donna che ha commosso il mondo lasciando “18 regali” per i futuri compleanni della figlia quando ha scoperto di avere poco tempo per vederla crescere.
Come ogni anno Alessio (Edoardo Leo) consegna alla figlia Anna (Benedetta Porcaroli) un regalo lasciatole da Elisa (Vittoria Puccini).
È il giorno del diciottesimo compleanno di Anna e da scartare le rimane l’ultimo regalo, ma un desiderio di ribellione e un senso di vuoto incolmabile la spingono a scappare dalla festa organizzata dal padre. Si ritrova a vagare di notte in mezzo alla strada e una macchina, non vedendola, la investe. Al suo risveglio Anna si ritrova faccia a faccia con la madre che non ha mai conosciuto. Il destino le regala così l’occasione di conoscere Elisa, e farsi conoscere a sua volta, in uno straordinario viaggio ricco di emozioni e speranza.

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Cinema

No Other Choice di Park Chan-Wook 

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No Other Choice di Park Chan-Wook 

C’è un momento preciso della propria vita in cui il lavoro termine di essere distinto nelle sue dimensioni, quella di passione e dedizione e quella di sopravvivenza. Quel sottile muro crolla e i due confini si confondono, amalgamano in una melma che non ha più origine né orizzonte, inglobata da un mondo sempre più legato a logiche economiche e turbocapitalistiche, sia da un punto di vista pratico che su un versante sociale, dove la quantità di lavoro è direttamente proporzionale a quello che ottieni, a quello che la società ti dà.

L’individuo come pezzo di un ingranaggio

Ad un certo punto però c’è una discrepanza, una rottura di questo ciclo minuziosamente composto in decenni di cultura del lavoro, dove il sacrificio e la dedizione messa nel proprio lavoro perdono improvvisamente e maliziosamente il proprio valore intrinseco. L’individuo che si cela dietro a quella mansione, spogliato da essa, si manifesta come un semplice pezzo di un ingranaggio ben oleato che però necessita di adattarsi ai cambiamenti esterni, e sacrificare chi è superfluo. È così che quindi Man-su si ritrova licenziato in tronco dopo 25 anni di carriera nel settore della carta.

La caduta segue un percorso ben preciso, come un domino ordinato in tutte le sue sfaccettature, che qui diventano gli agi di una vita che vengono posti al patibolo: le auto vendute, i cani dati ai suoceri, i corsi annullati, gli abbonamenti disdetti. Tutto ciò che componeva l’esistenza idilliaca di Man-su è perduto, tranne due cose: la sua famiglia e soprattutto la casa. Di fronte ad un evento così drammatico, che butta nel cesso anni di duro lavoro, e la propria dignità che viene calpestata davanti alle difficoltà a trovare una nuova occupazione, cosa si può fare?

Park Chan-wook

Park Chan-Wook (regista)

Park Chan-wook, regista che non ha bisogno di presentazione diverse dai titoli presenti nella sua filmografia (Oldboy, JSA, Decision To Leave, solo per citarne alcuni), risponde in un modo con un livello di cinismo che solo il cinema coreano può contemplare: uccidere tutti i rivali che cercando di ottenere quel posto di lavoro, che rappresenta l’architrave definitiva di questo No Other Choice, presentato a Venezia lo scorso settembre con il (prevedibile) plauso della critica.

Rispetto al precedente Decision To Leave, che era un thriller esistenziale capace di elevare la formula hitchcockiana a dei livelli toccati pochissime altre volte, No Other Choice sembra voler ribaltare completamente quei toni proponendosi come una sofisticata satira dalla spiccata comicità nera, nera come la pece, in cui talvolta sembra quasi che il film voglia prendersi gioco di sé stesso, degli stravolgimenti dalla solita forma thriller per lasciare spazio a digressioni grottesche, bizzarre e a tratti surreali.

Critica alle disuguaglianze sociali

Dietro ciò c’è una critica alle disuguaglianze sociali e al tema del lavoro, argomenti, va detto, onnipresenti nel cinema coreano e pertanto non particolarmente innovativi, ma ciò non impedisce a No Other Choice di avere tantissimi spunti interessanti, grazie alla profondità narrativa che Park Chan-wook riesce a dare in ogni sua opera, e rendendo il racconto molto più sfaccettato di quello che potrebbe sembrare una semplice opposizione tra ex-lavoratore reinventatosi assassino vs aziende corporative “brutte e cattive”.

Perché una cosa che viene resa subito chiara è che Man-su è proprio l’uomo medio, e in un’accezione più negativa di quanto sembri: la perdita del lavoro fa cadere il fragile castello di carte di un nucleo familiare tutt’altro che idilliaco, che veniva mascherato dalla sovrabbondanza di beni materiali. Man-su è un uomo misero, un padre assente, con un passato turbolento fatto di abusi e alcolismo, e che trovava nel lavoro una sorta di sintesi che lasciava però irrisolto e alle spalle tutto il resto. Quando il castello crolla, entra in crisi anche l’uomo stesso, scevro del suo status.

Al contempo vediamo un lavoro che si manifesta in tutta la sua performatività, con gli individui che vengono definiti soltanto in base alle loro prestazioni, tra curriculum, premi aziendali, referenze, tutto un insieme di dati che potenzialmente potrebbero comunque essere effimeri. E attenzione, questa è una dinamica perpetrata anche da Man-su nello studiare i propri avversari da eliminare: analizza le loro carriere, sottolinea dati e ne enfatizza altri, gli dà un voto, e si classifica tra di loro, come in una scala, tra chi è più portato e chi lo è “meno”.

La sceneggiatura

La sceneggiatura però si dimostra intelligente anche nel costruire tali avversari come persone non molto diverse da Man-su, gente che come lui ha perso il proprio posto, uomini imperfetti e con delle debolezze evidenti, ma che a differenza di Man-su cercando di rialzarsi e di riadattarsi nell’affrontare un mondo che gli rema contro, mentre Man-su opta per un’opzione drastica, immorale, ma più “immediata” nel riottenere ciò che lui ritiene che gli spetti. Fondamentale anche il ruolo della moglie Mi-ri, in un gioco di fiducia-sfiducia che riflette bene i sottili fili su cui si basano i rapporti umani.

Questo fattore porta ad una convergenza identificabile nel mantra che dà il titolo al film: “Non c’è altra scelta”. Nel rispondere se è davvero così possiamo dividerci tra le due parti: da un lato l’azienda per il quale non c’è altra scelta se non licenziare, non c’è altra via se non quella dell’evoluzione della struttura lavorativa che prevede quindi un cambio nell’asset generale dei dipendenti, e che non dà nemmeno il tempo di valutare la fattibilità di soluzioni alternative o di compromesso. In altre parole, spietato.

La scelta di Man-su

Ma c’è anche la scelta di Man-su. Ritenendosi indissolubilmente legato a quell’impiego nel settore della carta, Man-su rinnega la propria identità e moralità in quanto uomo pur di ottenere quel posto, perché è come se lui non esistesse al di fuori del proprio lavoro, in una circolarità manifestata molto intelligentemente anche dalla sua passione per le piante, la materia prima da cui si estrae la carta. Man-su cura la sua serra, cura le piante nella sua sfera privata, e in quella pubblica lavora la carta con un’abilità estrema, che da fuori sembra quasi inutile.

Non è un caso che sia la carta l’oggetto del lavoro dei nostri protagonisti. La carta è il simbolo del lavoro che viene minimizzato e ignorato nel suo valore intrinseco, in quanto oggetto talmente diffuso e talmente versatile nelle sue applicazioni che semplicemente passa inosservato nel contesto della vita di tutti i giorni. Nessuno pensa al processo che da un albero porta a creare fazzoletti, assorbenti, cartoncini, fogli, lettere e chi ne ha più ne metta.

Una visione che chiaramente viene amplificata dalla costante presenza della tecnologia nelle nostre vite.

Lee Byung-h

Nonostante il tono sia molto particolare e non sia sempre super a fuoco, è innegabile che ci sono delle riflessioni estremamente affascinanti in No Other Choice, che si avvale di un protagonista in grandissima parte come Lee Byung-hun, mentre Park Chan-wook continua ad avere una delle migliori mani di tutto il cinema attuale, capace di una regia dinamica e creativa nelle inquadrature a mettere in scena i fattori psicologici dei protagonisti, insieme a delle transizioni curatissime (altro elemento hitchcockiano) dove i fotogrammi si sovrappongono gli uni con le altre creando degli effetti stranianti.

Forse non il capolavoro che tutti descrivono, ma capace di grandissime critiche alla società moderna, No Other Choice non cerca di dissacrare il dramma del mondo del lavoro, ma guarda ad esso con una lente di assurdità che altro non fa che amplificare ed estremizzare delle dinamiche che sono più reali che mai nella nostra contemporaneità, grazie ad una scrittura intelligente e una mano sempre sapiente.

Giovanni La Gattuta

 

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Cinema

Un semplice incidente

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Essere un regista o un qualsivoglia artista che rappresenti uno Stato soggiogato da un regime o una dittatura porta con sé molte responsabilità, la prima delle quali è sicuramente quella di denunciare le condizioni di oppressione di determinate fasce della popolazione, attaccando l’operato delle istituzioni politiche esponendole all’opinione pubblica, anche e soprattutto internazionale. È evidente quindi che tali attività possono “innervosire” i governi al centro di queste pellicole, e chi le realizza potrebbe diventare un soggetto in pericolo poiché ritenuto a sua volta pericoloso.  è uno di questi.

Alfiere della Nouvelle vague iraniana degli anni settanta e assistente di un altro grande regista iraniano, Abbas Kiarostami, negli ultimi decenni (dagli anni novanta in poi circa) il lavoro di Panahi ha ricevuto un enorme plauso internazionale, diventando uno dei pochissimi registi ad aver vinto il primo premio dei tre maggiori festival cinematografici internazionali: Leono d’Oro a Venezia per Lo specchio (2000), Orso d’oro a Berlino per Taxi Teheran (2015) e infine la Palma d’oro al Festival di Cannes 2025 proprio con Un semplice incidente.

Una filmografia da clandestino

A fare da contraltare agli elogi internazionali, c’è la costante conflittualità con il regime iraniano per i contenuti di profonda denuncia sociale delle sue pellicole, con numerose censure negli anni che sono culminate nel 2010 con l’arresto e la condanna di Panahi per presunta attività di protesta contro il governo, sentenza che pone tra le altre cose il divieto di realizzare film, rilasciare interviste coi media ma soprattutto gli vieta di lasciare il Paese. Da quel momento l’attività di Panahi si svolge in totale clandestinità, senza impedirgli ma addirittura amplificando la forza del suo cinema, tant’è che quest’anno a Cannes si è presentato dopo essere fuggito dall’Iran con mezzi di fortuna.

Rischiare la vita

Già solo questo contesto dovrebbe farci riflettere sul coraggio necessario a rischiare la propria vita personale e quella dei propri cari per poter continuare a svolgere la funzione politica e sociale della propria arte. Spesso ci diciamo che il lavoro di attori e registi è un privilegio, rispetto a chi svolge compiti diametralmente più importanti e rischiosi nel mondo, ed è vero. Ma ciò non deve farci dimenticare quella funzione politica e sociale di cui molto cinema è portatore fondamentale, per esporre a livello internazionale le situazioni drammatiche di certi territori, aumentare la consapevolezza e stimolare dibattiti e confronti.

E questo va specialmente sottolineato perché noi, inteso come Occidente, non dobbiamo voltare le spalle verso quello che accade nel Medio Oriente, soprattutto considerando che i nostri capi di governi, attuali e del secolo scorso, sono stati spesso complici se non addirittura fautori dei regimi dittatoriali presenti in alcuni stati del Medio Oriente, in cambia di risorse e vantaggi economici. Ma questa è un’altra storia, seppur fondamentale per avere un contesto adatto di ciò che andiamo a vedere.

Un incontro destabilizzante

La pellicola parte da uno spunto semplice ma totalizzante: un uomo, Vahid, incontra casualmente colui che anni addietro l’aveva torturato per mesi in una prigione per chi si ribellava al regime, rovinandogli la vita e segnandola indelebilmente anche sul suo corpo. Alla vista di costui, mette in atto l’azione più impulsivamente estrema possibile: lo rapisce con l’intento di ucciderlo. Ma quando è sull’orlo di finire ciò che ha iniziato, ha un dubbio. Non sa se è veramente lui quello che sta cercando, anche perché durante la sua detenzione è sempre stato bendato, quindi non sa che volto aveva. Ciò che riconosce, come un rumore ossessivo e ripetuto, è il cigolio della sua protesi alla gamba. Ma non basta.

Per espiare questo dubbio Vahid viene condotta da Shiva, una ex fotoreporter anch’essa prigioniera del torturatore anni prima. A sua volta con lei c’è Gholi, giovane ragazza in procinto di sposarsi col compagno, e anch’essa vittima delle sevizie del torturatore. Insieme ad un’ultima vittima, Amid, cercheranno di scoprire la verità e decidere cosa fare di quell’uomo che non hanno mai visto in volto ma che sembrano porter riconoscere da un miglio, quanto è profonda la ferita che ha lasciato dentro di loro.

L’analisi morale e sociale

L’opera di Panahi lavora ad un livello molto più profondo e stratificato rispetto alla semplice vendetta: sarebbe stato troppo facile limitarsi a quello, ma il regista ci tiene a costruire un racconto innanzitutto collettivo, che unisce persone legate tutte tramite un filo spinato a questo torturatore, ma che vivono questo trauma in maniere totalmente differenti tra loro, seppur nessuno lo abbia effettivamente elaborato. Ma ciò non impedisce loro di riflettere sulle implicazioni morali che potrebbe avere quello che è stato fatto e stanno per fare. C’è chi come Hamid pensa che arrivati al punto di rapire una persona non si possa più parlare di etica e di morale, ma è davvero così?

La cosa affascinante di Un semplice incidente è il fatto che il racconto si allarga, devia da quella che è la direzione più plausibile dando più spazio al confronto, alla narrazione di un trauma che affligge un gruppo di persone, che altro non è che un campione, quasi statistico: per come esistono Vahid, Shiva, Golrokh e Hamid legati a Eghbal, ci saranno altrettanti civili iraniani legati ad altrettanti torturatori sparsi in tutto il Paese, imprigionati, torturati se non addirittura uccisi per aver semplicemente protestato per i loro diritti (Vahid era un operaio che chiedeva un salario equo, “banalmente”).

Prove tecnico-etiche di redenzione

Ma proprio qui si inserisce un altro elemento fondamentale e che approfondisce ancora di più l’analisi di Panahi: è più colpevole un singolo torturatore o l’intero sistema oppressivo che ha reso quella persona quello che è? Siamo sicuri che la nostra ira debba essere indirizzata necessariamente su un volto e un corpo che forse è solo il pezzo di un ingranaggio più grande? Quella persona è altro oltre le sue azioni? Panahi non giustifica nulla, ma non si piega neanche a sentenziare. Non è un giudice, ma ci mostra uno spaccato pieno di denuncia ma che apre a nuove possibilità, all’opportunità di riflettere, più che avere speranza.

La regia di Panahi

Perché sarebbe troppo buonista riporre delle speranze, ma ritirarsi nella negatività non manderà un messaggio così potente, sarà soltanto dolore. Un semplice incidente si muove quindi in una zona grigia, tra elementi neri e sprazzi di luce, inserendo anche dei momenti sinceramente divertenti che in realtà esaltano in maniera caustica e satirica un paese estremamente corrotto, ma in cui si deve partire dalla riflessione, dal confronto che probabilmente divide, come divide i nostri protagonisti – e come biasimarli – ma che è fondamentale in quanto motore del cambiamento.

Jafar Panahi

La regia di Panahi è semplice ma capace di inquadrature di grande effetto, preferendo l’enfasi sui protagonisti che sul torturatore, a cui viene dato spazio in momenti brevi ma intensissimi. La fotografia si muove tra le affollate strade dell’Iran e i deserti sconfinati, mentre il finale del film, raggelante per messa in scena, gioca proprio sul bilanciamento etico-morale di cui parlavamo prima: il viscerale desiderio di vendetta e sopraffazione contro il dolore che si trasforma in una nuova consapevolezza.

Conclusioni

Un semplice incidente è una grandissima visione e un ulteriore aggiunta alla filmografia di Panahi e alla sua attività artistica, politica e sociale, che meritatamente si è presa la Palma d’Oro a Cannes. Un film dal linguaggio universale, che si fa forza tramite il racconto della condizione umana prima ancora che politica, sul trauma, sul dolore e su cosa si può fare con esso.

Giovanni La Gattuta

 

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Cinema

Cala il sipario sulla 3^stagione di “Un Professore”

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Si è chiusa con un successo travolgente la terza stagione di “Un Professore”, la serie che ha saputo riportare i grandi dilemmi della filosofia greca e moderna nel caos quotidiano di un liceo romano. Tra lacrime, colpi di scena e l’immancabile ironia di Dante Balestra, l’ultimo episodio ha sigillato un percorso di crescita che ha tenuto incollati allo schermo milioni di telespettatori.

Un finale tra etica e sentimento

Il fulcro dell’ultima puntata è stato, ancora una volta, il difficile equilibrio tra scelte razionali e impulsi del cuore. Dante Balestra (Alessandro Gassmann) ha dovuto affrontare una delle sue sfide più grandi, non solo in cattedra ma nella vita privata. La sua filosofia del “dubbio come motore del mondo” si è scontrata con la necessità di prendere posizioni definitive riguardo al suo legame con Anita (Claudia Pandolfi) e al suo ruolo di padre.

Il regista Andrea rebuzzi

Simone e Manuel: l’evoluzione di un legame

Il pubblico ha seguito col fiato sospeso l’evoluzione del rapporto tra Simone e Manuel. La loro dinamica, che fin dalla prima stagione ha rappresentato il cuore emotivo della serie per le generazioni più giovani, ha trovato in questo finale una risoluzione matura. La sceneggiatura ha evitato facili scorciatoie, preferendo mostrare la complessità di un affetto che supera le definizioni etichettate, celebrando l’accettazione di sé e dell’altro.

I nuovi “filosofi” della 6ª B

Non sono mancati i momenti dedicati agli studenti. Ogni personaggio ha trovato una piccola “catarsi”:

  • Viola ha finalmente abbattuto i muri del suo isolamento.
  • Mimmo ha dovuto fare i conti con il proprio passato, offrendo uno spunto di riflessione sociale sulla redenzione e sulle seconde possibilità.
  • Rayan e gli altri hanno dimostrato che le lezioni di Dante non sono state solo teoria, ma strumenti per interpretare la realtà.

Il segreto del successo

Perché “Un Professore” continua a convincere? La risposta risiede nella capacità di rendere Socrate, Kant o Nietzsche compagni di banco. La serie è riuscita a nobilitare il genere “teen drama” inserendolo in una cornice intellettuale mai pedante, dove la scuola non è solo un edificio, ma un laboratorio di umanità.

Cosa ci riserva il futuro?

Sebbene il finale abbia chiuso molti cerchi, restano aperti alcuni spiragli che fanno già sognare i fan per una quarta stagione. La Rai non ha ancora rilasciato conferme ufficiali, ma i dati d’ascolto e l’impatto sui social suggeriscono che il viaggio di Dante Balestra sia tutt’altro che concluso.

Per ora, ci resta l’immagine di una classe che ha imparato a pensare con la propria testa, consapevole che, come direbbe Dante, “la filosofia non serve a trovare le risposte, ma a farsi le domande giuste”.

Guarda l’intervista al regista Andrea Rebuzzi

 

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