Cinema
A volte ritornano
Gli eredi dei generi classici del cinema italiano
È noto che i generi più acclamati e riconoscibili all’estero del cinema italiano siano stati i quasi coevi western all’italiana e la commedia all’italiana, preceduti dal neorealismo: i filoni del secondo dopoguerra che hanno avuto maggiore mercato al di fuori dei nostri confini. Al loro inevitabile tramonto, anche i nostri registi italiani più acclamati nel resto del mondo si avviavano, con le loro ultime opere, a uscire di scena, e ciò generò una crisi d’identità del nostro cinema, che aveva perso la propria riconoscibilità, specie nei Paesi dove essi erano stati a lungo apprezzati.
Tuttavia, se questa è la prospettiva dei cultori della nostra cinematografia all’estero, non tutti i cineasti italiani si sono rassegnati all’epicedio di quei generi e alcuni hanno tentato, seppur sporadicamente, di far rivivere i fasti che furono.
Iniziando dal western, la cui variante italiana fu inventata da Sergio Leone nel 1964 con Per un pugno di dollari, già nella metà degli anni Settanta il numero spropositato di film prodotti cominciò a calare vistosamente, fino al quasi completo esaurimento prima della fine del decennio. Da allora gli autori italiani si sono tenuti a debita distanza dal genere, con qualche eccezione.
Fra i registi che per ultimi si sono arresi all’idea che il western fosse ormai un filone non più attrattivo, vi fu Enzo G. Castellari, pseudonimo di Enzo Girolami. Negli anni Settanta, epoca in cui a farla da padrone era il poliziesco, Castellari firmò ancora due pellicole western: il parodico Cipolla Colt (1975) e il più crepuscolare Keoma (1976), entrambe interpretate da Franco Nero. Dopo circa un ventennio, il regista romano tornò al genere con Jonathan degli orsi (1994), ancora con Franco Nero protagonista, una sorta di sequel di Keoma, che resta sicuramente il suo miglior western.
Alle soglie del nuovo millennio approda nelle sale italiane un nuovo titolo che si inserisce nel solco degli ultimi esempi del filone: una commedia western. Nel 1998 Giovanni Veronesi, prolifico regista di commedie italiane, noto più per le idee innovative che per la qualità media delle sue opere, decide di realizzare una libera trasposizione del romanzo Jodo Cartamigli di Vincenzo Pardini e gira Il mio West. Si trattava di un progetto ambizioso, con un budget consistente (prodotto da Cecchi Gori) e un cast internazionale che annovera nomi del calibro di Harvey Keitel e David Bowie, affiancati da Alessia Marcuzzi e Leonardo Pieraccioni, quest’ultimo anche coautore della sceneggiatura. Pur richiamando numerosi modelli del genere, il film, incapace di amalgamare la commedia con il western, fu stroncato dalla critica e deluse il pubblico, nonostante le aspettative legate al ritorno di un genere assente in Italia da anni.
Negli ultimi anni, tuttavia, due western italiani sono stati presentati ed apprezzati al Festival di Cannes. Il primo è I dannati (2024), diretto da Roberto Minervini, al suo esordio nella finzione dopo una lunga carriera documentaristica: ambientato durante la guerra di secessione americana, il film si configura a tutti gli effetti come un racconto di frontiera. L’anno successivo è la volta di Testa o croce?, firmato da Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis, che calano i loro personaggi nell’Italia di fine Ottocento, ispirandosi a vicende tramandate come realmente accadute. La pellicola, infatti, rievoca la tappa romana della celebre tournée europea di Buffalo Bill (interpretato da John C. Reilly), il cui spettacolo metteva in scena la leggenda del selvaggio West: non più, quindi, un “western all’italiana” ma un western italiano. Da tale spunto nasce una storia romanzata che ha per protagonista un giovane buttero (Alessandro Borghi), incapace di accettare la sconfitta impostagli dal proprio capo, il quale aveva scommesso sulla vittoria dei più celebrati Yankee.
La commedia all’italiana nacque alla fine degli anni Cinquanta e per decenni fu il genere più apprezzato dal pubblico e dalla critica, che ne riconobbe gradualmente le qualità autoriali, vedendola come lo specchio più autentico e credibile della nostra società. Ma, come per ogni cosa, se c’è un inizio deve esserci anche una fine, e ciò avvenne anche per la commedia italica, che non è sopravvissuta ai suoi autori e agli interpreti che ne animavano le storie. Si è assistito, dunque, a un passaggio di consegne graduale fra la commedia all’italiana e la nuova commedia, che strada facendo, però, ha perso le peculiarità che la rendevano distinguibile e apprezzata nel mondo.
Vi è tuttavia un regista che, per tutta la sua carriera, ha guardato ai classici della commedia all’italiana nel tentativo di farla rivivere che è Enrico Oldoini. Alcune sue pellicole (Cuori nella tormenta, 1984; Una botta di vita, 1988; Miracolo italiano, 1994; I mostri oggi, 2009) contengono omaggi evidenti ai classici del genere, sebbene i tempi e la cifra stilistica dell’autore fossero ormai diversi rispetto agli illustri colleghi del passato.
Fra gli altri registi della commedia nostrana che più si avvicinano agli stilemi dei loro predecessori, spiccano il livornese Paolo Virzì – da molti considerato l’unico erede della commedia all’italiana – e il romano Riccardo Milani, autori di una filmografia apprezzata dal pubblico e capaci di far tornare alla mente le pellicole della gloriosa stagione.
Ma la citazione di merito, in questa immersione negli eredi più degni della commedia all’italiana, spetta a Sydney Sibilia, autore di una delle trilogie più riuscite degli anni Duemila: Smetto quando voglio (2014), con i due sequel Smetto quando voglio – Masterclass (2017) e Smetto quando voglio – Ad honorem (2017). In questi film è evidente l’eco de I soliti ignoti, nel raccontare una storia corale con protagonisti una banda di sprovveduti e improvvisati criminali che non sarebbe dispiaciuta a Mario Monicelli. Una costante nella filmografia del regista salentino è la ricerca di storie inedite e ambientazioni originali, come dimostrano due altri titoli successivi. Dapprima L’incredibile storia dell’Isola delle Rose (2020) con alla base del plot la storia vera del visionario progetto dell’ingegnere Giorgio Rosa che costruì una piattaforma artificiale, divenuta micronazione il 1º maggio 1968 e fu demolita nel febbraio del 1969. Nel 2023 è la volta di Mixed by Erry, ispirato alla vicenda reale di Enrico Frattasio, DJ di Forcella che negli anni Novanta costruì un impero con i suoi “falsi originali”. In lui è evidente l’aspirazione a far rinascere quel cinema di genere, un tempo prolifico e vitale, che oggi sembra aver trovato nuovo vigore — con incassi inferiori rispetto alla sempre dominante commedia – ma primeggiando nel botteghino delle idee.
Non resta che dire del neorealismo, che irruppe nei cinema italiani grazie alla tenacia di Roberto Rossellini, il quale nel 1945 firmò l’antesignano del genere, Roma città aperta. A lui seguirono altri registi che decisero di mettere in scena, con un realismo mai adoperato prima, gli orrori del conflitto appena concluso, i suoi scempi e le sue macerie — ma non solo.
A partire dall’inizio degli anni Cinquanta, l’Italia e gli italiani cominciarono a vedere la luce alla fine del tunnel: era iniziata la ripresa, e anche al cinema gli spettatori volevano lasciarsi alle spalle i patimenti subiti. Quell’epoca era ormai definitivamente tramontata, poiché legata a un momento storico irripetibile: la fine della guerra e la lenta rinascita del Paese.
Nei decenni successivi, nel panorama cinematografico italiano, è possibile rintracciare pellicole dal realismo accentuato, specie nel filone crime, fra il vecchio e il nuovo millennio, che tuttavia non riprendono tutti gli stilemi del genere di cui parliamo. Fra questi cineasti merita menzione Claudio Caligari, autore di sole tre opere nell’arco di oltre un trentennio (Amore tossico, 1983; L’odore della notte, 1998; Non essere cattivo, 2015), tutte incentrate su storie di emarginati che abitano le zone degradate delle nostre città, dediti all’uso e allo spaccio di droghe e al crimine.
Un genere, quindi, che si riteneva irripetibile, fino a quando, alla fine degli anni Ottanta, irrompe sugli schermi una pellicola dal titolo Mery per sempre (1989), diretta da Marco Risi, figlio del grande Dino. Già affermato con altri lavori apprezzati, Risi ottenne un successo di pubblico e di critica, tanto che il film fu definito esempio di neo-neorealismo. Alla base dell’opera c’è l’omonimo romanzo di Aurelio Grimaldi, già professore al carcere minorile “Malaspina” di Palermo, che trae spunto dalla storia vera di una prostituta transessuale reclusa nell’istituto di pena. Dalle pagine del romanzo, il regista trae un’opera intensa e drammatica, affidandosi a un gruppo di attori non professionisti dal passato burrascoso. L’immedesimazione degli interpreti nei ruoli è totale e premia l’intuizione dell’autore, che li fa interagire sullo schermo con gli affermati Michele Placido e Claudio Amendola, generando anche un fugace sottogenere, i cui epigoni non saranno mai all’altezza dell’originale. Tuttavia, l’anno successivo lo stesso Risi firma un sequel altrettanto riuscito, Ragazzi fuori (1990), che segue le vicende dei protagonisti del precedente film, ora usciti dal carcere minorile, riproponendo lo stesso cast di attori presi dalla strada, senza più il tutorato di nomi celebri.
In definitiva, il cinema italiano non ha mai smesso di confrontarsi con il suo passato più illustre, alle volte cercando di imitarlo, oppure di reiventarlo o semplicemente di evocarlo: quindi a volte ritornano e lasciano in noi una sensazione di nostalgia e la speranza che la settima arte di casa nostra possa ritornare a dialogare con le altre cinematografia senza più complessi di inferiorità.
Carmelo Franco
Fonte: (https://nocturno.it/a-volte-ritornano/)
Cinema
Cinema, il bilancio dei primi 6 mesi
Il primo semestre del 2026 ha dimostrato che il cinema in sala è vivo, ma il pubblico non concede più fiducia preventiva: ogni film deve conquistarsela.
Il primo semestre del 2026 è stato, per il cinema, un periodo di crescita e consolidamento, caratterizzato da dinamismo e varietà. Da gennaio a oggi sono emersi segnali importanti sulla direzione che sta prendendo l’industria cinematografica, soprattutto in Europa. Dopo anni complessi si iniziano finalmente a registrare dati incoraggianti rispetto al recente passato, accompagnati da un progressivo ritorno del pubblico nelle sale. Il vero tema di questi primi sei mesi, però, è un altro: la crescente selettività degli spettatori.
Il pubblico
sembra aver cambiato atteggiamento, scegliendo con maggiore attenzione cosa vedere e premiando soprattutto quei film che possiedono una forte identità autoriale e un concept capace di incuriosire. Questo semestre è stato segnato da diversi titoli che hanno monopolizzato il dibattito per settimane e catalizzato l’interesse degli spettatori. Tra i film più popolari e discussi spicca sicuramente Project Hail Mary di Phil Lord e Christopher Miller, capace di rilanciare la fantascienza “high concept” e, allo stesso tempo, di mettere d’accordo critica e pubblico, diventando uno dei fenomeni cinematografici della primavera. Il film ha riportato al centro una fantascienza costruita sul racconto e sui personaggi, dimostrando che gli effetti speciali, da soli, non bastano.
Michael
Tra i titoli che hanno attirato maggiormente l’attenzione c’è anche Michael, il biopic dedicato a Michael Jackson e diretto da Antoine Fuqua. Attesissimo già prima dell’uscita, il film ha continuato a far parlare di sé grazie agli straordinari risultati ottenuti al botteghino, affermandosi come uno dei grandi eventi cinematografici dell’anno e andando ben oltre il pubblico dei fan dell’artista.
Obsession
Infine, merita una menzione Obsession, probabilmente la sorpresa più significativa dell’intero semestre. Diretto dal giovanissimo Curry Barker, questo horror originale, realizzato con un budget estremamente contenuto, è riuscito in poco tempo a trasformarsi in un fenomeno mondiale. Il suo successo dimostra come il pubblico continui a premiare le idee originali quando vengono sviluppate con convinzione.
La grazia
Sul fronte italiano spicca senza dubbio La grazia di Paolo Sorrentino, vero film-evento del semestre. Il regista ha nuovamente catalizzato l’attenzione della critica, alimentando un acceso confronto sul suo stile e sul significato dell’opera. Il film si è imposto come uno dei principali riferimenti del cinema italiano di questi primi sei mesi.
Cena di classe
Tra i titoli italiani che hanno trovato forza soprattutto grazie al passaparola va ricordato anche Cena di classe, diretto da Francesco Mandelli. I temi affrontati e il modo in cui racconta una generazione hanno contribuito a mantenerlo al centro del dibattito per diverse settimane. Infine, Le cose non dette di Gabriele Muccino ha attirato fin da subito l’attenzione per il suo sguardo sulle dinamiche familiari ed emotive, suscitando reazioni contrastanti tra critica e pubblico.
Nel complesso, da questo primo semestre emergono due tendenze piuttosto evidenti. La prima riguarda la rinnovata attenzione verso film capaci di distinguersi per identità e originalità, indipendentemente dal genere. Che si tratti di opere d’autore, horror, drammi o fantascienza, i titoli che hanno lasciato il segno sono quelli che hanno saputo offrire qualcosa di riconoscibile e personale. La seconda riguarda il ruolo dei festival, che continuano a orientare il dibattito culturale, mentre è il pubblico a decretare il vero successo commerciale di un film. Critica e botteghino sembrano dialogare più di quanto accadesse negli ultimi anni, pur continuando a seguire logiche non sempre coincidenti.
Cosa aspettarsi?
Cosa aspettarsi dal prossimo semestre? Molto dipenderà dalla capacità dell’industria di dare continuità ai segnali positivi emersi in questi primi sei mesi. La sfida non riguarda soltanto gli incassi, ma anche la capacità del cinema di continuare a sorprendere il pubblico. Se il primo semestre ha insegnato qualcosa, è che oggi gli spettatori premiano sempre di più la qualità percepita, l’originalità e il valore dell’esperienza in sala. Chi saprà intercettare queste aspettative avrà maggiori possibilità di trasformare un’uscita in un vero evento, indipendentemente dal budget o dalla forza del marchio. Ed è probabilmente questa la chiave di lettura più interessante, anche in vista della seconda metà del 2026.
Andrea Arnone
Cinema
“Avemmaria”
“Avemmaria” è il film d’esordio alla regia dell’attore napoletano Fortunato Cerlino. Uscito nei cinema italiani il 25 giugno, è tratto dal suo romanzo autobiografico Se vuoi vivere felice. Il film racconta con sguardo intimo e poetico la Napoli degli anni ’80 vista attraverso gli occhi di un bambino.
La storia
Felice vive in due stanze buie col padre Raffaele, che ha appena perso il lavoro, sua madre Antonietta, con pochi anni, troppi figli e un lutto da elaborare, nonna Filomena, una donna perennemente vestita di nero e soffocata dal rancore, tre fratelli e un quinto in arrivo. A Pianura, come in tutte le province del mondo, soprattutto quando sei povero, essere bambini o sognatori è uno stigma. Da quelle parti, “Chi è nato tondo nun pò murí quadrato”. Con queste premesse un ragazzino dell’età di Felice ha due destini possibili: essere sopraffatto dalle logiche della miseria e la violenza o avere fede nei suoi sogni
. Come afferma lo stesso regista: «Esiste un’uscita dall’inferno, ma quella porta la si può vedere solo ad occhi chiusi». Realistico e poetico, lontano da Gomorra, il film ci dice che il passato può essere illuminato e che il destino non è mai già scritto.
Nel 2018 scrive “Se vuoi vivere felice”, il suo primo romanzo edito da Einaudi
Cinema
Il regista Edoardo De Angelis si racconta
Ha tenuto una masterclass al Baaria film festival era uno degli ospiti più attesi, il regista Edoardo de Angelis, nel decennale della sua uscita, ha presentato a Villa Cattolica il suo film Indivisibili. Gli organizzatori del BAAFF hanno celebrato così, insieme al regista, uno dei film più significativi e premiati del cinema italiano contemporaneo, un’opera che conserva intatta la sua forza narrativa e la sua capacità di interrogare il pubblico sui temi dell’identità, dell’appartenenza e della libertà. Nell’intervista si parla anche del film Comandante con Pierfrancesco Favino che ha aperto in prima mondiale il festival di Venezia 2023
Guarda l’intervista
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