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Egitto, addio al medico dei poveri Mohamed El Mashally

Enrico Alagna

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E’ morto ieri Mohammed Abdel-Ghafar El Mashaly, il medico dei poveri “Doctor of the poor”; si era laureato in Medicina e Chirurgia nel 1967 con 110 e lode; ha dedicato la sua vita alla cura dei poveri della sua città, in Egitto: Musulmani, Cristiani Copti, li visitava e li curava gratuitamente, nella sua piccola clinica; offriva ai suoi pazienti anche le risorse economiche per l’acquisto dei farmaci e prendeva meno di un dollaro in cambio di prestazioni per i pazienti che stavano bene economicamente.

Dozzine di pazienti si mettevano in fila ogni giorno davanti alla sua umile clinica, il dottor Mohammed lavorava 10 ore al giorno dalle 09.00 alle 19.00 per curare il maggior numero di persone.

Non possedeva nulla, né un cellulare, neppure un auto per gli spostamenti; quando uno dei ricchi signori del Golfo ha sentito parlare della sua storia, gli ha regalato 20 mila dollari, gli ha dato anche un’auto per spostarsi, ma dopo un anno, al suo ritorno in Egitto, l’uomo benestante ha scoperto che Mohammed aveva venduto persino l’auto per aiutare i suoi poveri pazienti, per acquistare materiali, analizzatori. Mohammed El Mashaly disse: “dopo la laurea ho scoperto che mio padre ha sacrificato tutta la sua vita per farmi diventare un medico. Così ho promesso a Dio che non avrei preso un centesimo dai poveri e avrei vissuto una vita al servizio del mio prossimo di qualunque cultura o religione sia”.

 

 

Il dott. El Mashaly ha avuto un modo semplice ma straziante di spiegare perché nel 1976 ha dedicato la sua vita a curare i poveri egiziani.

“Un bambino di 10 anni diabetico ha chiesto a sua madre l’insulina, ha ricordato il dottore durante un’intervista televisiva. La madre disse a suo figlio che i suoi fratelli non avrebbero cenato se gli avesse comprato delle medicine, disse El Mashaly. Il ragazzo, intuendo che il suo disturbo era un peso per la sua famiglia, decise di bruciarsi a morte quella notte”. El Mashaly è stato chiamato per salvare la vita del bambino, ma il ragazzo è morto tra le sue braccia.

“Mentre stava morendo, mi ha detto che lo ha fatto in modo che i suoi fratelli potessero mangiare. Quello è stato il giorno in cui ho promesso di impegnare la mia vita nel trattamento dei poveri”.

La morte di El Mashaly ha scatenato una valanga di tributi sui social media, tra cui uno del dott. Ahmed Al Tayeb, il Grand Imam di Al Azhar, il capo della più alta sede dell’apprendimento islamico nell’Egitto musulmano. Il vicepresidente degli Emirati Arabi Uniti e il sovrano di Dubai lo sceicco Mohammed bin Rashid si sono uniti al coro degli omaggi, definendo El Mashaly un “modello per i medici … e un modello per i grandi”.

El Mashaly viveva nella provincia del Delta del Nilo di Gharbiyah, a nord del Cairo. Il dottor Al Tayeb ha affermato che El Mashaly “è un esempio per l’umanità e ha pienamente compreso che non siamo in questo mondo indefinitamente. Quindi, ha scelto di aiutare i pazienti poveri e bisognosi fino all’ultimo giorno della sua vita.”

La morte di El Mashaly è avvenuta in un momento in cui gli egiziani sono pieni di gratitudine per i medici e gli altri membri della professione medica per la loro parte nella lotta contro la pandemia da coronavirus. Più di 100 medici hanno perso la vita da febbraio, perché contagiati dal Coronavirus. Un uomo che ha dedicato tutta la sua vita per salvare vite umane e per aiutare chiunque si trovasse in difficoltà.

 

 

 

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Cinema

“Fellini e l’ombra” da oggi nelle sale cinematografiche

Ivan Scinardo

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fellini

Il lato oscuro del più luminoso genio del nostro cinema. Questo esplora il film documentario Fellini e l’ombra, diretto da Catherine McGilvray, che arriva sugli schermi dal 17 gennaio con Luce Cinecittà, che lo distribuisce in occasione del compleanno del grande regista, giovedì 20 gennaio, con un tour di proiezioni evento, accompagnate dalla regista e ospiti speciali. (ELENCO SALE)

Presentato in prima mondiale nelle ‘Notti veneziane’ delle Giornate degli Autori 2021, Fellini e l’ombra indaga il ‘segreto’ di Federico Fellini puntando la lente sul rapporto tra il regista e il suo mitico analista, il dottor Ernst Bernhard, pioniere dell’analisi junghiana in Italia; e attraverso un racconto che mescola docufiction, testimonianze, documenti rari, splendidi filmati d’archivio e animazioni ispirate a quel lascito straordinario che è il Libro dei Sogni di Fellini, caso unico di storyboard dell’inconscio.

Il documentario regala un’angolazione originale e una prospettiva femminile restituendo il discorso interiore di Fellini tratto dai suoi scritti autobiografici, che racconta la battaglia universale di un artista tra creatività e angoscia, ombra e luce. Il film è prodotto da Verdiana e Célestes Images, in associazione con Luce Cinecittà, coprodotto con RSI, in associazione con Le 400 Coups, e vede il contributo di Fellini 100, il comitato per il centenario del regista, e di Roma Lazio Film Commission. Scritto dalla regista insieme a Caterina Cardona e Bruno Roberti, è interpretato da Claudia De Oliveira Teixeira nelle vesti della regista che vuole realizzare un film sul grande riminese, e vede nel cast Gianfranco Angelucci, collaboratore di Fellini e sua preziosa memoria storica.

Fellini e l’ombra inizia il suo tour lunedì 17 gennaio dal cinema Fulgor di Rimini (la sala in cui il piccolo Federico scoprì la settima arte), per arrivare a Roma, Milano, Bologna, Firenze, Torino, Perugia e altre città, con proiezioni alla presenza della regista Catherine McGilvray, di Gianfranco Angelucci, e di altri ospiti tra cui illustri psicoanalisti, in un dialogo in cui cinema e analisi si specchiano.

“Fellini – spiega la regista Catherine McGilvray – incontra la psicologia analitica di C.G. Jung grazie un terapeuta d’eccezione: l’ebreo tedesco Ernst Bernhard, vera anima nascosta della cultura del secondo dopoguerra a Roma, che intorno agli anni Sessanta ebbe grande influenza su intellettuali e artisti come Giorgio Manganelli, Bobi Bazlen, Natalia Ginzburg, Adriano Olivetti, Luciano Emmer e Vittorio De Seta.  Bernhard divenne per Fellini molto più di un semplice analista: un maestro di vita, una guida spirituale che lo sostenne nel suo lavoro di cineasta. Il capolavoro cinematografico 8 ½ nasce proprio in seno alla loro relazione terapeutica; è noto in particolare che la sequenza finale del film, con la passerella riconciliatrice di tutti i personaggi, venne suggerita dall’analista. È sempre su consiglio di Bernhard che Fellini inizia a trascrivere e disegnare i propri sogni, cosa che farà regolarmente nell’arco di trent’anni. Questa attività di autoanalisi, da lui condotta con grandissimo impegno e serietà, è all’origine del suo monumentale “Libro dei Sogni”, pubblicato per la prima volta nel 2007 e oggi ristampato nel mondo intero. Questo Libro è al tempo stesso un diario onirico e un’opera di creazione straordinaria, parallela ai capolavori cinematografici del Maestro: un labirinto di visioni notturne da percorrere liberamente, seguendo il filo misterioso del suo immaginario.  Dopo la morte dell’analista, avvenuta nel 1965, l’universo junghiano continua ad essere un riferimento fondamentale per Fellini, come testimoniano il Libro dei Sogni, le interviste e l’autobiografia “Fare un film”, ma anche le sue lettere a Georges Simenon, l’amico scrittore con il quale intrattiene una lunga e appassionata corrispondenza. È Simenon a usare il termine “inconscio creatore” per definire il genio di Fellini, e a consigliargli di continuare a lasciarsi guidare da Jung e dal proprio inconscio nel processo di creazione artistica. Fellini e l’ombra si propone quindi di raccontare l’inconscio creativo di Fellini, di scandagliare il suo immaginario alla luce della psicologia analitica, facendone affiorare simboli ricorrenti, ossessioni, fantasmi. Non attraverso interviste e testimonianze, ma con gli strumenti della docu-fiction, così da permettere agli spettatori di identificarsi con il soggetto e di seguire questo affascinante percorso dall’interno, in modo non concettuale ma empatico, in un’immersione totale nella visionarietà onirica di Fellini.”

Fonte: https://cinecitta.com/IT/it-it/news/45/9539/fellini-e-l-ombra-nelle-sale-dal-17-gennaio.aspx

 

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Cultura

Covid-19 e bambini. “Bonus psicologo” non accordato

Giuseppe Adernò

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Lunedì 17 gennaio anche in Sicilia riapriranno le scuole dopo la prolungata pausa delle festività natalizie, che ha creato non pochi problemi.

Si registra che la variante Omicron provoca effetti e sintomi lievi sui bambini di età inferiore ai 5 anni e secondo lo studio condotto negli Stati Uniti che ha coinvolto circa 80.000 bambini contagiati dal Covid la variante Omicron è “intrinsecamente lieve”, con un’infezione che provoca “effetti significativamente meno gravi” rispetto alla variante Delta, Tra i bambini contagiati da Omicron, circa l’1% ha avuto bisogno del ricovero.

Le ansie e le preoccupazioni dei genitori, dei docenti e dei dirigenti che devono organizzare la complessa macchina della ripresa delle lezioni, sono di enorme quantità.

Molti bambini e adolescenti vivono una fase di crescente incertezza che genera in loro ansia e depressione e spesso anche le preoccupazioni trasmesse dai genitori contribuiscono a far crescere il desiderio di rimanere a casa e sentirsi protetti e “al sicuro”.

Tale sintomo definito: “ritiro sociale”, come spiega Maria Pontillo, psicologa e psicoterapeuta dell’unità operativa complessa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, fa registrare gli effetti a lungo termine del periodo di isolamento e di chiusura delle scuole.  Nel 2021, è stata registrata una percentuale di diagnosi per depressione pari al 70% sul totale delle richieste di visita neuropsichiatrica urgente.

Il senso di smarrimento in adolescenza è uno dei primi fattori di rischio per le condizioni ansiose-depressive.

Molti bambini manifestano un aumento dell’ansia, hanno paura di separarsi dai genitori per il timore che si possano ammalare di Covid e non dormono più da soli.

A queste manifestazioni si aggiunge la gravità di alcuni casi particolari quando gli stessi genitori presentano disturbi psicologici, aggressività o violenza.

Molti genitori si sono trovati a dover affrontare la funzione genitoriale in maniera non supportata dalla scuola. Si sono sentiti soli davanti ai cambiamenti e incapaci a gestirli.

La psicoterapeuta Michela Pensavalli, coordinatrice dell’ Istituto di terapia cognitivo interpersonale (Itci) di Roma. ha evidenziato come nel nostro Paese “manca la cultura del benessere psicologico” e la proposta di inserire nella manovra finanziaria 2022   il “bonus psicologo” di 50 milioni è stata bocciata in Parlamento.

Ci si preoccupa tanto dei tamponi e dei vaccini e si trascura la salute mentale, “cenerentola della sanità”, mentre, la cultura del benessere psicologico è centrale per la vita di ogni persona e di ogni famiglia.

La scuola ha il compito di riconquistare non solo la funzione didattica, ma principalmente quella di qualificata “agenzia educativa”, capace di contribuire alla formazione integrale della persona, uomo, cittadino.

Giuseppe Adernò

 

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In Evidenza

La concessione del telefono al teatro Biondo di Palermo

Ivan Scinardo

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Successo al Teatro Biondo di Palermo per la pièce teatrale di Giuseppe Dipasquale: “La concessione del telefono” scritta con Camilleri.

“Sarà il mio destino, sarà la mia vita passata di uomo di teatro sarà anche che Giuseppe Dipasquale riesce sempre a convincermi, fatto sta che un altro romanzo si trasforma in una pièce teatrale.  Pirandello amava dire che il lavoro dell’autore terminava quando egli riusciva a mettere la parola “fine” alla scrittura teatrale. Bene questo copione ha la parola fine messa nell’ultima pagina. Tuttavia mi sento di chiosare il buon Luigi: è nella messa in scena che inizia il nostro viaggio del testo, sempre diverso. Sempre nuovo sempre imprevedibile sempre disperatamente esaltante. Per questo il confine del teatro è come l’orizzonte dei viaggiatori nei mari d’Oceano: sempre presente, mai raggiungibile”.

Questo testo lasciato da Adrea Camilleri 17 anni fa, dopo avere elaborato con il drammaturgo catanese Giuseppe Dipasquale, ben 9 stesure, è la conferma di come un’opera, “La concessione del telefono”, ieri come oggi è di una attualità disarmante. Le ambientazioni di fine ottocento, la vita di paese, Vigata, dove tutti si conoscono, e il chiacchiericcio regna imperante. Icone di una Sicilia che nell’immaginario collettivo conserva ancora quella purezza che neanche la parola “mafia” riuscirà mai a sporcare definitivamente.

Il 23 marzo del 2020, 14 giorni dopo la pubblicazione del decreto che chiudeva in casa  milioni di famiglie, a causa dell’emergenza pandemica, la Rai metteva in onda il film, del ciclo “C’era una volta Vigàta”,  della trilogia di romanzi storici di Andrea Camilleri, scritti con Leonardo Marini, Francesco Bruni e Valentina Alferj. La scelta dell’attore protagonista, Alessio Vassallo da parte del regista Roan Johnson, che aveva già firmato le immagini de “La stagione della caccia”, si rivelò vincente, per gli ascolti record. Il capolavoro, fra i più divertenti dello scrittore agrigentino, diventò film per la televisione. Dopo qualche mese il teatro Biondo, con la sua direttrice Pamela Villoresi, chiese a Dipasquale di riportare in scena, dopo 17 anni, l’opera,  in prima nazionale a Palermo, con un cast rinnovato; il debutto per l’epifania, 10 le repliche, l’ultima domani, domenica 16 gennaio.  Il pubblico continua a dimostrare che, nonostante l’emergenza sanitaria e l’obbligo di indossare una noiosissima FFp2, di volersi  incollarsi alla sedia del teatro e godersi lo spettacolo dal vivo.

Le scene di Antonio Fiorentino evidenziano una gigantesca lettera con marchio reale e dietro un continuo gioco di luci e ombre che accompagnano lo spettatore in una narrazione che rievoca la frase: “Tutto in Sicilia è tiatro”.

Due ore e mezza di spettacolo con un valzer di equivoci e imbrogli ambientati nella terra più contraddittoria, la Sicilia. Nel film come a teatro Vassallo è Pippo Genuardi, ma sul palco è con un vestito rosso e gli stivali, le sue movenze sono goffe e impacciate, ci ricordano un po’ Pinocchio un pò Charlie Chaplin. Piace al pubblico la sua recitazione spontanea a volta ingenua ma carica di efficacia, vuoi anche per i dialoghi camilleriani. Qualcuno in passato ha scritto: “meravigliosa sicilitudine linguistica, fatta di neologismi, di sintassi travestita, di modi d’uso linguistico ricalcati dal dialetto che esaltano la recitazione degli attori”.

Superba l’interpretazione del catanese Mimmo Mignemi (Calogero Longhitano detto Don Lollò). Nel cast anche la figlia del grande Gigi Proietti, Carlotta nei panni di Gaetanina Schillirò (Taninè). Affiatati e perfettamente sincronizzati nei dialoghi  anche Paolo La Bruna, Emanuele Schillirò (Don Nenè), Cocò Gulotta Arrigo Monterchi, Ginevra Pisani Calogera Lo Re (Lillina), sempre bravo Cesare Biondolillo Corrado Parrinello, Alessandro Pennacchio Paolantonio Licalzi, Gegè, Alfonso Postiglione Vittorio Marascianno.

Menzione a parte per, Alessandro Romano che interpreta più ruoli:  Ignazio Caltabiano, Agostino Pulitanò, Giacomo La Ferlita e per l’attore ennese Franz Cantalupo, che già interpretò Gegè nella prima rappresentazione, adesso veste i panni di:  Gesualdo Lanza (Turò), Rinaldo Rusotto, Don Cosimo Pirrotta, Dottor Zingarella, Filippo Mancuso, Giacomo Giliberto, Mariano Giacalone. Le sue interpretazioni del medico e del prete mandano il pubblico in visibilio. I costumi sono di  Dora Argento e le musiche sono davvero intenze ed emozionanti scritte da Germano Mazzocchetti. Un ringraziamento all’ufficio stampa del Teatro Biondo, Roberto Giambrone, le foto sono di: Rosellina Garbo.

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