Cinema
Dolor y Gloria di Pedro Almodóvar
Troppi registi nell’ultimo decennio hanno indugiato nella riflessione sulla loro vita e sulla loro arte, cadendo spesso nel tranello dell’autocompiacimento. Non è il caso di Almodovar, e Dolor y Gloria è quanto di più lontano ci possa essere da una agiografia. Semmai, è un’esplorazione profonda ed intrinsecamente umana dell’uomo, dell’uomo artista e dell’arte che vive di amore, pulsioni, passioni. Il leggendario regista spagnolo si ritrae in parte dalle sue narrazioni piene di provocazioni ed eros e contemporaneamente si rende più vicino, si apre per guardare alla sua intimità.
La storia
La storia è quella di Salvador, regista di fama internazionale la cui attività produttiva è inceppata da anni da una miriade di condizioni fisiche, psicosomatiche e psicologiche, che lo conducono a una vita in quasi totale solitudine, rifuggendo ad ogni tentativo di cedere al richiamo della sua legacy, guardando con cinismo al culto della personalità e della devozione di cui a volte i registi sono vittime (spesso lusingate peraltro). Un uomo che vive nella contraddizione di chi non ha altro scopo per vivere se non girando film e che al contempo ne è impedito non solo fisicamente, ma anche da un trascinarsi senza volersi mettere in sesto, pur potendo.
Il protagonista
Il riallacciare i rapporti con Alberto, protagonista del suo film capolavoro (considerato tale) Sabor, sarà l’occasione per una serie di eventi che riaccendono una miccia nella riflessione emotiva di Salvador, inframezzata da istantanee della sua infanzia vissuta in povertà con la madre Jacinta (una splendida Penelope Cruz), dove già però si intuisce la sua grande intelligenza. Ciò che sorprende però è che questo non è per nulla un racconto “dalle stalle alle stelle”. Dolor y Gloria ci racconta l’arte del cinema attraverso le sensazioni che fanno da benzina al fuoco che divampa in un’artista, alle emozioni che scaturiscono anche attraverso il dolore, il rimpianto, la nostalgia di un passato che non ritorna più.
Numerose sono le contraddizioni presenti, come quelle tra Salvador e il suo ex amante Federico, all’epoca dipendente dall’eroina, una ferita rimasta evidentemente aperta nel primo in rapporto dove il dolore non era percepito allo stesso modo e adesso, dopo trent’anni, i ruoli sembrano invertiti, dove il “pulito” Salvador allevia i suoi dolori con l’eroina dopo essere stato introdotto all’uso da Alberto. Ma si parla anche tanto di come si evolve la nostra anima e il nostro sguardo negli anni, col passare delle esperienze, e ciò cambia anche il nostro modo di vedere le cose e addirittura la nostra stessa arte, come Salvador che si commuove riguardando Sabor per la prima volta:
«Sono i tuoi occhi che sono cambiati. I film non cambiano.»
L’interpretazione di Antonio Banderas nel ruolo di Salvador è immensa, con quella fisicità scavata in volto, con uno sguardo languido, consapevole ma anche smarrito, per un personaggio che vive i suoi dolori in sottrazione, senza nessuna autocommiserazione plateale, ma un’accettazione a volte trattenuta della realtà, delle circostanze che non si possono più cambiare e con cui è difficile far pace.
Anche la madre Jacinta svolge un ruolo fondamentale, combattente tenace nel dare al figlio tutte le possibilità per eccellere nel mondo ma al contempo protagonista di una distanza, marcata da lui stesso da bambino sveglio qual era, come se il filo che lei stava tessendo per la sua vita si fosse piano piano assottigliato fino a sparire, portando alla realizzazione di Salvador ma oltre il controllo, o al desiderio della madre, un fattore che segnerà inevitabilmente il rapporto pur sempre affettuoso tra lei e il figlio, condizionando quest’ultimo anche dopo la sua morte. Parole non a caso perché il desiderio è un elemento altrettanto centrale, oltre che quello della madre anche quello più passionale e carnale che caratterizza l’omosessualità di Salvador.
Bellissime anche le interpretazioni di nel ruolo di Alberto, un attore consumato dall’uso alternato di droghe ma ancora forte di un estro artistico spiccato, e di Leonardo Sbaraglia nel ruolo di Federico.
L’estetica di Almodovar
Anche l’estetica di Almodovar, fiore all’occhiello della sua produzione cinematografica, si evolve. L’uso preponderante di tonalità colorate con particolare enfasi sul rosso non smette semmai diventa più maturo, i colori caldi e vividi qui diventano più “stagionati”, il rosso diventa vinaccio, i colori si attenuando pur rimanendo languidi, vivi, e ogni inquadratura ha una resa estetica immensa che lascia senza fiato, accompagnata anche dalla spasmodica ricerca dal punto di vista degli arredamenti e il focus anche sull’aspetto tattile: pelli umane, divani, superfici, il tufo della grotta dove vive l’infanzia Salvador nel villaggio di Paterna, nell’entroterra valenciano, tutto è a servizio di un grande quadro dove tutto parla, tutto esprime un sentimento, una ricerca di qualcosa.
Per non parlare poi dei quadri nei titoli di testa o tutte le infografiche del corpo umano all’inizio del film, per introdurre la figura di Salvador.
Dolor y Gloria è una pellicola semplicemente folle, forse la più grande sublimazione del cinema almodovoriano, perché qui oltre ai suoi topos comuni c’è un’esplorazione intima e personale che va ancora più fondo, più di quanto si sia mai visto nella sua filmografia, una ricerca emotiva ancora va oltre la passione, va oltre il carnale per trovare il nucleo fondativo che ci rende umani, fragili, passionali e vivi.
Cinema
Cinema, il bilancio dei primi 6 mesi
Il primo semestre del 2026 ha dimostrato che il cinema in sala è vivo, ma il pubblico non concede più fiducia preventiva: ogni film deve conquistarsela.
Il primo semestre del 2026 è stato, per il cinema, un periodo di crescita e consolidamento, caratterizzato da dinamismo e varietà. Da gennaio a oggi sono emersi segnali importanti sulla direzione che sta prendendo l’industria cinematografica, soprattutto in Europa. Dopo anni complessi si iniziano finalmente a registrare dati incoraggianti rispetto al recente passato, accompagnati da un progressivo ritorno del pubblico nelle sale. Il vero tema di questi primi sei mesi, però, è un altro: la crescente selettività degli spettatori.
Il pubblico
sembra aver cambiato atteggiamento, scegliendo con maggiore attenzione cosa vedere e premiando soprattutto quei film che possiedono una forte identità autoriale e un concept capace di incuriosire. Questo semestre è stato segnato da diversi titoli che hanno monopolizzato il dibattito per settimane e catalizzato l’interesse degli spettatori. Tra i film più popolari e discussi spicca sicuramente Project Hail Mary di Phil Lord e Christopher Miller, capace di rilanciare la fantascienza “high concept” e, allo stesso tempo, di mettere d’accordo critica e pubblico, diventando uno dei fenomeni cinematografici della primavera. Il film ha riportato al centro una fantascienza costruita sul racconto e sui personaggi, dimostrando che gli effetti speciali, da soli, non bastano.
Michael
Tra i titoli che hanno attirato maggiormente l’attenzione c’è anche Michael, il biopic dedicato a Michael Jackson e diretto da Antoine Fuqua. Attesissimo già prima dell’uscita, il film ha continuato a far parlare di sé grazie agli straordinari risultati ottenuti al botteghino, affermandosi come uno dei grandi eventi cinematografici dell’anno e andando ben oltre il pubblico dei fan dell’artista.
Obsession
Infine, merita una menzione Obsession, probabilmente la sorpresa più significativa dell’intero semestre. Diretto dal giovanissimo Curry Barker, questo horror originale, realizzato con un budget estremamente contenuto, è riuscito in poco tempo a trasformarsi in un fenomeno mondiale. Il suo successo dimostra come il pubblico continui a premiare le idee originali quando vengono sviluppate con convinzione.
La grazia
Sul fronte italiano spicca senza dubbio La grazia di Paolo Sorrentino, vero film-evento del semestre. Il regista ha nuovamente catalizzato l’attenzione della critica, alimentando un acceso confronto sul suo stile e sul significato dell’opera. Il film si è imposto come uno dei principali riferimenti del cinema italiano di questi primi sei mesi.
Cena di classe
Tra i titoli italiani che hanno trovato forza soprattutto grazie al passaparola va ricordato anche Cena di classe, diretto da Francesco Mandelli. I temi affrontati e il modo in cui racconta una generazione hanno contribuito a mantenerlo al centro del dibattito per diverse settimane. Infine, Le cose non dette di Gabriele Muccino ha attirato fin da subito l’attenzione per il suo sguardo sulle dinamiche familiari ed emotive, suscitando reazioni contrastanti tra critica e pubblico.
Nel complesso, da questo primo semestre emergono due tendenze piuttosto evidenti. La prima riguarda la rinnovata attenzione verso film capaci di distinguersi per identità e originalità, indipendentemente dal genere. Che si tratti di opere d’autore, horror, drammi o fantascienza, i titoli che hanno lasciato il segno sono quelli che hanno saputo offrire qualcosa di riconoscibile e personale. La seconda riguarda il ruolo dei festival, che continuano a orientare il dibattito culturale, mentre è il pubblico a decretare il vero successo commerciale di un film. Critica e botteghino sembrano dialogare più di quanto accadesse negli ultimi anni, pur continuando a seguire logiche non sempre coincidenti.
Cosa aspettarsi?
Cosa aspettarsi dal prossimo semestre? Molto dipenderà dalla capacità dell’industria di dare continuità ai segnali positivi emersi in questi primi sei mesi. La sfida non riguarda soltanto gli incassi, ma anche la capacità del cinema di continuare a sorprendere il pubblico. Se il primo semestre ha insegnato qualcosa, è che oggi gli spettatori premiano sempre di più la qualità percepita, l’originalità e il valore dell’esperienza in sala. Chi saprà intercettare queste aspettative avrà maggiori possibilità di trasformare un’uscita in un vero evento, indipendentemente dal budget o dalla forza del marchio. Ed è probabilmente questa la chiave di lettura più interessante, anche in vista della seconda metà del 2026.
Andrea Arnone
Cinema
“Avemmaria”
“Avemmaria” è il film d’esordio alla regia dell’attore napoletano Fortunato Cerlino. Uscito nei cinema italiani il 25 giugno, è tratto dal suo romanzo autobiografico Se vuoi vivere felice. Il film racconta con sguardo intimo e poetico la Napoli degli anni ’80 vista attraverso gli occhi di un bambino.
La storia
Felice vive in due stanze buie col padre Raffaele, che ha appena perso il lavoro, sua madre Antonietta, con pochi anni, troppi figli e un lutto da elaborare, nonna Filomena, una donna perennemente vestita di nero e soffocata dal rancore, tre fratelli e un quinto in arrivo. A Pianura, come in tutte le province del mondo, soprattutto quando sei povero, essere bambini o sognatori è uno stigma. Da quelle parti, “Chi è nato tondo nun pò murí quadrato”. Con queste premesse un ragazzino dell’età di Felice ha due destini possibili: essere sopraffatto dalle logiche della miseria e la violenza o avere fede nei suoi sogni
. Come afferma lo stesso regista: «Esiste un’uscita dall’inferno, ma quella porta la si può vedere solo ad occhi chiusi». Realistico e poetico, lontano da Gomorra, il film ci dice che il passato può essere illuminato e che il destino non è mai già scritto.
Nel 2018 scrive “Se vuoi vivere felice”, il suo primo romanzo edito da Einaudi
Cinema
Il regista Edoardo De Angelis si racconta
Ha tenuto una masterclass al Baaria film festival era uno degli ospiti più attesi, il regista Edoardo de Angelis, nel decennale della sua uscita, ha presentato a Villa Cattolica il suo film Indivisibili. Gli organizzatori del BAAFF hanno celebrato così, insieme al regista, uno dei film più significativi e premiati del cinema italiano contemporaneo, un’opera che conserva intatta la sua forza narrativa e la sua capacità di interrogare il pubblico sui temi dell’identità, dell’appartenenza e della libertà. Nell’intervista si parla anche del film Comandante con Pierfrancesco Favino che ha aperto in prima mondiale il festival di Venezia 2023
Guarda l’intervista
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